che non si possono mentovare
Non ci sono momenti
che non si possono deificare
Umore ultra sapiens
Umore ultra sapiens
Deframmentazione umana
L'uomo come ricordo d'altri tempi
Dio scienza
Dio roboi
Propensione ultra sapiens
Propensione ultra sapiens
Il tempo è collassato
dentro i nostri occhi.
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regala rose
rampincantato muro
stupendamente
Mia moglie è un angelo: nonostante tre figli
e il lavoro part-time non si sente mai Ercole
al bivio, e quand’anche fosse male in arnese
non rinuncia ad esser come i rasoi dei barbieri.
Anche quando si trova sul letto di Procuste, ne
viene sempre fuori agilmente come ber un uovo:
la sua pazienza è come la tela di Penelope, e lei
è la ninfa Egeria onnipresente nei miei pensieri.
Poi c’è il maggiore dei miei tre figli, Symeon, una
vera anguilla imburrata e costantemente nero come
un calabrone perché pensa d’esser fortunato quanto
cani in chiesa; io credo solo sia come l’Araba Fenice.
Samu’el è il mio secondo genito, un bambino
che non riesce ad essere della parrocchia per via
del suo carattere: per lui aut Caesar aut nihil.
E’ un furbo di tre cotte con la fisima per le camicie.
E infine il piccolo Nicolae, con i suoi fratelli
come i ladri di Pisa; e con Lucas, della stessa lana.
Lucas è il suo compare d’asilo, cuciti a filo doppio per
via delle famiglie che da tempo son a uscio e bottega.
Siamo gente semplice che entra papa in conclave
ed esce cardinale, che durante la settimana
lavora e la domenica va in chiesa.
Gente che per arrivare a fine mese lavora e prega.
Qui nella Vallèe la vita scorre tranquilla:
la mattina mi sveglio con le note del Duke,
faccio colazione sbellicandomi con Lucky
Luke e vado in palestra a lezione di bo.
A pranzo mi sento un boss quando addento
il mio solito hot dog, e il pomeriggio è una
continua sfida con Daisy a Super Mario Land.
Poi ascolto Jesse James e Billy Kid per un po’.
Quando arriva la sera alla pay-per-view non mi
perdo mai una partita dei Blues: adoro guardare
le magie sotto porta di Hazard sorseggiando
la mia Rosco artigianale con la pizza Da Giò.
La mia vita
scivola sì serena
alle pendici
del Mucrone: ho due
cani, tre figli, cinque
gatti e una
moglie, e ho un’ ernia
della cervice.
Ma da un po’ di giorni
sento questa vita che
scivola via.
Vorrei dare gatti e
cani al ENPA,
mandare i figli in
colonia un mese
e partire con
l’istruttrice di zumba
di mia moglie,
Serena di vent’anni.
Nel cuor di Ventotene.
Mastro d’ascia quando è notte
coi calzari dalle suole cotte,
al suono della sua armonica a bocca
scrive un’altra filastrocca.
Con le braghe logore e con le toppe
le ore in darsena oramai son troppe,
scrive su di un ceppo ed una botte
Mastro d’ascia quando è notte.
Con le parole e con i suoni
per i bimbi, quelli buoni
canticchia tutta la mattina
sotto lo sguardo della scopa di saggina.
Con la penna e il calamaio
ne ha già scritte un centinaio,
Mastro d’ascia siede sulla scocca
strocca e fila, fila e strocca.
Rima viene, siede e fugge via
o a volte resta lì come una poesia.
Anche il suo cuore è pien di toppe
e le ossa ha tutte rotte,
ma nonostante gli anni sulle spalle
canta dal porto fin quasi a fondovalle.
Gli Scott, che lo avevano accudito,
se ne stavano andando e l’istinto
selvaggio insito in lui gli avrebbe
restituito la fierezza repressa dalla
quale avrebbe nuovamente attinto.
Nessuna voce narrante saprà mai
descrivere le urla lancinanti della tribù
dei nativi americani di Castoro Grigio,
o le membra straziate che rifocillarono
un intero branco di lupi al cielo bigio
delle ostili terre innevate del Grande Nord.
Con le bianche zanne intrise del sangue
dell’uomo che lo aveva venduto, la mente
ripercorreva le foreste dello Yukon fino alla
lince che, cucciolo, lasciò sua madre langue.
Freddo come un masso e gonfio come una
rana l’uno, il violino di spalla indietro come
la coda del maiale l’altro sono i miei capiufficio.
Il primo è il quinto evangelista, un Arpagone.
Una pigna verde e un mignata, capace di entrar
per il buco della chiave con qualsiasi artificio.
Il secondo è una mosca cocchiera, un sacripante.
A mio dire, capace solo come gallo della Checca.
E’ un pidocchio rifatto con la camicia di Nesso.
E quando inizia un lavoro, statene certi, sarà
il vaso delle Danaidi: è un asino calzato e vestito!
I due abili a parlar solo di lana caprina, e spesso.
Il caposcala ha avuto un capogiro per via della botta
alla capoccia contro lo scapo, e ora giace accanto
all’imoscapo: proprio stasera, che il caporione non
è di caporonda ma fa capolino dal divano amaranto
logoro, mentre sua moglie capovolge di continuo
il capoletto e, capocciona, non lo lascia tranquillo
a capofitto nel capoc e nel suo rompicapo…
Meriterebbe una capocciata: che bello era sempre brillo
da scapolo, le cene davanti al boccaporto con decapode
e capocollo in compagnia del capostiva a capodanno!
Ora con quella specie di capodoglio la vita non è altro
che una continua caporetto, con suocero alemanno
e suocera capoclaque e a casa caporale… daccapo.
Il povero caposcala lo trovò la vecchina del pianoterra
di ritorno dalla preghiera sotto il capocielo, che leggeva
sempre lo stesso capoverso e parlava solo dell’Inghilterra.
Superiormente alle gore, superiormente alle convalli,
alle giogaie, alle macchie, ai nugoli, agli abissi,
di là dal sole e dall’etra, oltre l’empireo e le sue ellissi,
anima che mi appartieni muovi passi assai snelli.
E, parimenti a un nuotatore provetto che frange i flutti,
tu cavalchi gioiosamente le profondità e gli aspetti
della tua ineffabile passione esente da difetti.
Via da siffatta mefite, vai a decontaminarti come marabutti
nell’etere, e abbeverati come un mero elisir sublime
della fiamma calda che gremisce i gennei spazi.
A tergo le tedie con la loro zavorra e i numerosi strazi
che oberano il bigio vivere come bruma le cime,
deliziato colui che può con un batter d’ali balioso
librarsi su distese smaglianti e placide;
quello i cui pensieri, come alaudidae,
verso l’indaco a mane prendono il volo da ciò che è dannoso
-che ammara sull’esistenza
e percepisce con facilità
il gergo dei fiori per abitualità
e delle cose afone fin nella loro essenza.
Le rendez-vous era al parco.
Eri nervosa, fumavi, mi chiedevi
- Pourquoi tout ce retard?
Cara, mi sono addormentata,
ho bucato la bicicletta
ero indecisa sull’orario.
Ti chiedevo di scegliere
quello che faceva meno male
visto che di scelte a me non ne davi.
Pensavo d’essere gentile
ma tu, bella truccata disperata
insistevi, parlavi d’amore
di solitudine di noia.
Ma chérie, dentro ho da fare
scusa se sono strana
se non sento questo impulso
di confidare di condividere
di spiegare
Eh, cosa dici?
- Je dois seulemente écouter?
No, per favore fammi andare
ho la minestra sul fuoco
e devo comprare il pane.
Lo so sono stronza
e con quella erre che hai
sembra tu abbia ragione.
- Mais chérie j’ai du boulot
je dois surveiller quelle chose
ici, dans ma tête!
Anzi per oggi stai lontana
potrebbe succedere qualcosa
da un momento all’altro
e sarebbe un peccato
gacher notre curieuse relation…
Adoro l’odore salmastro che impregna le narici,
e gli occhi saturi delle parole che alloggiano
nel poema Isocronismo; e adoro non aver radici.
E su di una piccola barca da diporto videro la luce
pure i canti de Inumato fuorimano, che come varici
dei fiume poi espansi e ripresi in una successiva fase.
Una sera all’ancoraggio un quartiermastro gattofìlo
m’ispirò i canti di Piazzetta Gattamelata: forse un dì
avrò il mio gozzo, anche se nella mia vita il drittofilo
per ora non fa sperare che il giornalmastro mi sorrida.
Il capimastro che portava sempre la figliola all’asilo
mi suggerì l’antologia Opificio della Poeteria, ma
un inatteso blocco mi portò in casa con vista autosilo
nei pressi del Pschorr Garage per un periodo sabbatico.
Qui il protomastro di un cantiere abile a farsi nemici
fra le maestranze con i suoi atteggiamenti scontrosi,
mi indusse a partorir una nuova antologia tra gli edifici
Affinchè la poesia non veda la morte di chi non vuole
morire: codesta chissà come arrivò fin negli uffici
del borgomastro che non riuscendo a pronunziare il
mio nome, durante una delle nostre passeggiate in bici
mi battezzò master dichter, ovvero MastroPoeta.
Fuori sulla strada sento
Lacera con artigli di rame
Una pausa
Un secondo:
Cosa è la vita,
La morte?
Un attimo.
Ruvida vinco ogni dolore
Spiccando il tuffo fatale
Sosto
Tamburo in vena.
Gioco con le ossa del mondo
Immorale gorgoglio
Dilaniata in metafora sottile la vecchiaia
Disosso il mio volto grigio di bimba
Ma sempre più rarefatta
L'aria tace
E
Perforando il guscio del cranio
L'intelletto percuote
Corda di seta!
Il Dio Pietra si pasce
Dell'occhio supremo:
Di Baco mi impicco
Dopo che quanta ne basta
farina di semolino di grano duro
e poc'acqua che richiede l'hai impastata
quasi massaggiata per " 'na mezz'ora-ta e
a 'nu vrazzu" ridotta prima poi a grissini
se cominci a cavare te coi tuoi fratelli
grissino grissino circa a centimetro tagliati
induci di solo indice - con la punta del dito
a pressare strisciando – a produrre cavatelli
di misura raddoppiata e cavati con tre dita
si potrebbero gustare a mo' di strascinati
e volendo esagerare
anche a quattro si può fare
a creare "'e cortecce de fasòle".
Semplice e prediletto
al tempo stesso il condimento è pronto:
a 'na bella cipolla rosolata va aggiunto
un bel pezzo di muscolo tagliato a pezzi
a sfumare con "nu bicchiere 'e vino"
e salsa - tomato che danza – facciamo
per "nu pesce 'ntero", diavolicchi a piacimento
per rendere al palato preziosi consigli
che potrebbe trovarsi pure distratto
e, magari ostruito, liberare il naso l'inverno.
A pasta cotta unire il tutto
e di "furcìna" svuotare il piatto
piano piano ... alla scarpetta.
Buon appetito
i baffi ti vuoi leccare
quel che serve è solo stocafisso
procedi senza fissazioni
secco secco, un asciutto figurino
che più costa
più la figura sarà tosta.
Dopo averlo per ben sfibrato,
menato a cazzotti o meglio di mazzetta
e di sega in più parti separato
stia in ammollo sin dal giovedì mattina.
In acqua per due giorni almeno
ad ogni mezza, cambiata, poi
- pinne, lisca e pelle via -
diliscato ed eviscerato
è pronto per porsi , il sabato mattina,
a disposizione dell'arte culinaria
forse meglio dire gastronomica
meno propensa al cul in aria.
Ma bandite le ciance
e presa idonea pentola
come tela la si empia:
ci si facciano finire cinquecento
emmelle di verdi guerrieri olio
color dell'oliva in compagnia
di cipolla e spicchio d'aglio
che nudi e ben tritati
si vergognino pian piano,
arrossiscano un pochino.
E giunge del reidratato il tempo
dei suoi settecento grammi
aggiunti a lenire i danni
dall'infuocato sole provocati,
nella minor misura spaccato
del maggior numero di pezzi possibile
che con due chiodi garofano
al trito spalmino la schiena
con poca noce moscata,
sale di quel tanto che basta
salsa o concentrato che certo non manca
e acqua
di tanto in tanto aggiunta
per far bollire a fuoco lento
un'intera giornata
e con poco ritmo mescolando
giusto ad evitare eccessiva confidenza,
nuova amicizia col fondale
perchè più cuoce più piace.
Poi stanco del bollente trambusto,
tutta notte lo si lasci riposare
... che s'insaporisca
e servito il giorno appresso
in doveroso abbinamento
d'amabile polentina
ad ingabbiarlo, stupirci
e per gola rapirci.
P.S. Ho sentito che non esce
a pranzo e cena
se non con bianco d'annata
o giovane rosso
sufficientemente tannico
e discreto tenore alcolico.




