Il mio sogno
è riscoprire
l'autenticità
del mio Paese,
della mia gente
e darne visibilità
Leggere tra le pietre,
nei solchi più nascosti,
risalire i sentieri di un vissuto
che, comunque, mi appartiene
e farne venire fuori la vera essenza
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Vorrei avere
le braccia lunghe e forti
per abbracciare e stringere
a me
tutti i ragazzi
e i giovani del mondo.
Soffocarli non potrei,
ma, strapparli vorrei
alla morte
che sulla strada gli si offre.
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Io ho un sogno …
un grande sogno d’amore:
dei miei avi raccogliere il sudore,
quel sudore versato sulle zolle secche e dure
ora crepate dall’arsura e dall’abbandono
e che, ancora, sanno di mani incallite
dalla fatica
e di schiene curve sotto filari di vite.
Frescura e riparo offriva il casolare:
anch'esso
rudere, adesso,
da stoppie sepolto
e da rovi avvolto.
Un sogno,
un grande sogno ho nel cuore:
alla collina spenta ridare la vita
prima che estraneo ne allunghi la mano.
Un grido mi sale dal di dentro
e, poi, fuori mi muore.
Non c’è, però, alcuno che senta
che raccolga il mio dolore.
il trascinar le vesti e le membra
nelle selve beate di pascoli incolti
alle tenebre volti del lor maturar
di mistico sentor, pronte e viluppate
nello scarno elimato valimento
che sapidi pertugi, irte lingue
tagliavan bellamente in due, senza tremor
Tribolate urla, di bava rivestite
attendean quasi giocose
le gesta di ghigliottine
pronte per il cader, di qualche vita
Soddisfazione non fu data
a sogghigni di genti di cuor mancanti
di nullo amor
che restarono impietriti
davanti a cotanto fulgor
Sconfiati e pomposi
cagion di altrui danni
lasciarono levificati
cader le loro vesti.
Spiaccicato dalla pressa esistenziale
Di metallo pesante, nera
Acciaio interstellare su galassia cromata
Antiruggine anestetica
Fibra atomica.
Mangio veleno ogni giorno
Senza accorgermene
Come te. E sento il
Tanfo inutile delle tue parole
Dolci, filosofa improvvisata
Su facebook dei miei coglioni.
Ping pong galattico
Sei la pressa che mi frantuma
Sei la rabbia che mi consuma
Ping
Pong
che arrivi nel mattino
tinto di rosa,
plani sui rami del pino,
soffermi lo sguardo
sul sole che nasce.
E voli via.
Riverbero di luce
disegna geometrie fluttuanti
sul profilo di Monte Crocella,
nudo nell’istante
che segna l’inizio.
Nuvole cangianti
spiano
risvegli stanchi,
sonni morenti
che esalano
fumo di comignoli.
Sulla porta
indugia l’operaio,
giovane-barista-attende,
due-bimbi-rallentano-il-tempo
regalando attimi
all’ordinario.
Il richiamo si fa urgente
oltre i sensi;
se-tocco-esiste
non-c’è-se-non-tocco,
mondo-reale
proietta
ombre.
Velocità-sottende-moto
cancella-urlo-della-coscienza
state-fermi-se-potete
siete-regine-e-re-e-non-lo-sapete.
dai quadri di Baschenis
a pizzicare liuti capovolti
ombreggiate doghe d'acero e palissandro
Nell'indifferenza mutevole
delle cose morte e mute
l'accordo in re minore
sfugge e si propaga dai taciti spartiti
Tracolla un flauto
dall'equilibrio prestabilito e precario
e.
metafora della vita.
Composizione di un essere
radicato alla terra,
che si tuffa
verso l’alto, verso una Luce
che è vita.
che nasce anarchico
insieme di foglie
e da mani sapienti viene educato
alla giusta forma.
invecchiato come un padre,
al balcone della finestra,
aspettando il ritorno d’un figlio
dal suo peregrinare.
Nostalgico.
che nella fiamma
esaurisce
la sua estrema prova,
liberando nell’aria cenere
e l’afrore del suo vissuto.
maestoso e compatto
baluardo
di una frontiera evanescente,
che si dissolve in una nuvola fumosa.
che si offende se
viene riacceso,
poiché il momento che gli
si deve dedicare,
egoistico e totalizzante,
non può essere interrotto.
che fra storcere il naso a molti
per il suo odore acre,
ma che regala momenti
intensi, come il suo gusto,
intimamente svelato a pochi.
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che sia sempre in discussione e mai neghi l’essere derivato
da una sintesi che sembra stupefacente, sciocca l’ilarità tesa
di nervi gode l’ossatura e scema nei riflessi di sguardi dentro
l’iride, irradiami l’iride ed iride impazzita sarai musa per stolti e me
in un amore sporco di sponda in sorte roteando in assenza d’attrito
si intima la resa mentre ti amo e non mi guardo nei gesti quotidiani.
Mentre ti amo e non mi guardo
indietro nel colostro del senso almeno
ci sarà un perché se l’attrito ci unisce
in identificazione fetale ci si plasma
ai piedi di madre terra sempre fertile
nei nostri viaggi a rianimare passi di luce stai
di nuovo all’ombra poi sei travaglio e sentiero
Nei meccanismi difensivi
scissa ogni tutela primitiva in manifestazioni
dissocerai presunzione dagli impulsi a catena
dall’improvvisazione di ogni abbraccio il tuo io
nella non integrazione la rimozione del fallimento
il sollievo nel portare un nome proprio, patologia
sospinta da venti neuronici a folate oscillavi scintillando scoppiettii riversi in piromania cellulare
dalla pancia incandescente viva in crampi e crampi sfiammi e vivi quando aspiro solo fuoco vivo
e fumi
e ti strapperei gli occhi col sorriso o il sorriso dagli occhi
e la voglia che divampa appena è profezia d'un bambino.
or si sente, distanti
rintocchi di campane
sirene spiegate
infermi, dipendenti
e dottori al capezzale
d' elite la mano a chi è vicino
occhi socchiusi
su freddi letti
pareti anonime, all'apparenza
echi di affanni, urlanti di dolore
dalla finestra, entra il grigiore
a svegliarti, e in
lontananza calpestio affrettato,
ll tempo appeso, statico.
eppure ieri eri
mio
pagina ingiallita
relegato nei meandri
evanescente sogno,
perduto
e ritrovato
rimbombi nella mente,
sugli specchi
echi di un passato
mea culpa
persi all'angolo della strada
ricercati, rispolverati
e ancora sulla pelle.
d’istinto sfatto e rifatto nell’antro di fame
barricata plumbea scavalchi infima pecca
sterzi e m’invogli se in forse lasci la presa
blocchi trapassi ed incassi riscosse deformi
forme strategiche di terrore in riga rimetto
Groppi in gola per la morale che avanza
di sprechi invecchi disincanti specchi
strucchi giochi stravinti imponi vanti
intossicazioni pandemiche alimentate
evoco a vanvera tanto quanto fame
gracchia quanto potere pensare e dire








