L'inesorabile ticchettio della sveglia a muro, lo scricchiolare dei mobili, le infinite forme beffarde disegnate dalla mia mente al buio; dio quanto odio l’insonnia! Ancora scosso dall’episodio della sera prima, non riuscii a liberare completamente la tensione dal corpo. Alla mia destra Silvia dolcemente cullata da Morfeo, emetteva dolci sospiri.
"Beata te!". Pensai rigirandomi nel letto ormai zuppo dell'essenza insonne. "Beata te mica tanto! Se fosse successo a me, probabilmente sarei impazzito".
I pochi momenti in cui il mio corpo fu prossimo ad abbandonare il mondo della veglia, furono più volte interrotti da un suono acuto. La caratterista di questo suono era simile ad un campanello o meglio ancora ad un citofono. Sicuro di percepirlo realmente, arrivai al punto di alzarmi dal letto per ispezionare la casa. Per rispetto non la svegliai; ebbe già abbastanza tormenti in quei giorni. Cercai conforto in una sigaretta. Invano, i miei nervi si agitarono ancora di più : conseguenza dell'inutile atto di immettere nicotina nei polmoni. Sfinito, ritornai a letto.
Illuminata dal caldo sole estivo penetrato dalla persiane, l’odiosa sveglia segnò le 7.15. Proprio osservando le lancette scandire tristemente lo scorrere del tempo, sentii finalmente giungere il dolce tepore del sonno. Piacere interrotto da una mano sul mio petto : la sua candida mano.
“Sono le sette…”.
“Mmmm… Ho visto…”.
“Ma non hai dormito?”.
“No, dormirò pazienza. Oggi andiamo a casa tua?”.
“Si, ho un po’ di cose da prendere…”.
Quanto fu piacevole sentirla parlare sottovoce; quasi dimenticai la triste notte insonne.
L'appartamento di Silvia si presentò abbastanza ordinato nonostante la sua assenza. Riconobbi immediatamente il profumo di bergamotto al suo interno : piacevole ricordo dei nostri primi incontri. In cucina vi erano i resti dell’ "ultima cena" prima della presunta partenza, una pigna di piatti nel lavello e un pavimento che lasciava un poco a desiderare.
"Scusa il macello in cucina". Disse un po’ imbarazzata.
"Sei seria? Io faccio di peggio!".
"Lo so...".
Dal balcone della cucina si poteva ammirare l’affascinante paesaggio di Cassinetta Di Lugagnano caratterizzato da lunghi prati verdi e grandi fattorie. La stanza da letto, rispecchiava in pieno la dolce personalità di Silvia : il letto munito di lenzuola e cuscini neri; fate da collezione, elfi e gnomi posti sulle varie mensole; i muri coperti di poster e i ritagli di giornale dei suoi gruppi musicali preferiti; ma quello che mi colpì più di tutti fu l’enorme libreria. Leggere le apriva la mente, facendole amare cose che non avrebbe mai pensato di poter apprezzare.
Quel giorno, la sua primaria preoccupazione fu appunto quella di traslocare tutti i suoi libri in appositi scatoloni per poi trasferirli a casa nostra (ormai la chiamavamo così).
Fu una lunga e faticosa impresa! Tra i suoi infiniti libri riconobbi : "L'orrore di Dunwich" di H.P. Lovecraft, "L'inferno avrà i tuoi occhi" di Silvia Montemurro, "La Colpa" di Lorenza Ghinelli, "I racconti vol. 1" di Edgar Allan Poe, "Il corpo e il sangue di Eymerich" di Valerio Evangelisti e la saga completa delle avventure di Mario Corvino; il giornalista di cronaca nera inventato da Massimo Lugli.
Fu stupendo osservarla maneggiare i libri come se fossero pezzi da museo.
"Sai, il proprietario della mia libreria preferita una volta mi ha detto che alcuni libri non li legge per paura di rovinarli aprendoli...". Disse accarezzando tra le mani un libro di Charlotte Armstrong.
"E fai anche tu cosi?".
"Umhh... no!". Diventò rossa in viso.
Ormai a lavoro ultimato, Silvia mi passò gli ultimi libri rimasti sugli scaffali. Arrivai così a reggere un libricino rosso senza intestazioni ed interamente cosparso di polvere.
"Da dove sbuca questo?". Le domandai stupito.
Lei avvicinandosi prese il libro dalle mie mani con l'incredulità stampata sul volto : "Non so... mai visto prima...".
Incuriosito soffiai via la polvere dalla copertina e lo aprii. L'inconfondibile suono delle pagine tenute insieme a malapena dalla colla arrivò puntuale, insieme al miasma di muffa.
"Sembrerebbe un diario...". Osservai intento a decifrare la scrittura logorata dal tempo. A monte della prima pagina vi era solamente la seguente scritta in corsivo, con tutte le caratteristiche di una firma : Fabienne.
"Chi è Fabienne? Qualche tua amica?".
"Fabienne?? No, non conosco nessuna Fabienne...".
Silvia si sedette al mio fianco, sul pavimento invaso dagli scatoloni. Iniziai a leggere ad alta voce :
"17/06/1976 :
Davvero tristi sono le ragnatele tessute dal destino. Appaiono lugubri agli occhi di chi attende invano compiersi il proprio fato. Sono invece misere, squallide e funeste per chi ha già incontrato una sorte indesiderata. Colui che apre il "terzo occhio" è solitamente invidiato e venerato dalla massa; essa è inconsapevole dell'inferno vivente in cui sprofondano appunto migliaia di persone "privilegiate" di possedere questo dono. Vorrei che qualcuno mi privasse di questa aberrante vista, portatrice di deliranti visioni. Per buona parte, esse sono imbevute del più atroce degli orrori. Di rado mi è capitato di assistere a piacevoli scenari, sempre invocati dalla mia anima afflitta dal dolore ."
Lessi irrequieto le sinistre righe interrompendomi a tratti per decifrare la grafia confusa; chi scrisse quelle righe era sicuramente in preda ad una crisi di panico.
"Sembrerebbe che questa Fabienne, sempre se la firma in prima pagina è la sua, ha le tue stesse facoltà Silvi!".
"B-basta! Finiamo di sistemare qui...". Disse scattando in piedi e dirigendosi verso la finestra.
Lentamente mi avvicinai a lei, avvolgendola in un tenero abbraccio da dietro : "Che c'è amore?".
"Niente...". La voce affannata. "E' solo che... ogni volta che ne sento parlare, rivivo tutto...".
"Scusa, non avrei mai dovuto leggere questo diario in tua presenza...".
"Ma no, figurati. Non potevamo sapere cosa conteneva quel libro, come ti ho detto non mi sono mai accorta di averlo... è molto strano!".
"Forse l'avrai comprato e non te ne ricordi, o qualcuno l'ha dimenticato a casa tua...".
"Non credo, nessuno ha mai portato libri a casa mia... ricordo sempre tutti i libro che compro...". Non misi mai in dubbio la sua memoria eccezionale; nemmeno quello volta.
"Beh, io credo che...". Un rumore assordante provenne dalla cucina. Giunti sulla soglia, notammo tutti i piatti presenti nel lavello a terra in mille pezzi.
"Oh cazzo!". Imprecò Silvia, attenta a non calpestare tutti quei rimasugli di stoviglie.
"Ma...com’è possibile?”. Leggermente sconvolto, non mi accorsi di avere ancora tra le mani quel memoriale rosso sangue.
"Buttalo via...".
"Cosa?". Domandai sorpreso.
"Il diario... buttalo via!".
"Ma dai... ma non crederai mica che..."
"Tomas!". La voce ferma, lo sguardo serio, quasi minaccioso. "Ho detto buttalo via!". Un brivido percorse tutta la mia spina dorsale.
"I-io..." Mi resi conto di soffrire di balbuzie in quel momento.
"Dammi qui, facciamo come ti dico...". Silvia strappò il diario dalla mie mani buttandolo in un sacco di plastica.
"Domani va messa fuori la carta? Bene, questo è il mio ultimo contributo da cittadina di Cassinetta Di Lugagnano...".
"Si, ma mi sembra tutto incredibile...".
"Lo so, ma è meglio così...".
Ritornando in camera, concludemmo il lavoro. Lei non sembrò badare molto a quello che era appena successo; forse fu abile a camuffare la sua inquietudine dietro i suoi celestiali sorrisi. Nel tardo pomeriggio portammo fuori casa l'immondizia. Uno di quei sacchi trasparenti conteneva il diario sbucato dal nulla, insieme ad una discreta quantità di cartacce. Allontanandoci in macchina, sommersi da infiniti scatoloni, fissai quel sacco domandandomi quale forza avevo "scatenato" leggendo quelle righe.
"Beata te!". Pensai rigirandomi nel letto ormai zuppo dell'essenza insonne. "Beata te mica tanto! Se fosse successo a me, probabilmente sarei impazzito".
I pochi momenti in cui il mio corpo fu prossimo ad abbandonare il mondo della veglia, furono più volte interrotti da un suono acuto. La caratterista di questo suono era simile ad un campanello o meglio ancora ad un citofono. Sicuro di percepirlo realmente, arrivai al punto di alzarmi dal letto per ispezionare la casa. Per rispetto non la svegliai; ebbe già abbastanza tormenti in quei giorni. Cercai conforto in una sigaretta. Invano, i miei nervi si agitarono ancora di più : conseguenza dell'inutile atto di immettere nicotina nei polmoni. Sfinito, ritornai a letto.
Illuminata dal caldo sole estivo penetrato dalla persiane, l’odiosa sveglia segnò le 7.15. Proprio osservando le lancette scandire tristemente lo scorrere del tempo, sentii finalmente giungere il dolce tepore del sonno. Piacere interrotto da una mano sul mio petto : la sua candida mano.
“Sono le sette…”.
“Mmmm… Ho visto…”.
“Ma non hai dormito?”.
“No, dormirò pazienza. Oggi andiamo a casa tua?”.
“Si, ho un po’ di cose da prendere…”.
Quanto fu piacevole sentirla parlare sottovoce; quasi dimenticai la triste notte insonne.
L'appartamento di Silvia si presentò abbastanza ordinato nonostante la sua assenza. Riconobbi immediatamente il profumo di bergamotto al suo interno : piacevole ricordo dei nostri primi incontri. In cucina vi erano i resti dell’ "ultima cena" prima della presunta partenza, una pigna di piatti nel lavello e un pavimento che lasciava un poco a desiderare.
"Scusa il macello in cucina". Disse un po’ imbarazzata.
"Sei seria? Io faccio di peggio!".
"Lo so...".
Dal balcone della cucina si poteva ammirare l’affascinante paesaggio di Cassinetta Di Lugagnano caratterizzato da lunghi prati verdi e grandi fattorie. La stanza da letto, rispecchiava in pieno la dolce personalità di Silvia : il letto munito di lenzuola e cuscini neri; fate da collezione, elfi e gnomi posti sulle varie mensole; i muri coperti di poster e i ritagli di giornale dei suoi gruppi musicali preferiti; ma quello che mi colpì più di tutti fu l’enorme libreria. Leggere le apriva la mente, facendole amare cose che non avrebbe mai pensato di poter apprezzare.
Quel giorno, la sua primaria preoccupazione fu appunto quella di traslocare tutti i suoi libri in appositi scatoloni per poi trasferirli a casa nostra (ormai la chiamavamo così).
Fu una lunga e faticosa impresa! Tra i suoi infiniti libri riconobbi : "L'orrore di Dunwich" di H.P. Lovecraft, "L'inferno avrà i tuoi occhi" di Silvia Montemurro, "La Colpa" di Lorenza Ghinelli, "I racconti vol. 1" di Edgar Allan Poe, "Il corpo e il sangue di Eymerich" di Valerio Evangelisti e la saga completa delle avventure di Mario Corvino; il giornalista di cronaca nera inventato da Massimo Lugli.
Fu stupendo osservarla maneggiare i libri come se fossero pezzi da museo.
"Sai, il proprietario della mia libreria preferita una volta mi ha detto che alcuni libri non li legge per paura di rovinarli aprendoli...". Disse accarezzando tra le mani un libro di Charlotte Armstrong.
"E fai anche tu cosi?".
"Umhh... no!". Diventò rossa in viso.
Ormai a lavoro ultimato, Silvia mi passò gli ultimi libri rimasti sugli scaffali. Arrivai così a reggere un libricino rosso senza intestazioni ed interamente cosparso di polvere.
"Da dove sbuca questo?". Le domandai stupito.
Lei avvicinandosi prese il libro dalle mie mani con l'incredulità stampata sul volto : "Non so... mai visto prima...".
Incuriosito soffiai via la polvere dalla copertina e lo aprii. L'inconfondibile suono delle pagine tenute insieme a malapena dalla colla arrivò puntuale, insieme al miasma di muffa.
"Sembrerebbe un diario...". Osservai intento a decifrare la scrittura logorata dal tempo. A monte della prima pagina vi era solamente la seguente scritta in corsivo, con tutte le caratteristiche di una firma : Fabienne.
"Chi è Fabienne? Qualche tua amica?".
"Fabienne?? No, non conosco nessuna Fabienne...".
Silvia si sedette al mio fianco, sul pavimento invaso dagli scatoloni. Iniziai a leggere ad alta voce :
"17/06/1976 :
Davvero tristi sono le ragnatele tessute dal destino. Appaiono lugubri agli occhi di chi attende invano compiersi il proprio fato. Sono invece misere, squallide e funeste per chi ha già incontrato una sorte indesiderata. Colui che apre il "terzo occhio" è solitamente invidiato e venerato dalla massa; essa è inconsapevole dell'inferno vivente in cui sprofondano appunto migliaia di persone "privilegiate" di possedere questo dono. Vorrei che qualcuno mi privasse di questa aberrante vista, portatrice di deliranti visioni. Per buona parte, esse sono imbevute del più atroce degli orrori. Di rado mi è capitato di assistere a piacevoli scenari, sempre invocati dalla mia anima afflitta dal dolore ."
Lessi irrequieto le sinistre righe interrompendomi a tratti per decifrare la grafia confusa; chi scrisse quelle righe era sicuramente in preda ad una crisi di panico.
"Sembrerebbe che questa Fabienne, sempre se la firma in prima pagina è la sua, ha le tue stesse facoltà Silvi!".
"B-basta! Finiamo di sistemare qui...". Disse scattando in piedi e dirigendosi verso la finestra.
Lentamente mi avvicinai a lei, avvolgendola in un tenero abbraccio da dietro : "Che c'è amore?".
"Niente...". La voce affannata. "E' solo che... ogni volta che ne sento parlare, rivivo tutto...".
"Scusa, non avrei mai dovuto leggere questo diario in tua presenza...".
"Ma no, figurati. Non potevamo sapere cosa conteneva quel libro, come ti ho detto non mi sono mai accorta di averlo... è molto strano!".
"Forse l'avrai comprato e non te ne ricordi, o qualcuno l'ha dimenticato a casa tua...".
"Non credo, nessuno ha mai portato libri a casa mia... ricordo sempre tutti i libro che compro...". Non misi mai in dubbio la sua memoria eccezionale; nemmeno quello volta.
"Beh, io credo che...". Un rumore assordante provenne dalla cucina. Giunti sulla soglia, notammo tutti i piatti presenti nel lavello a terra in mille pezzi.
"Oh cazzo!". Imprecò Silvia, attenta a non calpestare tutti quei rimasugli di stoviglie.
"Ma...com’è possibile?”. Leggermente sconvolto, non mi accorsi di avere ancora tra le mani quel memoriale rosso sangue.
"Buttalo via...".
"Cosa?". Domandai sorpreso.
"Il diario... buttalo via!".
"Ma dai... ma non crederai mica che..."
"Tomas!". La voce ferma, lo sguardo serio, quasi minaccioso. "Ho detto buttalo via!". Un brivido percorse tutta la mia spina dorsale.
"I-io..." Mi resi conto di soffrire di balbuzie in quel momento.
"Dammi qui, facciamo come ti dico...". Silvia strappò il diario dalla mie mani buttandolo in un sacco di plastica.
"Domani va messa fuori la carta? Bene, questo è il mio ultimo contributo da cittadina di Cassinetta Di Lugagnano...".
"Si, ma mi sembra tutto incredibile...".
"Lo so, ma è meglio così...".
Ritornando in camera, concludemmo il lavoro. Lei non sembrò badare molto a quello che era appena successo; forse fu abile a camuffare la sua inquietudine dietro i suoi celestiali sorrisi. Nel tardo pomeriggio portammo fuori casa l'immondizia. Uno di quei sacchi trasparenti conteneva il diario sbucato dal nulla, insieme ad una discreta quantità di cartacce. Allontanandoci in macchina, sommersi da infiniti scatoloni, fissai quel sacco domandandomi quale forza avevo "scatenato" leggendo quelle righe.

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