"Questo è il più bel regalo che potevo ricevere nella vita". Pensai mentre nel letto le accarezzavo i capelli e la parte superiore delle orecchie. Sperai di non svegliarla, ma per via del suo sonno leggero, lei alzò la testa di scatto verso di me fissandomi negli occhi.

"Questa me la paghi...". Bisbigliò ancora assonnata.

Un istante dopo, la sua mano si fece strada lungo il mio petto, fino ad arrivare alla mia pancia ed andò giù, sempre più giù. L’eccitazione crebbe.

Dopo avermi baciato appassionatamente, Silvia mi denudò privandomi del lenzuolo che copriva il mio corpo. Sistematasi tra le mie gambe, con un movimento carismatico e sensuale, fece scivolare la lingua calda lungo l'asta del mio pene. Il mio godimento sgorgò dritto nella sua bocca, nutrendola del caldo nettare di piacere.

Pulendosi accuratamente i lati della bocca con un fazzoletto e deglutendo il mio eiaculato, mi disse con aria fiera : "Buongiorno amore...".

"Buongiorno mia vampira". Risposi io con un filo di voce.

Come da tradizione, il post-sesso orale dovrebbe conseguire dolci coccole giusto? Ecco, fu esattamente così. Tra le sue carezze però non fui più in grado di  trattenere una domanda :  "Perché sei tornata?".

La sua mano smise di accarezzarmi il petto : "Perché ti amo Tomas… ti ci vuole una vita a capirlo?".

"Anch'io ti amo Silvia, ma non è che sei tornata per i soldi? Io sono un uomo ricco e...".

"Tu sei ricco per quello che sei, per quello che hai dentro”. Disse mettendosi a sedere sul letto.

“Resterai sempre il mio Tommi con o senza soldi... certo, me l'hai combinata grossa, ma io sono una persona che perdona facilmente ma, attenzione, non dimentico!".

"Sono stato uno stronzo, forse non merito il tuo perdono".

La sua voce assunse un tono di rimprovero : "Non cominciare! Smettila di sottovalutarti, non lo sopporto! Dovresti avere più fiducia in te stesso... è per questo che commetti ancora certi sbagli! Ti aiuterò in tutti i modi, fidati!".

“Ora, se il signore acconsente desidererei pernottare nella sua umile dimora a tempo indeterminato”. Scherzò alzandosi dal letto e allacciando il reggiseno.

"Ma certo mia nobile signora”. Le dissi prendendole la mano improvvisando un passo di danza.

“E casa tua?” .

"Non ho nessuna voglia di tornarci...". Rispose distratta cambiando discorso immediatamente : "Cosa facciamo per pranzo?! Insalata russa? Spiedini di carne? Oppure un bel piatto di pasta aglio, olio e peperoncino??".

"Perché non ci mangiamo due belle bistecche con una insalata di patate?".

"Oh sssiii! Però a patto che tu cucini le bistecche!".

"Silvia..." le dissi quasi irritato.

"Lo so che mi aiuti, non si può mai scherzare con te!". Persi il conto dei baci che mi donò così dolcemente.

La nostra prima giornata da “conviventi” andò decisamente bene : la conoscevo da solamente un mese ma intorno a lei mi sentivo cosi sicuro, protetto e appagato.

“Il primo mese è sempre bello, anzi direi di più i primi mesi. Poi cominciano le beghe!”. Le parole di Susy, mia confidente numero uno ora madre di due gemelli, risuonarono nella mente; mi disse ciò quando esposi i mie progetti di convivenza con Michelle.

Cercai di non pensare più di tanto ai pareri altrui, godendomi una buona pizza all’ora di cena : la prima in compagnia di una presenza femminile in due anni.

“A noi Silvietta, alla nostra felicità!”. Alzai il bicchiere di birra tintinnando contro il suo.

“A noi!”. Qualche segno di sconforto sul suo volto.

“Cosa c’è?”.

“Niente… sai, spero che questa felicità non… no niente, Salute!”.

“Hai ancora sentito qualcosa?”.

“No, non ho più esperienze da un bel po’, non preoccuparti! Vuoi un po’ delle mie patatine? Sono quasi piena!”.

Accettai le patatine con entusiasmo, mascherando la lieve preoccupazione. Dal profondo del cuore sperai che quella fosse la verità; Silvia non doveva più subire certe pene.

“Oggi è sabato Silvi, dobbiamo festeggiare il tuo ritorno!”. Le feci riapparire il sorriso.

“E come??”.

“Cowboys guest ranch?”.

“Ahahaha! Cosa?? Quel posto di vaccari??”. 

“Ma si dai, ti era piaciuto nel secondo weekend che siamo usciti insieme!”.

“Ok, sta volta ti lascio vincere! Aspetta che vado a prepararmi…”.

L’attesa fu interminabile, a tal punto da farmi pensare che stesse per andare in scena sul set di "Giulietta Degli Spiriti".

Quando finalmente la porta del bagno si aprì, sbuffai un liberatorio :  

"Finalmente!".

"Smettila!". Ringhiò lei.

"Quanti uomini hai deciso di far cadere ai tuoi piedi stasera?".    

"Scemo... i bifolchi non mi piacciono, preferisco i metallari...".

Squisitamente divina : la scollatura della maglietta nera, ampia ma per niente volgare, lasciava intravedere il morbido seno; sopra di essa un giubbotto di jeans senza maniche con cucite sopra alcune toppe. Il trucco non eccessivamente pesante, donava al viso un’aria principesca e allo stesso tempo sbarazzina. La gonna di jeans a scoprire le divine gambe abbondanti così lisce, così morbide. Scherzosamente si avvicinò al mio naso intenta a lasciare il segno del suo rossetto splendente.  

Il timido tramonto lasciò spazio all'elegante manto scuro della sera; contemplarlo in macchina fu stupendo : “Guarda che sfumature, se fossi brava a dipingere mi metterei a fare un quadro cosi!”. Disse Silvia salutando il sole dietro le nuvole.

"Aspetta! Mettiamo qualcosa a tema per la serata!". Osservai le sue mani afferrare le infinite cassette sparse ovunque.

"Ma che casino hai qui?? Ma dov'è finita???".

"Ma cosa stai cercando? Si può sapere??".

"Trovata!". La cassetta entrò velocemente nello stereo.

"El Rodeo" dei Kyuss esplose semplice e genuina dalla casse.

Silvia cantò spensierata, mentre io ammiravo le ottime affinità che nutriva verso la musica. E’ sempre un piacere sentire una donna che dedica se stessa alla stupenda attività del canto.  
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Profilo Autore: luke676  

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Essere “ricco” può avere molto vantaggi, ma allo stesso tempo può anche non significare niente. Fidatevi, lo scrive uno che ha avuto la fortuna di vincere due milioni di euro al famoso gioco “gratta e vinci” . Al momento della vincita buttai un paio di mutande macchiate di sperma, ma quella notte, 8 giugno 2015, pensai : “E ora che me ne faccio di tutto questo?”.

La mia cara vecchia villa, non sembrò risplendere come un tempo; credo abbia pianto anche lei quella sera. Desiderai così a lungo  poterla acquistare e ci riuscii.  Il vecchio Harold Boffa stava tirando le cuoia  (conseguenza di tutte le macumbe dei figli spettanti una eredità dalla cifre impronunciabili) in compagnia di un tumore maligno al fegato e di una massiccia badante ucraina. Quando Harold spirò, anticipai tutti i figli offrendo loro il doppio dei soldi che possedeva il vecchio taccagno. L'edificio in questione,  costruito su due piani, era abilitato ad ospitare tranquillamente due famiglie vista la sua grandezza e le sue enormi ed accoglienti stanze.  Affacciata ad un campo di granoturco, la casa si trova al numero 14 della via in cui sono cresciuto, ovvero via Lorna Maitland a Marcallo Con Casone (MI).  

Una volta entrato in casa, non tolsi nemmeno i vestiti bagnati di dosso. Con un gesto di noncuranza, mi buttai sul letto a fissare il soffitto : il viso irritato di Silvia sbraitare quelle parole affilate come coltelli, stava ancora davanti ai miei occhi.  

La peggiore sensazione che un essere umano può  percepire è quella di "vuoto"; io in quel momento la stavo percependo a livello massimo. Nulla porta più tristezza del ricordo di una persona o di qualcosa lasciato alle spalle. Nonostante facesse male, mi piacque ricordarla accarezzarsi l'interno del labbro inferiore per poi portare il dito al naso. Non fui mai in grado di dirglielo, ma adoravo vederglielo fare. La osservavo durante i momenti di concertazione, aspettando che facesse quel bellissimo gesto.

“Che c’è?”. Lei mi chiedeva sorridendo.

“No, niente ti guardavo…”. Rispondevo io sempre imbarazzato.  

Alzandomi dal letto, camminai senza scopo su e giù per la casa, fino a giungere al mio tempio visivo – sonoro. Diedi un’occhiata distratta a cd, musicassette e agli infiniti vinili accuratamente depositati su muraglie di scaffali. Il mio "reparto" dvd brulicava infiniti titoli, ma ovviamente mi misi a sfogliare i preferiti di Silvia : "La ragazza di Bube", "La Strada", "Horror High", "Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata", "Il Clan Dei Barker", "Le notti di  Cabiria" e "Paura nella città dei morti viventi".

Osservando la fiera figura di Shelly Winters con tanto di mitra e sigaro, necessitai di fumare una sigaretta all'aria aperta. Presi l’ultima dal pacchetto, quasi attento a non rovinarla. Appena aprii la porta mi cadde la sigaretta di bocca : una nera figura stava di fronte a me nel pianerottolo esterno. Lanciai un grido soffocato, mentre con la mano cercai l'interruttore della luce che fortunatamente trovai subito.

Non potevo credere a ciò che vidi : era lei, bagnata fradicia, circondata da borse e  borsoni. Per i primi venti secondi non ebbi una chiara idea di quello che stava succedendo; fui sul punto di tirarmi uno schiaffo come per rinvenire da un sogno. Le parole si strozzarono in gola, le gambe tramutarono in gesso, la saliva venne a mancarmi.  

"I-Io non...non volevo spaventarti...".

Non sperai minimamente di poter risentire quella voce. La commozione prese il sopravvento all’istante e mi accorsi che lei stava già piangendo con la testa leggermente chinata in avanti. Riacquistando il dono della mobilità mi avvicinai a lei.

La abbracciai, la abbracciai, la abbracciai e la abbracciai.

La pioggia sembrò accarezzare i nostri corpi, lungi dall’essere divisi. Non ricordo quanto tempo passammo sotto la pioggia cercando le labbra e le guancie altrui. 

Tutto quello che mi venne da dirle, fu un solamente un sussurro all’orecchio : "Come hai fatto ad entrare?".

Appena sentì la mia domanda, mi guardò negli occhi con aria di compatimento : "Il tuo peggior difetto è quello di dimenticare sempre le porte socchiuse... cancelletto compreso!".

La baciai ancora, assaporando qualche goccia di pioggia caduta innocentemente sulle sue labbra.

"Vieni dentro o qui finisce che ci ricoverano entrambi all'ospedale per bronchite fulminante". Le dissi prendendole la mano.

"Oh, aspetta le valigie!"

"Lascia faccio io" .

dieci secondi di silenzio...  "Ok... ma prima baciami ancora...". 
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Profilo Autore: luke676  

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La superstrada Milano – Malpensa venne resa quasi invisibile dalla pioggia. Distinsi appena le varie uscite dal finestrino tormentato dalle enormi gocce. Correndo a più non posso, sperai di essere ancora in tempo a fermarla.

"Tomas... dimentichiamoci... domani raggiungo nonna Edda a Mosca... lascia perdere, non funzionerà mai". La sua risposta al mio patetico messaggio inviatole su facebook quarantotto ore prima.

Accesi il televisore precipitandomi ad esaminare tutti i voli in partenza “Malpensa - Mosca Sheremetyevo” del giorno successivo. L'unico volo di martedì' 9 giugno 2015 partiva alle ore 23:00.  Non cenai quella sera; il solo pensiero del cibo provocò in me una odiosa repulsione. Il mio unico obiettivo fu quello di mettere in moto la mia Fiat Brava e tirarla a tutta velocità verso Malpensa.

Giunsi all’aeroporto alle ore 19.27,  senza accorgermi di aver parcheggiato nella corsia dei Taxi. Appena misi fuori il muso, il temporale mi investì. Senza badare alla pioggia e alla macchina lasciata aperta, corsi a perdifiato all’interno. Guardai ansioso in ogni banco delle varie compagnie aeree, notando finalmente la sagoma di Silvia girata di spalle. Era al banco della Lufthansa, di fronte ad una impiegata rachitica e occhialuta. Se in quel momento avessi spalancato la bocca, il cuore sarebbe cascato a terra.

"Lei è la signorina Silvia Salina, nata il 24 marzo 1985 a Magenta. Residente a Cassinetta di Lugagnano in via Giacomo Matteotti numero 26... perfetto! Prego, prenda queste carte e si rechi al...".  Lo sgomento apparve immediatamente sul volto ossuto dell'impiegata, mentre tenevo Silvia salda tra le mie braccia.

Con una espressione incredula e infastidita cercò di liberarsi : “Vattene!”.

Quanta tristezza provai notando i suoi occhi arrossati, tipici di qualcuno che aveva appena smesso di piangere. Lei è sempre stata più forte di me, e lo fu anche quel momento. Ruppe la presa, come liberandosi dalle lunghe chele di un insetto ributtante.

“Aspetta! Non andare…”. Ma lei non rispose; mi evitò trascinando il trolley violetto verso il Gate.

Cercai di starle al passo; la mia voce si fece supplichevole : “Lascia che ti spieghi... Io sono disposto a cambiare per te!”.

Appena sentì la parola “cambiare” il suo volto assunse un colorito bordò :

“Cambiare? Tu hai paura del cambiamento... non crescerai mai, come tutti gli uomini! Sei e resterai immaturo a vita! Hai illuso una povera ragazza per più di un anno ed ora che non hai  le palle a sufficienza per affrontare la cosa, l'hai scaricata! Io non farò la stessa fine! Ma poi che ci fai qui? Mica dovevi essere a casa a parlare con  "qualche signora tettona" in chat come dicevi tu?? Ora se non ti dispiace, sono già in ritardo...".

Un tir con a bordo un autista slavo ubriaco mi investì in pieno. Fui morto in mezzo a tutta quella gente che recuperava biglietti e bagagli per raggiungere mete lontane. Una parte di me se ne stava andando per sempre nel cielo tempestoso.

 "Signore, è sua la macchina davanti all'entrata?". Una voce con forte accento romano mi risvegliò dallo stato di trance.

“Si…”.

“Beh non può stare li! La rimuova subito!". Ma io non prestai attenzione all’agente aeroportuale; continuai a guardare verso il Gate sperando che tornasse indietro.

“Ao'! Me senti? T'ho detto che devi rimove 'a macchina! Ma che te sei preso?". Ringhiò lo sbirro emanando un fetore di caffè e sigarette.

"S-si... mi scusi, adesso me ne vado".

Avevo perso ancora una volta : non mi restò che camminare a mo di zombi verso l’uscita. Grazie alla buon’anima di nonna, l’agente vagamente somigliante a Nello Pazzafini non inflisse nessuna ammenda. Intanto la tempesta fuori non dava segni di cedimento, quella nella mia mente non era niente a confronto.

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