Le uscite in campagna, nella tarda primavera, ci trasportano in un universo parallelo, un mondo che troppo spesso dimentichiamo, travolti da una multudine di impegni , costretti a barcamenarci in una realtà tra il frenetico ed il virtuale che ci allontana sempre più dal nostro sentire, dalla nostra vera essenza.
Non ci fermiamo mai ad ascoltare il fruscio delle fronde di un faggio nel bosco raramente respiriamo a pieni polmoni l'aria pura durante una passeggiata in montagna ne rimiriamo una distesa smisurata di spighe di grano impreziosita da una fitta fioritura di papaveri rossi come rubini.
A questo pensava Edith , che all'età di 27 anni dopo aver vinto una borsa di studio, si era trasferita nell'affascinante Londra, allontanatosi dal paesino nel quale aveva trascorso la maggior parte dell'infanzia.
Ed ora era lì , seduta sulla valigia, con i capelli che si confondevano col grano e le coprivano una parte del viso. Lì nel campo che aveva fatto da cornice ai suoi giochi , alle estati trascorse a rincorrersi , ridere , scherzare con le figlie di Luce. Ora era tornata in paese solo per una triste ricorrenza, Luce o per meglio dire la sua vice-madre era venuta a mancare scivolando nell'altra dimensione in tutta facilità, durante il sonno
Era una donnina esile dagli occhi cerulei incorniciati da una nube di capelli dapprima neri, negli ultimi anni che tendevano ad imbiancarsi così da farla sembrare una creatura di zucchero -filato.
Edith sin dalla prima volta che l'aveva vista, aveva pensato che mai nome per lei sarebbe stato più appropriato, poiché a partire dai tre anni era stata il faro della sua esistenza. I suoi veri genitori da quel viaggio nel lontano maggio nel 1943 non li aveva più rivisti. Li pensava ogni giorno: la mamma dal bel sorriso di fata con le mani morbide e delicate , il babbo riccioluto e talvolta autoritario. Così da un giorno all'altro senza che lei potesse capire bene il perché era diventata la terza figlia d Luce, amata e vezzeggiata se non più , al pari delle sue figlie di pancia.
Quando finì la guerra Edith aveva poco più di cinque anni , ogni giorno stava affacciata alla finestra del grande salone, saliva su un panchetto per guadagnare una migliore visuale sperando un giorno o l'altro, di veder sbucare il volto della sua mamma, quella vera , all'uscio della porta:
" Andiamo a mangiare un bel gelato alla vaniglia tutti insieme! Vieni angelo mio !"
Questo sarebbe stato il suo più grande desiderio, ma quel giorno non arrivò mai .
Edith si era abituata a starsene sempre un po' nell'ombra come una formica sul muro bianco per non disturbare , sempre un po' diffidente non per cattiveria ma per il timore di essere nuovamente abbandonata.
Quando a 21 anni Luce le aveva consegnato una lettera indirizzata a lei da sua madre, la ragazza non aveva voluto nemmeno aprirla: " Siete voi la mia famiglia!" Aveva sospirato,lasciando bruciare nel caminetto quel foglio misto alle parole che per lei non avevano poi un così grande significato, non considerando il fatto, che si sarebbe amaramente pentita di aver assecondato quel gesto impulsivo.
Nonostante le innumerevoli sofferenze di una giovinezza in continuo tormento Edith, fino a qualche mese prima si sarebbe definita una donna realizzata. Conduceva una vita tranquilla svolgendo la professione di infermiera con Mark un uomo meraviglioso, l'anima più pura e leale che avrebbe mai potuto incontrare nel suo percorso di vita, ma che ormai da un anno l'aveva lasciata come la sua vera madre , dall'oggi al domani. Solo un biglietto sul tavolo ancora imbandito dalla colazione: " A breve sarò padre " lei era scoppiata in un pianto ininterrotto regredendo all'infanzia, e aveva vissuto un momento di grande crollo emotivo. Non era mai semplice lasciarsi quindici anni di matrimonio alle spalle . Ora Edith che aveva ereditato questo raffinato nome di matrice francese complice la passione di sua madre per la minuta e potentissima Edith Piaf tenendo tra le mani il filo di un acquilone che aveva trovato in chissà quale angolo rintanato del salone era immersa nel campo di grano e papaveri. Mentre ripensava ai versi di una canzone di De Andrè era finalmente diventata conscia che la rinascita sarebbe dipesa dalla riscoperta della sua libertà. Apri la valigia e non si stupi di trovarvi la parte superiore dell'acquilone , l'aveva portata con sé appositamente, un tenero ricordo d'infanzia. Lo monto' e lo osservò volteggiare nell'aria , tirando un sospiro di sollievo. Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior.

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