Di quanti "vorrei ma non posso", è piena la mia vita finora trascorsa. Tanti bagagli disfatti nel mio passato. Vivo un oggi, in cui a malapena mi ci intravedo. Mi intrometto furtivamente nella mia vita; ma è come se non mi appartenesse mai completamente. A volte mi estraneo da tutto ciò che è mio: mi succede perché non posso vivere come vorrei. Tutt'intorno scorgo montagne colorate, dove desidero cogliere fiori, per poterli piantare nei miei enormi vasi, che rimangono purtroppo ancora vuoti. Mi perdo nei cieli azzurri e i miei occhi inseguono colombe che in stormo migrano: ne attendo il ritorno e mentre aspetto, passa il tempo. Vorrei che tutto corresse in fretta e non si fermasse mai e che quello che deve succedere poi,accadesse prima. In un'inesplorata natura incontaminata e su terreni vergini, langue il mio sguardo. Tramonti e libellule si librano virtuose nell'aria ed io convivo con un oggi che non mi consente di prendermi la mia vita. La vorrei tutta da vivere la mia vita. Incuriosita osservo l'andirivieni dei passanti. Quanto è forte in me il desiderio di seguirli, ma devo fermarmi sempre prima di svoltare l'angolo. Da una finestra, ferma su una seggiola o su un dondolo vivo tutto il mio limite. Non un convenzionale e ipocrita limite, ma il "mio" limite. A mezz'aria e prima che finisca il concerto, prima dell'ultima pagina di un libro, prima del finire del giorno, devo sempre fermarmi. Non posso procedere, né contare i miei passi, né lasciare impronte, perché io, non ci sono mai completamente. Sono la metà di tutto o un semplice albero piantato nel terreno. Dal mio tronco si dipartono forti braccia, che si ricoprono, nonostante tutto, di verdi foglie. Continuo a spingere la mia carrozzella per vedere meglio, ma non posso guardare oltre: la panoramica ristretta non me lo consente. Ma quando i miei occhi si assopiscono e sognano, allora libero tutte le mie fantasie. Fra fuochi d'artificio concludo il mio volo e lascio cadere la mia seggiola. Gioiosa vedo le lucenti rotelline roteare libere e allora vado. Mi introduco in un treno che mi invita ad entrare in un cilindro luminoso. È il mio treno. Chiedo al conducente di portarmi a vedere tutto ciò che è visibile e poi procedo. Vado dove posso leggere fino alla fine tutti i miei inizi, mai portati a termine. Ma poi apro gli occhi e la realtà mi si presenta severa e questo mi angoscia. Ritorno a quel brutto giorno e ci sei tu e rovisto nei miei ricordi. Viaggiavamo spesso, ed insieme ci sentivamo i conquistatori del mondo. I tuoi grandi occhi celesti, lasciavano che mi tuffassi in un mare di promesse. -"stavolta sarà magica, te lo prometto"- me lo ripetevi spesso ed io mi allargavo in un largo sorriso di approvazione. Poi su per le montagne e giù per le valli. Quante soste in nome del nostro amore -"fermiamoci" mi ripetevi. "Ho voglia di te" e così fra i cicalecci dei grilli e mille promesse ci amavamo. Durante uno dei nostri viaggi, decidemmo di piantare la tenda in un ameno spiazzo rurale e la notte come sempre, fu spettatrice e complice dei nostri commenti amorosi. Tu ed io felicemente innamorati e il mondo ai nostri piedi. Mi svegliai dopo un sonno stranamente profondo e tu non eri accanto a me. Uscii dalla tenda e ti trovai lì riverso per terra, con uno stupido ramoscello fra le mani e il fornellino da campo ancora acceso. I tuoi occhi chiari guardavano il cielo, ma tu eri altrove. Seguitavo a chiamarti ma eri andato via. Non c'eri più. E il nostro futuro? E tutte le promesse e i domani pieni di noi..? Mi conforta il saperti in un mondo parallelo, dove un giorno forse, continueremo ad amarci. Il mio enorme senso di colpa non mi lascia tregua. Continuo a rimproverarmi di non essere intervenuta in tempo. Se mi fossi svegliata prima, forse sarei riuscita a strapparti alla morte. Vivo in un appartamentino di periferia e Adelina, un'amica di famiglia si prende cura di me e mi esorta a reagire, ma io sono rimasta lì, accanto a quel fuocherello acceso. Talvolta, nel silenzio della mia stanza muovo qualche passo. Si cammino, ma continuo a farlo di nascosto. Le pareti e l'arredo tacciono ed io non potendo, né volendo fare null'altro, attendo che tu ritorni nei miei sogni, per poter continuare assieme a te il nostro viaggio. Nessuno ha notato di quanto mi si è arrotondato il ventre. Per quanto ancora potrò nascondermi? Prima o poi dovrò svelare a qualcuno il mio segreto! Ma una notte forti dolori mi strappano al sonno. Grido con tutto il fiato che ho in gola-:"Adelina presto, chiama un taxi e avverti mamma e papà, il bimbo sta per nascere" - "chi signora, cosa?" mi risponde la poveretta interdetta - "il bambino. Sto per avere un bambino!"- urlando e camminando m'avvicino alla porta e Adelina, guardandomi come fossi una miracolata, balbettando e con la voce rotta dalla commozione, a malapena riesce a dire: "Ma lei cammina signora. O mio Dio. Miracolo", ripete concitata, poi si profonde in confuse spiegazioni telefoniche; alternando preghiere a segni della croce e perdendosi a tratti, in mariane congetture. Poi sei nato. Tre chili e cento di maschietto. Amore mio. Non ti vedo ma so che sei qui: ti sento. Rammento il ramoscello fra le tue mani e solo ora ne comprendo il significato. Un giovane virgulto doveva prendere vita e la fiammella accesa era la speranza in un domani tutto da vivere. So che in questo momento mi sei accanto, con tutto l'amore di cui sei capace. Avverto un leggero soffio e mi pare di ascoltare quella parolina che tanto mi piaceva e che spesso mi ripetevi. Una sola, meravigliosa, stupenda parola, che mi rendeva orgogliosa e mi invogliava a dare il meglio di me stessa.Mi carezzo le orecchie e so che sto sfiorando le tue labbra: le sento vibrare e sussurrare uno stupendo, meraviglioso:"Grazie." Fra poppate, pannolini e notti insonni, la mia vita continua ed io cammino, corro e poi ritorno a camminare. Quanto sono forti le mie gambe ora! Essendo i miei primi passi, mi volto compiaciuta a guardarne le impronte impresse nella sabbia e mi commuovo pensando che fra non molto seguiranno tanti meravigliosi passettini, disegnati dai piedini del mio fantastico bimbo.
3 commenti
· Ciao…scusa….ho inavvertitamente cliccato sulla tua icona, posizionata sopra quella di un caro amico. Scusami per il disturbo. Prometto che non succederà più !
· Aspetta, non andare via ! Sento la tua voce calda e serena, non voglio perderti. Lo so che potrà sembrare la solita, banale scusa per attaccare bottone. Non è così. Vivo d’amore, di sentimenti, di tenerezze e la tua voce ha queste caratteristiche.
· Ma dai, matto, lasciami andare, non ho tempo. Devo finire un lavoro per l’ufficio e ho altro da pensare.
· Non scherzo, benché un po’ matto lo sia davvero ! Sento la tua voce, è difficile che mi succeda, ma la sento. La voce della serenità, quella dei sentimenti celati che non si ha nemmeno l’idea di averli, ma, invece, regnano sovrani dentro di noi sotto una coltre di normalità.
· Ma che dici ! Come fai a sentire la mia voce se non ho la webcam e nemmeno il microfono ? Dai, fammi continuare ad essere gentile con te sparendo con un saluto ,un caro saluto anche se non ci conosciamo.
· Vedi ? Sei una persona ricca…di bontà. Non faresti del male nemmeno ad una mosca come non lo faresti ad un pachiderma come me ! Per questo io t’adoro.
· Ma…ma…sentilo ! Lui mi adora…ma se nemmeno mi conosci ! Che ne sai di me e di come sono. E quel che sono lo dico solamente al mio uomo.
· Lascialo ! Ci sei o sei andata via ? Ti ho detto lascialo perché ormai non potrai amare che me.
· Ahahahahah…mi fai ridere e non sei affatto simpatico, ora chiudo perché mi sono incavolata.
· Non mi dispiace, non volevo fare un torto a nessuno, tantomeno al tuo uomo…come lo definisci tu. E non puoi chiudere perché ora stai parlando con la mia anima non con un essere umano qualsiasi. Io ti amo e non posso fare a meno di dirtelo. Ormai sono entrato nei meandri del tuo cuore e non ne uscirò più.
· Ma sentilo ! Addirittura mi ama…ma cosa ti sei bevuto oggi ? Ciao, vado…
· Non puoi.
· Come non posso ? Vorresti segregarmi nelle tue oscure stanze ,agnello sacrificale delle tue perversioni ?
· No, ti offro il mio cuore e tutto l’amore del mondo. Ma tu hai già sentito dentro te dove vorrei portarti solo che sei ancora dubbiosa perché non predisposta a un tale evento.
· Sei troppo sicuro di te, addirittura spocchioso. Sei solo ?
· Si, certo, sono solo.
· Ma che hai capito, scemo di tre cotte! Dicevo se sei solo, se hai una donna, un affetto.
· Non ce l’ho al momento, al momento ci sei e resterai solo tu. Gli affetti fatui non fanno parte dei miei desideri.
· Ah ! Scusa, signor Casanova se ho fatto una domanda stupida ! Di certo, volendo, ne troveresti milioni di donne…
· Sarcasmo disarmante il tuo. In effetti potrei averne tante, ma ora ci sei tu ed il mio mondo finisce ora, con te.
· Sei pure romantico, questa l’ho gradita, anche se non la condivido. Ma tu, parli di qualcos’altro che non sia amore con altre persone ?
· Che fai, stai incominciando ad interessarti a me ?
· Giusto, scusa, mi sono lasciata andare. Ok, vado via.
· Non puoi andare, la curiosità è una brutta bestia…..
· Non sono né curiosa né pettegola…e di chi. poi, dovrei esserlo ? Tu sei solo un sognatore mentre io sono una realista.
· Beh, un progresso l’ho fatto, finalmente ! Da matto a sognatore è un bel passo. E, lo dici tu, sto diventando una realtà per te. Perchè io ti parlo e tu mi rispondi col cuore.
· Oggi te la sei presa col cuore. Ma lo capisci o no che sono innamorata, c’è già un uomo nella mia vita.
· Anche nella mia ci stanno molte donne, tutte le donne ma ora voglio solo te.
· Ora sei sgarbato ed arrogante. Mi tratti come una cosa…un giocattolo che vorresti tutto per te.
· Tu sei già mia ed io tuo. Non in un sogno ma nel cuore, spingi la porticina, aprilo e staremo assieme, per sempre.
· Tanto lo so come finirebbe ! Vorresti uscire con me per conoscermi ed inevitabilmente, inavvertitamente finiremmo a fare ginnastica sul letto di casa tua. Poi ognuno per se e Dio per tutti.
· Intanto ti sei posta un dubbio, cominci a cedere ? Io non ti conosco, non so se sei bella o brutta, alta o bassa se i tuoi attributi fisici mi aggradano o meno. Ti voglio solo per quel tuo scrigno dei sentimenti che celi dentro te così ben fornito di quei meravigliosi sentimenti colà rinchiusi. Sono un puro ?
· Che ne sai dei miei sentimenti tu, mica sei il mio uomo ! Se ne avessi di così mirabili sarebbero per lui e per nessun’altro.
· Eppure ancora non lo hai aperto ed essi sono ancora dentro.
· Beh, poco per volta….
· No, tu non lo ami, ti attrae e nemmeno molto. Quando arriverai a metà del tuo percorso con lui, guarderai dentro e scoprirai che sono ancora tutti li mentre solo il tuo corpo sarà modificato. Lascialo, io ti farò capire cos’è l’amore vero, quello che desideri e per cui metteresti in ballo tutti i tuoi sentimenti che sono la ragione per cui si ama veramente.
· …e dovrei dare il mio cuore a te…uno sconosciuto !
· Ma che dici, tu ancora non mi conosci perché non vuoi conoscermi, ma sai benissimo che io sono l’Amore. Detto questo, ti lascio andare ai tuoi impegni.
· Ormai….è tardi, penso che oggi non uscirò più. Parlare con te mi ha stremato, non ho più voglia di fare niente.
· Resterai qui con me ?
· Si….a chiacchierare…Ma spiegami meglio, cos’è l’amore per te ?
· Aspetta, non andare via ! Sento la tua voce calda e serena, non voglio perderti. Lo so che potrà sembrare la solita, banale scusa per attaccare bottone. Non è così. Vivo d’amore, di sentimenti, di tenerezze e la tua voce ha queste caratteristiche.
· Ma dai, matto, lasciami andare, non ho tempo. Devo finire un lavoro per l’ufficio e ho altro da pensare.
· Non scherzo, benché un po’ matto lo sia davvero ! Sento la tua voce, è difficile che mi succeda, ma la sento. La voce della serenità, quella dei sentimenti celati che non si ha nemmeno l’idea di averli, ma, invece, regnano sovrani dentro di noi sotto una coltre di normalità.
· Ma che dici ! Come fai a sentire la mia voce se non ho la webcam e nemmeno il microfono ? Dai, fammi continuare ad essere gentile con te sparendo con un saluto ,un caro saluto anche se non ci conosciamo.
· Vedi ? Sei una persona ricca…di bontà. Non faresti del male nemmeno ad una mosca come non lo faresti ad un pachiderma come me ! Per questo io t’adoro.
· Ma…ma…sentilo ! Lui mi adora…ma se nemmeno mi conosci ! Che ne sai di me e di come sono. E quel che sono lo dico solamente al mio uomo.
· Lascialo ! Ci sei o sei andata via ? Ti ho detto lascialo perché ormai non potrai amare che me.
· Ahahahahah…mi fai ridere e non sei affatto simpatico, ora chiudo perché mi sono incavolata.
· Non mi dispiace, non volevo fare un torto a nessuno, tantomeno al tuo uomo…come lo definisci tu. E non puoi chiudere perché ora stai parlando con la mia anima non con un essere umano qualsiasi. Io ti amo e non posso fare a meno di dirtelo. Ormai sono entrato nei meandri del tuo cuore e non ne uscirò più.
· Ma sentilo ! Addirittura mi ama…ma cosa ti sei bevuto oggi ? Ciao, vado…
· Non puoi.
· Come non posso ? Vorresti segregarmi nelle tue oscure stanze ,agnello sacrificale delle tue perversioni ?
· No, ti offro il mio cuore e tutto l’amore del mondo. Ma tu hai già sentito dentro te dove vorrei portarti solo che sei ancora dubbiosa perché non predisposta a un tale evento.
· Sei troppo sicuro di te, addirittura spocchioso. Sei solo ?
· Si, certo, sono solo.
· Ma che hai capito, scemo di tre cotte! Dicevo se sei solo, se hai una donna, un affetto.
· Non ce l’ho al momento, al momento ci sei e resterai solo tu. Gli affetti fatui non fanno parte dei miei desideri.
· Ah ! Scusa, signor Casanova se ho fatto una domanda stupida ! Di certo, volendo, ne troveresti milioni di donne…
· Sarcasmo disarmante il tuo. In effetti potrei averne tante, ma ora ci sei tu ed il mio mondo finisce ora, con te.
· Sei pure romantico, questa l’ho gradita, anche se non la condivido. Ma tu, parli di qualcos’altro che non sia amore con altre persone ?
· Che fai, stai incominciando ad interessarti a me ?
· Giusto, scusa, mi sono lasciata andare. Ok, vado via.
· Non puoi andare, la curiosità è una brutta bestia…..
· Non sono né curiosa né pettegola…e di chi. poi, dovrei esserlo ? Tu sei solo un sognatore mentre io sono una realista.
· Beh, un progresso l’ho fatto, finalmente ! Da matto a sognatore è un bel passo. E, lo dici tu, sto diventando una realtà per te. Perchè io ti parlo e tu mi rispondi col cuore.
· Oggi te la sei presa col cuore. Ma lo capisci o no che sono innamorata, c’è già un uomo nella mia vita.
· Anche nella mia ci stanno molte donne, tutte le donne ma ora voglio solo te.
· Ora sei sgarbato ed arrogante. Mi tratti come una cosa…un giocattolo che vorresti tutto per te.
· Tu sei già mia ed io tuo. Non in un sogno ma nel cuore, spingi la porticina, aprilo e staremo assieme, per sempre.
· Tanto lo so come finirebbe ! Vorresti uscire con me per conoscermi ed inevitabilmente, inavvertitamente finiremmo a fare ginnastica sul letto di casa tua. Poi ognuno per se e Dio per tutti.
· Intanto ti sei posta un dubbio, cominci a cedere ? Io non ti conosco, non so se sei bella o brutta, alta o bassa se i tuoi attributi fisici mi aggradano o meno. Ti voglio solo per quel tuo scrigno dei sentimenti che celi dentro te così ben fornito di quei meravigliosi sentimenti colà rinchiusi. Sono un puro ?
· Che ne sai dei miei sentimenti tu, mica sei il mio uomo ! Se ne avessi di così mirabili sarebbero per lui e per nessun’altro.
· Eppure ancora non lo hai aperto ed essi sono ancora dentro.
· Beh, poco per volta….
· No, tu non lo ami, ti attrae e nemmeno molto. Quando arriverai a metà del tuo percorso con lui, guarderai dentro e scoprirai che sono ancora tutti li mentre solo il tuo corpo sarà modificato. Lascialo, io ti farò capire cos’è l’amore vero, quello che desideri e per cui metteresti in ballo tutti i tuoi sentimenti che sono la ragione per cui si ama veramente.
· …e dovrei dare il mio cuore a te…uno sconosciuto !
· Ma che dici, tu ancora non mi conosci perché non vuoi conoscermi, ma sai benissimo che io sono l’Amore. Detto questo, ti lascio andare ai tuoi impegni.
· Ormai….è tardi, penso che oggi non uscirò più. Parlare con te mi ha stremato, non ho più voglia di fare niente.
· Resterai qui con me ?
· Si….a chiacchierare…Ma spiegami meglio, cos’è l’amore per te ?
Lui aveva il cuore debole, lo aveva sempre avuto. Gli bastava uno sguardo dolce, una vocina, una preghiera, per piegarsi al giogo del sacrificio all'altrui volere. Il suo passo era sempre stato incerto nel cimentarsi con le prove della vita, lo stesso passo incerto di chi si sofferma troppo nel pensare, senza sapere a cosa andrà incontro, interrogandosi e ponendosi mille quesiti accessori dalla dubbia utilità. Riversava le sue incertezze nel suo animo e di li scorrevano diritte verso il suo cuore, una spugna ormai consunta ed ingiallita dal tempo.
Lei era giovane e rabbiosa, aveva votato il suo cuore ad un ometto che non la rispettava ed aveva deciso di non rispettare più se stessa, aveva deciso di non votare più il suo cuore ad alcuno. Il suo culo era duro ed i suoi capelli li aveva tinti di rosso, la sua vita era frenetica e lo spazio per i sentimenti era altalenante.
Si conobbero ad una cena, lei decise di sedergli in braccio, di costringerlo a danzare sulle note del peccato, lei lo sedusse con un'insistenza propria della gioventù. Lui la lasciò fare, incredulo, come ogni volta che accadeva, e accadeva sovente, che una donna si buttasse ai suoi piedi. La prese per mano, facendosi trasportare nel turbinio degli eventi.
Quella notte le loro carni si fusero, meandri corporei furono esplorati e volti stanchi e sudati furono fissati nel silenzio. Dopo aver giocato, a lungo, lui si sorprese accorgendosi che lei lo fissava, invece che darsi al riposo, con un mezzo sorriso e con gli occhi pieni d'amore.
La poesia però è sempre effimera e spesso la prosa è decisamente meno entusiasmante, la poesia lascia enormi campi aperti in cui spaziare con la mente, la prosa calca limiti e distrugge la fantasia. Proprio come questo scritto. Vennero i tradimenti, vennero i distacchi, vennero i tentativi di rivalsa tra due cuori affascinati, ma non innamorati. Ancora corpi si unirono, ancora sguardi, sempre più labili, fino a sparire.
Quando dorme la notte, di tanto in tanto, a lui pare ancora di tenere la sua leggerissima testa adorna di capelli rossi poggiata sul suo bicipite. Quando dorme la notte, di tanto in tanto, lei ricorda le carezze moleste di lui ed un brivido la percorre.
Lui è ancora un "vecchio" dal cuore debole e lei una giovane piena di rabbia, ora i loro cuori non hanno più motivo di coesistere, cuori che battono tremendamente vicini eppur sordi l'uno all'altro. Solo silenzio e nient'altro in questa fresca serata di primavera che trasporta la malinconia tramutandola in ricordo, un ricordo spiegazzato che andrà presto a confluire nello spugnoso cuore di lui. Lo stesso ricordo spiegazzato che lei fingerà di scacciare ad ogni occasione, liquidandolo come di poco conto.
Lo scorrere della vita li aveva messi l'uno di fronte all'altro ma avevano deciso loro di avvicinarsi, di fondersi nonostante le diversità. L'errore era stato loro.
Lei era giovane e rabbiosa, aveva votato il suo cuore ad un ometto che non la rispettava ed aveva deciso di non rispettare più se stessa, aveva deciso di non votare più il suo cuore ad alcuno. Il suo culo era duro ed i suoi capelli li aveva tinti di rosso, la sua vita era frenetica e lo spazio per i sentimenti era altalenante.
Si conobbero ad una cena, lei decise di sedergli in braccio, di costringerlo a danzare sulle note del peccato, lei lo sedusse con un'insistenza propria della gioventù. Lui la lasciò fare, incredulo, come ogni volta che accadeva, e accadeva sovente, che una donna si buttasse ai suoi piedi. La prese per mano, facendosi trasportare nel turbinio degli eventi.
Quella notte le loro carni si fusero, meandri corporei furono esplorati e volti stanchi e sudati furono fissati nel silenzio. Dopo aver giocato, a lungo, lui si sorprese accorgendosi che lei lo fissava, invece che darsi al riposo, con un mezzo sorriso e con gli occhi pieni d'amore.
La poesia però è sempre effimera e spesso la prosa è decisamente meno entusiasmante, la poesia lascia enormi campi aperti in cui spaziare con la mente, la prosa calca limiti e distrugge la fantasia. Proprio come questo scritto. Vennero i tradimenti, vennero i distacchi, vennero i tentativi di rivalsa tra due cuori affascinati, ma non innamorati. Ancora corpi si unirono, ancora sguardi, sempre più labili, fino a sparire.
Quando dorme la notte, di tanto in tanto, a lui pare ancora di tenere la sua leggerissima testa adorna di capelli rossi poggiata sul suo bicipite. Quando dorme la notte, di tanto in tanto, lei ricorda le carezze moleste di lui ed un brivido la percorre.
Lui è ancora un "vecchio" dal cuore debole e lei una giovane piena di rabbia, ora i loro cuori non hanno più motivo di coesistere, cuori che battono tremendamente vicini eppur sordi l'uno all'altro. Solo silenzio e nient'altro in questa fresca serata di primavera che trasporta la malinconia tramutandola in ricordo, un ricordo spiegazzato che andrà presto a confluire nello spugnoso cuore di lui. Lo stesso ricordo spiegazzato che lei fingerà di scacciare ad ogni occasione, liquidandolo come di poco conto.
Lo scorrere della vita li aveva messi l'uno di fronte all'altro ma avevano deciso loro di avvicinarsi, di fondersi nonostante le diversità. L'errore era stato loro.
ROCCO HUNT, uno sfigato giovincello, si propone di trovar zitella, enunciando a se stesso: “ Che AMEN sia, questa perdura desolazione”!
INFINITE VOLTE ha sofferto questo assurdo avverso.
GUARDANDO IL CIELO, un mai… e dimenticato BLU,
IL DILUVIO UNIVERSALE è una grana lancinante.
Prodotto un MEZZO RESPIRO dice: “ORA O MAI PIU’…” tentando SEMPLICEMENTE di fermare, o una o un’altra ragazza.
Non tutto sembra che vada bene. La prima approcciata, asserisce fermamente: “VIA DA QUI che LA BORSA DI UNA DONNA mollata in testa, spedisce indietro, con un vistoso bernoccolo.
Provato e… ancora offeso ritorna amaramente, come sempre, verso casa.
Nel VINCERE L’ODIO battente da tempo, FINALMENTE PIOVE un incontro amorevole, nei pressi dello STADIO. NESSUN GRADO DI SEPARAZIONE si prospetta e le risuona col cuore: “DI ME E DI TE è scritto nel libro del Fato” continuando con parole profonde: “UN GIORNO MI DIRAI, consapevole di quando starai vivendo, NOI SIAMO INFINITO nello scorrere sotto CIELI IMMENSI”.
Proferisce tra sé… “QUANDO SONO LONTANO dai tempi bui, è proprio vero che IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI (e pensare che ha camminato solo mano nella mano). Lui già…
Non furono più SOGNI E NOSTALGIA non avrebbe mai più nutrito… per un passato cotanto sgradevole!
<=>
Nel racconto sono inseriti i 15 testi finalisti, il testo vincitrice delle Nuove Proposte e i 5 testi che sono andati allo spareggio dell'appena concluso FESTIVAL DI SANREMO.
INFINITE VOLTE ha sofferto questo assurdo avverso.
GUARDANDO IL CIELO, un mai… e dimenticato BLU,
IL DILUVIO UNIVERSALE è una grana lancinante.
Prodotto un MEZZO RESPIRO dice: “ORA O MAI PIU’…” tentando SEMPLICEMENTE di fermare, o una o un’altra ragazza.
Non tutto sembra che vada bene. La prima approcciata, asserisce fermamente: “VIA DA QUI che LA BORSA DI UNA DONNA mollata in testa, spedisce indietro, con un vistoso bernoccolo.
Provato e… ancora offeso ritorna amaramente, come sempre, verso casa.
Nel VINCERE L’ODIO battente da tempo, FINALMENTE PIOVE un incontro amorevole, nei pressi dello STADIO. NESSUN GRADO DI SEPARAZIONE si prospetta e le risuona col cuore: “DI ME E DI TE è scritto nel libro del Fato” continuando con parole profonde: “UN GIORNO MI DIRAI, consapevole di quando starai vivendo, NOI SIAMO INFINITO nello scorrere sotto CIELI IMMENSI”.
Proferisce tra sé… “QUANDO SONO LONTANO dai tempi bui, è proprio vero che IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI (e pensare che ha camminato solo mano nella mano). Lui già…
Non furono più SOGNI E NOSTALGIA non avrebbe mai più nutrito… per un passato cotanto sgradevole!
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Nel racconto sono inseriti i 15 testi finalisti, il testo vincitrice delle Nuove Proposte e i 5 testi che sono andati allo spareggio dell'appena concluso FESTIVAL DI SANREMO.
Quel fondale nascondeva parecchi segreti. Immaginava creature nascoste in chissà quale profondità. Tanto buone e narratrici di fiabe, potevano tenderle la mano a raggiungere il fondo del fiume. Al loro fianco nuotava splendidamente; lì i colori sono stupendi e ancora di più lo è la vegetazione.
“Rosalba!”. Era tempo di risalire in superficie.
“Torniamo a casa, è ora di cena. Mamma ci aspetta”.
“Arrivo papi!”.
“Rosalba!”. Era tempo di risalire in superficie.
“Torniamo a casa, è ora di cena. Mamma ci aspetta”.
“Arrivo papi!”.
“…io gli ho detto : “Dottore, non ho mai avuto l’anemia!”. Lui mi fa : “Se nell’ultimo anno non hai mangiato alimenti ricchi di ferro, direi che è abbastanza palese…”. Disse Cèline continuando ad aggiustare la coroncina d’argento nello specchietto parasole.
“Vuol dire che compreremo un camion di bistecche!”. Luca curvò il volante ad evitare le voragini presenti sulla strada. Vestiva giacca nera e cravatta, la camicia bianca gentilmente prestatagli da Federico gli andava leggermente stretta.
Mancò poco a raggiungere Molino Del Conte, luogo che entrambi adoravano. Cèline, felicissima, non smise di parlare da quando lasciarono Marcallo Con Casone; Luca lo era un po’ meno : da sempre non amava stare al centro dell’attenzione e non vedeva l’ora che arrivasse la sera per avere la sua amata tutta per sé.
Quale deliziosa bellezza : scelse un abito bianco e candido come la neve, dove all’altezza del décolleté erano ricamate graziose rose bianche. Le maniche, lunghe a metà braccia, trasparenti e piene di piccoli fiori disegnati maestosamente. L’adorabile vestito le lasciava scoperte le ginocchia facendo intravedere appena le floride gambe, reduci da una ceretta accurata. Le scarpe, anch’esse bianche, a tacco alto con un al centro un quadrifoglio di perle grigie. Alle mani guanti di seta dei quali disse : “Ora li tolgo… mi fanno sudare troppo le mani. Al massimo dopo li metto.”. Mai prima d’ora usò una acconciatura così sublime : raccolti divinamente, i biondi capelli ricordavano la pettinatura di Jill McBain. Ad abbellirla, una coroncina d’argento face la sua elegante figura. Per esaltare l’azzurro sognante degli occhi usò l’ombretto rosa; sempre decorando le ciglia con l’ inseparabile rimmel. Scelse il rossetto preferito da Luca di colore rosso “ai petali di rosa”, con il quale lui adorava sporcarsi le guance e le labbra ogni volta che lo baciava.
Distolse più volte lo sguardo dalla strada per guardarla. Non seppe scegliere se l’adorava di più mentre pensava, con un sorriso appena accennato, oppure quando il suo sguardo malizioso lo fissava.
Luca non curò il suo aspetto più di tanto : decise che farsi la barba e raccogliere i capelli fosse più che sufficiente. Fortunatamente possedeva ancora quella giacca comprata appositamente per i ricevimenti e le cene di lavoro. Una volta lesse da qualche parte che si potevano tranquillamente abbinare dei jeans ad una giacca; quindi non fece la penitenza di cercare nuovi pantaloni. Come la camicia, le scarpe gli vennero prestate da Federico; non erano estremamente eleganti ma potevano andare.
Trascorso un anno, con i soldi messi da parte e grazie ad un piccolo aiuto da parte delle famiglie, riuscirono a comprare l’appartamento di Marcallo. Cèline poté anche riprendere il lavoro di estetista in un nuovo studio a Magenta chiamato “Sole e Luna”. Sentirono mancare i confort e il lusso della villa di Ozzero, ma l’importante era che ogni mattina svegliandosi nel letto potevano guardarsi negli occhi. Osservare le guance di Cèline rianimarsi di quel colorito roseo, fu per Luca una soddisfazione immensa. Tutti gli esami di precauzione risultarono negativi e il suo appetito divenne ancora più vorace. Non solo recuperò i chili persi, ma ne acquistò degli altri che aumentarono squisitamente la rotondezza del suo viso.
“Ma sto prete com’è?”. Chiese Luca con fare sospettoso.
“Don Luigi? Lo conosco da quando ho quattro anni, non preoccuparti andrà tutto bene!”.
Ma Luca non era affatto tranquillo. Si limitò a sospirare mentre l’Alfa combatteva contro il difficoltoso sentiero di campagna. La stradina finì su di un immenso prato con al centro un grande gazebo bianco; fuori un discreto gruppo di persone li attendeva impazienti.
“Non essere agitato… sarà questione di un attimo”. Disse Cèline con voce calma.
Mano nella mano camminarono sul prato fresco; la folla si aprì lasciando libera la strada a raggiungere un uomo vestito di nero. L’ometto aveva pochi capelli e sul naso portava minuscoli occhiali. In mano teneva un piccolo libro nero. Osservando il suo aspetto bonario, Luca si rilassò; ma l’agitazione tornò quando scorse i suoi genitori a fianco del prete. Mamma inzuppò a dovere un fazzoletto bianco, lo sguardo di papà si fece decisamente preoccupato. Tutt’altro si poteva dire dei genitori di Cèline : sorrisi così smaglianti si vedevano solamente nelle pubblicità del dentifricio.
A Don Luigi bastò alzare una mano per placare i cori d’incitazione. Dopo il suo gesto si udirono solamente passeri e pettirossi.
“Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti a celebrare l’unione dei nostri cari….”.
Luca si annoiò immediatamente; pregò che quel prete a pochi metri da lui non la facesse troppo lunga.
Giunse la fatidica frase : “Vuoi tu Luca Fascetti, prendere la qui presente Cèline Borsari come tua sposa e esserle fedele…….”.
Una insolita raffica di vento si alzò, spettinando i capelli di Don Luigi ad attendere la risposta. Tutti gli occhi furono puntati su di lui, avvertì le persone intorno trattenere il fiato. Decise di infierire : esitò a rispondere guardandosi intorno confuso. Posò lo sguardo su Cèline : “Io… Si! Lo voglio!”. Una cascata di applausi.
“Silenzio!”. Borbottò il Don.
“Vuoi tu Cèline Borsari……”. Lei fu più diretta, pronunciando un veloce e genuino: “Si!”.
“Vi dichiaro…”. Ma Don Luigi non riuscì a terminare : Luca e Cèline erano già appiccicati per le labbra.
Indignato, chiuse il libretto allontanandosi dalla scena esclamando : “Sti giovani!”.
Conseguì una festa senza precedenti : i gustosi cibi allestiti sotto il gazebo vennero consumati a dovere, l’alcol scorse a fiumi e le danze sembrarono non terminare mai. Il disagio di Luca scomparve non appena Federico gli riempì il bicchiere di spumante per la terza volta. Mai sognò di essere felice come allora; nemmeno nei sogni più intensi.
Nel mezzo di un brindisi con Laura, maestosamente “pantera” anche in quell’occasione, sentì strattonare il braccio.
“Vieni!”. Cèline era impaziente di portarlo fuori dal gazebo.
“Ma…”.
“Ho detto vieni!”. Insisté Cèline.
Gli strinse la mano tenacemente, guidandolo verso il campo di grano.
“Guarda che non le ho detto niente…”. Immediatamente pensò ad una scenata di gelosia nei confronti di Laura.
“Eh? Chi?”.
“A Laura…”.
Cèline rise appoggiando la schiena contro una rotoballa. Con le mani strinse i fianchi di Luca.
“Che c’è?”. Chiese lui.
Il viso di Cèline si avvicinò al suo : “Niente…”.
Il tramonto tinse di calore quel lungo e sensuale bacio, in quella meravigliosa giornata che non avrebbero scordato facilmente : sabato 29 settembre 2022.
“Vuol dire che compreremo un camion di bistecche!”. Luca curvò il volante ad evitare le voragini presenti sulla strada. Vestiva giacca nera e cravatta, la camicia bianca gentilmente prestatagli da Federico gli andava leggermente stretta.
Mancò poco a raggiungere Molino Del Conte, luogo che entrambi adoravano. Cèline, felicissima, non smise di parlare da quando lasciarono Marcallo Con Casone; Luca lo era un po’ meno : da sempre non amava stare al centro dell’attenzione e non vedeva l’ora che arrivasse la sera per avere la sua amata tutta per sé.
Quale deliziosa bellezza : scelse un abito bianco e candido come la neve, dove all’altezza del décolleté erano ricamate graziose rose bianche. Le maniche, lunghe a metà braccia, trasparenti e piene di piccoli fiori disegnati maestosamente. L’adorabile vestito le lasciava scoperte le ginocchia facendo intravedere appena le floride gambe, reduci da una ceretta accurata. Le scarpe, anch’esse bianche, a tacco alto con un al centro un quadrifoglio di perle grigie. Alle mani guanti di seta dei quali disse : “Ora li tolgo… mi fanno sudare troppo le mani. Al massimo dopo li metto.”. Mai prima d’ora usò una acconciatura così sublime : raccolti divinamente, i biondi capelli ricordavano la pettinatura di Jill McBain. Ad abbellirla, una coroncina d’argento face la sua elegante figura. Per esaltare l’azzurro sognante degli occhi usò l’ombretto rosa; sempre decorando le ciglia con l’ inseparabile rimmel. Scelse il rossetto preferito da Luca di colore rosso “ai petali di rosa”, con il quale lui adorava sporcarsi le guance e le labbra ogni volta che lo baciava.
Distolse più volte lo sguardo dalla strada per guardarla. Non seppe scegliere se l’adorava di più mentre pensava, con un sorriso appena accennato, oppure quando il suo sguardo malizioso lo fissava.
Luca non curò il suo aspetto più di tanto : decise che farsi la barba e raccogliere i capelli fosse più che sufficiente. Fortunatamente possedeva ancora quella giacca comprata appositamente per i ricevimenti e le cene di lavoro. Una volta lesse da qualche parte che si potevano tranquillamente abbinare dei jeans ad una giacca; quindi non fece la penitenza di cercare nuovi pantaloni. Come la camicia, le scarpe gli vennero prestate da Federico; non erano estremamente eleganti ma potevano andare.
Trascorso un anno, con i soldi messi da parte e grazie ad un piccolo aiuto da parte delle famiglie, riuscirono a comprare l’appartamento di Marcallo. Cèline poté anche riprendere il lavoro di estetista in un nuovo studio a Magenta chiamato “Sole e Luna”. Sentirono mancare i confort e il lusso della villa di Ozzero, ma l’importante era che ogni mattina svegliandosi nel letto potevano guardarsi negli occhi. Osservare le guance di Cèline rianimarsi di quel colorito roseo, fu per Luca una soddisfazione immensa. Tutti gli esami di precauzione risultarono negativi e il suo appetito divenne ancora più vorace. Non solo recuperò i chili persi, ma ne acquistò degli altri che aumentarono squisitamente la rotondezza del suo viso.
“Ma sto prete com’è?”. Chiese Luca con fare sospettoso.
“Don Luigi? Lo conosco da quando ho quattro anni, non preoccuparti andrà tutto bene!”.
Ma Luca non era affatto tranquillo. Si limitò a sospirare mentre l’Alfa combatteva contro il difficoltoso sentiero di campagna. La stradina finì su di un immenso prato con al centro un grande gazebo bianco; fuori un discreto gruppo di persone li attendeva impazienti.
“Non essere agitato… sarà questione di un attimo”. Disse Cèline con voce calma.
Mano nella mano camminarono sul prato fresco; la folla si aprì lasciando libera la strada a raggiungere un uomo vestito di nero. L’ometto aveva pochi capelli e sul naso portava minuscoli occhiali. In mano teneva un piccolo libro nero. Osservando il suo aspetto bonario, Luca si rilassò; ma l’agitazione tornò quando scorse i suoi genitori a fianco del prete. Mamma inzuppò a dovere un fazzoletto bianco, lo sguardo di papà si fece decisamente preoccupato. Tutt’altro si poteva dire dei genitori di Cèline : sorrisi così smaglianti si vedevano solamente nelle pubblicità del dentifricio.
A Don Luigi bastò alzare una mano per placare i cori d’incitazione. Dopo il suo gesto si udirono solamente passeri e pettirossi.
“Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti a celebrare l’unione dei nostri cari….”.
Luca si annoiò immediatamente; pregò che quel prete a pochi metri da lui non la facesse troppo lunga.
Giunse la fatidica frase : “Vuoi tu Luca Fascetti, prendere la qui presente Cèline Borsari come tua sposa e esserle fedele…….”.
Una insolita raffica di vento si alzò, spettinando i capelli di Don Luigi ad attendere la risposta. Tutti gli occhi furono puntati su di lui, avvertì le persone intorno trattenere il fiato. Decise di infierire : esitò a rispondere guardandosi intorno confuso. Posò lo sguardo su Cèline : “Io… Si! Lo voglio!”. Una cascata di applausi.
“Silenzio!”. Borbottò il Don.
“Vuoi tu Cèline Borsari……”. Lei fu più diretta, pronunciando un veloce e genuino: “Si!”.
“Vi dichiaro…”. Ma Don Luigi non riuscì a terminare : Luca e Cèline erano già appiccicati per le labbra.
Indignato, chiuse il libretto allontanandosi dalla scena esclamando : “Sti giovani!”.
Conseguì una festa senza precedenti : i gustosi cibi allestiti sotto il gazebo vennero consumati a dovere, l’alcol scorse a fiumi e le danze sembrarono non terminare mai. Il disagio di Luca scomparve non appena Federico gli riempì il bicchiere di spumante per la terza volta. Mai sognò di essere felice come allora; nemmeno nei sogni più intensi.
Nel mezzo di un brindisi con Laura, maestosamente “pantera” anche in quell’occasione, sentì strattonare il braccio.
“Vieni!”. Cèline era impaziente di portarlo fuori dal gazebo.
“Ma…”.
“Ho detto vieni!”. Insisté Cèline.
Gli strinse la mano tenacemente, guidandolo verso il campo di grano.
“Guarda che non le ho detto niente…”. Immediatamente pensò ad una scenata di gelosia nei confronti di Laura.
“Eh? Chi?”.
“A Laura…”.
Cèline rise appoggiando la schiena contro una rotoballa. Con le mani strinse i fianchi di Luca.
“Che c’è?”. Chiese lui.
Il viso di Cèline si avvicinò al suo : “Niente…”.
Il tramonto tinse di calore quel lungo e sensuale bacio, in quella meravigliosa giornata che non avrebbero scordato facilmente : sabato 29 settembre 2022.
Un’altra settimana giunse al termine. Lunghi, vuoti e insignificanti i giorni scorsero rapidi sotto gli occhi di Luca. Ebbe finalmente l’occasione di dare inizio alla sua ricerca, esplorando ogni centimetro quadrato di quel territorio. Con immenso rammarico non trovò nulla : poche persone occupavano le spiagge e i ristoranti erano frequentati da gente in età avanzata. Durante le esplorazioni notturne si munì di un coltello a scopo di difendersi da eventuali personaggi scomodi, ma che fortunatamente non ebbe ancora occasione di usare. Con il buio, il Ticino si trasformava in una oscura ed immensa giungla : oltre i richiami degli animali e al suono delle fronde mosse dal vento, a volte udiva voci provenire da lontano appartenenti a comitive di amici (palesemente ubriachi) o a qualche coppia in cerca di intimità.
Nemmeno una traccia di Margot o della sua combriccola. Raccogliendo nella mente le informazioni estorte a Maurino, gli venne da domandarsi in quanti potevano essere. Fisicamente conosceva solamente Cèline e appunto Margot; magari qualcuno del “gruppo” gli era passato sotto il naso senza che se ne accorgesse. Decifrò subito dopo che era impossibile : certa gente risulta talmente orgogliosa del proprio marchio che la si distingue nella massa ad occhi chiusi. Un filo di scoraggio incominciò a farsi sentire, ma non avrebbe mollato per niente al mondo; sarebbe andato fino in fondo a costo di impiegare una vita intera.
Al giornale disse che si era buscato una noiosa polmonite; con il Dr. Giorgetti era abbastanza in confidenza da farsi fare un certificato di una settimana. Si isolò dal mondo : non vedeva Elena e Federico da due settimane; rispondeva alle chiamate di mamma dicendo che il lavoro andava a gonfie vele; gli auguri di pronta guarigione da parte di Laura gli fecero piacere, ma espose i ringraziamenti sempre con un certo distacco.
Trovò un vecchio cellulare nella credenza in salotto : era il telefono regalato a papà che, per via del suo pessimo rapporto con la tecnologia, usò raramente. Così, con poco entusiasmo, acquistò una nuova scheda comunicando il numero ai colleghi del giornale e ai suoi pochi contatti. Non ebbe tempo di scegliere un nuovo modello : giochi, applicazioni e quant’altro di diabolico e superfluo non rientravano nei suoi interessi.
All’ora di pranzo, era solito placare la fame in un minuscolo bar, chiamato appunto “Baretto”, che si trovava nei pressi della riva occidentale affacciato su un piccolo stagno. Nonostante il lezzo di calze usate presente all’ interno, poté gustare ottimi panini. La cena non esisteva : quando la fame si faceva sentire più del solito, si concedeva una doppietta di panini al mezzogiorno. Per una settimana intera dormì sui sedili dell’Alfa Giulietta, sempre nascosta accuratamente dagli occhi dei Guardia Parco.
I proprietari del Baretto dovevano averlo scambiato per un barbone senza fissa dimora, oppure per un muratore in pausa pranzo. Pensò che la prima ipotesi era la più probabile, visti gli sguardi inquisitori del proprietario Dino e della moglie Rossana. Mannaggia a lui, aveva anche ripreso a fumare : la sua mente cedette a tutta quella tensione; tornò in un batter d’occhio alle abituali diciotto sigaretta giornaliere. Immaginò cosa avrebbe pensato Cèline, sempre se gliene importava ancora qualcosa di lui, se l’avrebbe visto ancora con la sigaretta in bocca. Sacrificò ben sei anni della sua vita per disfarsi da quel vizio tremendo : caramelle, visione maniacale di film e sceneggiati, album interi suonati alla chitarra ed infine la tanto famosa sigaretta elettronica. Ricordò con nostalgia l’abbraccio fulmineo che ricevette da Cèline, ancora convinta salutista all’epoca, quando le comunicò che aveva smesso definitivamente.
“Al diavolo! Se la ritrovo smetto ancora!”. Pensò spegnendo l’ennesima sigaretta schiacciandola a terra.
Venerdì pomeriggio, terminato l’abituale pasto al “Baretto”, posò gli occhi su dei volantini sparpagliati sopra il bancone. “Serata frizzante con D.J. Falagna!!! Musica latino-americana tutta notte! Unisciti anche tu alla nostra festa!!!”.
Il volto di D.J. Falagna, “impegnato” alla consolle, gli parve terreo, con uno sguardo vitreo degno del mostro di Frankenstein. Nel retro dei volantini era stampata una caricatura di ragazze mulatte danzanti, il luogo e la sera dell’evento : “sabato 4 settembre; Riva Ticino Grande, Vigevano”.
Alla sera, esausto da una lunga camminata, piombò in un sonno profondo. Si risvegliò quando il sole era già alto pronunciando la seguente parola : “Charleston!”. Questa volta sognò Giulietta Masina ballare il Charleston in una delle scene finali de “La Gran Vita”, meravigliandosi del fatto che Cèline non era venuta a fargli visita nei sogni. Fu immediatamente triste : i film di Giulietta gli mancavano esattamente come gli mancava Cèline.
Anche quella giornata trascorse anomia : nulla di nuovo sotto il sole che riscaldava l’acqua del Ticino. Verso il tramonto, seduto su di un masso, osservò i preparativi per la serata latino-americana. Questo D.J. Falagna doveva essere un personaggio importante : un palco di modeste dimensioni venne montato sulla spiaggia, tra le continue imprecazioni del tecnico delle luci che pregava gli operai di eseguire il lavoro perfettamente. Come funghi, diversi chioschi allestiti secondo le usanze esotiche, spuntarono qua e là. Decisamente curato nei minimi dettagli, quello doveva essere il raduno latino-americano più vasto della zona.
Con il calar del sole, il parcheggio poco distante dalla grande spiaggia, brulicò di macchine. Poco a poco Luca vide popolarsi quella parte del Ticino trasformata in una discoteca all’aperto; uno scempio degno del peggior consumismo.
Immaginò quale porcile avrebbero provocato quelle “allegre” persone ben vestite e dal sorriso di plastica. Li poté osservare tutti dal tavoli del Baretto, addentando l’ennesimo panino. Già da troppo tempo quella musica lo stava assillando; c’era di buono che la birra costava poco : solamente 3,50 euro per una media. Ciò lo invogliò a tuffarsi in quella bolgia dove la gente si dimenava in danze assurde. Raggiungere i chioschi fu un’impresa; la folla lo soffocò urtandolo più volte, costringendolo a spintonare in continuazione per farsi spazio. Sudando sette camicie e contenendo la rabbia a malmenare ogni singola persona, finalmente riuscì a procurarsi la birra. Metà del contenuto nel bicchiere andò perso per via degli individui che gli cascarono addosso senza troppi complimenti. La forza di bestemmiare gli era misteriosamente scomparsa; decise che la via della rassegnazione fosse la più saggia da seguire. Trovato un punto libero ai lati della discoteca Ticiniana, osservò divertito quel marasma di corpi. Fu felice di non essere come loro, ma non lo fu per niente riguardo la settimana quasi giunta al termine. Sfiorando la fronte, si accorse anche di essere un po’ brillo; d’altronde cos’altro poteva fare in una serata come quella? Affogare nei tristi fiumi della birra gli sembrò essere l’unica soluzione.
Incamminandosi ancora una volta verso il chiosco venne colto da un dejà vu. Per un attimo puntò lo sguardo verso un punto indefinito, accorgendosi che aveva già visto quei capelli : leggermente mossi, lunghi a metà schiena terminanti boccoli adorabili. Il loro colore era il suo preferito : biondo oro.
Blocco totale.
Voltandosi scorse ancora quel punto, cercando di metterlo bene a fuoco tra tutte quelle teste. Le lamentele delle persone alle spalle, anche loro ansiose di raggiungere il chiosco della birra, non le sentì.
Tutti i sintomi dello svenimento reclamavano nel suo corpo; la terra sotto i piedi venne a mancare e il carne non sembrò più appartenergli. Riuscì ad avvicinarsi; non si accorse neppure della ragazza che sbatté quasi a terra mentre cercava di abbattere tutti quei corpi insensati che lo ostacolavano. Sperando che le mani rispondessero, afferrò le braccia : una presa decisa, diretta; di quelle da cui è impossibile non sobbalzare.
Gli occhi fissi sul quel volto. Si, era esattamente come se lo ricordava; forse meno sciupato ma comunque incantevole. Una frazione di secondo interminabile, nella quale vide solamente quella figura voltarsi a guardarlo dritto negli occhi. Tutto intorno scomparve : l’espressione di stupore in quegli occhi azzurri e l’adorabile contorno della bocca quasi a disegnare un adorabile sorriso, erano tutto ciò che esisteva in quel momento.
“Cèline……”. Non fu veramente sicuro di aver pronunciato quelle sei lettere.
Proprio mentre le labbra sembrarono mettersi in moto a pronunciare il suo nome, mani prepotenti gli strinsero il braccio. Erano le mani di un alto ragazzo tatuato, dai capelli a metà orecchio.
“Cazzo vuoi?”. Brontolò irritato il gigante ponendosi davanti a lui.
“Ma chi sei?? Cazzo vuoi tu!”. Controbatté Luca spingendolo via.
La risposta arrivò puntuale : un pugno scagliato in pieno volto lo fece barcollare a terra.
“Noooooooooo!”. Fu l’unico grido che avvertì da quella voce che non sentiva da parecchio tempo.
Puntuali e grossi come gorilla, i buttafuori ingaggiati per mantenere l’ordine durante la serata, si precipitarono nel punto dell’accaduto. Forti braccia aiutarono Luca a rialzarsi da terra mentre poteva ancora sentire quella voce gridare con un’ ira funesta :
“Pezzo di merda! Non ti ha fatto niente! Sei un grandissimo figlio di puttana!!!”.
Correndo il rischio di essere aggredito dalla furia di Cèline, John abbandonò la stoffa del “grande uomo” rispondendole imbarazzato :
“Che ne so io! Questo ti stringeva con gli occhi spiritati…”.
Il resto del “gruppo” osservando la scena, restò pietrificato. La cara “compagna” Margot restò a bocca aperta e quando John colpì Luca si nascose dietro Orso.
“Poi voi predicate pace e amore!”. Gridò Cèline mentre un gorilla la allontanava. “Mi fate schifo, vi odio!”.
Il buttafuori la scaraventò dietro il palco, mentre cercava di liberarsi da quelle mani che la muovevano a loro piacimento.
“Lasciami schifoso!”. Finalmente il gorilla la lasciò, raccomandandole di non mettere più piede in “discoteca”.
“Ma chi ci ritorna in sto posto di merda…”.
Cèline appoggiò il braccio su di una transenna posta ai lati del palco. Il pianto isterico e liberatorio si confuse con il ritmo ossessivo della musica; la sua anima non aveva mai urlato un simile dolore.
Alzando la testa vide Luca strattonato dall’ennesima coppia di gorilla. Una volta che i due lo lasciarono, barcollante si allontanò nel buio della flora.
“Luca!”. Gridò Celine. Lui non si voltò, forse non sentì.
Cèline entrò nel bosco sbraitando nuovamente il suo nome. Nemmeno la più grande forza esistente al mondo avrebbe potuto fermarla in quel momento.
I suoi occhi non riuscirono a scorgere nessuna figura all’interno del buio pesto di quella selva incantata. Corse per inerzia, inciampando più volte nelle buche e ferendosi le gambe, tornate a vestire quei pantaloncini decisamente corti. Il sentiero sembrava non terminare mai; a voltarsi indietro Cèline non ci pensò nemmeno : l’oscurità penetrava in ogni angolo. Il fiato incominciò a mancarle; fu costretta a fermarsi, appoggiando le mani alle ginocchia piegandosi in avanti. Spietate pulsazioni si insediarono nella testa, il cuore le scoppiava nel petto madido di sudore, le gambe e i piedi le dolevano. Tra tutte quelle voragini doveva aver subìto una leggera distorsione alla caviglia destra. Sfinita, appoggiò le ginocchia al terreno spigoloso e ricoperto di fogliame.
“Luca…”. Nessun suono nella sua voce, soffocata dal pianto che tentò di placare portandosi le mani al viso. Il nero sipario del rimpianto calò. Cèline avvertì le lunghe mani delle tenebre avvolgerla per sempre. Il vuoto di quel silenzio la cullò inesorabilmente attraverso gli alti alberi sopra di lei. Per la prima volta desiderò morire, sola e sconfitta dal dolore.
I suoi occhi, abituatisi all’oscurità, poterono distinguere il chiarore lunare penetrare attraverso le fronde degli alberi. Vide luccicare qualcosa alla sua destra. Trovò la forza di rialzarsi. Improvvisamente quel bagliore magico svanì : doveva trattarsi di una lucciola che osava giocarle brutti scherzi. Portando le mani in avanti per scacciare eventuali ramoscelli, avvertì il vuoto. Stupita, mosse nuovamente le braccia : nulla. Il bosco finì, aprendo lo scenario su di una piccola spiaggia tinta del chiarore lunare.
Avvertendo lo scorrere dell’acqua e l’aria leggermente frizzante, i nervi le si rilassarono un attimo. Verso la parte sinistra della spiaggia, stava depositato un lungo tronco. Cèline fu ansiosa di raggiungerlo per riposare le gambe. Avvicinandosi sempre di più, aguzzò la vista. Sopra quel tronco vi era qualcosa. Mentre camminando lottava con i sassi, improvvisamente si fermò; quella sagoma le era familiare. Giunta ormai a pochi metri dal tronco avvertì una fitta allo stomaco : ora ne era sicura.
“Oh!”. La voce le ritornò per magia, tinta di un dolce stupore.
“Luca… sei tu!”.
Si precipitò con tutte le sue forze ad abbracciare il suo corpo; lo strinse da dietro le spalle cadendo a terra. Le mani giunte al petto di Luca ora non l’avrebbero lasciato andare per nulla al mondo. Il suo profumo le parve ancora famigliare, rassicurante e stupendo proprio come lo ricordava; ma quel corpo che lei abbracciava con tanto amore non manifestò nessuna reazione. Alzandosi da terra fu dispiaciuta di rompere quell’immenso abbraccio; le sue mani ora accarezzavano le spalle. Sedette al suo fianco.
“Luca! Sono Cèline…”. Disse scuotendolo leggermente.
Avvicinò le labbra alle guance, senza essere ricambiata. La poca luce le permise di osservare lo sguardo assente, impassibile.
“Che c'è? Non mi riconosci? Rispondimi ti prego!”. Supplicò appoggiando la testa alla sua spalla intonando un terribile pianto.
Luca voltò il capo in direzione della sua spalla destra, osservando con indifferenza la donna che gli piangeva addosso. Come risvegliatosi da un lungo sonno, con un filo di voce parlò a se stesso :
“Una settimana intera per prendermi un pugno in faccia…”.
Cèline abbandonò la sua spalla di scatto, prendendo il suo volto delicatamente tra le mani : “Oh no, quel bastardo! Ti ha segnato?”.
Luca scacciò le mani premurose di Cèline voltandosi dall’altro lato.
“Una settimana di merda per questo…”.
Cèline, infranta dallo sconforto, non ebbe più parole.
Fu solamente in grado di pronunciare un “Io..” soffocato e interrotto dal tono duro di Luca : “Puoi tornare da lui… avanti, cosa aspetti?”.
“N-no! Io…”.
“Tu cosa?”. Luca balzò in piedi. “Vai dal tuo uomo! Ti starà aspettando, è un duro no? Come è sempre piaciuto a te!”.
Cèline ritrovò la forza di urlare : “Non è il mio uomo! E’ solamente un bastardo!”.
Luca però urlava più forte : “Un bastardo che ti scopa però vero?”.
“Basta! Non è come credi…”.
“Oh già! Sempre le solite frasi : non è come credi, sono buona e cara… ma intanto apro le gambe”.
Cèline si sentì ferire il cuore da mille spade mentre la luna continuava ad illuminare debolmente i loro volti.
“Hai tutte le ragioni del mondo a sentirti così, ma questa non è la vita che voglio fare… la mia vita è solamente con te…”.
“Ah! Ma davvero? E dove è finita la Cèline anarchica e ribelle? E’ morta? Ma soprattutto, dove sei stata in quasi due anni??”.
“Sono stata all’inferno! Mi sei mancato fin dal primo giorno!”. Luca poteva vedere le guance umide di Cèline, mentre lei si interrompeva tra i singhiozzi. “Non ho mai avuto il coraggio di ritornare a casa. Fino a quando ti ho visto questa sera. Mi hai guardato come la prima volta che ci siamo visti. Mi hai trovata, io ora sono qui davanti a te… ma non lo capisci che ti amo?”.
Cèline si accasciò a terra, poco distante dai piedi di Luca. Tremava in tutti il corpo; quelle lacrime avrebbero potuto causare una piena del Ticino in pochi secondi.
“Ti amo Luca… ti amo…. Perdonami, ti amo”. Ripeté Cèline straziata stringendo lo stomaco ai piedi di Luca.
In quel momento sentì il corpo di Luca smuovere i sassi ed avvicinarsi al suo. Con le dita le sollevò il mento. Il cielo si tinse di un lieve chiarore : doveva mancare pochissimo all’alba.
“Piccola… è vero?”.
Cercando di interrompere i singhiozzi, lei annuì. Ora grazie alle prime luci dell’alba, poteva vederla meglio. Dio, quant’èra bella anche se piangeva.
“Si… è vero che mi hai cercata per una settimana?”.
Accarezzandole i capelli Luca sorrise : “No, per un anno intero”.
Il bacio più lungo della storia : dapprima lento e sensuale, poi vorace e lussurioso, quasi violento. I loro corpi si contorsero per ore, mentre il sole riscaldò quella piccola spiaggia ora teatro di gioia e amore.
Luca fu il primo a svegliarsi. La sensazione che la sabbia fosse entrata in ogni centimetro quadrato del suo corpo, poté avvertirla completamente. Distesa sopra il suo petto, Cèline russava debolmente; anch’essa ricoperta di sabbia ma felice. Con la mano destra stringeva il costato, nei pressi del cuore, riparandolo dall’aria fresca del mattino. Il sole ora alto nel cielo li riscaldò amorevolmente. Mezz’ora prima smisero di fare all’amore; quasi due anni vennero recuperati a dovere.
Facendo attenzione a non svegliare Cèline, spostò delicatamente il suo braccio, aggiustando lo zaino che fino a poco tempo prima servì da cuscino a entrambi. Cadde qualcosa dallo zaino; doveva trattarsi di un pezzo di carta. Raccogliendolo da terra Luca aprì il foglio stropicciato. Nonostante fosse un poco sciupato, riuscì a decifrare la scrittura di Cèline. Con gli occhi lucidi, lesse attentamente la lettera che lei ricopiò sull’altura. Si voltò spontaneamente ad osservarla dormire beata; avvicinandosi silenziosamente le donò un bacio alla guancia. Ripose la lettera accuratamente nello zaino : mai nessuna composizione lo fece sentire così commosso.
Chinandosi alla riva, in qualche modo lavò le mani nell’acqua rinfrescando il volto. Questa volta le lacrime furono di gioia e prevalsero su tutte le sofferenze passate.
Proprio in quel momento Cèline si svegliò. Lo vide nuovamente di spalle, ma questa volta il suo corpo risplendeva nitido ed energico davanti a lei. Schiarì la voce allo scopo di farlo voltare : di spalle era carino, ma davanti lo era ancora di più. Le sorrise mentre lui si avvicinava dandole il bacio del “buongiorno”. Le parole non servirono : restarono abbracciati a contemplare la bellezza di quella tiepida mattinata. I baci che Luca le dava sul capo le procuravano una sensazione di conforto senza eguali; il dolore alle gambe e ai piedi le era scomparso. Le ferite inferte dai rovi si cicatrizzarono rapidamente, ma ancora più importante, l’enorme ferita nell’anima guarì definitivamente.
“Chi è Ester?”. Luca ruppe il silenzio.
“Oh! Hai letto?”.
“Si…”.
“E’ la donna che mi ha salvato, mi piacerebbe rivederla un giorno…”.
“Andremo a trovarla… ora abbiamo bisogno di una doccia!”.
Cèline annuì divertita mentre Luca stringendole la mano la aiutò a rialzarsi.
Il bosco non faceva più paura, con la luce del sole assunse un volto caldo e rassicurante. Gli uccelli sembrarono cantare per loro, entusiasti di quella unione tanto attesa. La “discoteca” latino americana si trasformò appunto in un porcile : migliaia di carte e bicchieri a terra che forse qualche buon’anima avrebbe raccolto. Disgustati Luca e Cèline passarono accanto a quella discarica; i loro sguardi erano sufficienti per esprimere il disprezzo verso coloro che inquinarono quella bellissima spiaggia.
Camminarono per un mezz’ora buona, a volte abbracciati oppure mano nella mano, finché non giunsero ad un enorme parcheggio abbandonato.
“L’alfa!”. Esclamo Cèline stupita.
“Più che l’alfa è stato il mio letto per una settimana intera…”.
Cèline gli accarezzò il volto alzandosi leggermente sulle punte dei piedi.
“Io non ti merito…”. Disse Cèline subito dopo aver staccato rumorosamente la bocca dalle sue labbra.
Luca aprendole la portiera assunse un tono serio : “Smettila, ci meritiamo a vicenda ed ognuno ha bisogno dell’altro… non dirlo mai più!”.
Gli occhi di Cèline furono pieni di amore mentre lo osservò mettere in moto la macchina : la maglietta dei Morbid Scream assunse il colorito della sabbia, cosiccome i pantaloni e le scarpe da ginnastica bianche. In faccia, oltre ai segni di sporcizia acculatisi durante la settimana, vi era una leggera contusione poco sotto l’occhio sinistro, dovuta al pugno sferratogli da John. Cèline non era da meno : la carnagione chiara accentuò ulteriormente la terra sulla faccia; i capelli sporchi e scomposti le donavano un’aria da gitana. La maglietta dei Windhand, grazie all’enorme scollatura, apriva la vista su numerose collane intrise di terriccio. I pantaloncini azzurri furono ricoperti da talmente tanta sabbia da fare invidia alla spiaggia di Copa Cabana; i sandali li aveva abbandonati chissà dove : viaggiava a piedi nudi da circa un’ora.
“Dove andiamo?”. Chiese mentre Luca ingranò la retromarcia.
“A casa…”.
Nemmeno una traccia di Margot o della sua combriccola. Raccogliendo nella mente le informazioni estorte a Maurino, gli venne da domandarsi in quanti potevano essere. Fisicamente conosceva solamente Cèline e appunto Margot; magari qualcuno del “gruppo” gli era passato sotto il naso senza che se ne accorgesse. Decifrò subito dopo che era impossibile : certa gente risulta talmente orgogliosa del proprio marchio che la si distingue nella massa ad occhi chiusi. Un filo di scoraggio incominciò a farsi sentire, ma non avrebbe mollato per niente al mondo; sarebbe andato fino in fondo a costo di impiegare una vita intera.
Al giornale disse che si era buscato una noiosa polmonite; con il Dr. Giorgetti era abbastanza in confidenza da farsi fare un certificato di una settimana. Si isolò dal mondo : non vedeva Elena e Federico da due settimane; rispondeva alle chiamate di mamma dicendo che il lavoro andava a gonfie vele; gli auguri di pronta guarigione da parte di Laura gli fecero piacere, ma espose i ringraziamenti sempre con un certo distacco.
Trovò un vecchio cellulare nella credenza in salotto : era il telefono regalato a papà che, per via del suo pessimo rapporto con la tecnologia, usò raramente. Così, con poco entusiasmo, acquistò una nuova scheda comunicando il numero ai colleghi del giornale e ai suoi pochi contatti. Non ebbe tempo di scegliere un nuovo modello : giochi, applicazioni e quant’altro di diabolico e superfluo non rientravano nei suoi interessi.
All’ora di pranzo, era solito placare la fame in un minuscolo bar, chiamato appunto “Baretto”, che si trovava nei pressi della riva occidentale affacciato su un piccolo stagno. Nonostante il lezzo di calze usate presente all’ interno, poté gustare ottimi panini. La cena non esisteva : quando la fame si faceva sentire più del solito, si concedeva una doppietta di panini al mezzogiorno. Per una settimana intera dormì sui sedili dell’Alfa Giulietta, sempre nascosta accuratamente dagli occhi dei Guardia Parco.
I proprietari del Baretto dovevano averlo scambiato per un barbone senza fissa dimora, oppure per un muratore in pausa pranzo. Pensò che la prima ipotesi era la più probabile, visti gli sguardi inquisitori del proprietario Dino e della moglie Rossana. Mannaggia a lui, aveva anche ripreso a fumare : la sua mente cedette a tutta quella tensione; tornò in un batter d’occhio alle abituali diciotto sigaretta giornaliere. Immaginò cosa avrebbe pensato Cèline, sempre se gliene importava ancora qualcosa di lui, se l’avrebbe visto ancora con la sigaretta in bocca. Sacrificò ben sei anni della sua vita per disfarsi da quel vizio tremendo : caramelle, visione maniacale di film e sceneggiati, album interi suonati alla chitarra ed infine la tanto famosa sigaretta elettronica. Ricordò con nostalgia l’abbraccio fulmineo che ricevette da Cèline, ancora convinta salutista all’epoca, quando le comunicò che aveva smesso definitivamente.
“Al diavolo! Se la ritrovo smetto ancora!”. Pensò spegnendo l’ennesima sigaretta schiacciandola a terra.
Venerdì pomeriggio, terminato l’abituale pasto al “Baretto”, posò gli occhi su dei volantini sparpagliati sopra il bancone. “Serata frizzante con D.J. Falagna!!! Musica latino-americana tutta notte! Unisciti anche tu alla nostra festa!!!”.
Il volto di D.J. Falagna, “impegnato” alla consolle, gli parve terreo, con uno sguardo vitreo degno del mostro di Frankenstein. Nel retro dei volantini era stampata una caricatura di ragazze mulatte danzanti, il luogo e la sera dell’evento : “sabato 4 settembre; Riva Ticino Grande, Vigevano”.
Alla sera, esausto da una lunga camminata, piombò in un sonno profondo. Si risvegliò quando il sole era già alto pronunciando la seguente parola : “Charleston!”. Questa volta sognò Giulietta Masina ballare il Charleston in una delle scene finali de “La Gran Vita”, meravigliandosi del fatto che Cèline non era venuta a fargli visita nei sogni. Fu immediatamente triste : i film di Giulietta gli mancavano esattamente come gli mancava Cèline.
Anche quella giornata trascorse anomia : nulla di nuovo sotto il sole che riscaldava l’acqua del Ticino. Verso il tramonto, seduto su di un masso, osservò i preparativi per la serata latino-americana. Questo D.J. Falagna doveva essere un personaggio importante : un palco di modeste dimensioni venne montato sulla spiaggia, tra le continue imprecazioni del tecnico delle luci che pregava gli operai di eseguire il lavoro perfettamente. Come funghi, diversi chioschi allestiti secondo le usanze esotiche, spuntarono qua e là. Decisamente curato nei minimi dettagli, quello doveva essere il raduno latino-americano più vasto della zona.
Con il calar del sole, il parcheggio poco distante dalla grande spiaggia, brulicò di macchine. Poco a poco Luca vide popolarsi quella parte del Ticino trasformata in una discoteca all’aperto; uno scempio degno del peggior consumismo.
Immaginò quale porcile avrebbero provocato quelle “allegre” persone ben vestite e dal sorriso di plastica. Li poté osservare tutti dal tavoli del Baretto, addentando l’ennesimo panino. Già da troppo tempo quella musica lo stava assillando; c’era di buono che la birra costava poco : solamente 3,50 euro per una media. Ciò lo invogliò a tuffarsi in quella bolgia dove la gente si dimenava in danze assurde. Raggiungere i chioschi fu un’impresa; la folla lo soffocò urtandolo più volte, costringendolo a spintonare in continuazione per farsi spazio. Sudando sette camicie e contenendo la rabbia a malmenare ogni singola persona, finalmente riuscì a procurarsi la birra. Metà del contenuto nel bicchiere andò perso per via degli individui che gli cascarono addosso senza troppi complimenti. La forza di bestemmiare gli era misteriosamente scomparsa; decise che la via della rassegnazione fosse la più saggia da seguire. Trovato un punto libero ai lati della discoteca Ticiniana, osservò divertito quel marasma di corpi. Fu felice di non essere come loro, ma non lo fu per niente riguardo la settimana quasi giunta al termine. Sfiorando la fronte, si accorse anche di essere un po’ brillo; d’altronde cos’altro poteva fare in una serata come quella? Affogare nei tristi fiumi della birra gli sembrò essere l’unica soluzione.
Incamminandosi ancora una volta verso il chiosco venne colto da un dejà vu. Per un attimo puntò lo sguardo verso un punto indefinito, accorgendosi che aveva già visto quei capelli : leggermente mossi, lunghi a metà schiena terminanti boccoli adorabili. Il loro colore era il suo preferito : biondo oro.
Blocco totale.
Voltandosi scorse ancora quel punto, cercando di metterlo bene a fuoco tra tutte quelle teste. Le lamentele delle persone alle spalle, anche loro ansiose di raggiungere il chiosco della birra, non le sentì.
Tutti i sintomi dello svenimento reclamavano nel suo corpo; la terra sotto i piedi venne a mancare e il carne non sembrò più appartenergli. Riuscì ad avvicinarsi; non si accorse neppure della ragazza che sbatté quasi a terra mentre cercava di abbattere tutti quei corpi insensati che lo ostacolavano. Sperando che le mani rispondessero, afferrò le braccia : una presa decisa, diretta; di quelle da cui è impossibile non sobbalzare.
Gli occhi fissi sul quel volto. Si, era esattamente come se lo ricordava; forse meno sciupato ma comunque incantevole. Una frazione di secondo interminabile, nella quale vide solamente quella figura voltarsi a guardarlo dritto negli occhi. Tutto intorno scomparve : l’espressione di stupore in quegli occhi azzurri e l’adorabile contorno della bocca quasi a disegnare un adorabile sorriso, erano tutto ciò che esisteva in quel momento.
“Cèline……”. Non fu veramente sicuro di aver pronunciato quelle sei lettere.
Proprio mentre le labbra sembrarono mettersi in moto a pronunciare il suo nome, mani prepotenti gli strinsero il braccio. Erano le mani di un alto ragazzo tatuato, dai capelli a metà orecchio.
“Cazzo vuoi?”. Brontolò irritato il gigante ponendosi davanti a lui.
“Ma chi sei?? Cazzo vuoi tu!”. Controbatté Luca spingendolo via.
La risposta arrivò puntuale : un pugno scagliato in pieno volto lo fece barcollare a terra.
“Noooooooooo!”. Fu l’unico grido che avvertì da quella voce che non sentiva da parecchio tempo.
Puntuali e grossi come gorilla, i buttafuori ingaggiati per mantenere l’ordine durante la serata, si precipitarono nel punto dell’accaduto. Forti braccia aiutarono Luca a rialzarsi da terra mentre poteva ancora sentire quella voce gridare con un’ ira funesta :
“Pezzo di merda! Non ti ha fatto niente! Sei un grandissimo figlio di puttana!!!”.
Correndo il rischio di essere aggredito dalla furia di Cèline, John abbandonò la stoffa del “grande uomo” rispondendole imbarazzato :
“Che ne so io! Questo ti stringeva con gli occhi spiritati…”.
Il resto del “gruppo” osservando la scena, restò pietrificato. La cara “compagna” Margot restò a bocca aperta e quando John colpì Luca si nascose dietro Orso.
“Poi voi predicate pace e amore!”. Gridò Cèline mentre un gorilla la allontanava. “Mi fate schifo, vi odio!”.
Il buttafuori la scaraventò dietro il palco, mentre cercava di liberarsi da quelle mani che la muovevano a loro piacimento.
“Lasciami schifoso!”. Finalmente il gorilla la lasciò, raccomandandole di non mettere più piede in “discoteca”.
“Ma chi ci ritorna in sto posto di merda…”.
Cèline appoggiò il braccio su di una transenna posta ai lati del palco. Il pianto isterico e liberatorio si confuse con il ritmo ossessivo della musica; la sua anima non aveva mai urlato un simile dolore.
Alzando la testa vide Luca strattonato dall’ennesima coppia di gorilla. Una volta che i due lo lasciarono, barcollante si allontanò nel buio della flora.
“Luca!”. Gridò Celine. Lui non si voltò, forse non sentì.
Cèline entrò nel bosco sbraitando nuovamente il suo nome. Nemmeno la più grande forza esistente al mondo avrebbe potuto fermarla in quel momento.
I suoi occhi non riuscirono a scorgere nessuna figura all’interno del buio pesto di quella selva incantata. Corse per inerzia, inciampando più volte nelle buche e ferendosi le gambe, tornate a vestire quei pantaloncini decisamente corti. Il sentiero sembrava non terminare mai; a voltarsi indietro Cèline non ci pensò nemmeno : l’oscurità penetrava in ogni angolo. Il fiato incominciò a mancarle; fu costretta a fermarsi, appoggiando le mani alle ginocchia piegandosi in avanti. Spietate pulsazioni si insediarono nella testa, il cuore le scoppiava nel petto madido di sudore, le gambe e i piedi le dolevano. Tra tutte quelle voragini doveva aver subìto una leggera distorsione alla caviglia destra. Sfinita, appoggiò le ginocchia al terreno spigoloso e ricoperto di fogliame.
“Luca…”. Nessun suono nella sua voce, soffocata dal pianto che tentò di placare portandosi le mani al viso. Il nero sipario del rimpianto calò. Cèline avvertì le lunghe mani delle tenebre avvolgerla per sempre. Il vuoto di quel silenzio la cullò inesorabilmente attraverso gli alti alberi sopra di lei. Per la prima volta desiderò morire, sola e sconfitta dal dolore.
I suoi occhi, abituatisi all’oscurità, poterono distinguere il chiarore lunare penetrare attraverso le fronde degli alberi. Vide luccicare qualcosa alla sua destra. Trovò la forza di rialzarsi. Improvvisamente quel bagliore magico svanì : doveva trattarsi di una lucciola che osava giocarle brutti scherzi. Portando le mani in avanti per scacciare eventuali ramoscelli, avvertì il vuoto. Stupita, mosse nuovamente le braccia : nulla. Il bosco finì, aprendo lo scenario su di una piccola spiaggia tinta del chiarore lunare.
Avvertendo lo scorrere dell’acqua e l’aria leggermente frizzante, i nervi le si rilassarono un attimo. Verso la parte sinistra della spiaggia, stava depositato un lungo tronco. Cèline fu ansiosa di raggiungerlo per riposare le gambe. Avvicinandosi sempre di più, aguzzò la vista. Sopra quel tronco vi era qualcosa. Mentre camminando lottava con i sassi, improvvisamente si fermò; quella sagoma le era familiare. Giunta ormai a pochi metri dal tronco avvertì una fitta allo stomaco : ora ne era sicura.
“Oh!”. La voce le ritornò per magia, tinta di un dolce stupore.
“Luca… sei tu!”.
Si precipitò con tutte le sue forze ad abbracciare il suo corpo; lo strinse da dietro le spalle cadendo a terra. Le mani giunte al petto di Luca ora non l’avrebbero lasciato andare per nulla al mondo. Il suo profumo le parve ancora famigliare, rassicurante e stupendo proprio come lo ricordava; ma quel corpo che lei abbracciava con tanto amore non manifestò nessuna reazione. Alzandosi da terra fu dispiaciuta di rompere quell’immenso abbraccio; le sue mani ora accarezzavano le spalle. Sedette al suo fianco.
“Luca! Sono Cèline…”. Disse scuotendolo leggermente.
Avvicinò le labbra alle guance, senza essere ricambiata. La poca luce le permise di osservare lo sguardo assente, impassibile.
“Che c'è? Non mi riconosci? Rispondimi ti prego!”. Supplicò appoggiando la testa alla sua spalla intonando un terribile pianto.
Luca voltò il capo in direzione della sua spalla destra, osservando con indifferenza la donna che gli piangeva addosso. Come risvegliatosi da un lungo sonno, con un filo di voce parlò a se stesso :
“Una settimana intera per prendermi un pugno in faccia…”.
Cèline abbandonò la sua spalla di scatto, prendendo il suo volto delicatamente tra le mani : “Oh no, quel bastardo! Ti ha segnato?”.
Luca scacciò le mani premurose di Cèline voltandosi dall’altro lato.
“Una settimana di merda per questo…”.
Cèline, infranta dallo sconforto, non ebbe più parole.
Fu solamente in grado di pronunciare un “Io..” soffocato e interrotto dal tono duro di Luca : “Puoi tornare da lui… avanti, cosa aspetti?”.
“N-no! Io…”.
“Tu cosa?”. Luca balzò in piedi. “Vai dal tuo uomo! Ti starà aspettando, è un duro no? Come è sempre piaciuto a te!”.
Cèline ritrovò la forza di urlare : “Non è il mio uomo! E’ solamente un bastardo!”.
Luca però urlava più forte : “Un bastardo che ti scopa però vero?”.
“Basta! Non è come credi…”.
“Oh già! Sempre le solite frasi : non è come credi, sono buona e cara… ma intanto apro le gambe”.
Cèline si sentì ferire il cuore da mille spade mentre la luna continuava ad illuminare debolmente i loro volti.
“Hai tutte le ragioni del mondo a sentirti così, ma questa non è la vita che voglio fare… la mia vita è solamente con te…”.
“Ah! Ma davvero? E dove è finita la Cèline anarchica e ribelle? E’ morta? Ma soprattutto, dove sei stata in quasi due anni??”.
“Sono stata all’inferno! Mi sei mancato fin dal primo giorno!”. Luca poteva vedere le guance umide di Cèline, mentre lei si interrompeva tra i singhiozzi. “Non ho mai avuto il coraggio di ritornare a casa. Fino a quando ti ho visto questa sera. Mi hai guardato come la prima volta che ci siamo visti. Mi hai trovata, io ora sono qui davanti a te… ma non lo capisci che ti amo?”.
Cèline si accasciò a terra, poco distante dai piedi di Luca. Tremava in tutti il corpo; quelle lacrime avrebbero potuto causare una piena del Ticino in pochi secondi.
“Ti amo Luca… ti amo…. Perdonami, ti amo”. Ripeté Cèline straziata stringendo lo stomaco ai piedi di Luca.
In quel momento sentì il corpo di Luca smuovere i sassi ed avvicinarsi al suo. Con le dita le sollevò il mento. Il cielo si tinse di un lieve chiarore : doveva mancare pochissimo all’alba.
“Piccola… è vero?”.
Cercando di interrompere i singhiozzi, lei annuì. Ora grazie alle prime luci dell’alba, poteva vederla meglio. Dio, quant’èra bella anche se piangeva.
“Si… è vero che mi hai cercata per una settimana?”.
Accarezzandole i capelli Luca sorrise : “No, per un anno intero”.
Il bacio più lungo della storia : dapprima lento e sensuale, poi vorace e lussurioso, quasi violento. I loro corpi si contorsero per ore, mentre il sole riscaldò quella piccola spiaggia ora teatro di gioia e amore.
Luca fu il primo a svegliarsi. La sensazione che la sabbia fosse entrata in ogni centimetro quadrato del suo corpo, poté avvertirla completamente. Distesa sopra il suo petto, Cèline russava debolmente; anch’essa ricoperta di sabbia ma felice. Con la mano destra stringeva il costato, nei pressi del cuore, riparandolo dall’aria fresca del mattino. Il sole ora alto nel cielo li riscaldò amorevolmente. Mezz’ora prima smisero di fare all’amore; quasi due anni vennero recuperati a dovere.
Facendo attenzione a non svegliare Cèline, spostò delicatamente il suo braccio, aggiustando lo zaino che fino a poco tempo prima servì da cuscino a entrambi. Cadde qualcosa dallo zaino; doveva trattarsi di un pezzo di carta. Raccogliendolo da terra Luca aprì il foglio stropicciato. Nonostante fosse un poco sciupato, riuscì a decifrare la scrittura di Cèline. Con gli occhi lucidi, lesse attentamente la lettera che lei ricopiò sull’altura. Si voltò spontaneamente ad osservarla dormire beata; avvicinandosi silenziosamente le donò un bacio alla guancia. Ripose la lettera accuratamente nello zaino : mai nessuna composizione lo fece sentire così commosso.
Chinandosi alla riva, in qualche modo lavò le mani nell’acqua rinfrescando il volto. Questa volta le lacrime furono di gioia e prevalsero su tutte le sofferenze passate.
Proprio in quel momento Cèline si svegliò. Lo vide nuovamente di spalle, ma questa volta il suo corpo risplendeva nitido ed energico davanti a lei. Schiarì la voce allo scopo di farlo voltare : di spalle era carino, ma davanti lo era ancora di più. Le sorrise mentre lui si avvicinava dandole il bacio del “buongiorno”. Le parole non servirono : restarono abbracciati a contemplare la bellezza di quella tiepida mattinata. I baci che Luca le dava sul capo le procuravano una sensazione di conforto senza eguali; il dolore alle gambe e ai piedi le era scomparso. Le ferite inferte dai rovi si cicatrizzarono rapidamente, ma ancora più importante, l’enorme ferita nell’anima guarì definitivamente.
“Chi è Ester?”. Luca ruppe il silenzio.
“Oh! Hai letto?”.
“Si…”.
“E’ la donna che mi ha salvato, mi piacerebbe rivederla un giorno…”.
“Andremo a trovarla… ora abbiamo bisogno di una doccia!”.
Cèline annuì divertita mentre Luca stringendole la mano la aiutò a rialzarsi.
Il bosco non faceva più paura, con la luce del sole assunse un volto caldo e rassicurante. Gli uccelli sembrarono cantare per loro, entusiasti di quella unione tanto attesa. La “discoteca” latino americana si trasformò appunto in un porcile : migliaia di carte e bicchieri a terra che forse qualche buon’anima avrebbe raccolto. Disgustati Luca e Cèline passarono accanto a quella discarica; i loro sguardi erano sufficienti per esprimere il disprezzo verso coloro che inquinarono quella bellissima spiaggia.
Camminarono per un mezz’ora buona, a volte abbracciati oppure mano nella mano, finché non giunsero ad un enorme parcheggio abbandonato.
“L’alfa!”. Esclamo Cèline stupita.
“Più che l’alfa è stato il mio letto per una settimana intera…”.
Cèline gli accarezzò il volto alzandosi leggermente sulle punte dei piedi.
“Io non ti merito…”. Disse Cèline subito dopo aver staccato rumorosamente la bocca dalle sue labbra.
Luca aprendole la portiera assunse un tono serio : “Smettila, ci meritiamo a vicenda ed ognuno ha bisogno dell’altro… non dirlo mai più!”.
Gli occhi di Cèline furono pieni di amore mentre lo osservò mettere in moto la macchina : la maglietta dei Morbid Scream assunse il colorito della sabbia, cosiccome i pantaloni e le scarpe da ginnastica bianche. In faccia, oltre ai segni di sporcizia acculatisi durante la settimana, vi era una leggera contusione poco sotto l’occhio sinistro, dovuta al pugno sferratogli da John. Cèline non era da meno : la carnagione chiara accentuò ulteriormente la terra sulla faccia; i capelli sporchi e scomposti le donavano un’aria da gitana. La maglietta dei Windhand, grazie all’enorme scollatura, apriva la vista su numerose collane intrise di terriccio. I pantaloncini azzurri furono ricoperti da talmente tanta sabbia da fare invidia alla spiaggia di Copa Cabana; i sandali li aveva abbandonati chissà dove : viaggiava a piedi nudi da circa un’ora.
“Dove andiamo?”. Chiese mentre Luca ingranò la retromarcia.
“A casa…”.
Non fu per niente intelligente addormentarsi davanti al PC. Per tutta la giornata di domenica, Luca fu costretto a letto tormentato da una cervicale spietata. Appena aprì gli occhi in mattinata, con davanti il monitor del computer in standby, il dolore lo assalì. Si presentò come al solito : localizzato dietro la nuca nella parte sinistra a ramificarsi sopra la fronte. Le pulsazioni scandivano un battito regolare, facendogli portare la mano nel punto colpito sperando che si alleviassero un poco. Questo gesto non cambiò nulla; decise di dirigersi a letto. Chiuse gli occhi in quell’umida accozzaglia di lenzuola, ma il dolore non lo abbandonò fino a pomeriggio inoltrato.
“Una giornata buttata via!”. Pensò preparando la cena.
Vedere il tempo scorrergli davanti agli occhi, senza sfruttare l’occasione di poterlo impegnare, lo fece andare in bestia. Poi, se si trattava di poter rivedere Cèline, la rabbia aumentava a dismisura. Con la consolazione che la cervicale aveva smesso di infierire i suoi odiosi colpi, attaccò il televisore in camera. Il sonno arrivò senza che se ne accorse; proprio quando Masha Mèril stava vestendo la sua elegante coscia, medicata con un cerotto bianco, di una calza marrone. Nel suo sogno Cèline apparve ancora una volta : dentro ad uno specchio dai contorni barocchi colorava le labbra di un rossetto smagliante.
“Tu soffrirai… oh si! Te ne accorgerai… ti accorgerai di quanto lei ti mancherà…”. Diceva Cèline puntando il dito contro di lui, inarcando il sopracciglio sinistro e chiudendo leggermente l’occhio.
Quando si svegliò il cuore batteva in gola una melodia distorta, mentre i primi stralci dell’alba avevano illuminato debolmente la stanza. Cercò di trovare un significato al sogno appena terminato e dissoltosi per incanto nelle tenebre della notte, ma restò fedele all’idea che mai nessuno potrà dare una vera e proprio spiegazione a ciò che accade in mondi
sconosciuti. Si accorse che era anche lunedì : il peggiore giorno della settimana per un lavoratore; anche se l’occupazione di giornalista non aveva ne orari e ne weekend liberi. Fortunatamente era riuscito ad autogestirsi al meglio con i suoi anni di esperienza, facendo in modo di ritagliare il tempo libero a suo piacimento. Già, il lavoro : la sua scrivania lo attendeva impaziente nella piccola redazione; ma soprattutto lo attendeva Laura. Il solo pensiero della collega provocò una contorsione dell’intestino. Cosa gli avrebbe detto? Come avrebbe reagito quando l’avrebbe visto dopo quel weekend convulso? Ma soprattutto, gli avrebbe ancora parlato? Formulò tutte queste domande infilandosi i pantaloni, tutto sommato felice per la cervicale finalmente scomparsa.
“La vita richiede tanti sacrifici ed un continuo rimettersi in gioco. Se ti fermi sei perduto… ti schiacciano come un insetto ripugnante! Quindi, facciamo questo sacrificio di vedere Laura!”. Bisbigliò sottovoce chiudendo la porta di casa.
Parlare a se stesso gli faceva bene, anche se qualcuno del palazzo udendolo borbottare nell’androne delle scale lo avrebbe scambiato per pazzo. Vi furono molte persone, tra queste anche sua madre con un tono di voce alto e opprimente, che non gli permisero mai di proferire parola completamente anzi, a volte non lo facevano proprio parlare. Così scelse se stesso come miglior interlocutore delle proprie opinioni, con la soddisfazione che almeno veniva ascoltato.
Varcando la soglia della redazione la vide. Sempre composta ed elegante ma con segni di stanchezza sul volto : questa volta sottili occhiaie contornavano i dolci occhi penetranti. Luca la guardò proprio dritto in quelle stupende sfere scure, somiglianti a due nere ciliege fresche e mature. Fu Laura la prima ad abbassare lo sguardo vedendolo arrivare. Quando ormai era vicino alla sua scrivania, sempre tenendo gli occhi bassi, con un filo di voce accennò ad un saluto : “Ciao…”.
“Ciao Laura”. Luca ricambiò il saluto con voce forte e decisa e lo sguardo sempre fisso su di lei.
Senza aggiungere altro, appoggiò lo zaino a terra e andò a sedersi nella sua postazione. Sbuffando, spulciò tra le carte che avevano infestato il tavolo. Mezzo secondo dopo, Laura si alzò di scatto mettendo le mani sulla scrivania di Luca; finalmente era riuscita a guardarlo in faccia.
“Mi… mi dispiace per sabato”. Gli disse irrigidendosi in tutto il corpo.
“Si, lo so Laura”. Rispose lui distratto premendo il bottone d’accensione del PC.
“Allora hai letto il messaggio?”.
“Si, l’ho letto… solo che mi è caduto il cellulare, si è rotto. Non ho potuto risponderti…”. Laura non sembrò cascarci.
“Spero che ora tu…”. Luca la interruppe subito : “Senti Laura, mettiamola così : è stata una serata tra due amici e ciò che è successo a fine serata non è mai successo. Okay? Poi ti sei divertita no?”.
“Io… si, mi sono divertita”.
“Bene. Allora non pensarci più, per me non è cambiato nulla”. Laura rilassò lo sguardo : era proprio quello che voleva sentirsi dire.
“Grazie, mi fa piacere”. Il tono della sua voce tornò regolare. “Ci tengo alla tua amicizia, vieni a bere il caffè?”.
“No grazie Lau, devo finire questo articolo… dai, dopo pranziamo insieme”.
Un lampo di luce negli occhi di Laura : “Va bene! Volentieri! Ora raggiungo gli altri per il caffè”.
Vedendola allontanarsi con il suo solito passo selvaggio e sensuale, Luca tirò un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di affrontare il discorso riguardo ciò che era accaduto sabato sera, gli dava la nausea. Non ce l’aveva con Laura, ma non era per niente intenzionato a sentire le sue lagne infestargli le orecchie. Poi cosa successe di male? Un semplice rifiuto di intimità, una illusione come un’altra : ormai ci era abituato.
Sbirciando tra i suoi appunti si rese conto che aveva cose più importanti a cui pensare. Doveva terminare l’articolo riguardo la protesta avvenuta all’esterno della Media World del centro commerciale “Il Destriero” di Vittuone (MI). Circa un centinaio di persone acquistarono modelli difettosi del i-Phone 19. La casa di produzione mise in commercio modelli che avevano la “pecca” di spegnarsi automaticamente in continuazione.
“E’ una vergogna! Non posso fare niente con questo i-Phone! Ce li hanno venduti già rotti!”. Queste le parole di un uomo adulto intervistato da una emittente televisiva. Il suo sguardo era duro e incazzato : se avesse avuto tra le mani il progettatore di quegli aggeggi lo avrebbe ammazzato a mani nude.
“Forse per fare scoppiare la rivoluzione è solamente necessario togliere i cellulari alla gente ancora prima del cibo.”. Pensò Luca digitando l’inizio del suo articolo.
La fame gli fece ricordare che aveva invitato Laura a pranzo; rimembranza che gli fece fare un smorfia. Lei lo attendeva fuori, intenta a consumare la sua inseparabile sigaretta elettronica.
Decise di portarla al solito posto : “L’incontro”; ovvero il bar paninoteca che da ormai sei lunghi anni nutriva i dipendenti di “Milanoweb”. La breve camminata gli riempì i polmoni di smog e le orecchie dei discorsi di Laura, ai quali dava risposte brevi e distratte.
Una volta seduti al tavolo, spense definitivamente l’udito mentre lei gli raccontava della sua visita alla fiera dell’artigianato. Mentre addentava il panino con cotoletta e insalata, tutti i pensieri furono per Cèline e per la sua mancata esplorazione del Ticino Vigevanese, rimandata per via di quella maledetta cervicale.
Se avesse potuto vedere Cèline in quel momento sarebbe stato felice. Si trovava esattamente dove lui era intenzionato ad andare, a pochi chilometri dal “Jack Bikers”. Stava seduta sotto un’acacia, con i piedi nascosti nella calda sabbia del Ticino. Lo sguardo gioioso su quello che era sempre stato il libro preferito da lei e Luca : “Gli Uccelli” di Tarjey Vesaas. Cèline ne portò via una copia da casa : uno dei tanti torti fatti a Luca che non fu più in grado di perdonarsi. Il libro si presentava ancora in ottimo stato, nonostante i continui spostamenti e i luoghi in cui Cèline aveva vissuto. Poco distante John, Mandy, Orso e Margot facevano il bagno nudi. Marina disegnava figure sulla sabbia, mettendo insieme gli infiniti sassi presenti sulla spiaggia.
Proseguendo la lettura Cèline si sentì più leggera; forse questo era merito delle parole di Ester. Non aveva smesso di pensare a lei dalla sera prima. Disegnando con la mente il volto di Matilda, pensò a quanto fosse fortunata ad avere una nonna così speciale; non che lei ebbe una nonna “poco speciale” anzi, ma secondo lei Ester era riuscita a trovare le parole giuste al momento giusto. In quel momento avrebbe voluto correre con tutte le sue forze da Luca, ma qualcosa ancora glielo impediva. La stupida paura che lui non l’avesse perdonata dominava la sua anima, ancora leggermente tormentata ma tutto sommato felice grazie a quell’incontro. Decise di non condividere la sua gioia con gli altri : ai loro occhi appariva ancora come la ragazza depressa per chissà quale oscuro motivo. Margot non aveva nemmeno chiesto come stava dopo il suo capogiro al “Casello”; Cèline la ritrovò nei sedili posteriori del furgone di Tommy, addormentata e vittima dell’alcol e di chissà quale altra sostanza.
Quella non era la fine che voleva fare Cèline; se c’era un motivo del perché aveva lasciato casa questo era che voleva rincorrere un mondo dove avrebbe potuto cogliere squisiti frutti, realizzare sogni stupendi ed essere libera. Cosa trovò? Freddo, continui punti interrogativi e fastidiosi mal di stomaco dovuti al poco cibo ingerito. Certo, all’inizio fu divertente : non avere obblighi e orari le piaceva, frequentare tutti i concerti e i raduni conoscendo nuove persone la faceva sentire bene. Poi il nulla… un pugno di mosche. Cèline da buona ragazza sensibile e riflessiva, doveva stare a vedere e capire il perché delle cose; non le bastava un acido per dimenticare i problemi.
Mano a mano che il romanzo proseguiva, si sentì ancora una volta rapita dai ricordi : vide davanti agli occhi Luca che le dava consigli riguardo la sua accantonata carriera di scrittrice. La maggior parte delle volte che si addentrò in questo stupendo ruolo, Cèline traeva ispirazione dai sogni ma anche da tutto ciò che succedeva nella vita reale. Una volta vide il nome “Daiana” scritto su di un muro. Quella scritta le fece elaborare una storia : una donna costretta a prostituirsi per mantenere il figlio incomincia a scrivere racconti e poesie che avranno successo. La vita di Daiana cambierà per sempre, finalmente ha la sua rivincita verso il mondo crudele. Espose a Luca la sua idea, il quale le diede consigli per stendere al meglio il racconto. Passarono insieme tantissimi venerdì sera in salotto, a discutere delle fantasie che avrebbero voluto trascrivere su carta. “Uscire a bere una birra” diventò troppo noioso, inoltre i locali erano frequentati dalle “solite facce”.
“No! Non devi fare capire ciò che vuoi dire! Cerca di mascherare il significato nelle parole”. Disse una volta Luca mentre lei gli leggeva ad alta voce ciò che aveva appena scritto.
Cèline non riuscì mai a portare a termine le sue opere; arrivava sempre ad un punto dove non sapeva più come continuare.
Durante questo lasso di tempo un nuovo sogno, oppure un gesto fatto da persone sconosciute, le davano l’ispirazione per incominciare una nuova storia. Tante volte passeggiò con Luca nel bosco vicino a casa, sperando che la natura le donasse nuovi spunti per terminare i propri racconti ma niente : l’ispirazione giungeva quando meno se l’aspettava e da lì scriveva come un fiume in piena, riempiendo fogli bianchi e la memoria del computer portatile.
“Vieni Cèline!! Vieniiiiiiiiii….”. Il richiamo di Margot dall’acqua splendente del Ticino.
Cèline si limitò solamente ad alzare gli occhi, ignorando completamente la proposta della sua “amica”.
Al coro si aggiunsero anche Orso e Mandy. Erano convinti che se Cèline avesse bagnato la propria pelle sarebbe rinata.
Si accorse che quel coro stava diventando troppo assillante e così decise di alzarsi dalla sabbia. Tra le urla dei propri “amici” camminò verso un sentiero che riportava in cima nel boschetto. Ebbe qualche difficoltà ad affrontare la ripida salita dissestata : tutta colpa di quegli odiosi sandali, ormai buoni per i vermi. Desiderò come nessun’altra cosa al mondo la mano di Luca a stringere la sua e aiutarla a superare quel fastidiosissimo masso che le si parò davanti. Con molto impegno e spendendo molta energia, ritornò finalmente in cima. Le unghie dei piedi assunsero un colorito sporchevole, presentando anche diverse spaccature. Quelle stesse unghie che se non curava almeno una volta a settimana non era contenta. Pulendosi le gambe dal terriccio notò che dal ginocchio fuoriusciva sangue.
Bagnando l’indice di saliva rimosse il terriccio accumulato attorno alla ferita. Il sapore ferroso del sangue le si depositò puntuale sulle papille gustative. Non sopportava quel sapore terribile : sangue significa vita, ma anche morte e disperazione.
La sola vista le provocava un’angoscia terribile, rimandandola ad un pomeriggio d’estate quando aveva solamente quattro anni. Un uomo anziano investì la sua gatta Lilli, da sempre ricordata e venerata da Cèline con il più profondo affetto.
Cercando di scacciare dalla bocca quell’odioso gusto, si ricordò che nello zaino aveva ancora una bottiglietta d’acqua a metà ed un pacchetto di fazzoletti. Non osò buttare a terra il fazzoletto sporco di sangue; non poteva rovinare un suolo così bello e a lei tanto caro. Mise il fazzoletto nello zaino, lo avrebbe buttato successivamente in un apposito cestino. Nello zaino erano presenti anche una bottiglia di birra Moretti e il suo inseparabile taccuino. Senza un motivo apparente, da diverso tempo aveva smesso di annotare tutto quello che le passava per la mente. Benché confidò parecchi turbamenti a Margot e ai suoi “amici”, dentro di sé sentiva ancora il bisogno di sfogarsi con se stessa.
La scalata le aveva messo sete; munita di accendino stappò la birra. Portandola alle labbra fece un lungo sorso terminando disgustata : era schifosamente calda. Sforzandosi di berla, andò a sedersi alla fine di un altura che le permise di scorgere gran parte del Ticino. Liberò i piedi dagli odiosi sandali, roteandoli nell’aria e percependo il vuoto che la separava dalla riva sottostante. Sperò con tutto il cuore che la penna, magicamente ricomparsa nello zaino, funzionasse ancora. Impaziente scarabocchiò un foglio del taccuino : nessun segno di inchiostro. Al secondo tentativo Cèline sbuffò sorseggiando ancora quella birra terribile. Il sorriso le illuminò il volto al terzo tentativo : quella dannata penna era ritornata a scrivere. Entusiasta fece un lungo sospiro, accarezzò leggermente il labbro inferiore ed iniziò a scrivere :
“Vorrei incominciare questa… oddio! Non so se chiamarla lettera, oppure missiva o ancora “dichiarazione”; non è sempre bello dare un nome alle cose. Se è per questo non è nemmeno carino dare sempre nomignoli alle persone.
Quindi, Luca : spero che queste parole arrivino al tuo cuore ancora prima che ai tuoi occhi. Il mondo che ho sempre sognato non esiste : sognare pace e amore equivale già di per sé a realizzare un sogno. Durante questa mia follia (non trovo altre parole per definirla) ho solamente sofferto le peggiori pene dell’inferno. So che non ci crederai, ma è così. In certi momenti abbiamo bisogno di qualcuno che ci tenda una mano. La mano me l’hanno tesa e ieri sera a farlo è stata una persona speciale. Ti prego non mettere in moto subito la tua gelosia, non è come pensi tu! Avrei voluto con tutta l’anima poter condividere con te questa esperienza e parlarti di questa donna. Ester è il suo nome : è una delle persone più dolci che abbia mai conosciuto e, come ho scritto prima, vorrei parlartene all’infinito ma ora ho cose più importanti da dirti. Non ti chiedo di perdonarmi, ma solamente di essere contento che io ora sia felice. Qui tira un vento delizioso, il sole mi sta riscaldando il viso mentre scrivo queste righe : questo per me significa molto, anzi tutto. Avere l’opportunità di amare è qualcosa di fantastico e ci viene concesso ogni giorno; ma i nostri occhi egoisti non riescono ad accorgersene. Ora i miei occhi colgono la bellezza di ogni cosa, l’essenza di ogni parola e il senso di ogni creazione. Luca, la tua Cèline sta bene e… ti ama.”.
Voltando pagina strappò un foglio sul quale ricopiò l’intero scritto. Inserì lo scritto originale nella bottiglia di birra vuota che richiuse con il tappo accuratamente conservato. Nascose la copia nel taccuino, piegandola ordinatamente : adorava avere l’opportunità di rivedere quelle righe ogni volta che lo desiderava. Alzandosi da terra, prese la rincorsa ed effettuò un lancio che fece cadere la bottiglia nelle turbolente acque del fiume.
“Oh fiume Ticino, raggiungi il suo cuore”.
“Una giornata buttata via!”. Pensò preparando la cena.
Vedere il tempo scorrergli davanti agli occhi, senza sfruttare l’occasione di poterlo impegnare, lo fece andare in bestia. Poi, se si trattava di poter rivedere Cèline, la rabbia aumentava a dismisura. Con la consolazione che la cervicale aveva smesso di infierire i suoi odiosi colpi, attaccò il televisore in camera. Il sonno arrivò senza che se ne accorse; proprio quando Masha Mèril stava vestendo la sua elegante coscia, medicata con un cerotto bianco, di una calza marrone. Nel suo sogno Cèline apparve ancora una volta : dentro ad uno specchio dai contorni barocchi colorava le labbra di un rossetto smagliante.
“Tu soffrirai… oh si! Te ne accorgerai… ti accorgerai di quanto lei ti mancherà…”. Diceva Cèline puntando il dito contro di lui, inarcando il sopracciglio sinistro e chiudendo leggermente l’occhio.
Quando si svegliò il cuore batteva in gola una melodia distorta, mentre i primi stralci dell’alba avevano illuminato debolmente la stanza. Cercò di trovare un significato al sogno appena terminato e dissoltosi per incanto nelle tenebre della notte, ma restò fedele all’idea che mai nessuno potrà dare una vera e proprio spiegazione a ciò che accade in mondi
sconosciuti. Si accorse che era anche lunedì : il peggiore giorno della settimana per un lavoratore; anche se l’occupazione di giornalista non aveva ne orari e ne weekend liberi. Fortunatamente era riuscito ad autogestirsi al meglio con i suoi anni di esperienza, facendo in modo di ritagliare il tempo libero a suo piacimento. Già, il lavoro : la sua scrivania lo attendeva impaziente nella piccola redazione; ma soprattutto lo attendeva Laura. Il solo pensiero della collega provocò una contorsione dell’intestino. Cosa gli avrebbe detto? Come avrebbe reagito quando l’avrebbe visto dopo quel weekend convulso? Ma soprattutto, gli avrebbe ancora parlato? Formulò tutte queste domande infilandosi i pantaloni, tutto sommato felice per la cervicale finalmente scomparsa.
“La vita richiede tanti sacrifici ed un continuo rimettersi in gioco. Se ti fermi sei perduto… ti schiacciano come un insetto ripugnante! Quindi, facciamo questo sacrificio di vedere Laura!”. Bisbigliò sottovoce chiudendo la porta di casa.
Parlare a se stesso gli faceva bene, anche se qualcuno del palazzo udendolo borbottare nell’androne delle scale lo avrebbe scambiato per pazzo. Vi furono molte persone, tra queste anche sua madre con un tono di voce alto e opprimente, che non gli permisero mai di proferire parola completamente anzi, a volte non lo facevano proprio parlare. Così scelse se stesso come miglior interlocutore delle proprie opinioni, con la soddisfazione che almeno veniva ascoltato.
Varcando la soglia della redazione la vide. Sempre composta ed elegante ma con segni di stanchezza sul volto : questa volta sottili occhiaie contornavano i dolci occhi penetranti. Luca la guardò proprio dritto in quelle stupende sfere scure, somiglianti a due nere ciliege fresche e mature. Fu Laura la prima ad abbassare lo sguardo vedendolo arrivare. Quando ormai era vicino alla sua scrivania, sempre tenendo gli occhi bassi, con un filo di voce accennò ad un saluto : “Ciao…”.
“Ciao Laura”. Luca ricambiò il saluto con voce forte e decisa e lo sguardo sempre fisso su di lei.
Senza aggiungere altro, appoggiò lo zaino a terra e andò a sedersi nella sua postazione. Sbuffando, spulciò tra le carte che avevano infestato il tavolo. Mezzo secondo dopo, Laura si alzò di scatto mettendo le mani sulla scrivania di Luca; finalmente era riuscita a guardarlo in faccia.
“Mi… mi dispiace per sabato”. Gli disse irrigidendosi in tutto il corpo.
“Si, lo so Laura”. Rispose lui distratto premendo il bottone d’accensione del PC.
“Allora hai letto il messaggio?”.
“Si, l’ho letto… solo che mi è caduto il cellulare, si è rotto. Non ho potuto risponderti…”. Laura non sembrò cascarci.
“Spero che ora tu…”. Luca la interruppe subito : “Senti Laura, mettiamola così : è stata una serata tra due amici e ciò che è successo a fine serata non è mai successo. Okay? Poi ti sei divertita no?”.
“Io… si, mi sono divertita”.
“Bene. Allora non pensarci più, per me non è cambiato nulla”. Laura rilassò lo sguardo : era proprio quello che voleva sentirsi dire.
“Grazie, mi fa piacere”. Il tono della sua voce tornò regolare. “Ci tengo alla tua amicizia, vieni a bere il caffè?”.
“No grazie Lau, devo finire questo articolo… dai, dopo pranziamo insieme”.
Un lampo di luce negli occhi di Laura : “Va bene! Volentieri! Ora raggiungo gli altri per il caffè”.
Vedendola allontanarsi con il suo solito passo selvaggio e sensuale, Luca tirò un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di affrontare il discorso riguardo ciò che era accaduto sabato sera, gli dava la nausea. Non ce l’aveva con Laura, ma non era per niente intenzionato a sentire le sue lagne infestargli le orecchie. Poi cosa successe di male? Un semplice rifiuto di intimità, una illusione come un’altra : ormai ci era abituato.
Sbirciando tra i suoi appunti si rese conto che aveva cose più importanti a cui pensare. Doveva terminare l’articolo riguardo la protesta avvenuta all’esterno della Media World del centro commerciale “Il Destriero” di Vittuone (MI). Circa un centinaio di persone acquistarono modelli difettosi del i-Phone 19. La casa di produzione mise in commercio modelli che avevano la “pecca” di spegnarsi automaticamente in continuazione.
“E’ una vergogna! Non posso fare niente con questo i-Phone! Ce li hanno venduti già rotti!”. Queste le parole di un uomo adulto intervistato da una emittente televisiva. Il suo sguardo era duro e incazzato : se avesse avuto tra le mani il progettatore di quegli aggeggi lo avrebbe ammazzato a mani nude.
“Forse per fare scoppiare la rivoluzione è solamente necessario togliere i cellulari alla gente ancora prima del cibo.”. Pensò Luca digitando l’inizio del suo articolo.
La fame gli fece ricordare che aveva invitato Laura a pranzo; rimembranza che gli fece fare un smorfia. Lei lo attendeva fuori, intenta a consumare la sua inseparabile sigaretta elettronica.
Decise di portarla al solito posto : “L’incontro”; ovvero il bar paninoteca che da ormai sei lunghi anni nutriva i dipendenti di “Milanoweb”. La breve camminata gli riempì i polmoni di smog e le orecchie dei discorsi di Laura, ai quali dava risposte brevi e distratte.
Una volta seduti al tavolo, spense definitivamente l’udito mentre lei gli raccontava della sua visita alla fiera dell’artigianato. Mentre addentava il panino con cotoletta e insalata, tutti i pensieri furono per Cèline e per la sua mancata esplorazione del Ticino Vigevanese, rimandata per via di quella maledetta cervicale.
Se avesse potuto vedere Cèline in quel momento sarebbe stato felice. Si trovava esattamente dove lui era intenzionato ad andare, a pochi chilometri dal “Jack Bikers”. Stava seduta sotto un’acacia, con i piedi nascosti nella calda sabbia del Ticino. Lo sguardo gioioso su quello che era sempre stato il libro preferito da lei e Luca : “Gli Uccelli” di Tarjey Vesaas. Cèline ne portò via una copia da casa : uno dei tanti torti fatti a Luca che non fu più in grado di perdonarsi. Il libro si presentava ancora in ottimo stato, nonostante i continui spostamenti e i luoghi in cui Cèline aveva vissuto. Poco distante John, Mandy, Orso e Margot facevano il bagno nudi. Marina disegnava figure sulla sabbia, mettendo insieme gli infiniti sassi presenti sulla spiaggia.
Proseguendo la lettura Cèline si sentì più leggera; forse questo era merito delle parole di Ester. Non aveva smesso di pensare a lei dalla sera prima. Disegnando con la mente il volto di Matilda, pensò a quanto fosse fortunata ad avere una nonna così speciale; non che lei ebbe una nonna “poco speciale” anzi, ma secondo lei Ester era riuscita a trovare le parole giuste al momento giusto. In quel momento avrebbe voluto correre con tutte le sue forze da Luca, ma qualcosa ancora glielo impediva. La stupida paura che lui non l’avesse perdonata dominava la sua anima, ancora leggermente tormentata ma tutto sommato felice grazie a quell’incontro. Decise di non condividere la sua gioia con gli altri : ai loro occhi appariva ancora come la ragazza depressa per chissà quale oscuro motivo. Margot non aveva nemmeno chiesto come stava dopo il suo capogiro al “Casello”; Cèline la ritrovò nei sedili posteriori del furgone di Tommy, addormentata e vittima dell’alcol e di chissà quale altra sostanza.
Quella non era la fine che voleva fare Cèline; se c’era un motivo del perché aveva lasciato casa questo era che voleva rincorrere un mondo dove avrebbe potuto cogliere squisiti frutti, realizzare sogni stupendi ed essere libera. Cosa trovò? Freddo, continui punti interrogativi e fastidiosi mal di stomaco dovuti al poco cibo ingerito. Certo, all’inizio fu divertente : non avere obblighi e orari le piaceva, frequentare tutti i concerti e i raduni conoscendo nuove persone la faceva sentire bene. Poi il nulla… un pugno di mosche. Cèline da buona ragazza sensibile e riflessiva, doveva stare a vedere e capire il perché delle cose; non le bastava un acido per dimenticare i problemi.
Mano a mano che il romanzo proseguiva, si sentì ancora una volta rapita dai ricordi : vide davanti agli occhi Luca che le dava consigli riguardo la sua accantonata carriera di scrittrice. La maggior parte delle volte che si addentrò in questo stupendo ruolo, Cèline traeva ispirazione dai sogni ma anche da tutto ciò che succedeva nella vita reale. Una volta vide il nome “Daiana” scritto su di un muro. Quella scritta le fece elaborare una storia : una donna costretta a prostituirsi per mantenere il figlio incomincia a scrivere racconti e poesie che avranno successo. La vita di Daiana cambierà per sempre, finalmente ha la sua rivincita verso il mondo crudele. Espose a Luca la sua idea, il quale le diede consigli per stendere al meglio il racconto. Passarono insieme tantissimi venerdì sera in salotto, a discutere delle fantasie che avrebbero voluto trascrivere su carta. “Uscire a bere una birra” diventò troppo noioso, inoltre i locali erano frequentati dalle “solite facce”.
“No! Non devi fare capire ciò che vuoi dire! Cerca di mascherare il significato nelle parole”. Disse una volta Luca mentre lei gli leggeva ad alta voce ciò che aveva appena scritto.
Cèline non riuscì mai a portare a termine le sue opere; arrivava sempre ad un punto dove non sapeva più come continuare.
Durante questo lasso di tempo un nuovo sogno, oppure un gesto fatto da persone sconosciute, le davano l’ispirazione per incominciare una nuova storia. Tante volte passeggiò con Luca nel bosco vicino a casa, sperando che la natura le donasse nuovi spunti per terminare i propri racconti ma niente : l’ispirazione giungeva quando meno se l’aspettava e da lì scriveva come un fiume in piena, riempiendo fogli bianchi e la memoria del computer portatile.
“Vieni Cèline!! Vieniiiiiiiiii….”. Il richiamo di Margot dall’acqua splendente del Ticino.
Cèline si limitò solamente ad alzare gli occhi, ignorando completamente la proposta della sua “amica”.
Al coro si aggiunsero anche Orso e Mandy. Erano convinti che se Cèline avesse bagnato la propria pelle sarebbe rinata.
Si accorse che quel coro stava diventando troppo assillante e così decise di alzarsi dalla sabbia. Tra le urla dei propri “amici” camminò verso un sentiero che riportava in cima nel boschetto. Ebbe qualche difficoltà ad affrontare la ripida salita dissestata : tutta colpa di quegli odiosi sandali, ormai buoni per i vermi. Desiderò come nessun’altra cosa al mondo la mano di Luca a stringere la sua e aiutarla a superare quel fastidiosissimo masso che le si parò davanti. Con molto impegno e spendendo molta energia, ritornò finalmente in cima. Le unghie dei piedi assunsero un colorito sporchevole, presentando anche diverse spaccature. Quelle stesse unghie che se non curava almeno una volta a settimana non era contenta. Pulendosi le gambe dal terriccio notò che dal ginocchio fuoriusciva sangue.
Bagnando l’indice di saliva rimosse il terriccio accumulato attorno alla ferita. Il sapore ferroso del sangue le si depositò puntuale sulle papille gustative. Non sopportava quel sapore terribile : sangue significa vita, ma anche morte e disperazione.
La sola vista le provocava un’angoscia terribile, rimandandola ad un pomeriggio d’estate quando aveva solamente quattro anni. Un uomo anziano investì la sua gatta Lilli, da sempre ricordata e venerata da Cèline con il più profondo affetto.
Cercando di scacciare dalla bocca quell’odioso gusto, si ricordò che nello zaino aveva ancora una bottiglietta d’acqua a metà ed un pacchetto di fazzoletti. Non osò buttare a terra il fazzoletto sporco di sangue; non poteva rovinare un suolo così bello e a lei tanto caro. Mise il fazzoletto nello zaino, lo avrebbe buttato successivamente in un apposito cestino. Nello zaino erano presenti anche una bottiglia di birra Moretti e il suo inseparabile taccuino. Senza un motivo apparente, da diverso tempo aveva smesso di annotare tutto quello che le passava per la mente. Benché confidò parecchi turbamenti a Margot e ai suoi “amici”, dentro di sé sentiva ancora il bisogno di sfogarsi con se stessa.
La scalata le aveva messo sete; munita di accendino stappò la birra. Portandola alle labbra fece un lungo sorso terminando disgustata : era schifosamente calda. Sforzandosi di berla, andò a sedersi alla fine di un altura che le permise di scorgere gran parte del Ticino. Liberò i piedi dagli odiosi sandali, roteandoli nell’aria e percependo il vuoto che la separava dalla riva sottostante. Sperò con tutto il cuore che la penna, magicamente ricomparsa nello zaino, funzionasse ancora. Impaziente scarabocchiò un foglio del taccuino : nessun segno di inchiostro. Al secondo tentativo Cèline sbuffò sorseggiando ancora quella birra terribile. Il sorriso le illuminò il volto al terzo tentativo : quella dannata penna era ritornata a scrivere. Entusiasta fece un lungo sospiro, accarezzò leggermente il labbro inferiore ed iniziò a scrivere :
“Vorrei incominciare questa… oddio! Non so se chiamarla lettera, oppure missiva o ancora “dichiarazione”; non è sempre bello dare un nome alle cose. Se è per questo non è nemmeno carino dare sempre nomignoli alle persone.
Quindi, Luca : spero che queste parole arrivino al tuo cuore ancora prima che ai tuoi occhi. Il mondo che ho sempre sognato non esiste : sognare pace e amore equivale già di per sé a realizzare un sogno. Durante questa mia follia (non trovo altre parole per definirla) ho solamente sofferto le peggiori pene dell’inferno. So che non ci crederai, ma è così. In certi momenti abbiamo bisogno di qualcuno che ci tenda una mano. La mano me l’hanno tesa e ieri sera a farlo è stata una persona speciale. Ti prego non mettere in moto subito la tua gelosia, non è come pensi tu! Avrei voluto con tutta l’anima poter condividere con te questa esperienza e parlarti di questa donna. Ester è il suo nome : è una delle persone più dolci che abbia mai conosciuto e, come ho scritto prima, vorrei parlartene all’infinito ma ora ho cose più importanti da dirti. Non ti chiedo di perdonarmi, ma solamente di essere contento che io ora sia felice. Qui tira un vento delizioso, il sole mi sta riscaldando il viso mentre scrivo queste righe : questo per me significa molto, anzi tutto. Avere l’opportunità di amare è qualcosa di fantastico e ci viene concesso ogni giorno; ma i nostri occhi egoisti non riescono ad accorgersene. Ora i miei occhi colgono la bellezza di ogni cosa, l’essenza di ogni parola e il senso di ogni creazione. Luca, la tua Cèline sta bene e… ti ama.”.
Voltando pagina strappò un foglio sul quale ricopiò l’intero scritto. Inserì lo scritto originale nella bottiglia di birra vuota che richiuse con il tappo accuratamente conservato. Nascose la copia nel taccuino, piegandola ordinatamente : adorava avere l’opportunità di rivedere quelle righe ogni volta che lo desiderava. Alzandosi da terra, prese la rincorsa ed effettuò un lancio che fece cadere la bottiglia nelle turbolente acque del fiume.
“Oh fiume Ticino, raggiungi il suo cuore”.
“Non esiste la cultura dell'amore. E' concessa la cultura della pro creatività dove per così dire, i servi si moltiplicano; ma l'amore no.”.
Il comizio era iniziato da poco. Sergio Bonincontri presentava il suo nuovo libro “In viaggio verso Tempora” al “Centro Sociale Casello” di Cisliano (MI). Lo scrittore questa volta si era sbizzarrito : nel libro spiegava che l’anarchia non è poi così un utopia; basta avere la forza di volontà a rivoluzionare la propria persona prima di tutto. “Tempora”, scriveva Bonincontri, non era altro che la città dove l’uomo si sente finalmente libero dalle opprimenti regole della società.
“Nessuno andrebbe a lavorare nove ore al giorno” proseguì l’autore “se avesse conosciuto (anche una sola volta nella vita) cosa accade davvero fra un uomo e una donna quando davvero si amano, quando davvero si conoscono, quando sanno com'è fatto questo portento straordinario che è il loro corpo.”
Margot e Cèline erano riuscite a farsi dare uno strappo da Tommy : lo spacciatore preferito dal “gruppo”. Giunse nelle campagne di Ozzero nel tardo pomeriggio di quella desolata domenica. La vista del suo furgone malandato ad affrontare le buche nel terreno, significò solamente una cosa per i ragazzi : rifornimento droga. Margot, ascoltando Tommy narrare della presentazione del libro ed essendo accanita lettrice di Bonincontri, volle assolutamente assistere alla cerimonia. Il livello tossicologico del “gruppo” aveva raggiunto livelli estremi, lasciando pulita solamente Cèline (fece solamente due tiri di canna). Margot le chiese se le andava di farle “compagnia”, ottenendo come risposta solamente un distratto accenno del capo.
Durante il viaggio, Cèline perse il conto delle volte che scacciò dalle cosce le mani di Tommy.
Lo spazioso sedile di quella bagnarola permetteva di farli stare seduti tutti e tre davanti; ma mai più sbagliata fu la scelta di sedersi accanto a Tommy. Era viscido, senza denti e puzzava : inoltre i “cartoni” gli avevano lasciato un vuoto impressionante nello sguardo. Il cappellino incollato in testa, dal quale uscivano pilucchi unti simili a capelli, forse non lo toglieva da anni. Per sua gioia, all’interno del C.S. Margot si sedette tra loro due. Diverse sedie erano allestite davanti al tavolo da cui Bonincontri stava intrattenendo gli spettatori.
In quelle parole Cèline si identificò immediatamente, ricordando i suoi genitori che le dicevano : “E’ d’obbligo fare cosi!”; “C’è poco tempo! Fai in fretta!”; oppure “Incomincia a trovare il lavoro, poi potrai dedicarti alle tue passioni…”. Ma quella parola : “l’amore…”. Già, l’amore : il brivido insostituibile che lei aveva sempre cercato nelle persone, nella musica e nell’arte.
“Chissà cosa starà facendo…”.
Immediatamente spalancò gli occhi; era la prima volta dopo tanto tempo che si poneva quella domanda. Immagini di sofferenza le assalirono la mente : vide del sangue, una vasca da bagno ed un rasoio. Le contorsioni allo stomaco ricominciarono a tormentarla, la fronte si inumidì e le mani divennero due pezzi di ghiaccio. Ebbe la forza di alzarsi dalla sedia e raggiungere l’uscita.
Solamente Tommy si accorse di lei : “Ma dove va?”.
“Silenzio, sta parlando dei deputati!”. Margot lo zittì immediatamente, troppo impegnata ad ascoltare il suo beniamino.
Una volta all’aperto, appoggiò entrambe le mani al muro rigettando violentemente. Chiuse gli occhi allo scempio ai suoi piedi, senza badare ai commenti delle persone intorno.
Un ragazzo sui vent’anni visibilmente “preoccupato” per la sua salute si avvicinò; ma Cèline rispondendo come al solito che stava bene, si allontanò con passi indecisi a raggiungere il retro del C.S.
Barcollando si sedette su dei gradini. Alle sue spalle una gigantesca porta a vetro che, grazie ai danneggiamenti di qualche vandalo, permetteva di scorgere la desolazione di quello che una volta doveva essere stato uno studio legale. Un enorme cortile le si presentò davanti, dove rovine e tetti diroccati facevano da capolino. Attraverso grandi comignoli, poté intravedere la luna; ancora grande e nitida le illuminò il volto sofferente. Appoggiò il mento alle ginocchia, fortunatamente ricoperte da lunghi pantaloni di stoffa marroni. La felpa nera, la riparava da quell’aria frizzante. Le parve strano che a fine agosto facesse così freddo; ma sapeva benissimo che era la sua anima a reclamare calore, tormentata da una gelida bufera di ricordi e sensi di colpa. Non ebbe il coraggio di riguardare la luna; se l’avrebbe fatto un pianto disperato l’avrebbe colta in pieno. Ma non servì a niente nascondere la testa tra le ginocchia : i pantaloni si inumidirono immediatamente dell’innocente liquido lacrimale.
“Perché stai rovinando tutto? Dai ascolto ai tuoi veri sentimenti! Avevi detto che è l’uomo della tua vita. Ma che ti succede Cèline?”. Le parole di Carol, sua amica dai tempi del liceo, la riportarono all’indomani della sua decisione di fuggire di casa.
“Carol, io sto ascoltando i miei sentimenti… voglio essere libera, non ne posso più di questa vita da reclusa!”. Questa la sua risposta egoista.
Frugando nelle tasche della felpa prese un fazzoletto. Nella tasca sinistra dei pantaloni, teneva uno specchietto e il suo inseparabile Big Bold Curld. Poteva avvertire il mascara colante : un fastidio terribile. Il buio non le permise di ricomporsi a dovere : le serviva un po’ di luce.
Grazie ad un lampione poco distante dall’entrata del “Casello”, lo scovolino andò a decorare minuziosamente le ciglia. Guardandosi intorno si accorse che non vi era anima viva. Ricordò per un attimo la tranquillità della sua città natale : Sartirana Lomellina.
Vittima della desolazione più cupa, si rassegnò ad incamminarsi lungo la strada che portava alla piazza. Grandi portoni aprivano la vista su vecchi cortili, nei quali mille anime avevano vissuto e migliaia di risate e pianti si erano uditi. Osservando la loro oscurità leggermente ravvivata da deboli luci dietro le finestre, Cèline poteva immaginare anziane signore lavorare la lana sedute su minuscole sedie di paglia; oppure avvertire i rimbalzi della palla di un allegro bambino a piedi nudi. Il profumo di sugo e polenta le riempì le narici : quelli erano stati i profumi preferiti della sua infanzia, quando nonna le preparava il pranzo al termine della lezioni scolastiche.
Alla fine del sentiero che conduceva in piazza S. Giovanni, la vista di un’ ombra la fece sobbalzare. Avanzando verso la luce che illuminava la piazza, scorse un adorabile ritratto di innocenza : un corpicino esile vestito da una gonnellina nera, calze bianche alte fino al ginocchio, un golfino nero ed un adorabile cerchietto a ordinare i lunghi capelli biondi. Cèline si fermo ad osservarla, accennando un saluto. In quel breve lasso di tempo, la piccola sembrò sorriderle.
“Matilda!”. Una voce di donna provenne dalla piazza.
La bambina si voltò di scatto e corse. I suoi passetti veloci puntavano verso una panchina da cui si poteva scorgere l’intera piazza con la chiesa in stile tardo gotico. I bar ai lati erano occupati da poche persone, giunte in quel luogo a cercare un po’ di sana tranquillità.
“Matilda! Dove sei? Vieni qui!!”. Il tono della voce si fece preoccupato, mentre la donna alzandosi dalla panchina sembrò guardare in ogni angolo della piazza.
“Eccomi nonna!”.
“Ah Ecco! Sei qui!”. Un sospiro di sollievo. “Non allontanarti più così bambina mia…”.
Un vento caldo si alzò, andando ad accarezzare le fronde di salici e betulle. Cèline sembrò trarre beneficio da quel piacevole calore, lasciandosi cullare dalle mani invisibili del vento che la fecero dirigere verso la panchina. Dopo la solitaria camminata non desiderava altro che sedersi e fumare. Tenendo in mano il pacchetto del drum, occupò la panchina di fronte a quella della “nonna”. Da quella postazione poteva vedere i dolci lineamenti dell’anziana signora : un foulard violetto le nascondeva il collo, il viso appariva ancora giovane ed attraente segnato da un espressione buona e allegra. Il taglio degli occhi, i quali spiccavano per via di due stupende pupille verdi, le ricordò sua nonna Luigia : avevano la stessa fisionomia che emanava protezione e sicurezza. La giacca bianca, sotto la quale vi era un maglione nero, e i pantaloni bianchi di lino che facevano intravedere appena sandali neri, fecero intendere a Cèline che la donna aveva decisamente un buon gusto nell’abbigliamento. I capelli, simili a quelli della nipote, di colore biondo oro, erano minuziosamente ordinati; lunghi appena dietro le spalle a scoprirle le orecchie ornate da pregiati orecchini. Doveva anche essere una donna molto attenta alla linea, vista la sua figura quasi atletica nonostante l’età avanzata.
Mentre costruiva la sigaretta Cèline incrociò il suo sguardo, abbassando gli occhi immediatamente. Sentì un incontrollabile disagio in tutto il corpo avvertendo gli occhi dell’anziana studiarla attentamente.
“E’ una bella serata vero?”. “Ecco!”. Pensò Cèline poco entusiasta della domanda postale.
Si sforzò di sorridere : “Si… si sta proprio bene!”. La gentilezza era uno dei valori che non aveva fortunatamente accantonato.
Invano sperò che la conversazione fosse finita : “Sono parecchi anni che non si sente un vento così bello e caldo… ma prego, vuoi sederti qui? Io non aspetto nessuno…”.
Cèline un po’ di malavoglia si alzò dalla panchina e si sedette accanto alla donna.
“Sai, non parlo mai con nessuno… Non vorrei sembrare inopportuna, magari hai da fare.”
“Si figuri signora! Non ho proprio niente da fare, passavo di qui…”.
“Oh beh, quando è così allora… come ti chiami ragazza?”.
“Cèline”.
“Ma che nome fantastico! Sei di qui?”.
“Si, mio padre ha deciso per questo nome”.
“Io sono Ester, piacere mio”. Una lunga stretta di mano, durante la quale Cèline sperò di non inorridirla più di tanto per via delle sue mani poco pulite.
“Anch’io non ero molto d’accordo quando mia figlia ha voluto chiamarla Matilda, ma con il tempo mi ci sono abituata…”.
“E’ davvero una bambina carina, quanti anni ha?”.
“Compie otto anni il mese prossimo, mi sembrava ieri che Greta me l’ha portata in casa avvolta nell’asciugamano rosa”.
“Greta è sua figlia?”.
“Si, lei ora è al festival di Cannes per il suo nuovo film con il marito e così Matilda è tutta mia. Sai, sinceramente non vedo l’ora che se ne partano di nuovo per averla tutta per me. E’ una gioia indescrivibile diventare nonni!”.
Benché le sembrò un tanto logorroica, Cèline stava ad ascoltare attentamente le parole dell’anziana signora che, strano ma vero, le trasmettevano piacevoli sensazioni.
La curiosità di Ester non la irritò : “Tu dimmi, sei sposata?”.
“No…”. Nella mente di Cèline riaffiorarono ricordi dolorosi, ma fu abbastanza abile a mascherare il rammarico rispondendo velocemente.
“Ma come mai? Una così bella ragazza?”.
Cèline avrebbe voluto sfoggiarle le sue credenze riguardo la poca fiducia che nutriva sulla monogamia ma non ne ebbe le forze; forse non ci credeva nemmeno più.
“Beh, succede…”. Si limitò a rispondere.
“Eppure da qualche parte ci deve essere un giovanotto che ti piace…”.
Cèline si stava quasi pentendo di essersi seduta su quella panchina; il malessere avvertito all’interno del “Casello” si stava ripresentando. Il suo sguardo si abbassò di nuovo verso il terreno, mentre in un falso sorriso tentò ancora una volta di nascondere il dolore. Mille pensieri le tormentarono la mente, con Ester al suo fianco ad attendere una risposta. Decise di lasciarsi andare, non le importava più niente neanche delle lacrime.
“Ci siamo lasciati…”. Bisbigliò alzando il capo e aspirando l’ultimo tiro di sigaretta.
“Lo sapevo…”. Mormorò Ester giungendo le mani.
“C-come fa a saperlo?”. Per un attimo Cèline assunse un aria stupida.
“Oh beh, una bella ragazza tutta sola che cammina in questa piazza e in una serata come questa, non può che avere dei problemi di cuore…”.
“Lei è una… come si dice… sensitiva?”.
“No, per carità!”. Una breve risata. “Ne so ben poco di sensitivi, fenomeni paranormali, chiaroveggenza… no, sono gli occhi”.
“Gli occhi?”.
“Certo, osservando per un attimo i tuoi occhi ho capito”.
Cèline restò senza parole, il cuore le mandò piacevoli vibrazioni. Le parve quasi confortevole che qualcuno si era accorto della sua sofferenza.
“Io… vede…” quanto odiava interrompersi. “E’ successo tutto così in fretta, è stata tutta colpa mia, non vorrei raccontare ciò che ho passato!”.
“Non lo devi fare, ciò che è successo ha un senso…”.
“Ma lei non sa quello che è successo!”. Cèline si alterò un poco.
“E’ vero, ma qualsiasi cosa succede in amore porta sempre altro amore… Le litigate, le incomprensioni, non fanno che rafforzare una vera coppia”.
“Io ho solamente rovinato tutto…”. Cèline ora scosse il capo.
“Io invece sono sicura che lui ti ha perdonato e soffre come te...”.
Cèline non aveva più la forza di rispondere, stava osservando Matilda saltellare nella piazza, sotto l’occhio vigile di nonna Ester.
“Guarda Matilda, lei ora è contenta; ha la piazza tutta per sé per correre a perdifiato fino quando vuole… ecco, tu in amore ti devi sentire così perché l’amore è una cosa bellissima Cèline; è il sentimento più vero, più leale che possa esistere e che va a compensare tutte le altre cose…”.
“Forse non siamo mai contenti di ciò che abbiamo, di ciò che ci rende felici; delle persone che ci riempiono le giornate…”.
“E’ proprio questo il punto; sono sicura che tu hai molto ma non te ne sei mai accorta”.
La verità le aveva sempre fatto male, ma questa volta fu felice del fatto che Ester gliel’aveva spiattellata in faccia.
Fu pronta ad ammettere i proprio errori : “Già… io, nonostante lo abbia “ucciso” sentimentalmente, lo amo ancora…”.
“E allora perché non torni da lui?”.
“Io… ora, non… posso”.
“Forse non ne hai il coraggio, ma vedrai che lo troverai… oppure ti troverà prima lui…”.
“No, impossibile”. Le sopracciglia inarcate. “Dopo tutto quello che gli ho fatto, non credo si sia messo a cercarmi…”.
“Eppure tu ci speri vero?”.
Le parole vennero a mancare nuovamente; si rese conto che con una persona conosciuta da pochi minuti aveva instaurato un rapporto confidenziale che faceva un baffo a quello della sua amica del cuore all’età di quattordici anni. Ma forse era proprio questo di cui Cèline aveva bisogno : qualcuno che le tendesse una mano a risalire il suo abisso di disperazione.
La risposta stava per arrivare quando fu interrotta da una voce maschile gridare il suo nome. Era Tommy, giunto alla piazza a cercarla dopo il suo allontanamento dal C.S.
Lo vide avanzare barcollante verso la panchina, non lo aveva mai odiato come in quel momento.
“Scusi, devo andare…”. Cèline si alzò dalla panchina stringendo nuovamente la mano ad Ester.
“Non so come ringraziarla, le voglio dire… beh… semplicemente, grazie!”.
Ester la abbracciò, avvertendo il corpo di Cèline aggrapparsi al suo per restituire tutto il calore che le sue parole le avevano trasmesso.
“Non devi ringraziarmi Cèline, piuttosto ringrazia te stessa di aver capito…”.
Allontandosi Cèline le sorrise, dispiaciuta di lasciare per sempre quella stupenda donna. Fece un saluto affettuoso a Matilda, che la bambina ricambiò prontamente.
“Ma dove eri finita?? E’ un ora che ti stiamo cercando…”. Le disse Tommy avvicinandosi.
“Non posso fare una passeggiata??”. Cèline si era già pentita di aver lasciato quella panchina. Poteva chiedere ospitalità ad Ester, ma si rese conto che aveva già fatto molto per lei quella sera.
“E quella chi era?”. Chiese Tommy.
“Una vecchia amica…”. Rispose Cèline, accorgendosi che la definizione le calzava a pennello.
Per tutta risposta Tommy incominciò a lamentarsi del fatto che al C.S. non avevano messo musica seria e che la conferenza non era stata nulla di speciale. Cèline non lo ascoltava; aveva ancora in mente le dolci parole di Ester che l’avevano fatta sentire così bene come mai prima d’ora. Quella sera si sentì come se fosse morta e rinata : si rese conto che sarebbero bastato poco a non sciupare la sua storia d’amore. Ora non era più cieca, davanti a se le si era spalancato il mondo.
Finalmente il suo sorriso si rianimò di quel lucente bagliore andato perduto ma ora magicamente ritrovato.
E intanto Tommy parlava, parlava e parlava….
Il comizio era iniziato da poco. Sergio Bonincontri presentava il suo nuovo libro “In viaggio verso Tempora” al “Centro Sociale Casello” di Cisliano (MI). Lo scrittore questa volta si era sbizzarrito : nel libro spiegava che l’anarchia non è poi così un utopia; basta avere la forza di volontà a rivoluzionare la propria persona prima di tutto. “Tempora”, scriveva Bonincontri, non era altro che la città dove l’uomo si sente finalmente libero dalle opprimenti regole della società.
“Nessuno andrebbe a lavorare nove ore al giorno” proseguì l’autore “se avesse conosciuto (anche una sola volta nella vita) cosa accade davvero fra un uomo e una donna quando davvero si amano, quando davvero si conoscono, quando sanno com'è fatto questo portento straordinario che è il loro corpo.”
Margot e Cèline erano riuscite a farsi dare uno strappo da Tommy : lo spacciatore preferito dal “gruppo”. Giunse nelle campagne di Ozzero nel tardo pomeriggio di quella desolata domenica. La vista del suo furgone malandato ad affrontare le buche nel terreno, significò solamente una cosa per i ragazzi : rifornimento droga. Margot, ascoltando Tommy narrare della presentazione del libro ed essendo accanita lettrice di Bonincontri, volle assolutamente assistere alla cerimonia. Il livello tossicologico del “gruppo” aveva raggiunto livelli estremi, lasciando pulita solamente Cèline (fece solamente due tiri di canna). Margot le chiese se le andava di farle “compagnia”, ottenendo come risposta solamente un distratto accenno del capo.
Durante il viaggio, Cèline perse il conto delle volte che scacciò dalle cosce le mani di Tommy.
Lo spazioso sedile di quella bagnarola permetteva di farli stare seduti tutti e tre davanti; ma mai più sbagliata fu la scelta di sedersi accanto a Tommy. Era viscido, senza denti e puzzava : inoltre i “cartoni” gli avevano lasciato un vuoto impressionante nello sguardo. Il cappellino incollato in testa, dal quale uscivano pilucchi unti simili a capelli, forse non lo toglieva da anni. Per sua gioia, all’interno del C.S. Margot si sedette tra loro due. Diverse sedie erano allestite davanti al tavolo da cui Bonincontri stava intrattenendo gli spettatori.
In quelle parole Cèline si identificò immediatamente, ricordando i suoi genitori che le dicevano : “E’ d’obbligo fare cosi!”; “C’è poco tempo! Fai in fretta!”; oppure “Incomincia a trovare il lavoro, poi potrai dedicarti alle tue passioni…”. Ma quella parola : “l’amore…”. Già, l’amore : il brivido insostituibile che lei aveva sempre cercato nelle persone, nella musica e nell’arte.
“Chissà cosa starà facendo…”.
Immediatamente spalancò gli occhi; era la prima volta dopo tanto tempo che si poneva quella domanda. Immagini di sofferenza le assalirono la mente : vide del sangue, una vasca da bagno ed un rasoio. Le contorsioni allo stomaco ricominciarono a tormentarla, la fronte si inumidì e le mani divennero due pezzi di ghiaccio. Ebbe la forza di alzarsi dalla sedia e raggiungere l’uscita.
Solamente Tommy si accorse di lei : “Ma dove va?”.
“Silenzio, sta parlando dei deputati!”. Margot lo zittì immediatamente, troppo impegnata ad ascoltare il suo beniamino.
Una volta all’aperto, appoggiò entrambe le mani al muro rigettando violentemente. Chiuse gli occhi allo scempio ai suoi piedi, senza badare ai commenti delle persone intorno.
Un ragazzo sui vent’anni visibilmente “preoccupato” per la sua salute si avvicinò; ma Cèline rispondendo come al solito che stava bene, si allontanò con passi indecisi a raggiungere il retro del C.S.
Barcollando si sedette su dei gradini. Alle sue spalle una gigantesca porta a vetro che, grazie ai danneggiamenti di qualche vandalo, permetteva di scorgere la desolazione di quello che una volta doveva essere stato uno studio legale. Un enorme cortile le si presentò davanti, dove rovine e tetti diroccati facevano da capolino. Attraverso grandi comignoli, poté intravedere la luna; ancora grande e nitida le illuminò il volto sofferente. Appoggiò il mento alle ginocchia, fortunatamente ricoperte da lunghi pantaloni di stoffa marroni. La felpa nera, la riparava da quell’aria frizzante. Le parve strano che a fine agosto facesse così freddo; ma sapeva benissimo che era la sua anima a reclamare calore, tormentata da una gelida bufera di ricordi e sensi di colpa. Non ebbe il coraggio di riguardare la luna; se l’avrebbe fatto un pianto disperato l’avrebbe colta in pieno. Ma non servì a niente nascondere la testa tra le ginocchia : i pantaloni si inumidirono immediatamente dell’innocente liquido lacrimale.
“Perché stai rovinando tutto? Dai ascolto ai tuoi veri sentimenti! Avevi detto che è l’uomo della tua vita. Ma che ti succede Cèline?”. Le parole di Carol, sua amica dai tempi del liceo, la riportarono all’indomani della sua decisione di fuggire di casa.
“Carol, io sto ascoltando i miei sentimenti… voglio essere libera, non ne posso più di questa vita da reclusa!”. Questa la sua risposta egoista.
Frugando nelle tasche della felpa prese un fazzoletto. Nella tasca sinistra dei pantaloni, teneva uno specchietto e il suo inseparabile Big Bold Curld. Poteva avvertire il mascara colante : un fastidio terribile. Il buio non le permise di ricomporsi a dovere : le serviva un po’ di luce.
Grazie ad un lampione poco distante dall’entrata del “Casello”, lo scovolino andò a decorare minuziosamente le ciglia. Guardandosi intorno si accorse che non vi era anima viva. Ricordò per un attimo la tranquillità della sua città natale : Sartirana Lomellina.
Vittima della desolazione più cupa, si rassegnò ad incamminarsi lungo la strada che portava alla piazza. Grandi portoni aprivano la vista su vecchi cortili, nei quali mille anime avevano vissuto e migliaia di risate e pianti si erano uditi. Osservando la loro oscurità leggermente ravvivata da deboli luci dietro le finestre, Cèline poteva immaginare anziane signore lavorare la lana sedute su minuscole sedie di paglia; oppure avvertire i rimbalzi della palla di un allegro bambino a piedi nudi. Il profumo di sugo e polenta le riempì le narici : quelli erano stati i profumi preferiti della sua infanzia, quando nonna le preparava il pranzo al termine della lezioni scolastiche.
Alla fine del sentiero che conduceva in piazza S. Giovanni, la vista di un’ ombra la fece sobbalzare. Avanzando verso la luce che illuminava la piazza, scorse un adorabile ritratto di innocenza : un corpicino esile vestito da una gonnellina nera, calze bianche alte fino al ginocchio, un golfino nero ed un adorabile cerchietto a ordinare i lunghi capelli biondi. Cèline si fermo ad osservarla, accennando un saluto. In quel breve lasso di tempo, la piccola sembrò sorriderle.
“Matilda!”. Una voce di donna provenne dalla piazza.
La bambina si voltò di scatto e corse. I suoi passetti veloci puntavano verso una panchina da cui si poteva scorgere l’intera piazza con la chiesa in stile tardo gotico. I bar ai lati erano occupati da poche persone, giunte in quel luogo a cercare un po’ di sana tranquillità.
“Matilda! Dove sei? Vieni qui!!”. Il tono della voce si fece preoccupato, mentre la donna alzandosi dalla panchina sembrò guardare in ogni angolo della piazza.
“Eccomi nonna!”.
“Ah Ecco! Sei qui!”. Un sospiro di sollievo. “Non allontanarti più così bambina mia…”.
Un vento caldo si alzò, andando ad accarezzare le fronde di salici e betulle. Cèline sembrò trarre beneficio da quel piacevole calore, lasciandosi cullare dalle mani invisibili del vento che la fecero dirigere verso la panchina. Dopo la solitaria camminata non desiderava altro che sedersi e fumare. Tenendo in mano il pacchetto del drum, occupò la panchina di fronte a quella della “nonna”. Da quella postazione poteva vedere i dolci lineamenti dell’anziana signora : un foulard violetto le nascondeva il collo, il viso appariva ancora giovane ed attraente segnato da un espressione buona e allegra. Il taglio degli occhi, i quali spiccavano per via di due stupende pupille verdi, le ricordò sua nonna Luigia : avevano la stessa fisionomia che emanava protezione e sicurezza. La giacca bianca, sotto la quale vi era un maglione nero, e i pantaloni bianchi di lino che facevano intravedere appena sandali neri, fecero intendere a Cèline che la donna aveva decisamente un buon gusto nell’abbigliamento. I capelli, simili a quelli della nipote, di colore biondo oro, erano minuziosamente ordinati; lunghi appena dietro le spalle a scoprirle le orecchie ornate da pregiati orecchini. Doveva anche essere una donna molto attenta alla linea, vista la sua figura quasi atletica nonostante l’età avanzata.
Mentre costruiva la sigaretta Cèline incrociò il suo sguardo, abbassando gli occhi immediatamente. Sentì un incontrollabile disagio in tutto il corpo avvertendo gli occhi dell’anziana studiarla attentamente.
“E’ una bella serata vero?”. “Ecco!”. Pensò Cèline poco entusiasta della domanda postale.
Si sforzò di sorridere : “Si… si sta proprio bene!”. La gentilezza era uno dei valori che non aveva fortunatamente accantonato.
Invano sperò che la conversazione fosse finita : “Sono parecchi anni che non si sente un vento così bello e caldo… ma prego, vuoi sederti qui? Io non aspetto nessuno…”.
Cèline un po’ di malavoglia si alzò dalla panchina e si sedette accanto alla donna.
“Sai, non parlo mai con nessuno… Non vorrei sembrare inopportuna, magari hai da fare.”
“Si figuri signora! Non ho proprio niente da fare, passavo di qui…”.
“Oh beh, quando è così allora… come ti chiami ragazza?”.
“Cèline”.
“Ma che nome fantastico! Sei di qui?”.
“Si, mio padre ha deciso per questo nome”.
“Io sono Ester, piacere mio”. Una lunga stretta di mano, durante la quale Cèline sperò di non inorridirla più di tanto per via delle sue mani poco pulite.
“Anch’io non ero molto d’accordo quando mia figlia ha voluto chiamarla Matilda, ma con il tempo mi ci sono abituata…”.
“E’ davvero una bambina carina, quanti anni ha?”.
“Compie otto anni il mese prossimo, mi sembrava ieri che Greta me l’ha portata in casa avvolta nell’asciugamano rosa”.
“Greta è sua figlia?”.
“Si, lei ora è al festival di Cannes per il suo nuovo film con il marito e così Matilda è tutta mia. Sai, sinceramente non vedo l’ora che se ne partano di nuovo per averla tutta per me. E’ una gioia indescrivibile diventare nonni!”.
Benché le sembrò un tanto logorroica, Cèline stava ad ascoltare attentamente le parole dell’anziana signora che, strano ma vero, le trasmettevano piacevoli sensazioni.
La curiosità di Ester non la irritò : “Tu dimmi, sei sposata?”.
“No…”. Nella mente di Cèline riaffiorarono ricordi dolorosi, ma fu abbastanza abile a mascherare il rammarico rispondendo velocemente.
“Ma come mai? Una così bella ragazza?”.
Cèline avrebbe voluto sfoggiarle le sue credenze riguardo la poca fiducia che nutriva sulla monogamia ma non ne ebbe le forze; forse non ci credeva nemmeno più.
“Beh, succede…”. Si limitò a rispondere.
“Eppure da qualche parte ci deve essere un giovanotto che ti piace…”.
Cèline si stava quasi pentendo di essersi seduta su quella panchina; il malessere avvertito all’interno del “Casello” si stava ripresentando. Il suo sguardo si abbassò di nuovo verso il terreno, mentre in un falso sorriso tentò ancora una volta di nascondere il dolore. Mille pensieri le tormentarono la mente, con Ester al suo fianco ad attendere una risposta. Decise di lasciarsi andare, non le importava più niente neanche delle lacrime.
“Ci siamo lasciati…”. Bisbigliò alzando il capo e aspirando l’ultimo tiro di sigaretta.
“Lo sapevo…”. Mormorò Ester giungendo le mani.
“C-come fa a saperlo?”. Per un attimo Cèline assunse un aria stupida.
“Oh beh, una bella ragazza tutta sola che cammina in questa piazza e in una serata come questa, non può che avere dei problemi di cuore…”.
“Lei è una… come si dice… sensitiva?”.
“No, per carità!”. Una breve risata. “Ne so ben poco di sensitivi, fenomeni paranormali, chiaroveggenza… no, sono gli occhi”.
“Gli occhi?”.
“Certo, osservando per un attimo i tuoi occhi ho capito”.
Cèline restò senza parole, il cuore le mandò piacevoli vibrazioni. Le parve quasi confortevole che qualcuno si era accorto della sua sofferenza.
“Io… vede…” quanto odiava interrompersi. “E’ successo tutto così in fretta, è stata tutta colpa mia, non vorrei raccontare ciò che ho passato!”.
“Non lo devi fare, ciò che è successo ha un senso…”.
“Ma lei non sa quello che è successo!”. Cèline si alterò un poco.
“E’ vero, ma qualsiasi cosa succede in amore porta sempre altro amore… Le litigate, le incomprensioni, non fanno che rafforzare una vera coppia”.
“Io ho solamente rovinato tutto…”. Cèline ora scosse il capo.
“Io invece sono sicura che lui ti ha perdonato e soffre come te...”.
Cèline non aveva più la forza di rispondere, stava osservando Matilda saltellare nella piazza, sotto l’occhio vigile di nonna Ester.
“Guarda Matilda, lei ora è contenta; ha la piazza tutta per sé per correre a perdifiato fino quando vuole… ecco, tu in amore ti devi sentire così perché l’amore è una cosa bellissima Cèline; è il sentimento più vero, più leale che possa esistere e che va a compensare tutte le altre cose…”.
“Forse non siamo mai contenti di ciò che abbiamo, di ciò che ci rende felici; delle persone che ci riempiono le giornate…”.
“E’ proprio questo il punto; sono sicura che tu hai molto ma non te ne sei mai accorta”.
La verità le aveva sempre fatto male, ma questa volta fu felice del fatto che Ester gliel’aveva spiattellata in faccia.
Fu pronta ad ammettere i proprio errori : “Già… io, nonostante lo abbia “ucciso” sentimentalmente, lo amo ancora…”.
“E allora perché non torni da lui?”.
“Io… ora, non… posso”.
“Forse non ne hai il coraggio, ma vedrai che lo troverai… oppure ti troverà prima lui…”.
“No, impossibile”. Le sopracciglia inarcate. “Dopo tutto quello che gli ho fatto, non credo si sia messo a cercarmi…”.
“Eppure tu ci speri vero?”.
Le parole vennero a mancare nuovamente; si rese conto che con una persona conosciuta da pochi minuti aveva instaurato un rapporto confidenziale che faceva un baffo a quello della sua amica del cuore all’età di quattordici anni. Ma forse era proprio questo di cui Cèline aveva bisogno : qualcuno che le tendesse una mano a risalire il suo abisso di disperazione.
La risposta stava per arrivare quando fu interrotta da una voce maschile gridare il suo nome. Era Tommy, giunto alla piazza a cercarla dopo il suo allontanamento dal C.S.
Lo vide avanzare barcollante verso la panchina, non lo aveva mai odiato come in quel momento.
“Scusi, devo andare…”. Cèline si alzò dalla panchina stringendo nuovamente la mano ad Ester.
“Non so come ringraziarla, le voglio dire… beh… semplicemente, grazie!”.
Ester la abbracciò, avvertendo il corpo di Cèline aggrapparsi al suo per restituire tutto il calore che le sue parole le avevano trasmesso.
“Non devi ringraziarmi Cèline, piuttosto ringrazia te stessa di aver capito…”.
Allontandosi Cèline le sorrise, dispiaciuta di lasciare per sempre quella stupenda donna. Fece un saluto affettuoso a Matilda, che la bambina ricambiò prontamente.
“Ma dove eri finita?? E’ un ora che ti stiamo cercando…”. Le disse Tommy avvicinandosi.
“Non posso fare una passeggiata??”. Cèline si era già pentita di aver lasciato quella panchina. Poteva chiedere ospitalità ad Ester, ma si rese conto che aveva già fatto molto per lei quella sera.
“E quella chi era?”. Chiese Tommy.
“Una vecchia amica…”. Rispose Cèline, accorgendosi che la definizione le calzava a pennello.
Per tutta risposta Tommy incominciò a lamentarsi del fatto che al C.S. non avevano messo musica seria e che la conferenza non era stata nulla di speciale. Cèline non lo ascoltava; aveva ancora in mente le dolci parole di Ester che l’avevano fatta sentire così bene come mai prima d’ora. Quella sera si sentì come se fosse morta e rinata : si rese conto che sarebbero bastato poco a non sciupare la sua storia d’amore. Ora non era più cieca, davanti a se le si era spalancato il mondo.
Finalmente il suo sorriso si rianimò di quel lucente bagliore andato perduto ma ora magicamente ritrovato.
E intanto Tommy parlava, parlava e parlava….
“E’ tempo che io reagisca!”. Pensava Luca con il mento appoggiato al bracciolo del divano.
Appena giunto in casa crollò in trance, distendendosi su di esso in posizione prona senza nemmeno togliersi le scarpe. Non si azzardò nemmeno a raggiungere la camera da letto; l’atto di Laura gli aveva tolto il sonno peggio di una striscia di cocaina. Il profumo di bagnoschiuma e il sapore della sua saliva gli erano rimasti beffardamente addosso. Le sue parole, opprimenti e spietate, si ripetevano nella mente peggio di un disco rotto.
“…E’ tempo che mi riprenda ciò che è mio!”. Riuscì a malapena ad alzare la testa; fuori era già giorno.
“Cèline, piccola Cèline…”. Il volto delicato di Cèline era ancora davanti a lui, con alle spalle una luce accecante ed un vento ad accarezzarle i capelli.
“Portami a casa Luca… portami via di qui!”. Lo supplicava.
Quanto avrebbe voluto allungare la mano e afferrare il suo corpo (ora coperto da un lungo vestito bianco), stringerla a se e darle lunghi baci come piaceva a lei.
Una vibrazione lo svegliò; nonostante tutto era riuscito ad addormentarsi. Era il cellulare : giaceva incastrato sotto la sua gamba sinistra. Una notifica di Whatsaap : messaggio di Laura, inviato alle 6.50 : “Perdonami. Non vorrei averti ferito. Voglio dirti che non hai fatto niente di male, anzi. E’ stata tutta colpa mia. Spero tu ora non mi consideri una imbecille o una poco di buono, io ci tengo molto alla tua amicizia e non voglio perderti. E’ stata una serata stupenda, grazie di tutto e scusami ancora”.
Lesse quelle righe con ancora gli occhi semi chiusi. Si alzò di scatto a sedere per scaraventare il telefono contro la parete della cucina.
Lo smart phone andò in mille pezzi, ma non gliene importò niente. Gli importava ancora meno di Laura : voleva solamente ritrovare la sua Cèline.
Aveva cercato di ricostruirsi una vita, ma fallendo e rassegnandosi. Dentro di lui sapeva che Cèline non era così, il suo animo così fragile e la sua mente debole erano stati corrotti da persone che non avrebbero mai dovuto entrare nella sua vita.
Le ultime notizie di Cèline le ebbe dai suoi genitori : Mauro Borsari e Caterina Medici. Venne informato che subito dopo aver lasciato Ozzero, Cèline era andata a vivere a casa di Margot. Caterina era disperata, il padre Mauro, (da sempre descritto da Cèline come il “secondo uomo” della sua vita), con lunghe e litigiose telefonate cercò più volte di convincere la figlia a ritornare alla sua vita normale. Un giorno Cèline non rispose più alle chiamate del padre, spegnendo il cellulare. La notizia che lo squat dove viveva con Margot ed altri ragazzi era stato sgomberato dalla polizia, giunse alle orecchie di Luca. Ritenne opportuno informare i genitori di Cèline, che ancora non si davano per vinti ad effettuare ricerche con l’aiuto delle polizia a Milano e dintorni. Luca provò a cercarla, ma si accorse che non lo aveva fatto fino in fondo : era successo tutto così in fretta che non gli sembrava vero fosse passato così tanto tempo. Nei primi mesi aveva inviato un milione di messaggi a vuoto sul telefono di Cèline ed effettuato mille chiamate senza risposta. Non si era mai azzardato a recarsi allo squat di Ripa di Porta Ticinese : era troppo spaventato da un altro rifiuto di Cèline e rassegnato all’idea che fosse davvero finita tra loro. Dopo varie discussioni, anche i suoi genitori lo avevano convinto a lasciar perdere, dicendogli che Cèline non era la donna per lui : era una anarchica dalla mente contorta. Tuttavia si rese conto che pensava alle solite cose da quasi ormai due anni : era ora di alzarsi da quel divano e darsi una scrollata.
Era sabato, il giorno della settimana che preferiva. La salute fisica non era delle migliori, distorta dai vari abusi alcolici e dall’insonnia; ma poteva avvertire una piacevole sensazione dentro il se : la voglia di riscatto. Osservando il cielo dal balconcino al terzo piano, vide le nuvole aprirsi e lasciare spazio ad un sole caldo al punto giusto. Decise che era giunto il momento di una ritemprante doccia mattutina. Spogliandosi osservò il suo corpo nudo nello specchio a muro dell’anticamera. Fotografie di attrici ornavano lo specchio; tra queste vi erano : Femi Benussi, Sylva Koscina, Brigitte Skay, Krista Nell e Franca Marzi. Era visibilmente dimagrito, il volto segnato dalle occhiaie, l’attaccatura dei capelli sempre più alta, gli occhi arrossati.
“Guarda come ti sei ridotto. Rivoglio tutto indietro con gli interessi!”. Pensò con le mani appoggiate ai fianchi.
Prima di raggiungere il bagno, si baciò la mano e andò a toccare la fotografia di Krista Nell; l’acqua calda della doccia fece scomparire tutto il malessere accumulato la sera precedente.
Il miglior modo per avere notizie della sua (nonostante tutto) amata, era quello di frequentare centri sociali e concerti Crust-Hardcore. Gli venne subito in mente Spagna, ma ultime fonti confermavano che da ormai due anni si era trasferito a Bologna. Conosceva diverse persone nell’ambiente, essendosi esibito live con la sua band nei vari squat di Milano, Torino e Modena. Era sempre risultato come uno di passaggio : non aveva mai preso una posizione e nessuno lo aveva forzato a farlo. Luca si trovava lì solamente per suonare e per godersi qualche concerto di qualche band con i riff “somiglianti agli Hellhammer”.
La “comodità” di Internet, gli permise di venire a conoscenza di un evento che si sarebbe svolto proprio quella sera : sabato 28 agosto 2021 . In viale Monza, precisamente al Circolo anarchico “Ponte Della Ghisolfa” erano previsti tre gruppi : Jilted, Warpath e Negot.
Conosceva Maurino dei Warpath : chitarrista occhialuto dai capelli brizzolati e dalla parlantina facile. Scambiò con lui anche il cd del suo gruppo, durante la sera in cui gli Hellbastard suonarono alla “Scintilla” di Modena. In tutti i C.S. del Milanese, Margot era internazionale : tutti parlavano di lei come la regina del Crust, della rivoluzione e anche del sesso. Se si fosse accorto subito quale personaggio meschino si nascondeva sotto la falsa fiducia che emanava Margot, avrebbe immediatamente allontanato Cèline da lei durante il concerto degli ANXTV. Molte volte aveva visto Margot in compagnia di Maurino, quindi in qualche modo poteva storcergli informazioni a riguardo.
Nel pomeriggio, dopo aver consumato un magro pasto, partì subito per Milano : non aveva più niente da fare in quell’appartamento. Si recò sui Navigli, passando accanto allo squat sgomberato in cui Cèline aveva vissuto. Parcheggiando la macchina nella vietta che lo costeggiava, lo osservò con malinconia mista a disprezzo. Una saracinesca con raffigurato un murales dalle forme contorte era abbassata di fronte : quella doveva essere stata l’entrata principale. Ai lati scritte inneggianti a Carlo Giuliani, enormi e contornate da stelle rosse; il palazzo si presentava decisamente alto con finestre rotte e tapparelle dismesse. Con passo lento si avvicinò alla saracinesca; vicino vi erano rifiuti di vario tipo. Non osava immaginare quale decadenza potesse trovarsi al suo interno, ma con la mano la toccò. Forse anche Cèline l’aveva toccata più volte; per un attimo gli sembrò di avvertire il suo profumo, anche se gli unici odori avvertibili erano quelli di immondizia e ruggine.
Lasciando il C.S. alle spalle, si concesse una passeggiata solitaria sui Navigli. Le persone che lo sfioravano parlavano in tedesco, arabo, francese e siciliano. Comitive di cinesi scattavano selfie sui ponti che attraversavano l’alzaia del Naviglio; il negozio di dischi usati “Dischi Volanti” non esisteva più : al suo posto padroneggiava un “Open Shop 24”, distributore di bevande e cibi cancerogeni.
Visitò il “Libraccio”, decisamente rimodernato rispetto a qualche anno prima. Il dvd de “Le Gladiatrici” ce l’aveva già : sorrise a ricordare il nome di Ubaratutu, mentre quello di Ghebel Gor lo trovava immensamente sensuale.
Avendo distrutto il telefono, per sapere l’ora fu costretto ad osservare i vari orologi presenti nella zona; il tempo sembrava non passare mai. Giusto per non svenire, mangiò un trancio di pizza (al gusto di carbone) alla pizzeria Kebab “L’ oasi”. Mentre addentava quella pizza gommosa, pensò alle persone più care che forse gli avevano mandato messaggi sul telefono.
“Ne comprerò uno nuovo…”. Si promise rivolgendo il pensiero ai suoi genitori, così ansiosi e premurosi. In fin dei conti, anche se a volte apparivano asfissianti, gli avevano lasciato la sua libertà fin dall’inizio : questo Luca lo aveva sempre apprezzato.
Uscendo dalla pizzeria, vide che il sole stava tramontando dietro la stazione di Porta Genova. Decise di incamminarsi verso la macchina. In quel momento avrebbe desiderato così tanto fumare una sigaretta, ma l’idea di ritornare ad essere schiavo di una cosa più piccola di lui gli fece abbandonare il pensiero. Il traffico, puntuale e spietato, rese interminabile il viaggio verso Viale Monza. Non sapeva neanche cosa avrebbe detto a Maurino; come avrebbe attaccato il discorso su Margot. Decise di lasciare spazio all’istinto, che in certi casi è la miglior cosa.
Dopo un concerto di bestemmie e imprecazioni verso i guidatori milanesi, finalmente giunse davanti al circolo anarchico. Stranamente l’esterno pareva quello di un pub normale. Appena giunse nei pressi dell’entrata, vide Ciupito e Leo : due abituali frequentatori dei concerti Crust. Nonostante non bazzicava certi ambienti da anni, lo riconobbero subito. Dissero che lo trovavano cambiato e dimagrito, cercando anche di offrigli un tiro di canna che lui prontamente rifiutò.
L’interno del circolo risultava signorile rispetto ai locali dove si tenevano certi concerti : un piccolo bar faceva da angolo all’entrata con a seguire una scalinata che conduceva verso il basso. Scendendo la scalinata si giungeva alla sala concerti : buia, minuscola e con un palchetto inesistente. Il lezzo di sudore aveva già infestato la sala, caratterizzata da una acustica a lesionare i timpani. Dovette subirsi tutte le esibizioni delle band, consumando quattro birre medie e facendo su e giù dalla scala. Durante i concerti si imbatté a discutere con varie persone che conosceva da tempo, come Giovanna : batterista dei Children Of Technology. Quasi sempre impegnata a rollare una sigaretta, gli fece le solite domande : “Come mai non suoni più?”; “Cosa è successo con il gruppo?”; “Perché non vieni più ai concerti?”. Giovanna, appassionata anche di Heavy Metal, insieme al suo ragazzo Paolo frequentava abitualmente anche concerti Metal ed aveva notato l’assenza di Luca da un diverso tempo. Luca le rispose con le solite scuse, senza entrare nei dettagli; non la trovò per niente cambiata nel suo abbigliamento a la “Mad Max” e con i suoi biondi capelli in pieno stile Black Uniforms.
Giunse il momento : vide Maurino al bancone del bar. In tutto quel chaos di voci e musica, poté distinguere la sua voce : alta e distorta da un modesto abuso alcolico. Era in compagnia di altri due ragazzi; ovviamente alticci. Maurino fu il primo a notarlo, ma non accennò minimamente ad un saluto.
“We Maurino!”. Luca appoggiò la mano sulla sua spalla, mentre lui si voltò con la lentezza di un bradipo.
“Hey! Chi si rivede!”. Nessun entusiasmo trapelò dalle sue parole.
“Lasciamolo sfogare, non è ancora il momento…”. Pensò Luca sedendosi sullo sgabello accanto a lui. Nel frattempo, appoggiando i gomiti al bancone, ordinò un’altra birra media.
Dopo una interminabile attesa durante la quale Maurino gli barcollò più volte addosso, i supporters se ne andarono.
“Tutto bene?”. Chiese Luca osservando il suo sguardo assente.
“Tutto a posto e niente in ordine, diceva mio nonno…”. Disse mentre accennava ad allontanarsi.
Luca decise di insistere, altrimenti non avrebbe cavato un ragno dal buco.
“Sai se c’è Margot stasera?”.
“Chi?”.
“Margot, l’amica di Spagna…”.
“No… non la conosco…”.
A Luca parve di sentire la più grossa bugia degli ultimi dieci anni. Mantenendo una certa calma, gli spiegò che era impossibile non conoscesse Margot.
“Che sei diventato uno sbirro? Che va a chiedere informazioni in giro?”.
Luca non raccolse la provocazione, appoggiando la birra al bancone gli rispose calmo : “Ma no… volevo solo salutarla… è una vita che non la vedo!”.
“Jambo! Jambo!”. Per tutta risposta Maurino chiamò il barista dietro il bancone per servigli nuovamente da bere. Barcollando nuovamente, finì ancora addosso a Luca voltandogli le spalle. Le sclere degli occhi di Luca si infiammarono; con un gesto rapido afferrò violentemente Maurino da dietro le spalle. Questa volta andò ad urtare il bancone con la schiena; un’espressione stupita sul volto.
“Senti stronzo, o mi dai retta o ribalto te e questo covo di ronci!”.
In mezzo secondo, mille braccia si depositarono sulla schiena di Luca che stringeva il colletto del giubbotto di Maurino.
“No, no… niente ragazzi, stiamo scherzando!”. Disse Maurino alla ciurma radunata a placare l’ira di Luca.
La salda presa al colletto si allentò, mentre le persone si allontanarono dai due dopo l’approvazione di Maurino.
“Così va meglio”. Disse Luca sedendosi accanto a lui ancora una volta.
Maurino apparve visibilmente irritato, oltre che leggermente spaventato dalla reazione di Luca : “Ma che vuoi da me?? Ma chi la vede quella??”.
“Quando è stata l’ultima volta che l’hai vista?”.
“Ma non mi ricordo! Da quando hanno sgomberato la Ripa non l’ho più vista!”.
“Impossibile!”. Luca non era deciso a mollare. “Margot bazzica sempre in questi posti anzi, mi stupisce non vederla qui stasera!”.
Per fortuna Maurino cedette presto : “Senti, basta che dopo te ne vai : ogni tanto mi scrive. Ultimamente mi ha detto che girano nella zona del Ticino. Dovevamo andarci anche noi a trovarla, ma partiamo per il tour”.
“Il Ticino quale?”. Chiese Luca impaziente.
“Quello in zona Vigevano, non ci sono mai stato”.
Senza dire niente Luca si voltò e raggiunse l’uscita.
Mentre chiuse la porta alle sue spalle Maurino urlò : “E non farti più vedere!”. La parola dopo sembrò essere un insulto che per via della chiusura della porta non riuscì a decifrare.
Nessuno lo seguiva : aveva rischiato grosso, ma gli era andata bene. Si stupì della sua reazione vulcanica che un anno prima, non si sarebbe mai azzardato a fare. Si meravigliò ulteriormente delle parole di Maurino : la compagnia di Margot sembrava pernottare dove un tempo lui e Cèline erano felici.
Sperando che le notizie di Maurino fossero esatte, gli venne spontaneo domandarsi se Cèline, trovandosi nei pressi di Vigevano, aveva rimembrato i momenti rosei del loro amore.
“Nah! Non ne ha nemmeno per le balle : chissà quanti se ne sta facendo quella…”. Mezzo secondo dopo, si pentì amaramente del pensiero appena formulato; lo aveva pensato più volte ma non aveva mai completato la frase con un “puttana”, “troia” o “zoccola”. Intanto non si accorse nemmeno di essersi appena seduto sul sedile della sua auto; pronto per affrontare un'altra ora di strada.
Fermandosi ad un semaforo pensò : “E se Cèline non viaggia più con Margot? E se ora ha un altro ragazzo?”.
Decifrò che le risposte le avrebbe avute quando l’avrebbe rivista. Sapere dove si trovava Margot era già un passo avanti. Al solo pensiero della “regina del Crust” affondò il piede sull’acceleratore : la vide comparire in mezzo alla strada pronta per essere investita. L’impatto con il cofano la scaraventava a venti metri di distanza; lui scendeva dalla macchina raggiungendo il suo corpo maciullato e grondante sangue. Il piede destro riverso, gli occhi cascanti dalle orbite, il naso e la bocca orrendamente sfigurati. Chinandosi, le sputa addosso. Estrae il suo coltello e incomincia ad inciderle il ventre a cercare l’intestino. Margot morirà così : una lunga e insopportabile agonia.
Il fastidioso suono di un clacson lo fece rinvenire : non aveva visto il verde scattare in un altro semaforo presente su quella strada infinita.
La poca benzina non gli permise di raggiungere il Ticino : territorio che avrebbe ispezionato da cima a fondo. Decise di dirigersi verso casa; la consolazione della piccola probabilità di ritrovare Cèline avrebbe conciliato il sonno.
Era notte fonda : un silenzio opprimente dominava tra le strade deserte di Marcallo. Parcheggiando la macchina aprì il cancello di casa; il tremore alle gambe non lo aveva abbandonato da quando aveva lasciato Milano. Non avendo una vasta conoscenza dei centri sociali Vigevanesi, decise di effettuare una ricerca. Impaziente, accese il P.C. : marchingegno che detestò da quando iniziò a lavorare per il giornale. La casella mail era intasata; tra questi, quattro messaggi di mamma.
“E’ un miracolo che non ha chiamato la polizia e tutti gli ospedali della zona”. Pensò mentre rispondeva alla sua mail spiegandole che gli era caduto il cellulare a lavoro.
Gli eventi “hardcore” sembravano svolgersi prevalentemente alla “Cooperativa Portaluppi”; posto che non aveva mai sentito nominare. Nella pagina facebook del locale in questione, le persone che apparivano nelle foto scattate durante le serate non rientravano nei canoni che Luca andava cercando. Le probabilità che Margot e compagni frequentassero quel posto erano scarse, quasi nulle.
Mentre navigava in facebook, non resistette alla voglia di digitare le seguenti parole : Cèline… Borsari…. Sulla schermata apparve quello che una volta era stato il profilo personale di Cèline. Sorridente e raggiante, in uno stupendo primo piano, appariva nell’immagine del profilo. I boccoli biondi gli ricordarono le prime uscite in sua compagnia, quando gli diceva sempre che beveva troppo e avrebbe dovuto smettere anche di fumare. Il profilo, impostato secondo la privacy più rigorosa, non gli permise di ingrandire l’immagine. Peccato, avrebbe voluto rivedere quel magnifico sorriso più da vicino. Ora non gli faceva più male rivederla, sebbene poteva solamente ammirarla davanti ad un monitor.
“Piccola…”. Sussurrò mentre le palpebre andavano a calare lentamente.
Appena giunto in casa crollò in trance, distendendosi su di esso in posizione prona senza nemmeno togliersi le scarpe. Non si azzardò nemmeno a raggiungere la camera da letto; l’atto di Laura gli aveva tolto il sonno peggio di una striscia di cocaina. Il profumo di bagnoschiuma e il sapore della sua saliva gli erano rimasti beffardamente addosso. Le sue parole, opprimenti e spietate, si ripetevano nella mente peggio di un disco rotto.
“…E’ tempo che mi riprenda ciò che è mio!”. Riuscì a malapena ad alzare la testa; fuori era già giorno.
“Cèline, piccola Cèline…”. Il volto delicato di Cèline era ancora davanti a lui, con alle spalle una luce accecante ed un vento ad accarezzarle i capelli.
“Portami a casa Luca… portami via di qui!”. Lo supplicava.
Quanto avrebbe voluto allungare la mano e afferrare il suo corpo (ora coperto da un lungo vestito bianco), stringerla a se e darle lunghi baci come piaceva a lei.
Una vibrazione lo svegliò; nonostante tutto era riuscito ad addormentarsi. Era il cellulare : giaceva incastrato sotto la sua gamba sinistra. Una notifica di Whatsaap : messaggio di Laura, inviato alle 6.50 : “Perdonami. Non vorrei averti ferito. Voglio dirti che non hai fatto niente di male, anzi. E’ stata tutta colpa mia. Spero tu ora non mi consideri una imbecille o una poco di buono, io ci tengo molto alla tua amicizia e non voglio perderti. E’ stata una serata stupenda, grazie di tutto e scusami ancora”.
Lesse quelle righe con ancora gli occhi semi chiusi. Si alzò di scatto a sedere per scaraventare il telefono contro la parete della cucina.
Lo smart phone andò in mille pezzi, ma non gliene importò niente. Gli importava ancora meno di Laura : voleva solamente ritrovare la sua Cèline.
Aveva cercato di ricostruirsi una vita, ma fallendo e rassegnandosi. Dentro di lui sapeva che Cèline non era così, il suo animo così fragile e la sua mente debole erano stati corrotti da persone che non avrebbero mai dovuto entrare nella sua vita.
Le ultime notizie di Cèline le ebbe dai suoi genitori : Mauro Borsari e Caterina Medici. Venne informato che subito dopo aver lasciato Ozzero, Cèline era andata a vivere a casa di Margot. Caterina era disperata, il padre Mauro, (da sempre descritto da Cèline come il “secondo uomo” della sua vita), con lunghe e litigiose telefonate cercò più volte di convincere la figlia a ritornare alla sua vita normale. Un giorno Cèline non rispose più alle chiamate del padre, spegnendo il cellulare. La notizia che lo squat dove viveva con Margot ed altri ragazzi era stato sgomberato dalla polizia, giunse alle orecchie di Luca. Ritenne opportuno informare i genitori di Cèline, che ancora non si davano per vinti ad effettuare ricerche con l’aiuto delle polizia a Milano e dintorni. Luca provò a cercarla, ma si accorse che non lo aveva fatto fino in fondo : era successo tutto così in fretta che non gli sembrava vero fosse passato così tanto tempo. Nei primi mesi aveva inviato un milione di messaggi a vuoto sul telefono di Cèline ed effettuato mille chiamate senza risposta. Non si era mai azzardato a recarsi allo squat di Ripa di Porta Ticinese : era troppo spaventato da un altro rifiuto di Cèline e rassegnato all’idea che fosse davvero finita tra loro. Dopo varie discussioni, anche i suoi genitori lo avevano convinto a lasciar perdere, dicendogli che Cèline non era la donna per lui : era una anarchica dalla mente contorta. Tuttavia si rese conto che pensava alle solite cose da quasi ormai due anni : era ora di alzarsi da quel divano e darsi una scrollata.
Era sabato, il giorno della settimana che preferiva. La salute fisica non era delle migliori, distorta dai vari abusi alcolici e dall’insonnia; ma poteva avvertire una piacevole sensazione dentro il se : la voglia di riscatto. Osservando il cielo dal balconcino al terzo piano, vide le nuvole aprirsi e lasciare spazio ad un sole caldo al punto giusto. Decise che era giunto il momento di una ritemprante doccia mattutina. Spogliandosi osservò il suo corpo nudo nello specchio a muro dell’anticamera. Fotografie di attrici ornavano lo specchio; tra queste vi erano : Femi Benussi, Sylva Koscina, Brigitte Skay, Krista Nell e Franca Marzi. Era visibilmente dimagrito, il volto segnato dalle occhiaie, l’attaccatura dei capelli sempre più alta, gli occhi arrossati.
“Guarda come ti sei ridotto. Rivoglio tutto indietro con gli interessi!”. Pensò con le mani appoggiate ai fianchi.
Prima di raggiungere il bagno, si baciò la mano e andò a toccare la fotografia di Krista Nell; l’acqua calda della doccia fece scomparire tutto il malessere accumulato la sera precedente.
Il miglior modo per avere notizie della sua (nonostante tutto) amata, era quello di frequentare centri sociali e concerti Crust-Hardcore. Gli venne subito in mente Spagna, ma ultime fonti confermavano che da ormai due anni si era trasferito a Bologna. Conosceva diverse persone nell’ambiente, essendosi esibito live con la sua band nei vari squat di Milano, Torino e Modena. Era sempre risultato come uno di passaggio : non aveva mai preso una posizione e nessuno lo aveva forzato a farlo. Luca si trovava lì solamente per suonare e per godersi qualche concerto di qualche band con i riff “somiglianti agli Hellhammer”.
La “comodità” di Internet, gli permise di venire a conoscenza di un evento che si sarebbe svolto proprio quella sera : sabato 28 agosto 2021 . In viale Monza, precisamente al Circolo anarchico “Ponte Della Ghisolfa” erano previsti tre gruppi : Jilted, Warpath e Negot.
Conosceva Maurino dei Warpath : chitarrista occhialuto dai capelli brizzolati e dalla parlantina facile. Scambiò con lui anche il cd del suo gruppo, durante la sera in cui gli Hellbastard suonarono alla “Scintilla” di Modena. In tutti i C.S. del Milanese, Margot era internazionale : tutti parlavano di lei come la regina del Crust, della rivoluzione e anche del sesso. Se si fosse accorto subito quale personaggio meschino si nascondeva sotto la falsa fiducia che emanava Margot, avrebbe immediatamente allontanato Cèline da lei durante il concerto degli ANXTV. Molte volte aveva visto Margot in compagnia di Maurino, quindi in qualche modo poteva storcergli informazioni a riguardo.
Nel pomeriggio, dopo aver consumato un magro pasto, partì subito per Milano : non aveva più niente da fare in quell’appartamento. Si recò sui Navigli, passando accanto allo squat sgomberato in cui Cèline aveva vissuto. Parcheggiando la macchina nella vietta che lo costeggiava, lo osservò con malinconia mista a disprezzo. Una saracinesca con raffigurato un murales dalle forme contorte era abbassata di fronte : quella doveva essere stata l’entrata principale. Ai lati scritte inneggianti a Carlo Giuliani, enormi e contornate da stelle rosse; il palazzo si presentava decisamente alto con finestre rotte e tapparelle dismesse. Con passo lento si avvicinò alla saracinesca; vicino vi erano rifiuti di vario tipo. Non osava immaginare quale decadenza potesse trovarsi al suo interno, ma con la mano la toccò. Forse anche Cèline l’aveva toccata più volte; per un attimo gli sembrò di avvertire il suo profumo, anche se gli unici odori avvertibili erano quelli di immondizia e ruggine.
Lasciando il C.S. alle spalle, si concesse una passeggiata solitaria sui Navigli. Le persone che lo sfioravano parlavano in tedesco, arabo, francese e siciliano. Comitive di cinesi scattavano selfie sui ponti che attraversavano l’alzaia del Naviglio; il negozio di dischi usati “Dischi Volanti” non esisteva più : al suo posto padroneggiava un “Open Shop 24”, distributore di bevande e cibi cancerogeni.
Visitò il “Libraccio”, decisamente rimodernato rispetto a qualche anno prima. Il dvd de “Le Gladiatrici” ce l’aveva già : sorrise a ricordare il nome di Ubaratutu, mentre quello di Ghebel Gor lo trovava immensamente sensuale.
Avendo distrutto il telefono, per sapere l’ora fu costretto ad osservare i vari orologi presenti nella zona; il tempo sembrava non passare mai. Giusto per non svenire, mangiò un trancio di pizza (al gusto di carbone) alla pizzeria Kebab “L’ oasi”. Mentre addentava quella pizza gommosa, pensò alle persone più care che forse gli avevano mandato messaggi sul telefono.
“Ne comprerò uno nuovo…”. Si promise rivolgendo il pensiero ai suoi genitori, così ansiosi e premurosi. In fin dei conti, anche se a volte apparivano asfissianti, gli avevano lasciato la sua libertà fin dall’inizio : questo Luca lo aveva sempre apprezzato.
Uscendo dalla pizzeria, vide che il sole stava tramontando dietro la stazione di Porta Genova. Decise di incamminarsi verso la macchina. In quel momento avrebbe desiderato così tanto fumare una sigaretta, ma l’idea di ritornare ad essere schiavo di una cosa più piccola di lui gli fece abbandonare il pensiero. Il traffico, puntuale e spietato, rese interminabile il viaggio verso Viale Monza. Non sapeva neanche cosa avrebbe detto a Maurino; come avrebbe attaccato il discorso su Margot. Decise di lasciare spazio all’istinto, che in certi casi è la miglior cosa.
Dopo un concerto di bestemmie e imprecazioni verso i guidatori milanesi, finalmente giunse davanti al circolo anarchico. Stranamente l’esterno pareva quello di un pub normale. Appena giunse nei pressi dell’entrata, vide Ciupito e Leo : due abituali frequentatori dei concerti Crust. Nonostante non bazzicava certi ambienti da anni, lo riconobbero subito. Dissero che lo trovavano cambiato e dimagrito, cercando anche di offrigli un tiro di canna che lui prontamente rifiutò.
L’interno del circolo risultava signorile rispetto ai locali dove si tenevano certi concerti : un piccolo bar faceva da angolo all’entrata con a seguire una scalinata che conduceva verso il basso. Scendendo la scalinata si giungeva alla sala concerti : buia, minuscola e con un palchetto inesistente. Il lezzo di sudore aveva già infestato la sala, caratterizzata da una acustica a lesionare i timpani. Dovette subirsi tutte le esibizioni delle band, consumando quattro birre medie e facendo su e giù dalla scala. Durante i concerti si imbatté a discutere con varie persone che conosceva da tempo, come Giovanna : batterista dei Children Of Technology. Quasi sempre impegnata a rollare una sigaretta, gli fece le solite domande : “Come mai non suoni più?”; “Cosa è successo con il gruppo?”; “Perché non vieni più ai concerti?”. Giovanna, appassionata anche di Heavy Metal, insieme al suo ragazzo Paolo frequentava abitualmente anche concerti Metal ed aveva notato l’assenza di Luca da un diverso tempo. Luca le rispose con le solite scuse, senza entrare nei dettagli; non la trovò per niente cambiata nel suo abbigliamento a la “Mad Max” e con i suoi biondi capelli in pieno stile Black Uniforms.
Giunse il momento : vide Maurino al bancone del bar. In tutto quel chaos di voci e musica, poté distinguere la sua voce : alta e distorta da un modesto abuso alcolico. Era in compagnia di altri due ragazzi; ovviamente alticci. Maurino fu il primo a notarlo, ma non accennò minimamente ad un saluto.
“We Maurino!”. Luca appoggiò la mano sulla sua spalla, mentre lui si voltò con la lentezza di un bradipo.
“Hey! Chi si rivede!”. Nessun entusiasmo trapelò dalle sue parole.
“Lasciamolo sfogare, non è ancora il momento…”. Pensò Luca sedendosi sullo sgabello accanto a lui. Nel frattempo, appoggiando i gomiti al bancone, ordinò un’altra birra media.
Dopo una interminabile attesa durante la quale Maurino gli barcollò più volte addosso, i supporters se ne andarono.
“Tutto bene?”. Chiese Luca osservando il suo sguardo assente.
“Tutto a posto e niente in ordine, diceva mio nonno…”. Disse mentre accennava ad allontanarsi.
Luca decise di insistere, altrimenti non avrebbe cavato un ragno dal buco.
“Sai se c’è Margot stasera?”.
“Chi?”.
“Margot, l’amica di Spagna…”.
“No… non la conosco…”.
A Luca parve di sentire la più grossa bugia degli ultimi dieci anni. Mantenendo una certa calma, gli spiegò che era impossibile non conoscesse Margot.
“Che sei diventato uno sbirro? Che va a chiedere informazioni in giro?”.
Luca non raccolse la provocazione, appoggiando la birra al bancone gli rispose calmo : “Ma no… volevo solo salutarla… è una vita che non la vedo!”.
“Jambo! Jambo!”. Per tutta risposta Maurino chiamò il barista dietro il bancone per servigli nuovamente da bere. Barcollando nuovamente, finì ancora addosso a Luca voltandogli le spalle. Le sclere degli occhi di Luca si infiammarono; con un gesto rapido afferrò violentemente Maurino da dietro le spalle. Questa volta andò ad urtare il bancone con la schiena; un’espressione stupita sul volto.
“Senti stronzo, o mi dai retta o ribalto te e questo covo di ronci!”.
In mezzo secondo, mille braccia si depositarono sulla schiena di Luca che stringeva il colletto del giubbotto di Maurino.
“No, no… niente ragazzi, stiamo scherzando!”. Disse Maurino alla ciurma radunata a placare l’ira di Luca.
La salda presa al colletto si allentò, mentre le persone si allontanarono dai due dopo l’approvazione di Maurino.
“Così va meglio”. Disse Luca sedendosi accanto a lui ancora una volta.
Maurino apparve visibilmente irritato, oltre che leggermente spaventato dalla reazione di Luca : “Ma che vuoi da me?? Ma chi la vede quella??”.
“Quando è stata l’ultima volta che l’hai vista?”.
“Ma non mi ricordo! Da quando hanno sgomberato la Ripa non l’ho più vista!”.
“Impossibile!”. Luca non era deciso a mollare. “Margot bazzica sempre in questi posti anzi, mi stupisce non vederla qui stasera!”.
Per fortuna Maurino cedette presto : “Senti, basta che dopo te ne vai : ogni tanto mi scrive. Ultimamente mi ha detto che girano nella zona del Ticino. Dovevamo andarci anche noi a trovarla, ma partiamo per il tour”.
“Il Ticino quale?”. Chiese Luca impaziente.
“Quello in zona Vigevano, non ci sono mai stato”.
Senza dire niente Luca si voltò e raggiunse l’uscita.
Mentre chiuse la porta alle sue spalle Maurino urlò : “E non farti più vedere!”. La parola dopo sembrò essere un insulto che per via della chiusura della porta non riuscì a decifrare.
Nessuno lo seguiva : aveva rischiato grosso, ma gli era andata bene. Si stupì della sua reazione vulcanica che un anno prima, non si sarebbe mai azzardato a fare. Si meravigliò ulteriormente delle parole di Maurino : la compagnia di Margot sembrava pernottare dove un tempo lui e Cèline erano felici.
Sperando che le notizie di Maurino fossero esatte, gli venne spontaneo domandarsi se Cèline, trovandosi nei pressi di Vigevano, aveva rimembrato i momenti rosei del loro amore.
“Nah! Non ne ha nemmeno per le balle : chissà quanti se ne sta facendo quella…”. Mezzo secondo dopo, si pentì amaramente del pensiero appena formulato; lo aveva pensato più volte ma non aveva mai completato la frase con un “puttana”, “troia” o “zoccola”. Intanto non si accorse nemmeno di essersi appena seduto sul sedile della sua auto; pronto per affrontare un'altra ora di strada.
Fermandosi ad un semaforo pensò : “E se Cèline non viaggia più con Margot? E se ora ha un altro ragazzo?”.
Decifrò che le risposte le avrebbe avute quando l’avrebbe rivista. Sapere dove si trovava Margot era già un passo avanti. Al solo pensiero della “regina del Crust” affondò il piede sull’acceleratore : la vide comparire in mezzo alla strada pronta per essere investita. L’impatto con il cofano la scaraventava a venti metri di distanza; lui scendeva dalla macchina raggiungendo il suo corpo maciullato e grondante sangue. Il piede destro riverso, gli occhi cascanti dalle orbite, il naso e la bocca orrendamente sfigurati. Chinandosi, le sputa addosso. Estrae il suo coltello e incomincia ad inciderle il ventre a cercare l’intestino. Margot morirà così : una lunga e insopportabile agonia.
Il fastidioso suono di un clacson lo fece rinvenire : non aveva visto il verde scattare in un altro semaforo presente su quella strada infinita.
La poca benzina non gli permise di raggiungere il Ticino : territorio che avrebbe ispezionato da cima a fondo. Decise di dirigersi verso casa; la consolazione della piccola probabilità di ritrovare Cèline avrebbe conciliato il sonno.
Era notte fonda : un silenzio opprimente dominava tra le strade deserte di Marcallo. Parcheggiando la macchina aprì il cancello di casa; il tremore alle gambe non lo aveva abbandonato da quando aveva lasciato Milano. Non avendo una vasta conoscenza dei centri sociali Vigevanesi, decise di effettuare una ricerca. Impaziente, accese il P.C. : marchingegno che detestò da quando iniziò a lavorare per il giornale. La casella mail era intasata; tra questi, quattro messaggi di mamma.
“E’ un miracolo che non ha chiamato la polizia e tutti gli ospedali della zona”. Pensò mentre rispondeva alla sua mail spiegandole che gli era caduto il cellulare a lavoro.
Gli eventi “hardcore” sembravano svolgersi prevalentemente alla “Cooperativa Portaluppi”; posto che non aveva mai sentito nominare. Nella pagina facebook del locale in questione, le persone che apparivano nelle foto scattate durante le serate non rientravano nei canoni che Luca andava cercando. Le probabilità che Margot e compagni frequentassero quel posto erano scarse, quasi nulle.
Mentre navigava in facebook, non resistette alla voglia di digitare le seguenti parole : Cèline… Borsari…. Sulla schermata apparve quello che una volta era stato il profilo personale di Cèline. Sorridente e raggiante, in uno stupendo primo piano, appariva nell’immagine del profilo. I boccoli biondi gli ricordarono le prime uscite in sua compagnia, quando gli diceva sempre che beveva troppo e avrebbe dovuto smettere anche di fumare. Il profilo, impostato secondo la privacy più rigorosa, non gli permise di ingrandire l’immagine. Peccato, avrebbe voluto rivedere quel magnifico sorriso più da vicino. Ora non gli faceva più male rivederla, sebbene poteva solamente ammirarla davanti ad un monitor.
“Piccola…”. Sussurrò mentre le palpebre andavano a calare lentamente.




