Non fu per niente intelligente addormentarsi davanti al PC. Per tutta la giornata di domenica, Luca fu costretto a letto tormentato da una cervicale spietata. Appena aprì gli occhi in mattinata, con davanti il monitor del computer in standby, il dolore lo assalì. Si presentò come al solito : localizzato dietro la nuca nella parte sinistra a ramificarsi sopra la fronte. Le pulsazioni scandivano un battito regolare, facendogli portare la mano nel punto colpito sperando che si alleviassero un poco. Questo gesto non cambiò nulla; decise di dirigersi a letto. Chiuse gli occhi in quell’umida accozzaglia di lenzuola, ma il dolore non lo abbandonò fino a  pomeriggio inoltrato.

“Una giornata buttata via!”. Pensò preparando la cena.

Vedere il tempo scorrergli davanti agli occhi, senza sfruttare l’occasione di poterlo impegnare, lo fece andare in bestia. Poi, se si trattava di poter rivedere Cèline, la rabbia aumentava a dismisura. Con la consolazione che la cervicale aveva smesso di infierire i suoi odiosi colpi, attaccò il televisore in camera. Il sonno arrivò senza che se ne accorse; proprio quando Masha Mèril stava vestendo la sua elegante coscia, medicata con un cerotto bianco, di una calza marrone. Nel suo sogno Cèline apparve ancora una volta : dentro ad uno specchio dai contorni barocchi colorava le labbra di un rossetto smagliante.

“Tu soffrirai… oh si! Te ne accorgerai… ti accorgerai di quanto lei ti mancherà…”. Diceva Cèline puntando il dito contro di lui, inarcando il sopracciglio sinistro e chiudendo leggermente l’occhio.

Quando si svegliò il cuore batteva in gola una melodia distorta, mentre i primi stralci dell’alba avevano illuminato debolmente la stanza. Cercò di trovare un significato al sogno appena terminato e dissoltosi per incanto nelle tenebre della notte, ma restò fedele all’idea che mai nessuno potrà dare una vera e proprio spiegazione a ciò che accade in mondi

sconosciuti. Si accorse che era anche lunedì : il peggiore giorno della settimana per un lavoratore; anche se l’occupazione di giornalista non aveva ne orari e ne weekend liberi. Fortunatamente era riuscito ad autogestirsi al meglio con i suoi anni di esperienza, facendo in modo di ritagliare il tempo libero a suo piacimento. Già, il lavoro : la sua scrivania lo attendeva impaziente nella piccola redazione; ma soprattutto lo attendeva Laura. Il solo pensiero della collega provocò una contorsione dell’intestino. Cosa gli avrebbe detto? Come avrebbe reagito quando l’avrebbe visto dopo quel weekend convulso? Ma soprattutto, gli avrebbe ancora parlato? Formulò tutte queste domande infilandosi i pantaloni, tutto sommato felice per la cervicale finalmente scomparsa.

“La vita richiede tanti sacrifici ed un continuo rimettersi in gioco. Se ti fermi sei perduto… ti schiacciano come un insetto ripugnante! Quindi, facciamo questo sacrificio di vedere Laura!”. Bisbigliò sottovoce chiudendo la porta di casa.

Parlare a se stesso gli faceva bene, anche se qualcuno del palazzo udendolo borbottare nell’androne delle scale lo avrebbe scambiato per pazzo. Vi furono molte persone, tra queste anche sua madre con un tono di voce alto e opprimente, che non gli permisero mai di proferire parola completamente anzi, a volte non lo facevano proprio parlare. Così scelse se stesso come miglior interlocutore delle proprie opinioni, con la soddisfazione che almeno veniva ascoltato.

Varcando la soglia della redazione la vide. Sempre composta ed elegante ma con segni di stanchezza sul volto : questa volta sottili occhiaie contornavano i dolci occhi penetranti. Luca la guardò proprio dritto in quelle stupende sfere scure, somiglianti a due nere ciliege fresche e mature. Fu Laura la prima ad abbassare lo sguardo vedendolo arrivare.  Quando ormai era vicino alla sua scrivania, sempre tenendo gli occhi bassi, con un filo di voce accennò ad un saluto : “Ciao…”.

“Ciao Laura”. Luca ricambiò il saluto con voce forte e decisa e lo sguardo sempre fisso su di lei.

Senza aggiungere altro, appoggiò lo zaino a terra e andò a sedersi nella sua postazione. Sbuffando, spulciò tra le carte che avevano infestato il tavolo. Mezzo secondo dopo, Laura si alzò di scatto mettendo le mani sulla scrivania di Luca; finalmente era riuscita a guardarlo in faccia.

“Mi… mi dispiace per sabato”. Gli disse irrigidendosi in tutto il corpo.

“Si, lo so Laura”. Rispose lui distratto premendo il bottone d’accensione del PC.

“Allora hai letto il messaggio?”.

“Si, l’ho letto… solo che mi è caduto il cellulare, si è rotto. Non ho potuto risponderti…”. Laura non sembrò cascarci.

“Spero che ora tu…”. Luca la interruppe subito : “Senti Laura, mettiamola così : è stata una serata tra due amici e ciò che è successo a fine serata non è mai successo. Okay? Poi ti sei divertita no?”.

“Io… si, mi sono divertita”.

“Bene. Allora non pensarci più, per me non è cambiato nulla”. Laura rilassò lo sguardo : era proprio quello che voleva sentirsi dire.

“Grazie, mi fa piacere”. Il tono della sua voce tornò regolare. “Ci tengo alla tua amicizia, vieni a bere il caffè?”.

“No grazie Lau, devo finire questo articolo… dai, dopo pranziamo insieme”.

Un lampo di luce negli occhi di Laura : “Va bene! Volentieri! Ora raggiungo gli altri per il caffè”.

Vedendola allontanarsi con il suo solito passo selvaggio e sensuale, Luca tirò un sospiro di sollievo. Il solo pensiero di affrontare il discorso riguardo ciò che era accaduto sabato sera, gli dava la nausea. Non ce l’aveva con Laura, ma non era per niente intenzionato a sentire le sue lagne infestargli le orecchie. Poi cosa successe di male? Un semplice rifiuto di intimità, una illusione come un’altra : ormai ci era abituato.

Sbirciando tra i suoi appunti si rese conto che aveva cose più importanti a cui pensare. Doveva terminare l’articolo riguardo la protesta avvenuta all’esterno della Media World del centro commerciale “Il Destriero” di Vittuone (MI). Circa un centinaio di persone acquistarono modelli difettosi del i-Phone 19. La casa di produzione mise in commercio modelli che avevano la “pecca” di spegnarsi automaticamente in continuazione.

“E’ una vergogna! Non posso fare niente con questo i-Phone! Ce li hanno venduti già rotti!”.  Queste le parole di un uomo adulto intervistato da una emittente televisiva. Il suo sguardo era duro e incazzato : se avesse avuto tra le mani il progettatore di quegli aggeggi lo avrebbe ammazzato a mani nude.

“Forse per fare scoppiare la rivoluzione è solamente necessario togliere i cellulari alla gente ancora prima del cibo.”. Pensò Luca digitando l’inizio del suo articolo.

La fame gli fece ricordare che aveva invitato Laura a pranzo; rimembranza che gli fece fare un smorfia. Lei lo attendeva fuori, intenta a consumare la sua inseparabile sigaretta elettronica.

Decise di portarla al solito posto : “L’incontro”; ovvero il bar paninoteca che da ormai sei lunghi anni nutriva i dipendenti di “Milanoweb”. La breve camminata gli riempì i polmoni di smog e le orecchie dei discorsi di Laura, ai quali dava risposte brevi e distratte.

Una volta seduti al tavolo, spense definitivamente l’udito mentre lei gli raccontava della sua visita alla fiera dell’artigianato. Mentre addentava il panino con cotoletta e insalata, tutti i pensieri furono per Cèline e per la sua mancata esplorazione del Ticino Vigevanese, rimandata per via di quella maledetta cervicale.

Se avesse potuto vedere Cèline in quel momento sarebbe stato felice. Si trovava esattamente dove lui era intenzionato ad andare, a pochi chilometri dal “Jack Bikers”. Stava seduta sotto un’acacia, con i piedi nascosti nella calda sabbia del Ticino. Lo sguardo gioioso su quello che era sempre stato il libro preferito da lei e Luca : “Gli Uccelli” di Tarjey Vesaas. Cèline ne portò via una copia da casa : uno dei tanti torti fatti a Luca che non fu più in grado di perdonarsi. Il libro si presentava ancora in ottimo stato, nonostante i continui spostamenti e i luoghi in cui Cèline aveva vissuto. Poco distante John, Mandy, Orso e Margot facevano il bagno nudi. Marina disegnava figure sulla sabbia, mettendo insieme gli infiniti sassi presenti sulla spiaggia.

Proseguendo la lettura Cèline si sentì più leggera; forse questo era merito delle parole di Ester. Non aveva smesso di pensare a lei dalla sera prima. Disegnando con la mente il volto di Matilda, pensò a quanto fosse fortunata ad avere una nonna così speciale; non che lei ebbe una nonna “poco speciale” anzi, ma secondo lei Ester era riuscita a trovare le parole giuste al momento giusto. In quel momento avrebbe voluto correre con tutte le sue forze da Luca, ma qualcosa ancora glielo impediva. La stupida paura che lui non l’avesse perdonata dominava la sua anima, ancora leggermente tormentata ma tutto sommato felice grazie a quell’incontro.  Decise di non condividere la sua gioia con gli altri : ai loro occhi appariva ancora come la ragazza depressa per chissà quale oscuro motivo. Margot non aveva nemmeno chiesto come stava dopo il suo capogiro al “Casello”; Cèline la ritrovò nei sedili posteriori del furgone di Tommy, addormentata e vittima dell’alcol e di chissà quale altra sostanza.

Quella non era la fine che voleva fare Cèline; se c’era un motivo del perché aveva lasciato casa questo era che voleva rincorrere un mondo dove avrebbe potuto cogliere squisiti frutti, realizzare sogni stupendi ed essere libera. Cosa trovò? Freddo, continui punti interrogativi e fastidiosi mal di stomaco dovuti al poco cibo ingerito. Certo, all’inizio fu divertente : non avere obblighi e orari le piaceva, frequentare tutti i concerti e i raduni conoscendo nuove persone la faceva sentire bene. Poi il nulla… un pugno di mosche. Cèline da buona ragazza sensibile e riflessiva, doveva stare a vedere e capire il perché delle cose; non le bastava un acido per dimenticare i problemi.

Mano a mano che il romanzo proseguiva, si sentì ancora una volta rapita dai ricordi : vide davanti agli occhi Luca che le dava consigli riguardo la sua accantonata carriera di scrittrice. La maggior parte delle volte che si addentrò in questo stupendo ruolo, Cèline traeva ispirazione dai sogni ma anche da tutto ciò che succedeva nella vita reale. Una volta vide il nome “Daiana” scritto su di un muro. Quella scritta le fece elaborare una storia : una donna costretta a prostituirsi per mantenere il figlio  incomincia a scrivere racconti e poesie che avranno successo. La vita di Daiana cambierà per sempre, finalmente ha la sua rivincita verso il mondo crudele. Espose a Luca la sua idea, il quale le diede consigli per stendere al meglio il racconto. Passarono insieme tantissimi venerdì sera in salotto, a discutere delle fantasie che avrebbero voluto trascrivere su carta. “Uscire a bere una birra” diventò troppo noioso, inoltre i locali erano frequentati dalle “solite facce”.

“No! Non devi fare capire ciò che vuoi dire! Cerca di mascherare il significato nelle parole”.  Disse una volta Luca mentre lei gli leggeva ad alta voce ciò che aveva appena scritto.

Cèline non riuscì mai a portare a termine le sue opere; arrivava sempre ad un punto dove non sapeva più come continuare.

Durante questo lasso di tempo un nuovo sogno, oppure un gesto fatto da persone sconosciute, le davano l’ispirazione per incominciare una nuova storia. Tante volte passeggiò con Luca nel bosco vicino a casa, sperando che la natura le donasse nuovi spunti per terminare i propri racconti ma niente : l’ispirazione giungeva quando meno se l’aspettava e da lì scriveva come un fiume in piena, riempiendo fogli bianchi e la memoria del computer portatile.

“Vieni Cèline!! Vieniiiiiiiiii….”. Il richiamo di Margot dall’acqua splendente del Ticino.

Cèline si limitò solamente ad alzare gli occhi, ignorando completamente la proposta della sua “amica”.

Al coro si aggiunsero anche Orso e Mandy. Erano convinti che se Cèline avesse bagnato la propria pelle sarebbe rinata.

Si accorse che quel coro stava diventando troppo assillante e così decise di alzarsi dalla sabbia. Tra le urla dei propri “amici” camminò verso un sentiero che riportava in cima nel boschetto. Ebbe qualche difficoltà ad affrontare la ripida salita dissestata : tutta colpa di quegli odiosi sandali, ormai buoni per i vermi. Desiderò come nessun’altra cosa al mondo la mano di Luca a stringere la sua e aiutarla a superare quel fastidiosissimo masso che le si parò davanti. Con molto impegno e spendendo molta energia, ritornò finalmente in cima. Le unghie dei piedi assunsero un colorito sporchevole, presentando anche diverse spaccature. Quelle stesse unghie che se non curava almeno una volta a settimana non era contenta. Pulendosi le gambe dal terriccio notò che dal ginocchio fuoriusciva sangue.

Bagnando l’indice di saliva rimosse il terriccio accumulato attorno alla ferita. Il sapore ferroso del sangue le si depositò puntuale sulle papille gustative. Non sopportava quel sapore terribile : sangue significa vita, ma anche morte e disperazione.

La sola vista le provocava un’angoscia terribile, rimandandola ad un pomeriggio d’estate quando aveva solamente quattro anni. Un uomo anziano investì la sua gatta Lilli, da sempre ricordata e venerata da Cèline con il più profondo affetto.

Cercando di scacciare dalla bocca quell’odioso gusto, si ricordò che nello zaino aveva ancora una bottiglietta d’acqua a metà ed un pacchetto di fazzoletti. Non osò buttare a terra il fazzoletto sporco di sangue; non poteva rovinare un suolo così bello e a lei tanto caro. Mise il fazzoletto nello zaino, lo avrebbe buttato successivamente in un apposito cestino. Nello zaino erano presenti anche una bottiglia di birra Moretti e il suo inseparabile taccuino. Senza un motivo apparente, da diverso tempo aveva smesso di annotare tutto quello che le passava per la mente. Benché confidò parecchi turbamenti a Margot e ai suoi “amici”, dentro di sé sentiva ancora il bisogno di sfogarsi con se stessa.

La scalata le aveva messo sete; munita di accendino stappò la birra. Portandola alle labbra fece un lungo sorso terminando disgustata : era schifosamente calda. Sforzandosi di berla, andò a sedersi alla fine di un altura che le permise di scorgere gran parte del Ticino. Liberò i piedi dagli odiosi sandali, roteandoli nell’aria e percependo il vuoto che la separava dalla riva sottostante. Sperò con tutto il cuore che la penna, magicamente ricomparsa nello zaino, funzionasse ancora. Impaziente scarabocchiò un foglio del taccuino : nessun segno di inchiostro. Al secondo tentativo Cèline sbuffò sorseggiando ancora quella birra terribile. Il sorriso le illuminò il volto al terzo tentativo : quella dannata penna era ritornata a scrivere. Entusiasta fece un lungo sospiro, accarezzò leggermente il labbro inferiore ed iniziò a scrivere :   

“Vorrei incominciare questa… oddio! Non so se chiamarla lettera, oppure missiva o ancora “dichiarazione”; non è sempre bello dare un nome alle cose. Se è per questo non è nemmeno carino dare sempre nomignoli alle persone.

Quindi, Luca : spero che queste parole arrivino al tuo cuore ancora prima che ai tuoi occhi.  Il mondo che ho sempre sognato non esiste : sognare pace e amore equivale già di per sé a realizzare un sogno.  Durante questa mia follia (non trovo altre parole per definirla) ho solamente sofferto le peggiori pene dell’inferno. So che non ci crederai, ma è così. In certi momenti abbiamo bisogno di qualcuno che ci tenda una mano. La mano me l’hanno tesa e ieri sera a farlo è stata una persona speciale. Ti prego non mettere in moto subito la tua gelosia, non è come pensi tu! Avrei voluto con tutta l’anima poter condividere con te questa esperienza e parlarti di questa donna. Ester è il suo nome : è una delle persone più dolci che abbia mai conosciuto e, come ho scritto prima, vorrei parlartene all’infinito ma ora ho cose più importanti da dirti. Non ti chiedo di perdonarmi, ma solamente di essere contento che io ora sia felice. Qui tira un vento delizioso, il sole mi sta riscaldando il viso mentre scrivo queste righe  : questo per me significa molto, anzi tutto. Avere l’opportunità di amare è qualcosa di fantastico e ci viene concesso ogni giorno; ma i nostri occhi egoisti non riescono ad accorgersene. Ora i miei occhi colgono la bellezza di ogni cosa, l’essenza di ogni parola e il senso di ogni creazione. Luca, la tua Cèline sta bene e…  ti ama.”.

Voltando pagina strappò un foglio sul quale ricopiò l’intero scritto. Inserì lo scritto originale nella bottiglia di birra vuota che richiuse con il tappo accuratamente conservato. Nascose la copia nel taccuino, piegandola ordinatamente : adorava avere l’opportunità di rivedere quelle righe ogni volta che lo desiderava. Alzandosi da terra, prese la rincorsa ed effettuò un lancio che fece cadere la bottiglia nelle turbolente acque del fiume.

“Oh fiume Ticino, raggiungi il suo cuore”. 
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Commenti  

mauro
+2 # mauro 20-01-2016 22:54
ti seguo in questa tuo capitolare; sei interessante e scrivi benissimo, bravo.

Collegati o registrati per lasciare un commento.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.