Son mediocre filosofo orecchiante
e forse peggio son quale poeta
ma di vita emozion sento segreta
quando penso a quell’ànemos spirante
ch’è dell’uomo e di tutti gli animali
sian essi prede oppure predatori
e i vegetali vittime a fortiori,
e organismi batterici e virali,
che di vivere ha in sé l’aspettativa
-allarme resistenza esaurimento,
sindrome general d’adattamento-
come e finché possibil rëattiva
a traumi e morbi, a sete ed alla fame,
tenzone di chi insegue e di chi fugge,
di chi vince o soccombe, ma non sfugge
al destino comun d’esser cascame,
scenario in cui lottò il primate umano
dotato d’una psiche e d’un linguaggio,
biologico supremo suo vantaggio
insieme all’abil uso della mano.
“Sapiens” si definì, ma fu ed è
massimo d’ogni tempo predatore
di risorse il più gran consumatore
che si ritien del mondo intero il re.
I più sapidi uomini sapienti
dotaron lor tribù d’idoli e miti,
propiziatori ed augurali riti
e poi divinità benevolenti
dispensatrici del bene e del male,
e a morte esorcizzar reincarnazione
invocò come pur resurrezione,
poi venne idea di un’anima immortale.
Ma l’anima dell’uomo è solo mente
incapace di eluder quella legge
che tutto quello ch’è materia regge
d’un Caos che Cosmo fu improvvisamente.
Sicché son della mente una finzione
i costrutti dell’umano pensiero,
qual da un ànemos sospinto veliero,
vento d’ogni tradizione o pulsione,
religiosi poli- o mono-teismi,
paure dell’ignoto, idolatrie,
di peccati rimessi fantasie
pur di morte esercitare esorcismi.
Unico è l’esorcismo della morte:
“Nulla pertanto è la morte per nui (*)
né ci riguarda dal momento in cui
crediam dell’anima mortal la sorte”.(**)
(*): “nui”: tale per necessità di rima con “cui” (cfr. Manzoni: “…nui/ chiniam la fronte al Massimo/ Fattor che volle in lui etc.…”
(**) libera traduzione di:
“Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum,
quandoquidem natura animi mortalis habetur”.
(Tito Lucrezio Caro, De Rerum Natura)
e forse peggio son quale poeta
ma di vita emozion sento segreta
quando penso a quell’ànemos spirante
ch’è dell’uomo e di tutti gli animali
sian essi prede oppure predatori
e i vegetali vittime a fortiori,
e organismi batterici e virali,
che di vivere ha in sé l’aspettativa
-allarme resistenza esaurimento,
sindrome general d’adattamento-
come e finché possibil rëattiva
a traumi e morbi, a sete ed alla fame,
tenzone di chi insegue e di chi fugge,
di chi vince o soccombe, ma non sfugge
al destino comun d’esser cascame,
scenario in cui lottò il primate umano
dotato d’una psiche e d’un linguaggio,
biologico supremo suo vantaggio
insieme all’abil uso della mano.
“Sapiens” si definì, ma fu ed è
massimo d’ogni tempo predatore
di risorse il più gran consumatore
che si ritien del mondo intero il re.
I più sapidi uomini sapienti
dotaron lor tribù d’idoli e miti,
propiziatori ed augurali riti
e poi divinità benevolenti
dispensatrici del bene e del male,
e a morte esorcizzar reincarnazione
invocò come pur resurrezione,
poi venne idea di un’anima immortale.
Ma l’anima dell’uomo è solo mente
incapace di eluder quella legge
che tutto quello ch’è materia regge
d’un Caos che Cosmo fu improvvisamente.
Sicché son della mente una finzione
i costrutti dell’umano pensiero,
qual da un ànemos sospinto veliero,
vento d’ogni tradizione o pulsione,
religiosi poli- o mono-teismi,
paure dell’ignoto, idolatrie,
di peccati rimessi fantasie
pur di morte esercitare esorcismi.
Unico è l’esorcismo della morte:
“Nulla pertanto è la morte per nui (*)
né ci riguarda dal momento in cui
crediam dell’anima mortal la sorte”.(**)
(*): “nui”: tale per necessità di rima con “cui” (cfr. Manzoni: “…nui/ chiniam la fronte al Massimo/ Fattor che volle in lui etc.…”
(**) libera traduzione di:
“Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum,
quandoquidem natura animi mortalis habetur”.
(Tito Lucrezio Caro, De Rerum Natura)

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