Penso di aver saputo vivere,
tra le pieghe dei giorni imperfetti,
nelle attese che sapevano di eterno
e nei gesti piccoli,
che hanno inciso più delle grandi promesse.
Ho saputo vivere
perché la vita mi ha insegnato la sua lingua:
la voce dell’amore,
il silenzio delle perdite,
il respiro breve della gioia improvvisa.
Ma non so morire.
Non ho mappe né sentieri da seguire,
nessuno mi ha lasciato istruzioni
su come attraversare l’ultima soglia.
Forse il morire
non si impara,
forse accade soltanto,
come la notte che cade sul giorno
senza chiedere permesso.
E allora non mi resta che vivere ancora,
fino all’ultimo battito,
perché anche il morire,
forse,
non è altro che un modo diverso
di continuare a vivere altrove.
(Luci basse. Silenzio. Poi la voce, ferma, incredula.)
Siamo ancora umani?
Non riesco a trovare le parole.
Non esistono termini abbastanza forti, abbastanza veri,
per dire quanto sia sconcertante... terrificante...
ciò che sta accadendo.
Bambini abbandonati in casa,
per strada,
nei bidoni dell'immondizia,
fra le macerie.
Morti di stenti.
Morte d’inedia.
Morti fra l'indifferenza generale.
Uomini con la pelle diversa dalla nostra,
già condannati a essere poveri:
uccisi davanti da uomini bianchi,
privi di credo, di umanità.
Uomini di nazionalità diverse,
che si odiano per diletto.
Sarà la perdita totale di valori.
Sarà un governo assente,
che ha strappato via ogni punto di riferimento.
Sarà la mancanza di lavoro.
O la carenza di danaro.
Sarà che non si fanno più figli —
perché non ci sono i mezzi per crescerli,
né aiuti, né reti, né mani tese.
Sarà quel che sarà...
Ma una sola cosa è certa:
siamo diventati asociali,
anaffettivi,
privi di umanità
e di empatia.
Si uccide.
Si uccide per potere.
Si uccide per il colore della pelle.
Si uccide per prendere ciò che è dell’altro.
Si uccide... per divertimento.
Si uccide per noia.
Si uccide per vendetta.
Si uccidono i bambini,
impedendomi loro
di diventare uomini.
Si uccidono le donne,
perché non vogliono essere sottomesse.
Si uccide per il gusto di uccidere.
Come in una giungla.
I predatori non si nascondono più.
Uccidono.
Sbranano.
Soggiogano.
Nel mare nero che ci circonda,
troppi pesci piccoli,
divorati da squali,
soccombono.
(Pausa. Voce che si spezza ma non cede.)
Cosa siamo diventati?
Dove stiamo andando?
Cosa stiamo combinando?
Stiamo distruggendo il mondo che ci ospita.
Un mondo stanco, che ci guarda
e forse ci aspetta —
al varco.
E se provassimo a essere meno egoisti?
Meno egocentrici?
Un po' più... umani?
E se provassimo a ripararla,
questa barca rotta,
che a furia di scossoni
si sta schiantando alla deriva?
Perché in fondo
siamo esseri umani.
O forse... l’abbiamo dimenticato?
Ci stiamo avviando verso l'autodistruzione.
La fine dell’umanità.
La fine della solidarietà.
La fine dell'amore.
La fine del mondo.
Lanciamo bombe sugli altri.
Ma sono bombe che ci colpiscono dentro.
Prima o poi esploderemo.
Verremo ingoiati dalla terra.
E tutto finirà
con un solo, enorme, fragoroso
BOOM.
FINE
Dire “enigma” non è dire “mistero”:
l’enigma ha razionale soluzione,
una sola esaustiva spiegazione
ove ben applicato fu il pensiero,
e se la soluzione non arriva
ci dice la ragion che questa c’è,
quand’anche il pensier vada alla deriva
e non possa approdare a quel perché.
Ma il mistero è ciò che non ha accesso,
non si risolve ma talor rivela
in qualche del pensier imo recesso
parte di sé al chiaror d’una candela
ove più che ragione, religione
azione rischiarante può giocare,
di cui l’anima ha solo percezione
che in campo oscuro par baluginare.
Ma il mistero ha confini indefiniti,
difficil è a parole raccontare
ove i pensieri brancolan smarriti,
un mar ove inquietante è naufragare.
Sfuggente ad ogni nostra dimensione
quell’Essere che forse è il solo Dio,
mistero senza alcuna soluzione
mistero in solitudine dell’Io.
DIETRO L'USCIO
E non t’illudere ,
non illudere mai te stesso,
la spensieratezza
è una leggerezza conquistata con fatica,
un fragile velo che la realtà strappa via.
Perché non proverai neanche ad immaginare
l'abisso di chi, ogni giorno , ogni notte
continua a piangere e a pregare
mentre la speranza si perde, inghiottita dai ruggiti ininterrotti della guerra.
Non c'è più lavoro, né sforzo che tenga.
Solo il silenzio assordante di ciò che resta.
Il bucato profumato in ballatoio
le mollette colorate sullo spago,
un ventaglio di lenzuola variopinte,
nella corte il gioco della campana
l’aroma del caffè alla finestra,
l'odore del pane fatto in casa,
nell’aria il profumo di arrosticini,
in ringhiera l’incontro tra vicini
tre gomitoli rotolano sulle scale
una gatta ringhia mentre gioca,
in ringhiera l’incontro di mille vite,
sotto una foglia ringhia il millepiedi.
Sono stato bambino
anch'io come te
ed avevo molti sogni
e giocavo con le piccole cose
che rendevano felice la mia età
ai miei tempi
non c'era la malinconia
nel paese c'era solo allegria
e passava ogni mattina
quello che vendeva nelle case
e i miei occhi erano così grandi
quando ho visto
per la prima volta il mare.
Sono stato bambino anch'io
ed il tempo è volato via
tra passaggi di paesaggi
e di gente che non c'è più
le mie mani sono come il vento
fermano la pioggia
quando cade giù
il mio mondo è rimasto un incanto
come un libro di favole e giganti.
Ed ora che son grande
e degli anni miei ho perso il conto
ma il cuore no!
Non ha perso i sentimenti.
Vorrei volare lontano anch'io
come una rondine
per poi tornare
in questo vecchio mondo che lasciai
e rivedere la mia vita
per cancellare gli errori miei.
Sai cos'è
è che sono stanco
voglio andare a letto
e mettermi a dormire
e sognare
sognare tante cose
quelle che di giorno
non mi vengono in mente
voglio sognare
un mondo migliore
dove la gente
ha nuove idee nella mente.
Sai che cos'è
è che non c'è ragione
c'è solo confusione
è per questo che voglio viaggiare
in un mondo tutto mio
pieno di storie d'amore
e di bambini che giocano
senza avere paura
del troppo rumore di un temporale
che spazza via le stelle e la luna
e quell'odore di pioggia
sa solo di molto sudore.
Tutto questo cos'è
se muoiono i sogni
e l'amore
le stagioni ed il sole
e la voglia di vivere
per ritornare a ridere.








