che un po’ m’attirerà d’antipatia.
Tema non sol di musica o poesia,
il passato è maestro del presente.
Giuseppe Verdi a Flòrimo Francesco
scrisse in carteggio tardo ottocentesco,
aforisma che ancor ricorre spesso
in ogni arte e par raccomandare
che pur laddove c’è un “liberi tutti”
ancor ci sono effetti belli e brutti
e pur regole ancor da rispettare.
È questo un colossale tema estetico
d’artista nel rapporto col passato,
d’un presente da vincoli affrancato,
ch’io pur vedo in virtual sito poetico.
Bellezza ha sue recondite armonie,
non sol questione o men di metro o rime,
ch’ispirazion non basta, pur sublime,
per evitar singulti oppur zoppìe.
In metrica e non rima già i latini
sostanza e forma unirono in poesia,
“cosa” e “come” stan bene in compagnia
evitando di prosa spezzatini.
E pur l’intelligenza artificiale
insidia oggi il regno dell’umano,
ma mai sostituirà nell’italiano
d’un poeta la grazia naturale,
né in un altro qualsïasi linguaggio
che d’anima dev’esser espressione,
non logica ma solo ideazione,
solo d’umana estetica messaggio.
Gettiamo dunque il cuor oltre l’ostacolo
cercando di salvar la poesia
in quel d’antico ritmo e melodia
o facile di morte sarà oracolo.
A chi voglia approfondire suggerisco di cercare in rete: Giuseppe Camerlingo, “Torniamo all’antico” Aporìe e realtà di un indirizzo verdiano.
è un porto sicuro
per chi parla d'amore
di passioni - di sentimenti
La ragione invece
cerca sicurezza e verità
tra schemi e conti
tra numeri e dubbi
Ma quando la mente traballa
è sempre il cuore a guidare
tra quelle tempeste
che si abbattono sul cammino
fatto di scelte e destini
che seguivo da tempo
dipingendo immagini
su vergini fogli.
Una nera tempesta
macchiava il candido cuore,
si nascondeva il sole
dietro nuvole nere
e s’eclissavano l’ombre.
Il passato rimaneva ricordo
e lungo la linea del tempo
d’emozioni si costruisce il futuro.
Poi alla fine, dopo la morte,
si piega il tempo a raggiungere
un vivere eterno.
Ci balliamo come folla di vandali
Ci lasciamo scivolare
in bicchieri bui
Ci beviamo soldi e problemi
I problemi sono gli altri
Altri sono i problemi
Pensiamo che tutto abbia un senso
Ci storciamo mentre tutto va storto
Rimango in casa
Rifletto
Sempre alla ricerca
Oggi non mi sento di scontrarmi con l' umanità
Non rifaccio il letto
Poi ci torno
m’immergo nel suo candore,
è scesa copiosa la bianca neve
a ricoprir la terra.
Impronte d’un pettirosso
lasciano il segno
a mostrarne il passaggio.
Aria frizzante
e note melodiose
d’un dolce canto,
rompono il silenzio.
Case di ocra e di sole
si stringono alla roccia,
custodi di un tempo
che non conosce fretta,
mentre l’orizzonte
spalanca il cuore verso l’azzurro infinito.
Qui, il silenzio non è assenza, ma voce profonda,
è il respiro della terra che scivola giù, verso il basso,
fino a baciare la riva dove l'onda si fa argento.
E nel riflesso dorato di un tramonto che non finisce,
Montepaone resta lì, sospeso
come un pensiero rimasto a metà ,
come uno scrigno di luce che non teme il tempo.
E a chi lo guarda, svela la sua pace:
non è un luogo è un ritorno ,
è casa .

Montepaone (CZ)
C’è uno spazio sospeso,
tra il profumo della farina e il calore del fuoco,
dove il tempo sembra essersi fermato.
La tavola è apparecchiata con cura,
ma le sedie portano il peso di un’ombra gentile.
Manca il suono di una risata improvvisa,
il rito antico di un abbraccio
che scioglie ogni inverno.
Eppure, in questo silenzio che avvolge le stanze,
non c’è solo il vuoto.
C’è l'eco di chi ha insegnato l'amore,
un filo invisibile che lega le mani
mentre versano il vino e spezzano il pane.
Perché chi manca non è mai davvero lontano:
abita nel modo in cui sorridiamo ai ricordi
e nella luce di una candela
che continua a brillare per loro.
Era da tanto che non prendevo un treno,
non sentivo il binario vibrare nel cuore,
non vedevo i paesaggi fuggire dal finestrino
come sogni che non ho saputo trattenere.
Ma poi ho ricordato l’ultimo che ho perso…
non portava in una città qualunque,
portava a te.
Tu eri la meta, il viaggio, la destinazione…
Non uno qualunque, ma il più importante:
quello che portava verso il tuo cuore.
Quel treno aveva il tuo sorriso nei finestrini,
le tue parole sussurrate nei sedili vuoti,
e il tuo cuore come stazione finale di un amore nascente.
L’ho perso, è vero.
per non aver capito che certi treni
non tornano, ma comunque
restano nel cuore.
E se un giorno quel treno tornasse davvero…
stavolta salirei, senza esitazioni,
perché l’unico viaggio che conta,
sei tu…
veloce nascondiglio
fino in fondo
l'instabile come bugia
il suo scorrere non può far nulla
rovina il giorno
a sovrastar nel corso del tuo giorno,
quand’hai solo un biglietto di ritorno
del viaggio che percorse i tuoi precordi.
Quando immaginar provi del vissuto,
rovistando del viaggio nel bagaglio
e cambiandone pure un sol dettaglio,
quale destino avresti conosciuto.
Quando perdi gli amici ad uno ad uno
come quando, a quell’ultimo commiato,
fantasmi in carne ed ossa hai ritrovato
con un fardello d’anni in più ciascuno.
Vecchiaia è quando d’esser un fantasma
agli occhi altrui pur tu ti percepisci
e irreversibilmente ormai capisci
che più nessun biglietto ti entusiasma.
Limite infinito tra terra e cielo
infuocato ai bordi del mare,
seduzione sublime dell’oltre,
alla vista il visibile invisibile
soglia affacciata sull’ignoto,
l’infinito alle porte del finito,
senza fine la luce nello spazio
sulla porta il buio in controluce
conflitti perenni occultano orizzonti,
confini contesi, contesti inconsulti,
nel buio la luna riflette la luce
all’orizzonte il sole rinasce.
sono il contrario d’un beceral-shock
cresciuto son nella cultura rock,
ma non tra quei che andavano in boutique.
Apprezzo i colti ma non quei pagliacci
che di lontan già puzzan di fascismo
ma devo dir che temo il comunismo
e in spregio ho i dittator e i lor mortacci.
Guardo impotente un mondo ch’è al tramonto:
lo dice il nome: guardo l’Occidente
rassegnato a un destino di perdente,
ché all’uom la storia ha presentato il conto.
Quell’uomo che in sé reca i propri mali,
ch’è una sorta di cancro del pianeta
ove a guarire non v’è più moneta
che regoli i suoi spiriti tribali.
Le tribù diventate son nazioni
e le clave ora son le bombe atomiche,
patetiche sanzion quelle economiche,
ridicole tra incendi ed alluvioni.
Se non all’età detta “della pietra”
torniam a un medioevo tecnologico,
ineluttabil fato antropologico
ove la civiltà ogni giorno arretra.
Purtroppo resto qua come un minchione,
poeta vecchio ad osservar follia,
e inerme attendo lucida agonia
e in “fine pena mai” vivo in prigione.





