Ci vuole carattere per barattare la propria integrità
lisciando il pelo a chi da sempre è tuo nemico.
Ci vuole carattere per abbassare il capo a chi denigra
o lusinga scientemente con ignobili intenti.
Ci vuole carattere per mostrarsi diversi da ciò che si è.
Io non ho tutte queste doti e resto ciò che sono,
se non ti vado bene me ne dispiaccio per te
ma, non riuscirei a cambiarmi neppure volendo,
non mi appartiene la finzione innata o programmata.
Non c'è tempo per essere lento
E striscia e risale per le vie
È tutto così troppo
Rincorrere orari e binari
Gettarsi questo groppo umano
Come droga in vena
Chi brulica qui sono solo fantasmi
Spenti come fiaccole nel giorno
Fiacchi e lenti girando in tondo
Producono solo un suono sordo
Raschiate, screpolanti
Tra i gemiti e i miasmi
Ma in fondo tu lo sai e lo so anch'io
Anche noi siamo come loro
Una massa che non vede e sente
E questo tutto alla fine è niente
Io, donna,
speranza senza attesa,
a volte sirena a volte
eterna bambina,
mi sostengo dei gemiti
dei fiori che sospirano
nel silenzio.
Mi nutro di essenza
e acqua che scorre,
mi nascondo dietro
veli che ricoprono
come nebbia.
Anelo al paradiso,
ma ho solo segni
sulla pelle che si
riflettono negli occhi
delle stelle.
Dolce ribelle, fragile vetro,
non dimentico
che io sono...io.
Delle volte mi soffermo a pensare
alla solitudine degli altri senza comprenderla,
sarà perché con la mia ho imparato a conviverci.
Si lamentano in continuazione per quel male oscuro
che scava nelle profonde radici dell'io incompreso.
Eppure non sono realmente sole, hanno famiglia,
un marito accanto o amici veri che stravedono
e darebbero la vita per la loro felicità.
Insoddisfatte e lamentose cercano altro,
forse evasione o attenzione che pensano di non ricevere
soffrono del male di vivere, eterni insoddisfatti,
ogni appiglio è valido per poter afferrare e comunicare sconforto
scaturito dal loro subconscio in modo errato e amplificato,
in qualche modo cercano di esternarlo al mondo sempre più distratto,
cercando quelle attenzioni di cui avvertono eccessiva carenza.
Insomma persone insoddisfatte di ciò che hanno
talvolta vorrebbero demolirne altre in egual misura.
Allora mi rendo conto che la mia solitudine è buona compagna
e nelle nostre lunghe chiacchierate riesce a farmi riflettere su tante cose.
Sul dolore che ho provato per una mancanza vera,
importante come la luce dei miei occhi eppure, è quella stessa luce
a spronarmi a non arrendermi alle prove della vita,
dandomi la forza di discernere tra realtà e fantasia.
Il dolore non si inventa, solo dopo averlo provato si può esternare
talvolta resta incompreso ma si evincerà sempre
nella percezione trasmessa dall'anima.
Sicuramente ci vuole una forza non comune
per non cedere all'inganno dello sconforto e della malinconia
che potrebbe condurre a gesti estremi.
Salmodiate i canti al Signore...
- così parlava il nunzio -
ed ora che è sera chi canterà
delle glorie passate che passano
degli sforzi che sono sudore
e con essi divengono più
ma quegli sforzi che sono solo sudore
e peggio con ego e dolore
che ne valgano ancor alla terra
di tanto orrore?
Poco e nulla, ma forse conviene,
cantar e salmodiare ed il Nunzio
che lo fa sa perché sa che se lo fa
grande il suo premio sarà.
E voi nunzi della sera
uomini belli e mortali
ricordate che il tempo cagiona
conoscenze, fatevi savi.
di dolore
Anzi sì altro ma dolore:
Guerra e fame
ma per la stupidità
Della gente.
Quando cammineremo
Allora varrà quel fucile
che abbiamo infranto
Da quel manto
Dato al nostro pargoletto
Specchio, rifletti occhi
che sono profondità
di notti senza luna,
e ritorni di echi
soffusi.
Rughe leggere attraversano
la fronte, come sentieri
lineari e incerti.
E la bocca carnosa,
con velato rossore
di porpora, giace
socchiusa tra un inizio
di sorriso quasi antico.
Riflesso di volto,
che un tempo era fresco
e quasi ingenuo,
ora, sembra spento
su un amara realtà,
e ritrova tutte le incertezze
e le paure, di un lento
morire come foglie d'autunno.
Perimetri vigilati
sorvegliano zombi.
Senza idee ciondolano
fissando il vuoto
in attesa del miracolo
che cambi la loro vita.
Non sanno pregare
Dio non lo conoscono
non l'hanno mai visto
forse mai lo vedranno.
Intanto aspettano,
smanettando il cellulare
in cerca di qualcuna/o
che gliela faccia vedere.
Cosa? potreste chiedere
lo sapete di sicuro voi
che cercate in rete,
dimenticando un particolare,
un'inezia, moglie e figli
eppure andate al pascolo
in cerca di erba fresca
mentre altri fottono a casa vostra.
Rinunciate all'assistenzialismo
non siete invalidi, lavorate
dedicatevi a qualcosa, spazzate strade,
raccogliete il marcio dalle vie
prima che vi sommerga il tanfo e l'incuria.
Alzate gli occhi al cielo e
osservate le stelle, brillano per tutti.
Ritrovate il gusto di vivere,
condividere e dialogare
fuori dal recinto sorvegliato,
riconquistate la vostra identità.
Alla sera quando il cielo si tinge di rosso
e il sole troneggia nel suo imminente declino,
ombre invadenti s'apprestano a occupare spazi.
Tracciando netti confini tra cielo e mare
disegnano varchi che non si possono cancellare
e l'animo mio si fa piccolo, innanzi a sì tanta bellezza
creata appositamente per chi sa osservare
senza gettare ombre del giudizio, disseminandole come reti
nell'oceano dell'ipocrisia che alberga nell'animo dei vili.
E immortalo l'attimo, con l'emozione del momento,
facendolo mio, con sfumature di nuove fantasie.
Perché io ho sentito il volteggio delle tende
Che piantano picconi nelle segrete radici
E la terra solcata il loro chiodo fende
Le notti sono inquiete
Cara, le talpe che trivellano i terreni
In questo campo inquinato dai benzeni
Questo siamo, e dunque che faremo?
E il puzzo di inestinguibile sudore
Passeggiare di notte pregando
Quando io mi lamentavo
Lui mi disse "non essere fesso parlando
come i fiumi verso il mare
È per questo, cara
il vuoto impenetrabile. Mentre
La partita a scacchi prosegue.
da parrucchiere nei cespugli.
si interrompe sul pari.
Nel silenzio
di un arcobaleno.
Qualunquistica esposizione
per tuo conto evidenziata
conteggia dissensi nei sensi
intenzionalmente intesi.
Ipocrite reazioni attese
scivolano disattese
nel vortice della ragione.
Non puoi dileggiare chi scruta
vetrine in disuso da tempo.
Ulteriori convincimenti
rafforzano decisioni adottate
spazzando via colpe presunte
o pressioni psicologiche continue
intenzionalmente scagliate.
Subire nell'inerzia con illusoria attesa
che il tempo ripari presunti torti
subiti o perpetrati, è una favola
trascritta solo per Pinocchio.
Chi nasce e nuota nel fango
prima o poi ci affoga dentro.
Il male che consuma dentro
è meno infido delle parole.
Ogni luogo pare deserto.
Le parole mute parlano,
poco si deve all'altro.
S'erige muro
in ogni dove.
Basterebbe un soffio,
Uno solo
per capire le meraviglie.
E ancora tace
quel tiglio giallo
che spande ridondanti profumi.
Ancora nell'istinto dell'io
ama morire quella mano
che non sa aprirsi.
E tacciono persino i gesti
defessi da idiozie d'egoismo.
E taccio io
che nulla sono
se non un bruscolo
di vecchia malinconia.
‘86
«Avevo te.
Sputavo formiche sui tavoli,
vestivo al buio con paillettes rosse
e del wiskey facevo un bicchiere vuoto di notte».
Avevo un cane bianco
e una coppa d'oro
colma di sangue coagulato
e righe di siringhe
riempite col veleno che cura.
La mia benzina era senza piombo
e dormivo di giorno nelle bettole
fra verdi biliardi
che puzzavano di porto.
«Avevo una Lancia marrone conficcata al centro dei ventricoli.
Era il tempo delle mele cotogne, i cinema si vestivano alla superman e i pidocchi rubavano i peli ai cani per rivenderli ai negozi dei parrucconi.
Nessuno parlava di cose buone o cattive abitudini, nessuno parlava di nessuno e tutti di qualcuno.
Le assemblee sociali si sciacquavano la bocca con le società dei bastardi benpensanti e mal pagant
ma alla fine nemmeno esse pagavano un cazzo»
Sul marciapiede posavo lo zaino vuoto dei colmi,
tagliavo il vento di grecale attraversando ponti e porti
e le mie lacrime gonfiavano le ruote degli autobus,
Paperino guidava ancora tenendo un litro di vino rosso
come tacca del sedile.
Le fermate erano a discrezione del conducente e se l’alcol
era finito non si fermava.
Nelle feste appendevo i muri di pietra sotto le scale
e le puntine dei giradischi suonavano solo Dylan.
Palazzi grigi e figli di puttana alti tre metri mi precedevano nel mio cammino,
vatussi del cazzo che mangiavano struffoli e piccioni nel sacchetto del panificio.
I gettoni telefonici erano per le porte del Paradiso, gli squilli erano uomini borderline che ti aprivano le porte delle cabine e io gettavo nei tombini le “gingomme del ponte”.
Avevo vestiti di paillettes e cappelli di paglia rossa e labbra colorate, tre soldi in tasca e Dante era morto prima d'esser condannato al rogo per aver condannato egli stesso.
«Ora non ho più nulla e faccio il vegetale da balcone nelle ore assolate, nella solitudine di città morte d’uomini e vive di morti.
Talvolta vivo pure nei bidoni della spazzatura e la gente mi digrigna la bava addosso quando scoperchia il vaso di Pandora per defecarci i propri egoismi.
Sono il piscio nero che scorre sotto un palazzo grigio e quando la luce della notte si fotte i lampioni un brivido mi prende e trascino le budella lasciando sull’asfalto sapore d’escremento».
Avevo un cane bianco,
tre soldi in tasca
E una busta di sogni
che nessuno imbucherà più nella cassetta postale.
«E spegni quel cazzo di climatizzatore che voglio sudarmi la pelle mentre mi fumo l’ultima cicoria di campagna che ho trovato al mercato»
Pubblicità regresso
«La carta igienica “Tallevio” non verrà fornita per il blocco delle piantagioni di cotone da parte dei bruchi avvelenati»
Talvolta mi chiedo quale sia il senso della vita
nella scala dei concetti o valori dell'individuo,
fingere per essere accettati o essere se stessi?
Prostrarsi a compromessi per taluni è accettabile
come il farsi valere per ciò che si è e si vuole essere,
non per questo ci si deve prostituire
per accedere alle grazie degli ignavi o furbetti
che non cambieranno mai le loro attitudini.
Forse in altra vita sono stata rivoluzionaria
o in questa non sono in grado di comprenderla
e accettarla, i miei princìpi me lo impediscono.
Preferisco di gran lunga la mia silenziosa mediocrità
che la ridondante fasulla popolarità senza finalità.
Ognuno decide quale sia il senso della sua.
Ora mi ritiro in silenzio a riflettere su questo quesito,
chiudo gli occhi, metto a riposo il cuore
lasciando la mente ad osservare.



