Gocce di sudore scendono
sul viso bluastro
immerso nell’esalazione
di un vapore metallico.
Un urlo rauco,
un confuso crepuscolo invade il cervello.
Il lamento del suo povero cuore,
dolce e indistinto,
come l’ultima eco di una sinfonia,
si dilegua nell’aria vuota.
E si lascia scivolare
nei meandri degli arcobaleni primaverili;
e presta orecchio alle arpe sui laghi,
ai canti dei cigni morenti,
a ogni caduta di foglie,
al vento soffice che sbuffa nelle valli romite,
agli Angeli che librano le candide ali
nel cielo infinito
e alla voce dell’Eterno
che parla, tenebrosa, nelle brughiere.
Le membra contratte,
il corpo cosparso di macchie scure
e il polso che scivola sotto le dita
come un filo teso,
come la corda di un’arpa
in procinto di spezzarsi.
Mento abbassato sul petto,
palpebre enormemente spalancate,
mentre le povere mani
annaspano nel caleidoscopio ingrigito.
Negli occhi l’espressione di serenità
s’immerge nel misticismo del
curato che recita il miserere.
Poi una grossa lacrima solca il viso
e la sua testa ricade sul guanciale.
Un marezzare d’increspature cangianti
sulle lenzuola ricamate.
Tutto si perde, confusamente, nel silenzio
e nelle ore che passano lente,
nel vento soffice che muove le tende,
nei sentori umidi che salgono dall’anima.
Querule preghiere si forgiano
nei fiori vermigli e nell’ipocondria
feculenta del tramonto.
Ora il corpo riposa
davanti al tabernacolo,
tra il nitore soffuso di pareti monastiche
e vaghi nugoli d’ incenso fumante.
E il giovane arbusto,
solo rimasto, cerca di suscitare in sé
la devozione, abbandonandosi
alla speranza di una vita futura
dove poter rivedere suo padre.
E lo immagina partito per un viaggio,
molto lontano, distante nel tempo.
E si raffigura paesaggi nordici
irrorati dalla luce dell’alba,
baite avvolte nei tenui colori autunnali
e nelle brume vespertine.
E si raffigura diafani diademi
rivestiti di fiori e di diamanti,
buie e claustrali miniere del Belgio
come malinconie impietrite
in notti senza luna.
E si raffigura nubi vaganti
su darsene sublimi,
effimere clandestinità,
pittoresche elegie,
vele nivee,
nella solitudine di un lago immobile.
sul viso bluastro
immerso nell’esalazione
di un vapore metallico.
Un urlo rauco,
un confuso crepuscolo invade il cervello.
Il lamento del suo povero cuore,
dolce e indistinto,
come l’ultima eco di una sinfonia,
si dilegua nell’aria vuota.
E si lascia scivolare
nei meandri degli arcobaleni primaverili;
e presta orecchio alle arpe sui laghi,
ai canti dei cigni morenti,
a ogni caduta di foglie,
al vento soffice che sbuffa nelle valli romite,
agli Angeli che librano le candide ali
nel cielo infinito
e alla voce dell’Eterno
che parla, tenebrosa, nelle brughiere.
Le membra contratte,
il corpo cosparso di macchie scure
e il polso che scivola sotto le dita
come un filo teso,
come la corda di un’arpa
in procinto di spezzarsi.
Mento abbassato sul petto,
palpebre enormemente spalancate,
mentre le povere mani
annaspano nel caleidoscopio ingrigito.
Negli occhi l’espressione di serenità
s’immerge nel misticismo del
curato che recita il miserere.
Poi una grossa lacrima solca il viso
e la sua testa ricade sul guanciale.
Un marezzare d’increspature cangianti
sulle lenzuola ricamate.
Tutto si perde, confusamente, nel silenzio
e nelle ore che passano lente,
nel vento soffice che muove le tende,
nei sentori umidi che salgono dall’anima.
Querule preghiere si forgiano
nei fiori vermigli e nell’ipocondria
feculenta del tramonto.
Ora il corpo riposa
davanti al tabernacolo,
tra il nitore soffuso di pareti monastiche
e vaghi nugoli d’ incenso fumante.
E il giovane arbusto,
solo rimasto, cerca di suscitare in sé
la devozione, abbandonandosi
alla speranza di una vita futura
dove poter rivedere suo padre.
E lo immagina partito per un viaggio,
molto lontano, distante nel tempo.
E si raffigura paesaggi nordici
irrorati dalla luce dell’alba,
baite avvolte nei tenui colori autunnali
e nelle brume vespertine.
E si raffigura diafani diademi
rivestiti di fiori e di diamanti,
buie e claustrali miniere del Belgio
come malinconie impietrite
in notti senza luna.
E si raffigura nubi vaganti
su darsene sublimi,
effimere clandestinità,
pittoresche elegie,
vele nivee,
nella solitudine di un lago immobile.
7 commenti
Non c'è luce
all'orizzonte,
all'orizzonte,
credere in un frangente,
illusione
di una favola
di una favola
chiusa in un cassetto,
si chiude, il cerchio.
Cercarsi
guardarsi da lontano,
senza più fantasia,
tesa,
nel vuoto la mano
nel vuoto la mano
il grigio ti assorbe
luci lontane
soffuse
soffuse
sempre più confuse
e poi
spogliarsi dei desideri
per non ferire
Vado incontro alla mia meta,
ma c'è qualcosa che rallenta,
c'è sempre qualcuno che mi supera
e la mia strada recupera.
Sono un passo indietro,
dietro ad altre persone,
i miei passi sono sempre più pesanti,
cerco di correre,
ma sembra che la strada stessa
si allontana da me,
come un nastro trasportatore,
come se si riavolgesse,
sempre nello stesso punto di partenza.
Le persone accelerano il passo,
io cerco di tenere il loro passo,
la mia strada è in fondo un tapis roulant,
un nastro trasportatore,
nello sforzo di un allenamento continuo,
io posso correre,
ma resto nello stesso punto.
Devo dominare la strada,
perché ovunque io vada,
lascerò il mio passo
a qualcun'altro così
che egli possa seguirmi
e passare il testimone,
perché altri possano
afferrare quell'occasione,
che sto ancora ricorrendo,
almeno non mi sentirò sola,
allora la mia corsa non sarà vana.
Posso cadere, inciampare,
posso farmi male,
posso imbattermi in un bivio,
posso cambiare traiettoria ,
cambierà questa storia,
posso girare una curva,
provare ha sperare che sia quella giusta,
ma se mi sbaglierò, mi inventerò,
mi scoprirò già viaggiatrice,
e ancora correrò.
Devo dominare la mia strada,
perché comunque vada,
sono viva, sarò viva,
perché io ancora spero.
Devo dimostrare quello che so fare,
allora correrò più velocemente,
almeno so che al traguardo posso arrivare.
Radici di quercia
forgiano il carattere
come i boschi dei dintorni.
Radici centenarie
coperte di terra e di speranze.
Cumuli di amarezze
e di ricordi cristallizzati
nelle zolle dure da coltivare.
L’agitazione cede il posto
alla fredda determinazione,
lo sguardo diviene
specchio dell’anima
e i pensieri zampillano in racconti
come dopo un viaggio poetico.
Nel vago orizzonte
miseria e frustrazione
e un brusìo d’insetti
che fascia le inquietudini
come un lamento familiare.
forgiano il carattere
come i boschi dei dintorni.
Radici centenarie
coperte di terra e di speranze.
Cumuli di amarezze
e di ricordi cristallizzati
nelle zolle dure da coltivare.
L’agitazione cede il posto
alla fredda determinazione,
lo sguardo diviene
specchio dell’anima
e i pensieri zampillano in racconti
come dopo un viaggio poetico.
Nel vago orizzonte
miseria e frustrazione
e un brusìo d’insetti
che fascia le inquietudini
come un lamento familiare.
Giocano le ombre
inseguendo futili pensieri
senza un punto d’inizio
ad occhi chiusi, poveri di vita
tra tenui respiri.
Il silenzio
mite tassa le lacrime
e l’allegria, stesa tra gialle foglie
pazza ride di buon gusto
mentre con serenità raccoglie l’anima.
inseguendo futili pensieri
senza un punto d’inizio
ad occhi chiusi, poveri di vita
tra tenui respiri.
Il silenzio
mite tassa le lacrime
e l’allegria, stesa tra gialle foglie
pazza ride di buon gusto
mentre con serenità raccoglie l’anima.
Ombre vengono, cadono, premono
Dalla mia filosofia le lettere rimangono
Sospese tra il passato e l’avvenire
Ululando di paura decidendo cosa dire
E vivo oggi un breve spazio di tempo
Passando su di me, toccandomi il mento
Uccidendomi del io che scorre dalle vene
Aggancianti, nascosti nei boschi delle iene
E che cosa se non sento il flusso fatale
credo ancora nelle favole e rifiuto il guinzaglio
che porta all’infinito dai filosofi sognato:
ho un solo cuore, e occhi, e bocca, e strato
quando gradisco volo aleggiando
su raffiche dilettevoli di nubi stracciati
e quando voglio dormo
sognando una vita
Gesti intrecciati
nell’aria
come fuscelli
di un canestro
accendono la fantasia
illuminano lo spazio
di invisibili immagini
danzanti, come lucciole
irraggiano
la notte
di un’invivibile
esistenza.
A dare
pace agli occhi
all’anima
è arte di strada
di un
mimo saltimbanco
su una corda,
acrobata di luce
volteggia sopra
stupide apparenze
illuminando
il grigiore catacombale
di una vitalità
imprigionata.
nell’aria
come fuscelli
di un canestro
accendono la fantasia
illuminano lo spazio
di invisibili immagini
danzanti, come lucciole
irraggiano
la notte
di un’invivibile
esistenza.
A dare
pace agli occhi
all’anima
è arte di strada
di un
mimo saltimbanco
su una corda,
acrobata di luce
volteggia sopra
stupide apparenze
illuminando
il grigiore catacombale
di una vitalità
imprigionata.
Cammino sopra il tempo
saltellando tra archi d’amore
e melodie del silenzio
labirinto che non si apre mai
guardo tra luce e notte
riflesso il mio colore
sono stato
sono
sarò
scivolo dietro l’aria
stringendo aneliti di forza
e vortici di cadute
cielo senza fine
sfioro azzurro e nuvole
con ali a tratti pesanti
sono stato
sono
sarò
sguardo oltre la notte
inchiostro oltre il bianco
suono oltre le pause
cerco vicino alla terra
lasciando orme fatte di cuore
e sentieri di anima
cammino sull’equilibrio
quasi senza peso
e senza dolore
sono stato
sono
sarò
sguardo oltre la notte
inchiostro oltre il bianco
suono oltre le pause
sono stato
sono
sarò
sempre
e per sempre
saltellando tra archi d’amore
e melodie del silenzio
labirinto che non si apre mai
guardo tra luce e notte
riflesso il mio colore
sono stato
sono
sarò
scivolo dietro l’aria
stringendo aneliti di forza
e vortici di cadute
cielo senza fine
sfioro azzurro e nuvole
con ali a tratti pesanti
sono stato
sono
sarò
sguardo oltre la notte
inchiostro oltre il bianco
suono oltre le pause
cerco vicino alla terra
lasciando orme fatte di cuore
e sentieri di anima
cammino sull’equilibrio
quasi senza peso
e senza dolore
sono stato
sono
sarò
sguardo oltre la notte
inchiostro oltre il bianco
suono oltre le pause
sono stato
sono
sarò
sempre
e per sempre
L’erba secca,
sospinta dal vento,
s’impiglia nei capelli
e graffia il viso.
Chiome di alberi
mormorano parole sconnesse.
Gatti innamorati
miagolano alla luna.
Sdraiato sulla nuda terra
ascolto il canto roco
di uccelli notturni,
alternato al frinìo annoiato
dei grilli sui rami
e all’ululato di cani
in lontananza.
sospinta dal vento,
s’impiglia nei capelli
e graffia il viso.
Chiome di alberi
mormorano parole sconnesse.
Gatti innamorati
miagolano alla luna.
Sdraiato sulla nuda terra
ascolto il canto roco
di uccelli notturni,
alternato al frinìo annoiato
dei grilli sui rami
e all’ululato di cani
in lontananza.
Rumore di torrenti,
sole scherzoso tra le nuvole
e pietre che danzano
nei sentieri di campagna.
Alito di cavalli,
freddo di montagna
e odori di erbe secche
rassegnate al proprio destino.
Brontolio di tuoni lontani,
gemiti di vento
e stormire di foglie
nella putredine del bosco.
Vaghezza autunnale
fra gusci ispidi e iridescenti
come nel pianto luminoso
di una vita incosciente.
Striature cariche di tensione
solcano il cielo
e nascondono il fuoco dell’anima
dietro mandrie di nuvole nere.
sole scherzoso tra le nuvole
e pietre che danzano
nei sentieri di campagna.
Alito di cavalli,
freddo di montagna
e odori di erbe secche
rassegnate al proprio destino.
Brontolio di tuoni lontani,
gemiti di vento
e stormire di foglie
nella putredine del bosco.
Vaghezza autunnale
fra gusci ispidi e iridescenti
come nel pianto luminoso
di una vita incosciente.
Striature cariche di tensione
solcano il cielo
e nascondono il fuoco dell’anima
dietro mandrie di nuvole nere.
Viso segnato
da un intrico di rughe
profonde e nere
come culo di tegame.
Stecchino incastrato
tra i pochi denti superstiti.
Sguardo marchiato
da privazioni e angustie,
patimenti e umiliazioni
lungo i selciati dell’indifferenza.
Voce spenta e tremula,
accartocciata come foglia infreddolita
in una mulattiera dell’anima.
da un intrico di rughe
profonde e nere
come culo di tegame.
Stecchino incastrato
tra i pochi denti superstiti.
Sguardo marchiato
da privazioni e angustie,
patimenti e umiliazioni
lungo i selciati dell’indifferenza.
Voce spenta e tremula,
accartocciata come foglia infreddolita
in una mulattiera dell’anima.
Sarà il domani a tenderci la mano,
sarà la sorella sera a cullarci & nutrirci,
sarà la tua anima a voler respirare.
Sarai tu che deciderai di camminare,
sarai tu a volerti innalzare.
Sarà la Terra ad auto-curarsi.
Saranno tante cose ad accordarsi,
a trovare l’armonia,
a cercare la pace.
Sarà il Mare a ripulire le malattie,
sarà l’aria a buttar via l’inquinamento,
sarà la nostra coscienza a far accadere questo.
Saremo noi, a voler creare un nuovo mondo.
Saremo noi, che vorremo dare un buon giorno ai nostri figli.
Siamo noi, che creando purezza, creiamo un domani.
…e tenderemo la mano al futuro.
sarà la sorella sera a cullarci & nutrirci,
sarà la tua anima a voler respirare.
Sarai tu che deciderai di camminare,
sarai tu a volerti innalzare.
Sarà la Terra ad auto-curarsi.
Saranno tante cose ad accordarsi,
a trovare l’armonia,
a cercare la pace.
Sarà il Mare a ripulire le malattie,
sarà l’aria a buttar via l’inquinamento,
sarà la nostra coscienza a far accadere questo.
Saremo noi, a voler creare un nuovo mondo.
Saremo noi, che vorremo dare un buon giorno ai nostri figli.
Siamo noi, che creando purezza, creiamo un domani.
…e tenderemo la mano al futuro.





