muove la risacca dell’orgoglio
e s’infrange in insenatura
di sabbia fine.
Nei boschi della coscienza
s’incunea il vento della ribellione
e strapazza assurde audacie
intrise di falsi miti di libertà.
S’addensa l’ombra del desiderio
nelle radure del cuore
fra virgulti di felicità
e il giallo delle ginestre.
Mi guarda
bestiale chimère
in cima
alla chiesa,
Nostra Signora
piange,
sue lacrime
rimbombano
sulla mia anima
cascata di dolore
appesa
alle guglie
della vita.
Lasciatemi
andar via
troppa pena
porto,
nel fisico
carico
pesi immani
di esistente agonia.
Lasciatemi
andar via
da estati
non vissute
da inverni
subiti,
da sguardi nascosti
di indifferente malinconia.
Lasciatemi
andar via
affogare
nel profondo mare
d’un abissale oblio,
perder l’eco
di questa
triste follia.
Solo
una piazza
un mercato
accoglieran
lo schianto del
mio corpo,
non batteran
più campane,
il rimorso
suonerà
nel cuore
di incantevole
zingara
a morto
sotto
il severo
compassionevole
sguardo
di una
chimère.
di un ombroso punto di domanda
nel silenzio dell'incerta luce del mattino.
Prepara il suo fardello con lentezza
per ovviare al peso che sta per caricare
mentre le spalle si irrigidiscono
di una rugiada un pò troppo ghiacciata
per questo sole tondo.
E mentre il cuore accelera il passo
il capo si nasconde in un inchino servile
poggiando gli occhi a terra
con, nello sguardo, ancora lo specchio dell'orizzonte.
La schiena si curva sotto cellule impazzite,
brividi di scelte che si fanno sentire.
E così se ne va col suo peso sulle spalle
con un pensiero lasciato all'alba
camminando lento verso il tramonto,
raccogliendo altri sassi
che un giorno, forse, lancerà dentro un lago.
sotto i passi di chi si riempie di cielo
mentre il sole ti guarda storto.
Trascini le scarpe su buche sconnesse
al ritmo di una canzone che si inceppa
ma non vuole finire.
E la fatica fa la sua danza sulle tue spalle,
piegando la schiena,
piangendo sudore.
Mentre il buio ti incatena alla luce
di una squallida scoperta,
diventi sordo e cieco
e anche il respiro ormai pesa.
Se solo tendessi la mano
troveresti un altro cielo lì vicino,
qualcosa che non marcisce,
nè si secca,
anche nell'autunno più crudele,
nella buona e nella cattiva sorte.
Perchè forse basta un filo d'erba
per respirare un pò di primavera,
forse, e dico forse,
basta solo una Stella
per farci sotto un gran bel cielo.
La luce perdo
e l'anima di grigio
si colora
le stille di sudore
che la fronte imperlano
dall'afa estiva
sono cloni di lacrime
che agli occhi miei
più non appartengono
Violenza uso al corpo
tirando fili fittizi
burattinaio di me stessa,
respirano a fatica
i polmoni
anneriti dal fumo
delle sigarette bruciate,
debilitati dall'atonia mentale
che pur alle membra si espande
All'apparenza via d'uscita
si nega,
lascio errare nei lidi
dell'universo il mio ego
nell'ardente sperare
che una stella
illumini il mio cammino
e ritrovare sfumature di colori
che mi riscaldino l'anima
ha turbato il mio risveglio
ad ogni respiro
Bulimia d'aria!
Vomito verde
triste esibizione
di evanescenti colori
assume sembianza di
timidi pagliacci
proiettati verso
un colorato
oblio.
Disperata risata
lascia
il palco, copre
frastuono di
applausi bugiardi,
rimbombanti
come
rumore di ipocrita
grancassa.
Ultimo volteggio
in lente
piroette
di mesti acrobati
incombe
su lacrime
di bimbi,
verdi foglie piangenti
trasportati via
dal vento
di un’arida
età adulta.
Spettacolo finisce
in deserto
di sentimenti,
sgomenti figuranti
implorano
un ultimo
inutile bis.
Amari calici
d’amor
bevono
attori consumati
dall’annoiato
erotismo
di attrici
vanitose, mentre
un mimo,
maschera
dolce di
gemente Pierrot,
sparge nell’aria
commoventi gesti
ad una
assente platea vuota.
Luci,
fiamme incandescenti
di oscuro
mangiafuoco
rischiarano
palchi dismessi
incapaci di dar
senso
ad un addio
non più
ipotetico.
Attore recita
l’ultima sua parte
con in testa mille
pensieri, armadio
pieno di valigie
spegne
il trasporto dionisiaco,
fredda esibizione
rende più amaro
il gusto
dell’addio.
Fuori
gelida alba
di un ottuso mondo
accoglie
afflitta carovana,
ballerine senza
volto guidano
le danze
di una grigia
partenza, carri
vanno lungo
sentieri da
compassionevoli alberi
costeggiati,
lenta marcia
di saltimbanchi
accompagna
docili muli trainanti
tutto il peso
di uno spettacolo
morente.
l’ultimo grido non è una moda
dal frastuono più facili schianti
presumendo esistenze di terra
ancora terra che muore, piove
su di te saliva dai sospiri, lieve
dalla gola il bolo secco a picco
libero da trasformazione odora
di personalità in crisi, gorgheggi
da un doppiaggio border-line fra l’ascolto e la carie del falsetto
l’angoscia tartaro sul cuscino sfonda il materasso, s’abbandona
all’esaurimento della prima infanzia, la preziosità di un secondo
solo per te.
Potrebbe essere eternità
il disamore folle per ogni singola parte che t’inchioda
alla vita che rapisce e non sequestra e non costringe
penetrazioni non lubrificate, in galere sempre figlie
il rifiuto s’acuisce, succhiandoti il midollo cronicizza.
Come la mancanza d’entusiasmo
conoscendomi potrei uscire per cercare senza slancio
resti in luoghi comuni che forgiano e non mi sovrasti.
Un'alba nuova
mi ritrova sulla spiaggia
virtuale dove tutto il mio tempo
vivere vorrei
il sole una palla di fuoco
rosso come l'amore
rosso come il sangue
ora già distende i suoi raggi
sulla mia pelle
indorandola di ambra
Cammino lungo l'arenile
spruzzi di mare
pungono le membra,
cammino
calpestando con forza
la sabbia dorata
le orme profonde
voglio riempire
di pensieri, parole
emozioni,
il tutto ormai vecchio
trito e ritrito
poltiglia fetente
che irrora la mia anima
Lascio cadere squame cutanee
secche, morte
avanzando tra le onde
sciogliermi nel mare
ritrovare me stessa
in un forziere abbandonato
sui fondali marini
da pirati di un tempo,
rivestita di luce bianca
rinascerò
come la Nereide Anfitrite
sarò dea del mare
del mare della mia vita
La rabbia repressa
nei lustri passati
stagione dopo stagione
avevo imprigionato
in corridoi di filo spinato
Condannata senza processo
carcerata per errore
in giudizio
Il tutto viveva nell'anima mia
che persa vagava
dove ancora non so,
muta urlavo il dolore
lasciavo tracce insanguinate
da nessuno capite
Le spine mi stringevano la gola
sentivo che non era
il mo tempo per morire,
strappai a nude mani
quel filo maledetto
a morsi mi aprii un varco
lacerai la pelle
le labbra
e rinacqui una seconda volta
come amazzone guerriera
pronta a combattere
per non cadere più
*****
Modulato va questo sentimento
come una musica,
esente da note troppo alte
stonate, marcate
ma il cuore ora libero
da voce alle sensazioni
che più non reprimo
E dalla bocca fuggono
parole appuntite
frecce avvelenate, feriscono
involontarie, impulsive
anche chi ami
Nell'attimo stesso
le labbra mordi
a stillare sangue
come boomerang
tornano a te, e quanto fan male
Non servono lacrime
non giovano scuse
solo l'amore immenso e vero
come vive in noi,
tu che della mia vita
sei l'essenza
riportare può la pace
di un'alba nuova
agli angoli di strade
senza volto.
Uomini ricurvi
su
banconi spavaldi
bevono gocce
amare di
umiliazione.
Bicchiere senza fondo
inghiotte
mille malinconie
disperazione
riempie
solitudini
incomprese, vite
ferme
inchiodate
Calvario di
speranze sacrificate
su uno spietato
Golgota.
Rivoli di vita
persi
assetati d’amore
affogati
dall’indifferenza
scorrono
in un mare
di desiderio
infinito
supplicanti
innominata
pietas.


