Ad ANNA POLITKOVSKAJA
Ma che bel castello marcondiro marcondello
Oh che bel castello marcondiro marcondò
Nella voce t’hanno ucciso,
così mi sveglio dal sogno
strozzato da corde di un liuto
nel solito aspetto del buio.
La mano sonnambula, a mezzo metro,
pasticcia sulla sveglia muta,
sulle torri di tazzine,
nel disordine ammucchiato.
Eri tu od ho solo afferrato aria?
Barcollo sentendomi dannato
senza più sorprendermi
del prurito oltre la fronte
o del decidermi nel togliermi
come una foglia che cade,
in questa ineluttabilità
di due metodi che vorticano in padella.
Eppure non ci sto a morire
come se niente fosse,
mentre manco ancora
quel soffio sul baciarle i petali
elevando il capo
sopra dei presunti nemici,
il laudano non sarà eterno
per elaborare il non sorridere mai.
Il gatto mammone ammette d’aver spezzato rami
cacciando passeri,
ma nicchia nell’usare benzina e paglia,
pur di gongolarsi l’erezione
mentre mastica e sputa brandelli.
Io rimango come l’occidente omertoso
che dileggia per quell’insolito capriccio
di fianco al flaccido sedere.
Nei sobborghi le mie scarpe son gelide,
le dita pigolano ipotermia,
mentre respiro come se fumassi,
un altro Natale da eterosessuale
alla meno peggio
con vetrine ricolme di usi e abusi,
con carne salata e cioccolato.
Chissà…come bruciava Groznyj?
