Soltanto dopo avere apparecchiato
il dubbio desco dove assaporarci,
le voci nostre affidate a un filo
fissaron finalmente quell’incontro.
Ingenuità in pasto al primo amore,
in balia di un sogno certo ardito
e col timor ch’attanagliava i cuori
ci vedemmo davanti a quel portone.
In quel meriggio scelto assai con cura,
primavera reclamava ammirazione
tra le azalee a colorar balconi
e dentro i volti dei bambini in strada.
Ma noi entrammo, senza far rumore,
e, piano dopo piano, tra mille pulsazioni
guardammo sempre in su la nostra meta
intanto che le gambe sue scorgevo.
In alto, paradiso ed abbaino
lasciavano la scena al surreale.
Toccammo il freddo di scalini lisi
e ci scaldammo al fuoco dei respiri.
Un qualche inopportuno crepitio
capace fu di farci immaginare
chissà quali fantasmi, complici o guardoni.
Eppur, terrore noi non conoscemmo.
Le nostre mani ad esplorar sentieri
e gli occhi a fare tuffi dentro gli occhi,
non si curarono del toccar capelli
o del guardare vivo un sogno predatore.
Poi, figli prediletti di quell’ora,
l’accostar le labbra i battiti dimenò.
Quel mai troppo lungo bacio decretò amore
riempiendo due cuori di nettare sublime.
Gonfiò le fantasie del futuro
fino a scoppiare al primo seno nudo.
*
(Autobiografico)
