Che sia il sacro bacio dalle labbra di grano
la dolce camelia ondeggiante all’amore
a invadere promesse di vaghezza aerea
sfioranti il sole nella memoria in sogno.
Timide corolle attorcigliate al chiarore
gaio e fulgido del pensoso folleggiare
sospirano confuse preghiere al mare.
Echi familiari di dondolio dimentico
nomadi sospiri al candore rinato di beltà
malinconie timide intarsiate di preziosi nastri.
Ch’io possa indossarli nel mio istante più caro
e la galassia aleggiare in me vortice di sublime
disegnando ricami alati alla meta del cuore
mutezze decorate di favole narrate
custodite in lacrime nel canto d’una stella.
Indistinto pianto al culmine del nulla
rigonfia bolla di nostalgiche balie
allattate la mente mia d’infantile dolcezza
solitudini rinchiuse in memoria
fino a farle divenire fragili archi
rivolti all’indicibile tenerezza dal desio serrato.
Nel nido l’ultimo usignolo recita il verso
ha la follia d’un volo cullante carezze di cielo.
Fluttua muto il trapasso ad onde dissolte.

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