Matite scheggiate d’autunno,
e poi spigoli d’ottobre confusi
appuntati alle porte dell’anima,
graffi di cielo mai vissuti,
arrivederci poi per sempre perduti,
strascichi di luce sofferta
come storie già sfinite d’infinito
mentre il cuore abita l’orizzonte
come una valigia abbandonata,
consumata dal dolore di un passante.
Si accoccola nella canzone del vento
il verbo sgualcito di una nuvola,
un gioco di malinconiche possibilità,
il vecchio melograno arrossito,
a perdonar della fragile stagione
l’anagramma dei caldi colori,
quel sudario inviolabile di castagne
a disturbar uno spaventapasseri annoiato.
Scrivo un sorso d’autunno,
scrivo un sorso d’ottobre.

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Caterina