L'amore non ha sempre vissuto ai tempi del colera.
Una mattina, nell' '82, risuonava la canzone dell'aeroplano
che forse piaceva a qualche ufficiale, ovviamente in incognito.
Qualcuno era lì per dovere, alcuni per obbligo giovanile,
altri perché non rinunciavano all'idea di buttarsi in picchiata
e sentirsi i re del mondo.
Alcuni sapevano che i paracadute leggeri,
pur portando ad un atterraggio morbido sui talloni,
non sarebbero serviti in una qualsiasi guerra;
alcuni sapevano che le linee di ponte
se non atterrano velocemente
vengono mitragliate dalle controffensive.
Sapevano che servivano delle ali di piombo
e l'atterraggio era sempre violento
e c'erano quelli che ogni tanto si troncavano una gamba.
I cadetti passavano ore a pulire i cessi,
prendere sacchi di merda in faccia dai veterani
e si ritrovavano insudiciate le uniformi
e guai a loro se avessero avuto il coraggio di ribellarsi.
A sera le scarpe allineate ai piedi del letto,
le lenzuola pulite e qualcuno passava a chiudere alle dieci.
Per questo un lancio a capofitto era la libertà;
a mille metri nessuno diceva loro cosa fare,
quale posizione assumere, quali gesti, cosa indossare;
nessuno li schiaffeggiava nel sonno
e nessuno che ordinasse loro di pulire la merda.
C'era solo un pacco d'aria e l'attesa di un impatto.
Chissà se si sarebbe spiegato il paracadute.
A quei tempi scrivevano ancora sulla carta.
C'erano quelli che via lettera si dichiaravano a qualche ragazza
e dovevano attendere tre settimane la risposta a un "ti amo".
Doveva essere quella la vera prova di resistenza dei militari.
Oggi in due minuti c'è il tempo di fare, disfare, rifare, dire, ricredersi,
amare, scordarsi, crescere, regredire.
Ma a quei tempi anche solo per annullare un sentimento
dovevi avere la fortuna di trovare gli uffici postali aperti.
E aspettare le risposte alle lettere d'amore
era come lanciarsi e aspettare l'impatto col suolo
o l'apertura di un vecchio paracadute.

Commenti