Al principio del mondo fu la notte
modesta madre cieca,
resta un filo di giorno sule guance,
un goccio d’affanno si tange.
È l’oceano delle ombre,
machiavellica e reietta
dal detteglio che già incombe
e che la gola tiene stretta.
Giunge l’occaso, lascio il porto,
che il mio corpo gli appartenga,
che ci sia una differenza
che il mistero abbia uno spazio,
che anche il giorno paghi dazio,
che governi l’incoscienza,
e che poi infine l’alba venga,
senza che me ne sia accorto.
Ho abbandonato le certezze
che si cingono ad anello
quali ignobili carezze
a spogliar di vita il bello.
Non è vero che è mancanza,
un inverno della luce.
Delle maree è l’adunanza,
a un nuovo iride conduce.
Scava, e sono morto.
Scava, e sono risorto.
Scava, trova l’indizio.
Scava, la luna è il mio vizio.
Non mi importa sia fine, o sia l’inizio.