E, sorgendo, già ti baciava il sole,
così che di primavera,
papavero, tarassaco, o qual era,
schiudeva presto il fiore,
e ne la fredda stagione la brina,
il raggio riverberando,
la nuda terra sembrava indorare.
Tu, solatia fino al morir dell’ombra,
il tuo aspetto e le tue forme prestando,
al diletto arridevi,
e allegria si spargeva, e chiasso, e risa.
Poi che il diurno tumulto s’assopiva,
e tutto d’intorno pareva che tace,
dei vicini campi la voce
ti recava il vento:
il mormorio delle fronde,
del grano maturo il fermento;
e su quel serale canto t’adagiavi,
e veniva la notte.
Tale ti lasciai,
ma ora che sui tuoi passi torno,
più non ti conosco.
Chi tanto presto ti consunse? Dimmi.
E il giovanile incanto ove smarristi?
Ove la roggia che nei caldi dì,
l’acqua recando ai nascenti germogli
e alle nascenti speranze,
fanciullo m’accolse ?
Ove il roseto, d’onde il passero, posando,
cantava il suo ritorno
e mi rideva il cuore,
mi rideva il nuovo giorno?
E le magnolie, e gli albicocchi,
e il glicine odorato,
e i primi sospiri d’amor?
Ahi viuzza mia, come cambiasti!
Ahi vita, come fuggisti!
Cemento vedo, e ferro, e asfalto,
non le speranze,
or che svelato è l’inganno,
or ch’il tempo è breve,
or che perirono i fecondi campi,
d’onde nutrimento ancora giovani
trassero allora;
non gli ameni giorni,
or ch’il tormento ingombra,
or ch’il pensiero è greve,
or ch’impedito è l’orizzonte,
e il vento tace, e il sole non luce;
non i sussulti del cuor,
or ch’in petto giace inerte,
or che beltà rifugge,
or che ramo non si porge
al musico uccellino.
E lacrimo.
E pur lacrimando, talora sorrido.
Forse perché noverando,
torna la sembianza de la spensierata età,
forse perché la felicità
dimora solo nei perduti anni.
O forse perché al tanto sospirato oblio
vicino son io, e alla fine degli affanni.
così che di primavera,
papavero, tarassaco, o qual era,
schiudeva presto il fiore,
e ne la fredda stagione la brina,
il raggio riverberando,
la nuda terra sembrava indorare.
Tu, solatia fino al morir dell’ombra,
il tuo aspetto e le tue forme prestando,
al diletto arridevi,
e allegria si spargeva, e chiasso, e risa.
Poi che il diurno tumulto s’assopiva,
e tutto d’intorno pareva che tace,
dei vicini campi la voce
ti recava il vento:
il mormorio delle fronde,
del grano maturo il fermento;
e su quel serale canto t’adagiavi,
e veniva la notte.
Tale ti lasciai,
ma ora che sui tuoi passi torno,
più non ti conosco.
Chi tanto presto ti consunse? Dimmi.
E il giovanile incanto ove smarristi?
Ove la roggia che nei caldi dì,
l’acqua recando ai nascenti germogli
e alle nascenti speranze,
fanciullo m’accolse ?
Ove il roseto, d’onde il passero, posando,
cantava il suo ritorno
e mi rideva il cuore,
mi rideva il nuovo giorno?
E le magnolie, e gli albicocchi,
e il glicine odorato,
e i primi sospiri d’amor?
Ahi viuzza mia, come cambiasti!
Ahi vita, come fuggisti!
Cemento vedo, e ferro, e asfalto,
non le speranze,
or che svelato è l’inganno,
or ch’il tempo è breve,
or che perirono i fecondi campi,
d’onde nutrimento ancora giovani
trassero allora;
non gli ameni giorni,
or ch’il tormento ingombra,
or ch’il pensiero è greve,
or ch’impedito è l’orizzonte,
e il vento tace, e il sole non luce;
non i sussulti del cuor,
or ch’in petto giace inerte,
or che beltà rifugge,
or che ramo non si porge
al musico uccellino.
E lacrimo.
E pur lacrimando, talora sorrido.
Forse perché noverando,
torna la sembianza de la spensierata età,
forse perché la felicità
dimora solo nei perduti anni.
O forse perché al tanto sospirato oblio
vicino son io, e alla fine degli affanni.

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