Quando sentii quel rumore strano,
scesi giù più assonnato che sospettoso.
La paura era più un'imposizione razionale,
stetti comunque dietro l'arco delle scale.
Qualcuno rovistava nel frigo.
Come...no, nessuna similitudine.
Rovistava nel frigo prima di cercare la cassaforte,
con la sua sagoma tostata, grottesca.
Non so perché, ma entrai in cucina rilassato
e tenni le braccia conserte.
Passò qualche minuto, ma dopo se ne accorse:
non disse niente, portò le mani in alto.
La paura era sorella alla lontana di fame e terrore.
In effetti pensai a come ucciderlo:
la rabbia mi diceva di farlo soffrire lentamente,
la ragione mi diceva di sbrigarla alla svelta,
la convenzione sociale mi imponeva di urlare alla cieca.
Ma stranamente non feci niente di tutto ciò.
Gli chiesi come si chiamasse,
rispose Said. Mi sedetti al tavolo,
come poco prima di perdere completamente la pazienza,
ma stetti zitto. Gli chiesi di raccontarmi una storia.
Non necessariamente la sua, ma dentro sapevo
che mi avrebbe raccontato quella,
in fondo era davvero quello che volevo.
Era la solita storia di disperazione
(un bla, bla, bla molto importante) e fatto sta che ora era lì,
nella mia cucina. Ci facemmo du' spaghi aglio-olio-peperoncino
e parlammo così, alla buona, con i suoi vani sforzi
di rendere quel maccheronico vagamente comprensibile.
E non capii niente di ciò che diceva, non so cosa mi convinse.
Lo presi a lavorare per me
(lo minacciai di tenere un inventario delle mie cose,
se mi avesse derubato lo avrei cacciato)
(gli dissi che anche un minuto di ritardo
gli sarebbe costato il reimpatrio)
(lo misi in guardia circa le possibili ritorsioni dei suoi amici)
e accettò di buon grado.
Adesso è qui davanti: porta il grembiule sudato,
è il suo giorno libero e gli ho chiesto di divertirsi anche per me.
Ma ha sentito qualcosa al telegiornale,
io come al solito distratto non ho capito cosa
ma hanno parlato della Nigeria.
Ha abbassato il suo triste capo tostato e triste,
e se ne è andato a dormire.
Fa un rumore inverosimile il luccichio
che ha lasciato su ogni mobile della sala.
scesi giù più assonnato che sospettoso.
La paura era più un'imposizione razionale,
stetti comunque dietro l'arco delle scale.
Qualcuno rovistava nel frigo.
Come...no, nessuna similitudine.
Rovistava nel frigo prima di cercare la cassaforte,
con la sua sagoma tostata, grottesca.
Non so perché, ma entrai in cucina rilassato
e tenni le braccia conserte.
Passò qualche minuto, ma dopo se ne accorse:
non disse niente, portò le mani in alto.
La paura era sorella alla lontana di fame e terrore.
In effetti pensai a come ucciderlo:
la rabbia mi diceva di farlo soffrire lentamente,
la ragione mi diceva di sbrigarla alla svelta,
la convenzione sociale mi imponeva di urlare alla cieca.
Ma stranamente non feci niente di tutto ciò.
Gli chiesi come si chiamasse,
rispose Said. Mi sedetti al tavolo,
come poco prima di perdere completamente la pazienza,
ma stetti zitto. Gli chiesi di raccontarmi una storia.
Non necessariamente la sua, ma dentro sapevo
che mi avrebbe raccontato quella,
in fondo era davvero quello che volevo.
Era la solita storia di disperazione
(un bla, bla, bla molto importante) e fatto sta che ora era lì,
nella mia cucina. Ci facemmo du' spaghi aglio-olio-peperoncino
e parlammo così, alla buona, con i suoi vani sforzi
di rendere quel maccheronico vagamente comprensibile.
E non capii niente di ciò che diceva, non so cosa mi convinse.
Lo presi a lavorare per me
(lo minacciai di tenere un inventario delle mie cose,
se mi avesse derubato lo avrei cacciato)
(gli dissi che anche un minuto di ritardo
gli sarebbe costato il reimpatrio)
(lo misi in guardia circa le possibili ritorsioni dei suoi amici)
e accettò di buon grado.
Adesso è qui davanti: porta il grembiule sudato,
è il suo giorno libero e gli ho chiesto di divertirsi anche per me.
Ma ha sentito qualcosa al telegiornale,
io come al solito distratto non ho capito cosa
ma hanno parlato della Nigeria.
Ha abbassato il suo triste capo tostato e triste,
e se ne è andato a dormire.
Fa un rumore inverosimile il luccichio
che ha lasciato su ogni mobile della sala.

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