Qui marzo sfoggia tronfio
ali di paysandisia,
schegge di sirene annodate a sporadici afflati—
i mandorli fioriscono in esilio,
cenni di frigoriferi sotto l'asfalto ribollente.

Ogni gemma latente è un trattato non firmato,
corolle di inchiostro su muri del pianto:
il rovescio della neve è polvere,
e la terra, madre muta, partorisce spine e numeri.

A Rafah, le rondini costruiscono nidi
con frammenti di bandiere e proiettili spenti—
il sole filtra attraverso reticolati,
sciaborda ombre a forma di bambini.

È primavera anche quando il cielo sanguina arancione,
quando i fichi crescono storti come domande,
e il mare, strozzato da catene saline,
canta salmi d’acqua dolce nelle cisterne clandestine.

Guardate: un gelsomino sfida il filo spinato,
s’arrampica sul tacere delle cartucce—
il suo profumo è un algoritmo di ribellione,
un’equazione che somma fiori alle ferite.

A Khan Yunis, l’alba ha denti di falce,
taglia la notte in strisce di lamento—
ma sotto il coprifuoco dei ricordi,
un seme si fa dolce blasfemia nel ventre del cemento.

Primavera: nome in codice per un assedio
che non spegne il verde negli occhi dei viventi.
Le case già vuote stupefatte al bello:
dicono mutismo selettivo.3 premio
Profilo Autore: Nicola Matteucci  

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