Conosco il mio occhio,
nasconde nel liquido opaco
quella parola che fugge
da una pagina
all'altra.
Non conosco ancora bene l'inerme creatura
afona, cieca, che scivola in tondo
sopra le delicate lamelle
dei polpastrelli.
Appena un brivido nel freddo,
come se mi segnassi la fronte
con le dita bagnate d'acqua.

Commenti
Come se la parola potesse, ci devo pensare ....
potesse alleviare, e di fatto non allevia ma è come una droga, o colmare
una mancanza, un vuoto, un desiderio, un anelito.
Tutto ciò fa soffrire e gioire, fa male e illude,
Ecco, suggestioni le mie, la poesia, quando è poesia poesia, e non poesia civile, o ironica, o di denuncia, o autoreferenziale, deve pur sbocciare in qualche modo, farsi largo, 'tra morti e feriti', come diceva una certa geometra che conosco, e fra colline e valli in fior, perché no. Basta non starci troppo male.
Terrò presente quanto dici nell'autocommento a 'Pastorizia'.
un caro saluto
An.
prima o poi mi deciderò a pubblicare qualcosina. Ma quando? Non lo so, a volte vorrei non aver mai sentito nominare la parola poesia, ogni tanto mi succede.
La pallina antistress ci stà, An, ahahah!