custodito in una chiesa lungo la Vistola
non irradiasse sufficiente emozione
ci penserebbero i parchi senza fine
e l’incanto variopinto dello Stare Miasto
ricostruito da vedute settecentesche
a fugare ogni dubbio
sulla dignità e volontà
del tuo popolo tenace
Oltre ogni resistenza
io ti ho già vissuto Varsavia
in qualche vita inconscia
ero lì tra le macerie grevi e buie
con le gonnelline corte
le gambette al freddo.
Fui prelevata dal ghetto e deportata,
tu rasa al suolo
e poi rifatta nello stile inquietante
di un’altra ideologia
ma ancora soffro e risorgo
come all’inizio sempre nuovo
di ogni tempo
dopo un notturno
un valzer
e ancora polacca.
o verde nell’azzurro
né a largo slarghi di mare scuro
dove in eterno è l’affondare.
Non il vagare al vento avvolto
o il sale in faccia
né abbraccio d’acqua, rifugio nero
- orgia d’assoli, silenzio, nulla, e tutto.
Non navi bianche al porto
approdo a luci vive
né sguardi verso l’Ellade
deviati dal timone.
Ma quelle mille barche a traboccare
il popolo più antico
cacciato dalla terra al mare amico
nell’Europa
dimentica, già allora
secca di sangue d’anima.
Ma quelle mille bocche tutte lorde
illiri o non illiri - incerto ceppo -
a terra occhi-Balcani
quegli occhi neri su mani molle,
e tre parole da mille antenne
torte di là dal mare, strozzate in gola.
Barriera e sfogo, via-ponte-fuga
- un mare madre che accoglie e mescola.
Come la terra mia
è un impeto mai pago
misericordia memore
d’unione primordiale.
quella delle sottane
E’ quella di mani intorpidite d’acqua
di giovani operaie
che fra le loro dita
non s’avvinghiava filo
ma erba incattivita che minacciava il riso
L’Italia
mia
e’ di terra:
di contadini e cibo,
di mandrie e cuori in paglia
Dell’abbracciare l’arma
per vivere di vita
Morire poi di neve
per perdere battaglia
L’Italia mia e’ quella
della persona onesta
che ancora coglie fiori
ai lati della strada
Che si commuove al piangere
d’un miagolio di bimbo
e ne accarezza il capo
felino
e sfoglia un fiore

La storia?
I nostri avi!
I nostri avi?
Il nostro sangue!
Il nostro sangue?
La nostra vita!
La nostra vita?
Il nostro patire!
Il nostro patire?
Il nostro sacrificio!
Il nostro sacrificio?
Il nostro realizzare!
Il nostro realizzare?
Il nostro orgoglio!
Il nostro orgoglio?
Il nostro felice!
Il nostro felice?
Il nostro esultare!
Il nostro esultare?
La nostra bandiera!
La nostra bandiera?
Il nostro sventolare!
La storia?
Uno sventolare,
un’unica bandiera,
per un unico popolo!
La storia?
Solo fratelli,
sempre fratelli,
nell’oggi,
nel domani!
La storia?
Una fede espansa,
per un universo giubilante,
nell’infinità quotidiana,
nell’infinità Divina.
La storia?
L’aurea firma del nostro cammino.
La storia?
L’estate giocosa del nostro esistere?
Al crucivia questa volta girerei a destra.
Non ti abbandonerei in quell'orfanotrofio.
Farei con coraggio
quello che per codardia non feci.
Ti terrei stretto a me
anche se nelle difficoltà...
Staresti con me
ovunque
e ti farei crescere al sicuro.
Anche se avrei dovuto mangiare
pane e pane,
a te avrei cercato di dare il meglio.
Ora non mi rimproverare
non lo sopporterei,
piangendo me ne andrei
e nient'altro potrei fare.
Come poter cambiare il passato?
Dimmi dov'è la macchina del tempo
o dimmi dove è stata nascosta la bacchetta magica...
E io per te e per la tua serenità la adopererei.
Sento freddo nelle mie ossa,
le mie mani rugose tremano,
adesso che vorrei arrivare ai confini del mondo,
il mio mondo è questa fredda stanza
di un ricovero per vecchi,
dove attendo che qualcuno si ricordi
di me
e mi venga a trovare.
crimine d' un sudario di sguardi torturati,
orribile brodaglia di cuori spappolati,
ostaggio d' un rivolo seviziato di sangue crocifisso.
È inchiostro d' anime la cenere:
sequestro d' un lembo di respiri tremolanti,
fagotto umiliato di pelle e domani scorticati,
autopsia emozionale d' uno sterminio di vite.
È inchiostro d' anime la cenere:
polpastrelli di sogni dal filo spinato lacerati,
barbara agonia di labbra fucilate d' orrore,
monologhi surreali di polvere razziale.
È inchiostro d' anime la cenere:
livida frattaglia d' un grumo di pensieri,
fuliggine d' accozzaglia di chiome e destini,
gruzzolo di cadaveri straziati come sciatte cianfrusaglie.
In memoria della Shoah
lontano dagli affetti,
viaggiano, nella tua mente,
come in un film, i ricordi.
Gli anni verdi della gioventù,
lì al solito posto,
luogo di ritrovo dei vigorosi giovani.
Pochi i vizi, tanti gli amici,
tutti ad attendere, occhi luminosi, petto gonfio,
cuore in tumulto, il dolce passaggio
di belle ragazze, con su il capo
giare colme d’acqua.
Chiacchiere, commenti,
risate, tante risate.
Sempre così, ogni giorno,
felici nello stare insieme,
fin quando arrivò lui.
L’uomo dal volto serio, scuro,
porge a tutti un invito,
uno anche a te,
ah.. che invito!
Capace di spegnere l’allegria
e il sorriso dal volto di ciascuno.
Cessò ogni parola e il calore dell’amicizia
divenne insopportabile gelo.
Quella busta pesava tra le mani
e di aprirla mancava la forza.
Con gli occhi sbarrati, un breve cenno col capo
e si prese la via verso le povere dimore.
Tremante, pallido, testa china,
terrore d’incontrare il volto materno,
una madre avrebbe intuito, capito…
Silenzioso, lentamente,
la gola serrata,
accusando un falso malessere,
ti allontanasti
e nel tuo modesto giaciglio
pensasti all’imminente viaggio,
mentre gli occhi inondati di lacrime
bagnarono il viso.
Cosa fare, scappare, nascondersi?
No , no, non era questa
condotta di vero uomo, no.
Come giammai evitare
un così forte dolore alla madre, all’amata.
La paura di non far più ritorno,
di non riabbracciare i propri cari,
non poter amare,
tutto tormentava il tuo cuore.
Rivedi la tua partenza,
risenti lo straziante grido
di colei che ti diede la vita,
nel mentre ti saluta,
pensando come all’ultima occasione
che i suoi occhi avrebbero avuto
d’incontrare il tuo sguardo.
Rivedi la tua donna,
distrutta nel sentir negato
il calore del tuo amore.
Una voce distrasse i tuoi tristi pensieri
e come leggendo la tua anima,
sussurrò piangendo:
“Pensa a me amico e compagno
del medesimo destino,
E’ nata la mia piccina,
oggi m’è giunta notizia,
potrò mai conoscerla?
Tu capisti,
in silenzio lo abbracciasti
e insieme piangeste.
Giovinezza, salute, forza,
tre preziosi beni partirono con te
ad affrontare la grande guerra,
qualità che sommate alle altrettante
dei tuoi amici e compagni,
indebolirono il tuo amato paese.
Giovani vite regalate alla guerra
tanti, come te, mai più tornati.
Non sedesti più al punto di ritrovo,
come fecero ancora i pochi fortunati
ma il tuo nome resta lì,
scalfito su stele,
quale eredità ai posteri,
per non dimenticare.
Resta questo l’atto incondizionato d’amore
di un piccolo paese per la Patria,
non v’è contributo più grande,
più alto, più caro se non quello
di tanti figli dati e mai più tornati.
digrignando tra i denti il dono del sacrificio
nell'illusione di poterlo riportare
in miraggio di riconoscenza.
Ed allorquando la temperatura
tragica inarrestabile s'impennava
fondendo i canini affamati sensi
nell'ultimo pasto bollente liofilizzato
hai guardato un'ultima volta le stelle
rubando la luce che tutta ti amava
mentre rispedivi sulla terra il buio del dubbio
che oscuro guaiva inconsolato
in ricordo d'un ultimo latrato.
Tragedia dell'umanità, storia che resterà per sempre nella memoria di tutti, da insegnare a figli e nipoti, fare in modo che non debba succedere mai più.
torna la Memoria
un ricordo che non passa
con il gelo della merla.
Chiudo gli occhi e ascolto ...
Sul campo passi pesanti
di sentinelle armate
vigilano la notte gelida
senza fuoco e senza stelle.
Ascolto ...
il ringhiare dei cani e
il pianto disperato
di cuccioli d'uomo
che non hanno un pezzo di pane.
Mi pungo
con il filo spinato,
sento la paura,
immagino l'odore,
la morte lenta senza rumore.
Figli, fratelli, padri, madri, sorelle,
in lacrime
su rotaie assoldate
senza voce e senza occhi
verso l'ultimo viaggio.
Uniti
da un unico e solo destino
morire senza perchè
nel fumo di un camino.
Era un mattino ai primi del secolo, e c'era tanta fame,
un contadino stava lavorando, come solito era fare.
All'alba la massaia sul letto in fin di vita, ma nessuno la guardò,
da sotto il bifolco urlò: - E' morto un capo del bestiame!-
Una vacca per ogni famiglia, era parte di quel mestiere,
un capo da latte che sfamava l'intero meridione.
Una madre stava morendo, tutti indifferenti alla sua agonia,
tutti stavano piangendo l'unica vacca della fattoria!
Il Capoccia stava urlando dalla rabbia, senza denti e senza soldi,
un figlio fuggito per far fortuna, la sua voce tra i ricordi.
Le zie zitelle da mantenere, poca legna per il focolare,
un prete grasso diceva -Non temere, un dio ti verrà a salvare!-
Cinque figli, "forza lavoro" che vale più dell'oro,
un vecchio casolare in pietra, vino aspro ed il bicchiere vuoto
in notti fonde solo al tavolo, disperato, senza saper come andare avanti,
senza vacca e senza cibo, per sfamare impresa e fanti.
E al mattino di venerdì...
Poi il buffone del paese cantò insieme al gallo, si alzava un ferroviere,
il sole da viola diventava giallo, e nessuno riempiva il paniere:
che fine avrà fatto tua moglie, nessuno lavora il pane, i fiori dell'orto
stanno appassendo, l'avete lasciata morire sola come un cane
in un maledetto giorno d'aprile...
Una donna maltrattata e ingrassata per tutta la sua vita,
ignorato quello che provava finché non la vide finita.
Ma c'era da sopravvivere, lasciarsi andare significava morte certa,
l'inverno era ancora lungo, non lasciarsi andare significava morte acerba!
Sotterrata con la maggese, tra l'odore dei limoni e altri agrumi,
il prete affollava il cielo spargendo i suoi sacri fumi,
le sorelle acide leggevano il testamento, ridevano nello sgomento
di quel mattino, di un vecchio paese siciliano.
Lui le prese e le riscaldò inutilmente quella sua fredda mano,
gli occhi di un solido e celeste cristallo, sembravano ignorare il mondo.
Ci sarà una carestia, un altro figlio vuole scappare
e il secolo si evolve; un contadino ha toccato il fondo!
Intanto i contadini posavano falci, trebbie e sacche,
prendevano martelli, stantuffi e macchinari da industria,
avevano bisogno di soldi per comprare nuove vacche;
migliaia di operai, a costo di farsi toccare con la frusta!
I figli videro in un mattino di domenica, dopo la messa,
il padre inginocchiato al vespro, poi correre di fretta,
si allontanava all'orizzonte, per cercar fortuna lontano;
sudava la sua fronte: salutò a malapena
quel vecchio paesino siciliano.
Una katana vibra
fuoco d'roente
brucia cielo e acqua
dove le isole si perdono
un samurai
continua la sua guerra
del nuovo mondo
non gli importa niente
Ultimo urlo
lanciato al cielo
ultima corsa
verso il nemico
presente
nelle tenebre
della mente
e l'ultimo bagliore
di uno sparo
illumina il presente
Una resa non voluta
alla realtà
ormai arrivata
il corpo di un guerriero
si agita di pianto
e uno spirito antico
solerte difende
quel che era
e non sarà
fermata da un ordine
lama si sgretola
al bagliore
del sole d'oriente.
Oggi è un giorno speciale
un giorno da ricordare
e mai dimenticare
Un giorno in nome di un ricordo
dilaniante che il cuore,
l'anima e la vita per sempre
di migliaia di uomini, bambini e donne
ha segnato o cancellato con un colo
di spugna da una lavagna nera
Un giorno durato anni
quando una mente pazza
sostenuta da altrettanti folli
si è creduto dio, un dio malvagio
Pensò di creare una razza pura
eliminando coloro che scomodi erano
passandoli nel fumo di un camino
Ma troppo semplice ucciderli subito
allora torturati furono, osservando
con il ghigno del diavolo sul viso,
film dell'orrore ma era realtà pura
uomini maltrattati usati fino allo sfinimento
in lavori che lavori non erano
donne stuprate bambini adibiti a cavie
umane per esperimenti sterili.
Poco o nulla il cibo
e quando denutriti, cadaverici
forza più a loro non apparteneva
un dono “la doccia”
Si una bella rinvigorante doccia
che ripuliva dallo sporco e dalla vita stessa
sapone al profumo di gas
a centinaia in stanzoni lugubri
e quando troppe furono le fosse comuni
cremati come legna da ardere
e le anime salivano al cielo
tra le braccia di Dio
attraverso il fumo di un camino
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La legge italiana definisce così le finalità del Giorno della Memoria: “Data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz… al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.











