Un giorno cadde la luce s'una banana:
non dall’alto, ma dai cavi.
Il quartiere rimase in apnea,
case-pesci-empatie con le branchie serrate,
un silenzio felino che graffiava i vetri.
Nessuno sapeva dove appoggiare gli occhi:
i telefoni reliquie mute,
le cucine, altari spenti,
e in strada la folla si stringeva non per affetto
ma per contare i fiammiferi rimasti in gola.
Le voci, prima educate, vibravano tutte erotiche
su presunti coltelli;
chi custodiva una candela
la impugnava a mo' di scettro;
chi aveva l'acqua calda parlava in enigmi,
mentre ragazzini gridavano come corvi in festa
tra adulti che mormoravano preghiere di rame e plastica.
Poi il peggiore dei mali: la didascalia
per sedurre la distrazione. Ne verrà una serie.
Nascevano tribù improvvisate:
capitani della torcia,
profeti del generatore,
ladri di batterie che scivolavano come ombre nelle tasche altrui.
Eppure tutto era un teatro di attese,
una fame di corrente più feroce della fame.
Quando la luce tornò,
non fu gioia ma resa:
lampade accese come cicatrici,
frigoriferi che ruggivano vittoria,
e i corpi stanchi che si accasciavano
non per gratitudine ma per sfinimento,
di nuovo normali -e dunque prigionieri
della stessa illusione che ieri aveva tremato.
non dall’alto, ma dai cavi.
Il quartiere rimase in apnea,
case-pesci-empatie con le branchie serrate,
un silenzio felino che graffiava i vetri.
Nessuno sapeva dove appoggiare gli occhi:
i telefoni reliquie mute,
le cucine, altari spenti,
e in strada la folla si stringeva non per affetto
ma per contare i fiammiferi rimasti in gola.
Le voci, prima educate, vibravano tutte erotiche
su presunti coltelli;
chi custodiva una candela
la impugnava a mo' di scettro;
chi aveva l'acqua calda parlava in enigmi,
mentre ragazzini gridavano come corvi in festa
tra adulti che mormoravano preghiere di rame e plastica.
Poi il peggiore dei mali: la didascalia
per sedurre la distrazione. Ne verrà una serie.
Nascevano tribù improvvisate:
capitani della torcia,
profeti del generatore,
ladri di batterie che scivolavano come ombre nelle tasche altrui.
Eppure tutto era un teatro di attese,
una fame di corrente più feroce della fame.
Quando la luce tornò,
non fu gioia ma resa:
lampade accese come cicatrici,
frigoriferi che ruggivano vittoria,
e i corpi stanchi che si accasciavano
non per gratitudine ma per sfinimento,
di nuovo normali -e dunque prigionieri
della stessa illusione che ieri aveva tremato.
