Cammino adagio lungo il molo:
m’attrae la quieta voce dell’acqua.
Cammino adagio e sono solo.
Se col tempo la vita s’annacqua,
se l’emozione muore nel grigio,
meglio scomparire, meglio il nulla:
di me non resti neppure un vestigio.
Il cielo si slarga in distesa brulla,
stanchi gabbiani sbandano nel vento,
Nubi all’orizzonte in sparse file,
il sole alita nell’alone spento.
Che importa? Mi chiamino inetto, vile.
Se ormai anche la pena si stinge
e il terreo tedio mi attanaglia,
si districhi il nodo che mi stringe.
E già la sera è lunga gramaglia.
0-5 EE 6 sgng
Non abbiamo spazio
per ricominciare:
il risveglio è solo l’affaccio
su una vita monca,
l’azzardo che ci toccò in sorte.
Il contatto è reciso
in una frase di cui non ricordiamo
più le parole.
Impiccati al destino,
i giorni oscillano
fra morsi di raffiche.
EE - 04
Che cosa ci attende oltre la soglia?
Confusi gli sguardi,
mute le parole
s’incastrano nell’intercapedine
tra noi due.
Neanche uno spiraglio
in questa notte funesta.
Se solo ti fosse offerto
l’appiglio di una risposta,
ma storta la logica
scardina ogni colpa.
Con usura si paga l’errore
degli altri,
il tuo non ha prezzo.
EE-NS22 -5
Adagiano il feretro nella fossa.
Pioviggina, tra flutti di nebbia
i sentieri e le siepi. Una scossa
mi fa balzare il cuore, si annebbia
la vista, ripenso il tuo destino,
gli anni felici trascorsi insieme.
Eri gioviale, eppure già bambino
in te del pianto nutrivi il seme.
Tra le fronde un raggio, esile dito,
sfiora la terra, l’erba stillante,
vola una cincia nel cielo gualcito…
Ed io, il ricordo sanguinante,
rivedo adesso ogni tuo gesto,
gli sguardi ove celavi il dolore,
il sorriso lieto, eppure mesto,
l’anelito disperato, l’amore.
Ricordi la carezza della mamma
sulla fronte, la preghiera a Gesù?
Gli astri nella notte, pentagramma
di luce argento che non splende più.
Se pietoso s’inchina il cipresso
e un soffio palpita sulla cima,
spero sul mio animo oppresso
si adagi la piuma di una rima,
l'alito del sogno che amavi.
Che Dio ti conceda il perdono,
il Suo abbraccio le lacrime lavi.
Questo per me sia l’unico dono.
Ora si pianta la croce di legno,
mentre benedice il sacerdote.
Mi guardo attorno, cerco un segno,
ma persone e cose sono vuote.
Mi trafigge la spina dell’eterno
tormento: dubito, oscillo, dispero.
E’ un desolato, rigido inverno
tra le fredde tombe del cimitero.
All’improvviso l’aria s’inazzurra
ed esala il profumo del giglio,
il silenzio s’increspa e sussurra.
Sia con te la pace, mio dolce figlio.
0-10!!! EE!!!
Forse anche tu provi un amaro piacere,
quando, chiusi gli occhi,
immagini di incenerire interi universi
e di assopirti
cullato dallo sciabordio
del silenzio.
Io, sigillato nel nocciolo del dolore,
sogno di cancellare tutto,
di sparire come l’ombra
che la notte accoglie
nel suo grembo di velluto nero.
Dicembre 2025 EE 0-7 0,36
in pagine quiete, dove le calle
oscillano lievi e il rezzo germoglia.
Fra i carici e le giunchiglie gialle,
un rivolo di sangue dalla tempia.
Avevi nello sguardo un urlo muto,
forse il rimorso per la via empia,
forse l’ultima richiesta d’aiuto.
Ed io che non compresi: non seppi
sorreggerti, dolce figliolo mio,
già allora intrappolato nei ceppi,
arido il cuore, distante da Dio.
Sul fondale si rintana un ghiozzo,
palpita appena la superficie.
Più non freno le lacrime, singhiozzo,
piangendo la tua sorte infelice.
Sfioro la guancia soffusa di grigio,
trema la mano, prendo il crocefisso:
resti di te almeno questo vestigio…
Se ti avessi salvato dall’abisso,
dal tempo acerbo, dall’arduo travaglio!
Pesi sul cuore implacabile colpa,
pesi sugli anni futuri lo sbaglio.
Non cercate parole a discolpa!
Fui solo io a non vedere l’ombra,
a non intendere che ogni vita
è chiarore che subito s’adombra,
caldo fiotto da non vista ferita.
Sui giunchi si libra una cannaiola,
“Padre del cielo, Ti prego perdona!”.
Onde di rintocchi da una chiesuola,
quasi grazia che il Signore ci dona.
Ora fra i salici emerge la luna,
timido il vento ti liscia i capelli,
una cerchia di stelle si raduna:
splendono negli occhi tuoi belli.
00-11!!! EE
Riflessi metallici fra le quinte
del cielo. L’orizzonte è un filo,
cuce la costa scoscesa, le cinte
dei vigneti. Si smaglia il profilo
nel crepuscolo: dalla torre Doria
il tuo sguardo a squadrare il vuoto.
E' solo oblio la nostra memoria,
il greve conforto di un male noto.
Ora si sparge il buio su Vernazza:
non Ti scioglierò il cuore di ghiaccio.
Spenti i colori, deserta la piazza.
Nell’alveo della notte io giaccio.
EE 0-1!!!
Là dove l’orizzonte si cancella
e il grigio si fonde nell’accidia.
Cade una pioggia fina. S’inanella
la risacca. Tu lamenti la perfidia
del fato; io taccio, guardo la riva
immersa in una mestizia infinita,
ripenso la sorte, cosa malviva,
peso trascinato su una salita.
Vorrei mescere lacrime e gocce,
vorrei annullarmi nel crepuscolo,
come dileguano ora le rocce
e il sole, cinereo corpuscolo.
E so che saremo ancora infelici.
Fra le ombre un barlume spettrale:
le costellazioni sono radici
allignate in un cielo d'opale.
Ora geme il vento. Sul confine
del silenzio sfuma la scogliera.
Rassegnati attendiamo la fine,
nello stanco riflusso della sera.
EE 0-4 Sil.12
per il vento che trascina via,
è il sangue che scende dagli occhi,
e nelle vene scorre soltanto acqua sporca.
ma il cuore è un terreno arido
ma tu quest'anno..."
E cammino in una pioggia di foglie,
tra frammenti di luce e folate.
Della mia vita neanche le spoglie,
neppure illusioni dimenticate.
Ascolto i passi e mi avvedo
che niente più mi appartiene.
Fra i tetti e gli abbaini intravedo
strisce scarlatte, sangue dalle vene.
Per questo gli occhi sono asciutti,
mentre le feste empiono la via
e io penso ai miei sogni distrutti
con un sorriso di falsa allegria.
E vado tra mulinelli di voci,
saluto qualcuno, svagato, assorto.
Gli altri non sanno quanto sia atroce
fingersi vivo, se dentro sei morto.
0-5 EE Sil. 10
Tra sogni recisi
e desideri opachi
si assottiglia il tempo
che ci divide.
Lo sguardo si posa
su immagini stanche.
Sfumano afone le ombre.
Intingo nel grigio
della noia
ogni minuto.
La fiamma smangia
la carta,
niella i solchi sanguinanti
della vita.
0-5 EE
