I tuoi occhi mi possiedono con severa e pungente perizia di sguardi:
mi trovo a specchiarmi lì dentro, ti guardo e mi vedo capovolto,
sottosopra, prigioniero inerme condannato alla sentenza
della tua barbara crocifissione.
Rubo la luce che si plasma nella tua iride nera
quasi fossi un ladro di diamanti, per poi accorgermi,
accorgermi che è fuoco, vento e lampi di tempesta e, nella mente,
è una sottile feritoia da dove mi costringo a passare
lacerando i miei pensieri nel profondo.
Eppure era così dolce la tua bocca!
Sì dolce la tua bocca!
Ne suggevo stille come fossero calici di vino rosso, profumato e ammaliatore.
I tuoi bisbigli alle mie orecchie e i tuoi abbracci profondi come lo spazio siderale...
E le tue mani, siringhe velenose che mi accompagnano alle sponde della morte
col silenzio forte delle grandi cose e la confusione che moltiplica se stessa
come una cellula impazzita.
E i sorrisi e gli occhi della gente, sempre poco attenti ai cambiamenti
delle mie espressioni, sembravano ferirsi come mani che si posano
sui cardi senza guanti alle mie parole.
Ed io, in silenzio, ripensavo ai tuoi capelli che sferzavano il mio petto
nelle tensioni dell’amore e a quanto male mi son fatto nell’insistenza
di voler provare un così forte sentimento per te.
Eppure era così dolce la tua bocca!
Sì dolce la tua bocca!
E tu riesci a svanire come fa la nebbia della sera
quando viene inghiottita e assimilata dal nero vivo della notte.
E, al mattino, hai la bellezza dell’austera montagna che sa,
per quanto sia ammirata, di non appartenere mai a nessuno, mai a nessuno!
Ed io resto, meditativo e acchiappanuvole,
un lupo vagabondo tra le mille asperità,
tra alberi resinosi e profumo di funghi,
nel cielo d’ottobre.
E sembra il mio percorrere le rughe della terra
un passo lieve che non lascia impronte mai.
Un respiro di foglie tra solchi di vento
nel cielo d’ottobre.
mi trovo a specchiarmi lì dentro, ti guardo e mi vedo capovolto,
sottosopra, prigioniero inerme condannato alla sentenza
della tua barbara crocifissione.
Rubo la luce che si plasma nella tua iride nera
quasi fossi un ladro di diamanti, per poi accorgermi,
accorgermi che è fuoco, vento e lampi di tempesta e, nella mente,
è una sottile feritoia da dove mi costringo a passare
lacerando i miei pensieri nel profondo.
Eppure era così dolce la tua bocca!
Sì dolce la tua bocca!
Ne suggevo stille come fossero calici di vino rosso, profumato e ammaliatore.
I tuoi bisbigli alle mie orecchie e i tuoi abbracci profondi come lo spazio siderale...
E le tue mani, siringhe velenose che mi accompagnano alle sponde della morte
col silenzio forte delle grandi cose e la confusione che moltiplica se stessa
come una cellula impazzita.
E i sorrisi e gli occhi della gente, sempre poco attenti ai cambiamenti
delle mie espressioni, sembravano ferirsi come mani che si posano
sui cardi senza guanti alle mie parole.
Ed io, in silenzio, ripensavo ai tuoi capelli che sferzavano il mio petto
nelle tensioni dell’amore e a quanto male mi son fatto nell’insistenza
di voler provare un così forte sentimento per te.
Eppure era così dolce la tua bocca!
Sì dolce la tua bocca!
E tu riesci a svanire come fa la nebbia della sera
quando viene inghiottita e assimilata dal nero vivo della notte.
E, al mattino, hai la bellezza dell’austera montagna che sa,
per quanto sia ammirata, di non appartenere mai a nessuno, mai a nessuno!
Ed io resto, meditativo e acchiappanuvole,
un lupo vagabondo tra le mille asperità,
tra alberi resinosi e profumo di funghi,
nel cielo d’ottobre.
E sembra il mio percorrere le rughe della terra
un passo lieve che non lascia impronte mai.
Un respiro di foglie tra solchi di vento
nel cielo d’ottobre.

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