Nessun segno dal cielo
che mi attraversi l’arcobaleno
o scrivano per me poeti gitani
che danzino cigni neri
o volino farfalle rosse.
Cosa cambierebbe altrimenti?
Forse i discorsi delle genti
e i sorrisi delle masse
i viaggi e i ritorni dei corrieri
astrali, i latrati dei cani
in lontananza o le balle di fieno
per cuscino nella notte di gelo.
La chiamano speranza ma è l’attesa
che non vuole finire, il vetro
lo specchio, il cristallo, la cruna
la droga che è l’amore malato
il tuono che segue il lampo
l’inciampo del cuore sotto sforzo
l’infarto dell’amore nel pozzo
del disprezzo, le piume di struzzo
al posto del tailleur, lo sfarzo
degli occhi ambrati, il crampo
di dolore alle mani, il salato
al posto del dolce, la sfortuna
di averti incontrata, lo spettro
della luce al tramonto nella tua chiesa.
Per dire che è scesa la notte
non servono parole, basta il silenzio
o lasciare che sia la musica
a tracciare la rotta verso l’abisso
del cielo stellato macchiato di gesso
proprio la canzone del paradiso
cui bussare quando il tempo è arrivato
e il chiarore è svanito. E’ il boato
del fruscio, del talento deriso
della morte nei viali bui dell’universo
il taxi dell’emozione nel mondo connesso
all’inverso, il sibilo di chi giudica
senza conoscenza dei fatti e il nunzio
nero che lascia l’ultima nota della sorte.

Commenti
Molto molto bella.
A presto
Carla