Giace Fonzaso, in la terra dove nato i’ fui,

in la valle cinta da cinque superbi monti,

due dalla folta chioma e l’altri da scure rocce e anfratti bui,

là ove Feltre s’adagia con vie e terre confinanti.

 

Gioiosa dell’aer tuo silvestre veste la nova luna

de luce limpida le tue verdi chiome e li tui gran giganti,

li vigneti, le case e li campi, che la notte tutto imbruna

e velando co’ suo lume le vicine stelle e brulicanti.

 

Nasce dai gioghi della lunga valle lo bel torrente,

co’ l’acque chiare ti sfiora lieto, giocoso e prorompente,

fonte de vita che fa prosperar tutta la tua generosa gente

e che tutti l’animal e tutte le fronde disseta copiosamente.

 

Cismon è il nome suo che dolcemente scorre e, spesso, dirompente,

che dall’Alpe scende e che da rocce e gravi massi è osteggiato,

e a destra e a manca a monte e a valle, pria a ricordar di mente,

tante croste dure e scure nel tempo ha modellato.

 

E ancor lavora e scava in la buia e stretta cava,

e che da Serra s’incunea tra Vallorca e Avena

e che tutta la dura, ghiaiosa e sassosa terra lava.

La dentro mal s’infiltra lo sol, che par si che il ciel nol’ mena.

 

Scorre, poi, giù tra Frassenè, Giaroni e Agana infin al Corlo sommerso,

e quivi circondato da frassini, faggi, carpini e larghe foglie,

raggiunge puro lo gran buco nell’acqua immerso,

ove precipita tra li due monti, finché Brenta non l’accoglie.

 

Quando arriva lo giorno che brentana mal lo trasforma,

tutto sommerge e spazza via, le dolci oasi verdi tra li bianchi sassi,

e li campi appena arati e li vigneti dell’uom l’orma,

e che lavoro e speranza e ogni ben par che scassi.

 

Anco lo ponte, che congiunge co’ suoi forti legni le due sponde,

percosso vien da le furenti acque turbinose da ogni estremo lato e, svelto,

sale fino al piano, che transitar fa la gente sovra le sue onde,

spesso lo piega al suo voler e un dì, violentemente, l’ha divelto.

 

Lo rumor de’ rotolar de’ sassi nell’acque bigie e scure,

colman li giorni e le notti d’angoscia e de paura,

si che par che tutti li monti intorno cadan co’ lor rocce dure,

finchè al fin tutto s’acquieta e l’acqua ridivien novellamente pura.


Dentro la stretta gola, ove irta  e buia è Vallorca roccia,

la gran sedia del diavolo è li stata scavata, che par fauci di bestia immonda, 

ove sembra che, a luna piena, diavoli e streghe fan gran bisboccia,

e ballando e ridendo malefici sortilegi a’ cittadin manda.

 

Al di sopra dell’antica ed alta sponda ove ghiaia d’Avena s’è adagiata,

sorge la cittadina con bassi e sassosi muri con calce e sabbia si legati,

con tetti dagli scuri coppi e con canne e lucernai, ove d’inverno la neve ghiacciata,

co’calor de coppi e grondando crea stalattiti come denti lunghi, aguzzi e congelati.

 

Lo dì quivi è alquanto corto, che lo bel astro surge da Tomatico ch’è si alto che l’alba tarda,

e che s’adorna di maestosa e lucente chioma, finché lo sol spuntando sfavilla tanto,

che attraversando lo sereno ciel, par che tutta la terra arda;

finché arriva colà ove Vallorca è vinto e l’ombra scende come grande manto.

 

Me feria l’occhi quel sol, che da quel lontano monte, tacito, nascea lentamente,

che poi dietro l’altro a fronte, piano, piano cadendo silente se dileguava,

e che da quindi a quinci spaziava, e sospirando lo miravo co’ la mia mente

e in quel picciol spicchio d’universo ogne animal e l’uom se rispecchiava.

 

Vestia la terra lo grande lume che nel vasto ciel splendendo riede,

anco quando l’umido vapor s’innalzava  dalla valle e cuopriva li monti attorno ad essa

e parea si che ogni doglia e ogni cattivo umor dell’uom perdesse piede.

Anche inimicizia c’avvelenava ‘l mondo parea si che con l’alba divenisse fessa.

 

Un tempo, là nella roccia d’Avena scura, un picciol castel, con merli e campanella in loco,

costruito fu dall’uom entro due anfratti ombrosi con chiesetta e madonnetta bianca,

e un custode vegliava la città là sotto ed avvertiva se v’era mal evento, brentana o foco,

e sonava al mattin presto per destar la gente ancora stanca.

 

Questi avea famiglia in quel loco ameno, alcuni capri e piccioli animal,

una vigna sotto e una cengia da sfruttar, acqua che uscìa dal monte su cima d’acciaio

per dissetar sé stesso, la famiglia e le bestiole, per scongiurare i mal,

che a mancanza d’elemento avrebbe causato ‘n grosso guaio.

 

Questua era suo compenso, di farina e d’alimenti e non danaro,

che scarso avea in tasca il cittadin, che vivea sol di campo, artigianato e picciole botteghe,

e s’arrangiava qualche oste che a raro passegger dava riparo.

Qualche vacca, galline e porci s’allevava, v’era un mulin e due picciole  e rumorose seghe.

 

La picciola chiesa col suo campanil alto e aguzzo che dominava la valle tutta,

avea un altar maggiore e otto secondari e statue e affreschi d’ottima fattura,

e la gente venia a seguir la messa stipati in panca in legno costrutta,

con inginocchiatoio per giusta e divota tenere la postura.


Un organo posto in alto loco, da non vedente sonato venìa,

con musica lieta e solenne in feste e grand’eventi

e con lugubri note quando qualcun de’ cittadin se dipartìa.

Ed era si forte e chiaro il suon da farsi sentir anche all’assenti.

 

Quasi tutti eran cristian credenti e con numerosa prole

e chiedevano a Dio salute, lavoro e vita etterna,

quando l’ora fatal venìa e quando pe’ Sua virtù Egli suole.

Paradiso era la final meta d‘una infinita vita superna.

 

Tutti pregavan con dolenti occhi e fronte china quel Segnor,

che volentier perdona tutti li peccati da lor commessi,

e che il santo cibo a lor permettea  de saziar l’anema e il cor,

con la santa virtute che dea pace a tutti li rei confessi.

 

Confession era la via diritta per la lor anema poter far lustra,

e pria della santa messa se recavano a lor sacro confessional;

lo confessor dava lo perdono per recarsi mondati alla balaustra,

con la lingua de fora per aver l’ostia che sanava tutti i mal.

 

Lo confessor dava la giusta penitenza e dicea lor de non peccar più d’ora in avante,

d’imboccar la via giusta e vera che porta alla salvezza e non uscir più de banda,

chè nella verace corte ove dimoran liete tutte l’anime purgate e sante,

spirito niuno ve puote entrar se pria nun ve sia tormento che lacrime spanda;

 

E come religion a tutti l’omini e le donne ben insegnava,

Dio, l’eterno patre, e de tutti lo gran buono e dolce Duca,

un dì farà lo gran universal giudicio c’ognun nel cor bramava,

e quel dì lo corpo resurgerà fuor de la sua sepulcral funerea buca.

 

Il piè del gran monte ove il ghiaion era coltivato

da vigneti, dolci frutti e di cibar molte altre cose,

dalla parete rocciosa alta e scura era sovrastato,

con cenge , cespugli ed alberelli vari che natura pose.

 

La cima d’esto monte, di pascoli era ricoverta in parte,

e di vasti boschi e natura selvaggia e tanti animal che mente non misura.

V’eran capriol, falchi, serpentelli ed altri, e tutto creato ad arte

da un Dio che tutto dava all’uom sanza niuna usura.

 

A fronte stava Vallorca la cui punta ancor oggi ammaglia,

ove sovra Mellame v’era antico ostello con irta strada,

che portava al gran forte ove vi fu aspra battaglia,

tra boschi e pinete  e rocce e fauna brada.

 

Roncon facente parte di Grappa, il gran massiccio fiero,

sotto sua folta chioma  v’era la via di pressata terra,

che in alto se stringea  e s’allungava fin al gran cemetero

ov’eran sepolti molti eroi che combatterono ne la gran guerra.

 

Tutta la valle da’ monti fino allo splendido e sacro  fiume,

furon invalicabil barriera a lo stranier, che d’Italia nostra   

volea lo dolce suol conquistar col suo prezioso lume,

e che dopo tanto sangue la sua volontà fu prostra.

 

Esta fiera e selvaggia terra era come paradiso

e mai nessun, almen nel cor, l’avea fatta fella.

Tanta povertà v’era, ma anche molto gioioso riso

ed è per questo ch’era dolce, soave e tanto bella.

 

Dalla prima stagion al freddo e gelido vernaccio,

nell’aere terso e nelle notti lunghe e belle,

ciascun coi piè in su le punte e levando ‘l braccio,

parea si con dita di toccar le stelle.

 

 

 

                                      Seconda parte

 

Nell’ultim mese del cinquanta quando lo sol splendea di più nell’emisferio basso

ove siede capricorno che l’intero sud di pianeta abbraccia

e ove ogni uom, camminando, dal gran calor divenìa lasso;

quivi, nel settentrion d’Italia, lo freddo era si intenso c’ovunque in la terra v’era ghiaccia.

 

Esto gelava l’umido vapor de’vetri interni, che con cristalli trasparenti

pingea fior di varie specie e si strani e belli c’ognun in cor a guardar godea,

ma nessun uom coglier potea, nemmen le nostrane genti,

che nelle case al calor de’ foco, ciascun a scaldar le membra sue, sedea.

 

Alta la neve, che per l’intera notte fitta scesa era nel settentrion intero,

sovra l’altra che pria s’era adagiata e che l’uscir di casa arduo parea,

se con badil nun se spostava  a’ lati pe’costruir ‘no picciol sentiero,

che fuor del cortil menava infin alla strada di Mezzaterra, che giuso fin alla piazza andea.

 

Li bianchi fiocchi più non cadean dal ciel, che s’era da poco tutto rasserenato,

ma nun era ancora terso e l’aria era ancora alquanto fredda e bruna,

se vedean le case e le strade d’un biancor smagliante che parea infin smaltato

e lo sol, che dal monte s’era appena levato, non potea ancor intepidir la culla della luna.

 

I’ aiutai lo genitor mio a scavar quella  via  stretta e mera,

che da due muri de bianca coltre se chiudeva, e ritornando al loco ove eravam pria,

mirando la picciola mia casa, si alta sembrò che per neve verso lo ciel ita s’era.

Corsi suso in mio eremo sul tetto e stetti sulla neve, finché son me vinse e con mente volai via.

 

Così me trovai, con mia immaginazion, ai piè del gran Vallorca ne la profonda cava,

proprio sotto a lo gran buco ch’entrava nella roccia scura,

che sol a guardarlo era sì brutto e buio come de’vulcan la fredda nera lava.

Ne’ profondo del cor mio, ne’ vederlo suso, me mosse dentro ‘na gran paura.

 

Quando vidi da quaggiù un uom con pelle rossa come sangue in vena,

che un dito mosse come a dir: “vien suso fin quassù in quest’alto loco”,

e disse “frena di me la tua paura, che qui nessun te ferà del mal o te darà pena,

che lieti siam di tua venuta, di molto e non di poco”.

 

Ei era basso de statura, con picciola gobba dietro al petto,

la faccia era lunga e magra con suso, sanza villo, gran capoccia.

L’occhi sui eran a guisa de fessura, sanza ciglia e lo naso con foro netto,

dal qual pendean due bargigli, che in la punta eran tondi come goccia.

 

Ei avea ‘na picciola bocca e ‘no collo lungo e dritto a mo’ di lancia,

ch’entrava intro un petto liscio come de metal li duri scudi.

Semi vestito era, con straccio logoro infin la pancia,

dal qual uscian due gambe lunghe e secche e li piedi larghi e nudi.


“Qui il salir è alquanto duro”, disse “ ma tien la manca che è più dolce per chi va sanz’ala,

che l’andar da l’altra parte ove roccia  è più liscia e irta te saria più forte”.

Come alpin che roccia scala sanza tema de l’altezza, così salii l’ardita scala,

che da Cismon s’andava in suso fin all’apertura c’avea le rocce torte.

 

Qualche alberel presi con mano per tirar suso lo corpo mio lasso,

e a un de’spunton de roccia me poggiai, che fuor del monte se venìa,

finché arrivai lassù in alto ove lo gran monte è fesso

e poggiai li piedi miei ove lo rosso uom stava prìa.

 

“Ora occor che tu entri da la fessura ch’è al tuo destro braccio”,

disse lo strano uom che già entrò nella grotta tosta,

“che luce de’tuo sol, anche se poca, m’è molto d’impaccio,

perch’io vedo sol di notte come vipistrel che nell’aere nero ben s’imposta”.

 

I’ me ritrassi un po’ com’uom che teme e ritorna sui suoi passi,

così la voce sua me giunse ancora dalla grotta scura

e dissemi “ Intra che noi siam boni e viltà occor che lassi”.

Così fecemi forza e là intrai a fatica scordando la paura.

 

Esta grotta non era proprio nera, ma d’un color arancion purpureo,

come se foco al centro ardesse e le tenebre squarciasse ‘n poco.

Infatti, a metà del gran cerchio piano v’era un grosso lume rosso aureo,

ch’uscia dalla roccia, preveniente da sotto il loco.

 

Nella piana ov’io non vedea la fine, di basse piante ed erbe era ricoverta, onde

i’ dimandai a lo rosso uom: “vui chi siete e da qual parte arriva esto foco”?

“Tu si giovine” disse “e nun sai che sotto la terra, per pression anco la roccia fonde,

e tutto galleggia sovra esta lava e nui galleggiam su essa anco in questo loco.

 

Lo lume ch’esce da là dentro, vien da esto mar caldo che sotto dilaga

e che scalda la caverna e l’irradia tutta co’ suo rosso raggio.

Qui cresce tutta esta flora rossa che la nostra fame appaga

e in tutto lo piano, riscresce anco quando, pe’ più volte, i’recisa l’aggio.

 

Tutti li monti che saettan verso lo ciel a settentrion di vostra Italia,

un dì spinti fuor in suso da immensa e tremenda forza

di terra d’Africa, che pressò si forte la placca in la vostra faglia,

si che, con doglia degli animal, ruppe la sua spessa e dura scorza.

 

Tutto de voi savemo, poiché lo nostro sentir è si forte e potente

che puote entrar ne’ vostre dimore, correr pe’ le vostre vie e li campi che coltivate,

anco quando in la vostra chiesa s’aggruppa numerosa la tua gente.

Lo vostro dir e lo vostro far avemo imparato, li vostri usi e la vostra onestate.


Lo vostro saver è si sottile che al confronto nostro mostra ‘na bassa qualitate,

tanto che sorrider ce fa spesso, perché lo vostro ragionar non va molto suso,

che nun savete ancor in qual galassia o in qual pianeta del ciel vui abitate.

Sentiam anco la vostra voglia de salir la scienza pe’ non tornar ancora all’antico uso.

 

La vostra mente è si vorace che nel tempo se trasforma e lentamente cresce

e assomma lo saper, che in vui v’è ora, con quel che verrà da altre grandi menti,

si che la gran scala salirete e berrete la conoscenza che natura sempre mesce.

I vostri giorni passan presto, ma lascian dietro a lor tante e generose sementi.

 

Quattordici miliardi d’anni prima d’ora, quande un punto nel nulla esplose

e tutto ebbe inizio, l’universo divenne un immenso libro e ‘na gran officina.

Chi ha l’occhi, lo ingegno e sa leggere le picciole, le grandi  e le immense cose,

sua mente s’evolve in gran fretta e tutti li sui pensier tosto li affina.

  

Nui semo l’esseri venuti in questo loco da luntano assai

con nave che non veleggia pei vostri mar, ma son di quelle,

che ratte attraversano l’universo, vasto più che vostra mente ragionar può mai;

e semo quelli che vegnon da no mondo che trovasi di là delle vostre stelle.

 

Esto pianeta gira intorno al gran sol che più del vostro brucia

in una faccia, che niuna vita ve serà mai, poiché lo suol nell’etterno dì par che arda;

e come lo vostro pianeta su se stesso gira, lo nostro nun se cruccia,

che fermo stà, si che da l’altra parte è sempre notte tarda.

 

Anco le quattro stagion che quivi ogne an ve stanno

a causa de l’asse de rotazion che rispetto al tuo sol è inclinato,

da nui ve n’è una sola in tutto quanto l’anno,

si che vui avete lo freddo, lo caldo e lo clima temperato.

 

In quella faccia de lo pianeta scura, la gente mia vive assai a lungo e v’è poco lutto,

che  trecento de’ vostri anni lo nostro corpo và, ed io n’ho già ducento e son tanti,

sì che lo nostro intelletto è si alto che leggi d’energia e matera conosciam quasi tutto,

e possiam curvar lo spazio e lo tempo si che luntananza  a nui non vanti.

 

In dieci semo quivi giunti non per nostra voluntà, ma per essiglio,

poiché le leggi de’ nostro feroce imperador abbiam violato,

sol per libertà che li non v’è, ne buone regole ne buon consiglio,

e quivi ‘na gran nave, per scontar nostra pena, c’ha portato.

 

Ora ei è lì assiso in suo prezioso scanno e con pompe magne,

co’ li ministri sui che s’inpinguan tutti, con violenza, e de l’altrui danno,

come l’erbe male che si nutrono di lor stessa specie e di lor magagne,

mentre la gente mia soffre per sua brama di potere e lo suo gran inganno”.



Anco li vivi tuoi per secoli e millenni nun son stati sanza guerre,

che sol nll’ultimi trent’anni due ne son infuriate, lasciando la tua gente affranta,

si che ancor oggi li lor tremendi effetti se possson veder nel le tue terre;

ma tu eri ancor fantolin e non ricordi quanno l’ultima ha lasciato mestizia tanta.

 

L’imperi che han squassato lo suol d’esto tuo mirabil e azzurro mondo, fenno

scempio delle civiltà ch’eran si aperte alla bontade e alla benevolenza,

si da meritar lo scettro che nei lunghi anni avean conquistato con cotanto senno

e che han seminato tanto terror, odio e immensa inaudita doglienza.

 
Dissi: “Per la situazion de la tua gente sento lo cor mio che piange,

piagne anco per lo mondo mio, che soffre e pietosamente langue,

per la fame, che avarizia non fa saziar le genti di quà e di là di Gange;

e le guerre e le violenze che tingon la terra del color del sangue.

 

Maladetti sian color che fan soffrir li lor fratelli in questo e in altri mondi,

che co’ lor astuzia e crudeltà rendon schiave e meste lor stesse genti.

Giustizia divina su di lor ovunque caggia  e che lor corpo di sangue grondi,

si che frutto di lor semenza cappia quali mostri se celavan intra le lor menti.

 

 “Se licito m’è, tu che si sapiente, i’ vorrei dimandarte se puoi squarciar li veli

de’ misteri che nostre religion van a parlar d’un Dio che creò questo e l’altri mondi;

s’Ei guarda ver nui per farci un dì contenti, se l’orazion li peccati nostri celi,

e ov' Ei dimora nel vasto ciel e se altre realtà fecondi”.

 

Così parlò ei : “Miseri son color che credon che lor povera ragion vada fin la suso,

ove l’estrema onnipotenza dimora, e qual cosa da nui, miseri mortal, Egli vuole;

divulgar le loro misere idee alle genti, che erroneamente le interpretano a lor miglior uso

e che si offendono, si sfregiano e s’ancidono l’un l’altro co’ l’armi i fatti e le parole.

 

I’ e l’antenati miei le strade d’universo abbiam percorso invano come fiumi,

e di si alta potestà mai trovammo traccia alcuna, ma nui crediam che sia Colui,

che creò l’energia e le sue leggi, la qual crea matera e la move,  ed appiccia li lumi,

che de notte tutti miriam in lo ciel, con li pianeti e gli spazi che sembran bui.

 

Tante galassie son state accese dal material che cotesta forza nel tempo ha plasmato

e, forse, essa stessa è quel Dio che nui cerchiam da sempre tra le cose belle.

Se così fusse lo nostro Creator sarebbe ovunque, in tutto l’universo amato,

così anco nui l’avremmo in grembo, poichè semo fatti co’ la matera de le nostre stelle”.

 

Infatti, esti lumi grandi fornaci sono e a cominciar dal primo elemento de matera,

dal gran calor insiem se fondon l’un co’ l’altro, fino all’ultim, che ha si tanto peso

e forza molta, da  tener legati li pianeti, ch’intorno giran a la gran focosa sfera,

finché al fin, col passar dè millenni, lo material che dà lo gran calor vien speso.



Lo rotar de mondi vien da cotesta forza, che vui chiamata “gravità”

che tutto l’universo governa ed influenza sanza posa alcuna

ed è tanto più forte quanto più massivo è lo celestial corpo che girando và.

Lo tuo pianeta gira intorno a lo Sol e trae ver sè lo corpo che vui chiamate Luna.

 

Alcune d’este gran stelle al fin esplodon e tutta la matera intorno a lor gittan si,

che se forman li pianeti, le lune, le comete e altro assai e anche lo nostro mondo.

Lo vostro lume per pochi miliardi d’anni ancor vivrà, poi li sui rai diverranno rossi,

s’espanderà e ingoierà li pianeti e se spegnerà diventando un sasso duro, nero e tondo.

 

La vita disparirà per sempre, l’omini li augel e l’altre specie tutte,

perché anco lo vostro mondo co’ tempo sarà coverto d’esti rai  rossi

e lo pianeta diverrà secco come li diserti e le terre asciutte,

poiché dispariranno li grandi mar e tutti l’altri fossi.

 

Altri pericoli ve son per la vostra amata terra e anco per la nostra,

come l’asteroidi o le comete che passan si vicine, che posson cader anco adesso 

o in ogne momento. E Andromeda che punta dritta alla galassia vostra,

si che un dì la inghiottirà tutta e non le serà più, com’ora, sol d’appresso.

 

Poi tu devi capir che tutto ciò che ne’ l’universo sta, ha avuto un inizio,

cioè v’è stata ‘na causa prima pe’ poter esister in ogne parte;

in altro modo, se dovrìa andar a retro all’infinito se ciò non fusse vizio”.

L’albero ha avuto lo seme e lo seme lo fior pe’ far la sua arte”.

 

Or lo Creator esta causa efficiente non v’è mai stata, altrimenti nun sarebbe un Dio,

e, se ben ragioni, Ei sarebbe in atto da sempre se causa non v’è stata alcuna,

così non sarebbe mai nato, come un tempo siam nati tu ed io,

ma sarebbe sempre esistito e sempre esisterà nei millenni sanza fin niuna.”  

 

“Tu si lo maestro mio” dissi “e vò a dimandarti, ch’i’ non cape, molte altre cose.

Primera fra tutte: com’è possibile che la matera, che inanimata è cotale,

possa crear la vita in questo e in altri mondi, che si lontano Dio pose,

ove l’animal movon li piedi e lor mani e de’ l’augel batter l’ale?

 

E lo cor che pulsa intra lo nostro petto si che lo sangue vada in suso

e possa plasmar de l’omini lo lor intelletto puro,

si che scienza possan scalar sanza mai andar in giuso,

anco se lo sentier de conuscenza è si tanto duro?

 

E ancor, tutti li nostri pensier e li tanti ricordi,

che per mente passan ogne minuto, ogne dì e avante ancora;

le tante erbe co’ lor color e lor frutti che anco tu mordi;

tutte l’acque, le brezze, lo stormir de’ foglie e la forte bora?”



E dissi novamente: “e le gran tempeste, che agitano li mar e in la terra tutto,

la piova, li fulmini e li tuoni che fan si gran rumor;

l’amor, l’odio, le gioie e li dolor, la violenza e la bontà, l’allegria e ‘l lutto;

infin a la cuscienza che molte volte morde intra lo nostro cor”?

 

Ed ei rispose: “se l’occhi tui sarien si forti da penetrar matera,

tu vedresti tanti piccioli pianeti rotar intorno a’ lor soli, che qualcun per ora cita,

e son si tanti, che stelle in ciel son poche, che in lor confronto la conta è mera,

e se combinano tra lor formando le molecole, , le proteine e la picciola invisibil vita.

 

Esta picciola vita ne’ millenni sè evoluta si che altre specie, nel mar caldo, sono nate;

se formaron li piccioli pesci che notavan nell’acque e che alcun, un dì, se n’è uscito fora.

Li mezzi del notar d’esti pesci se mutaron in arti, si da farli camminar su terra e prate,

finchè un dì se formò l’uom  che se mutò fino a quel ch’è ora.

 

Le emozion e li movimenti, son frutto de la massa cerebral c’avemo tutti intra la capoccia,

ove li neuron mantengon per lunghi tempi le memorie che in vita accumuliam si tante.

Quando nui pensiam de far ‘na cosa, le interpreta e ce dà risposte goccia a goccia,

a seconda de li movimenti che vogliam far, a’ ragionamenti e a l’intenzion tutte quante.

 

Quivi avvengon certi fenomeni che posson dar gioia, dolor e, ancora,

aggressività, generosità, pentimento e molte altre emozioni.

La cuscienza è cosa più complessa, che lo ben e lo mal separa, memorizza ed esplora;

poi compara le memorie in senso tal che te dice se l’atti tui son malvagi, che ad altri imponi.

 

Se ben hai oprato e l’altri son contenti, te dà gran gioia e ben t’ammiri;

se mal hai fatto ad alcun, lo fai triste o l’uccidi, esta cuscienza te dice che sei abbietto;

te perseguita ora dopo ora, giorno dopo giorno e ovunque e in qual modo tu te giri,

finchè te rende la vita grama e al fin, pe’ far ammenda, te fa batter li pugni al petto.

 

Li fenomeni natural, che tu hai citato innanzi, son frutto de l’energia tutto quanto,

che move tutt’intorno a nui la matera, cioè le galassie, li soli, e li pianeti.

Lo calor, che fa salir l’umido vapor che in alto in acqua riede, s’accumula in ciel si tanto,

che fa scoccar li fulmini tra le stesse nuvole e la terra che, spesso, sembran queti.

 

Questi son frutto de la diversa energia che negativa e positiva è,

si che quando l’una più forte è dell’altra, tendon a compensarsi a lor dimanda,

per legge natural  che tende a mantener l’equilibrio quando lì non v’è.

Lo globo ove tu vivi attira li fulmini che lo ciel ver vui spesso manda.

 

Li fulmini son si veloci e accecanti, che luce de’ vostro sol a lor se compara,

e trasportan material si caldo, ch’è nomato plasma, che serpeggiando lo vapor intorno priva,

e sposta l’aere con gran violenza, la qual qui in terra non è si rara.

Tal spostamento fa lo gran rumor che vui chiamate” tuono”, che all’orecchio vostro arriva.



Anco lo rotar de’ vostro mondo crea vortici d’aria o altri gas che quà vi stanno,

si che se formano li venti, li temporali, la bora o le gran tempeste,

che fan cader la piova, la neve e la grandine, che son si numerose in tutto l’anno,

e a volte son si furiose e si devastanti che fan, al lor passar, le genti meste.

 

Anco lo calor che move l’aria calda verso l’alto con moto vorticoso,

crea un vòto che aspira l’aria fredda che tutto intorno v’è,

che veloce riempie esto spazio e può esser si violenta che lo mar fa periglioso,

con doglia de’ naviganti che via di scampo, in quel loco, poca ve né”.

 

“Ho tu che viaggiasti tanto con tua nave questo nostro mirabil universo,

dissi, “trovasti e vedesti altra vita, che intelligenza abbia e porti anco,

nel gran numero de pianeti che visitasti e che corrono in ogne verso,

tra le numerose e infinite stelle che cangian color nel grande arco?

 

Se mai le trovasti, puoi tu farmi dotto se qualcuna vita è a nostra simiglianza,

o se lor forme son tanto strane che timor possan generar ne’ nostre menti,

se li sentimenti che noi avemo lor hanno anco, come gioia, amor e la doglianza,

poscia che forti eventi natural scuotano lor corpi e lor stessi elementi?

 

“Nell’universo”, disse, “ve son tanti pianeti che posson generar la vita vera,

ma li fattor che la creano son si tanti che niuna ha li stessi valor.

Ciò dipende da li elementi che la ve stanno e a la distanza che da lo sol ha la lor sfera.

Le forme son diverse c’ha nui posson dar paura, ma le sensazion pulsan anco ne’ loro cor.

 

L’intelligenza è cosa assai più complessa che molte mutazion occor c’avvegnano ognor,

ma essa è presente in ogne albor, e lotta per conservar la specie e sfuggir li predator.

Forme complesse ad alto tenor, mai le trovai prima d’arrivar su esta Terra e li sui abitator,

ma l’universo è talmente ampio che in molti pianeti battono e s’evolvano numerosi cor.”

 

Tutto avvien pe’ l’entropia che aumenta sempre lo suo valor, si che lo disordine

agita gli spazi e tutto nasce in esta complessità, e li molteplici e tumultuosi eventi

fanno si che l’elementi che son presenti s’uniscano, a caso, in vario ordine,

formando molteplici e strane strutture, come tanti punti che della vita son sementi.

 

Mentre parlavam d’este cose, sentii no picciol tremor mover la terra 

e no leggier rumor come vento move le foglie intra l’ bosco.

Lo rosso uom drizzò l’orecchie punte e guardò suso ove la roccia in alto serra.

I’ fei altrettanto ed ei disse un pò sorpreso “esto fragor già i’ lo conosco.

 

Nun te crucciar se di quà un poco, tu vedrai cosa assai grande

che niun in esto tuo mondo ha giammai veduto ancora.

Fa che in quel sasso la tua persona posi e tienti stretto al masso, quande

a guardar lassù l’iride de’ l’occhi tui, par maraviglia, più se spanden fora”.



Come luce filtra lo spesso vetro e che ratta il trapassa

si che dall’opposta parte esce tal come pria era,

così vidi  n’oggetto de metal chiaro e che lucea, trapassar le rocce come fosser glassa,

che scese infin all’orto lo qual si sciolse e divenne come rossa cera.

 

S’aprì ‘na porta tonda dal suo chiaro scafo, con picciola scala che scese in giuso.

Ond’io: ”cos’è esta cosa e com’ha fatto a trapassar lo muro”?

“I’ non posso ben chiarir la mente tua”, disse “ chè tua ragion non va fin suso.

Da nui è cosa che se fa sempre, ma quivi e con te il parlar sarìa duro”.

 

Ei parlò con lo rosso uom che scese e spirò con parole che parean de gloria,

poi se spinse ver me e disse: “nel mio mondo lo gran imperador è sconfitto e morto,

e questi che tu vedi son sin qui giunti per portar noi al nostro globo pe’ festeggiar vittoria

e pe’ ricompensar nui che avem subito si grande torto.

 

Diavoli e streghe mai più de notte vui vedrete, poi ch’eravam nui ch’uscivam no poco,

a lavar nostre persone e a spirar l’aere puro nel torrente che sta la sotto.

Poi pria dell’alba salivam suso ancor in questo alto loco

e spettavam la notte dopo, per uscir ancor da’ esto sentier da le rocce rotto.

 

Se lo tuo voler è dotto, puoi venir con nui a visitar lo nostro mondo ove natura li ci pose,

te mostrerò le beltà dell’universo e li sui straordinari e grand’ eventi,

si che tua ragion s’evolva, che quivi non v’è possibilità alcuna de conoscer certe cose,

che sol viaggiando se può veder e memorizzar ne’ vostre menti.

 

Dischioda la tua fervida mente dal ferin stato a cui ti lega,

apriti all’alto saper che libera l’uom e drizza li tui pensieri

alle alte mete de conoscenza che dall’antico torpor te slega,

drizza l’occhi tui alle fiammanti stelle e scopri li lor gran misteri.

 

Potrai mirar le immense forze d’universo che paion si divine,

che crean e distruggon li vari corpi, piccioli, grandi, chiari e scuri,

e che rompon la matera che v’è nell’universo intero e la rinnovan sanza fine,

si che nulla se disperde, ma ritorna in altra forma, sì che in eterno essa duri.

 

Niente se crea e nulla se distrugge di quel che v’è, si che anche tra mille e mille e più anni,

se ben calcolar tu sai, lo conto d’energia e de matera sempre torna, morta e viva.

Però se dovrà sempre considerar l’energia e la matera oscura che l’occhi umanni

non pote veder come nui vedemo ed è si tanta da superar quella che all’occhio arriva. 

 

“Sali or dunque su nostra nave, che pentir nun te potrai giammai;

alza cun nui le vele del tuo saper per giunger ne’ l’alte vette de’ conuscenza,

poiché altre occasion si grandi e meravigliose mai più n’avrai”.

I’ assentii e seco lui  e l’altri nove salii sul gran vasello, pronto a iniziar a salir la scienza.



“Quivi de luce non ve n’è nemmen un raggio” diss’io “e niuna cosa vedrò giammai;

come poss’i’ mirar le maraviglie de l’universo se l’occhio mio è spento”?

Ed ei rispuose: “Indossa esto casco infin al collo, che si vedrai anco sanza di tuo sol li rai”.

“Ho maraviglia”! Con esto cappel l’occhi miei s’aperser si che tutto mi fu conto infin a cento.

 

I’ vidi lo nocchier che sanza leve o rote menava ‘l mezzo sol co’ li pensieri sui.

In testa avea ‘na cosa strana con cento punte c’andavan  suso,

e l’occhi miravan no specchio che infin al tetto salìa, ov’io vedei la grotta e gli anfratti bui.

E i’dissi allor “e mò come femo ad alzar de la nave il muso”? 

 

Così favellando, non m’accorsi ch’eravam già partiti ed ei me disse: “la terra ove tu si nato

l’avem di già lasciata e Marte è li devante con li sui diserti rossi,

li sui monti  e li sentier che l’acque sue, un tempo lontan, han scavato.

Esto pianeta più picciol è del tuo, ma ora niuna vita più levar possi.

 

Ivi l’atmosfera è rarefatta assai, si che li nocivi rai de lo sol la trapassan infin al suolo,

come li sassi esterni che sovente lo percuotono e scavan buchi assai profondi,

che sembran mari asciutti con alte dune,  dall’equator infin al polo”.

I’ gurdava sanza proferir parola, par maraviglia e pensando a l’altri mondi.

 

I’ pensai “quai forze, quai venti o quai maree spinser la nave si ratta,

d’agguantar Marte in si poco tempo quasi da toccar lo rosso suol;

quai vele o penne se son librate si in alto o qual miracol l’ha distratta

da le leggi natural, che governano li mondi, le folgori e li tanti sol?”

 

La faccia mia si d’incertezza si dipinse, che la man manca lo casco e lo viso tenne sue

com’uom che in suo pensier s’arrovella, che la voglia de saver l’altre cose sue nasconde.

Mai non vidi si grande evento nel breve corso de la mia intensa vita in terra giue,

e il mio pensar nulla cosa m’informò e nulla cosa natural in mia mente pose.

 

lo mio maestro nel pensier mi lesse e co’ un sorriso de la sua picciola bocca disse:

“grandi forze ve son nell’universo che ai nostri miseri occhi son nascoste;

son si tante che anco nui, tutte non le conosceremo mai, ma nostre tecnologie son mosse

dal grande ingegno de’ nostre menti che sfruttan lor potere ovunque sono poste.

 

Devi saver che luce de nostri sol, ch’è si veloce, è poca cosa di quel che intorno vè;

è ratta assai, ma non tanto da superar certe forze di questo enorme mar.

Lo vasel nostro sfrutta l’energia che non luce in modo tal da colmar lo vòto ch’interno c’è,

e spinge avanti lo mezzo con si violenza pe’ far lo passo verso cui vogliamo andar.”

 

Lo tipo d’energia che noi usiam l’uom non se n’avvede, che non riflette la luce dei tanti sol,

ma tien raccolte le gran galassie in modo tal, che lor stelle nun se spandan per l’universo,

ed  è si potente da espanderlo con elevata calcolabil velocità, si che le galassie e li sol

un dì spariranno  dal lo ciel che nui vediam ora, lo qual serà sempre più nero e più terso.



Tutte le stelle e le galassie son per noi riferimenti certi dei lochi ove dobbiam navigar,

ma li calcoli son si tanti che anche nostra mente non puote contener si tante informazion.

       Le macchine che sono a bordo han memorie si capienti e veloci che tutto ce sanno dar,

si che i soli e le galassie come fari son, per saver dove andrem e nostra attual situazion.

 

L’universo è come un grande mar e occor esser molto esperti per poterlo navigar,

come li navicanti che alzan le lor vele e mirano le stelle in ciel per nun perder la via,

che porta lor nave a certa destinazion. Lo ritorno serà più duro, che a ritroso se deve andar,

ma la celeste sfera rota e occor saver quali stelle possan segnar la nova e giusta via.

 

Tutte queste ed altre cose dal rosso uom, mio gran maestro, me fuor dette,

Ma il comprender fu per me cosa si dura e la sua arte era si complessa,

che vaneggiar mi mosse e accorto lui me disse: “stiamo navigando come saette,

che nel tuo e nel mio ciel scoccano tra cielo e suolo e che l’aria fanno fessa.

 

Rosseggiando Marte passò in tempo assai breve, onde lo maestro mio

disse: “guarda laggiù che v’è lo grande Giove, ch’è tutta ghiaccia infin al centro,

e gira intorno a lo sol co’ li seguaci sui, come se veramente fusse un Dio;

ma nun son l’acque che fan la ghiaccia, ma l’altri gas che in pancia ha dentro.

 

Vedi quella gran macchia rossa che sta fuor da lo centro suo? Gran tempesta è, che da millenni rota

sanza pausa alcuna ed è si forte, che tempeste in terra non sun niente

al suo confronto, tanto che lo tuo pianeta dentro ce stà tre volte e, altra nota,

d’ammoniaca e altri gas è formata ed è tanto fredda da congelar qualsiasi mente.

 

Oltre questo Dio, ve son l’altri Dei che vui nomate Saturno, Urano, Nettuno e Plutone.

Al di là di questi ve son l’asteroidi e le comete, così che occor andar per altra via,

poichè un de questi gran sassi può danneggiar la nave se mal la si dispone.

Or lo nocchier drizzerà la prua a dritta, e curverà lo spazio e lo tempo pe’ andar ov’ero pria.

 

Tienti forte a lo tuo sedil, che di quà un poco, grande esplosion avverrà,

la nave tremerà no poco e lo spazio se curverà, da filo dritto a come un cerchio netto,

si che lo punto da cui partiam, vicino a quel d’arrivo arriverà,

e la luntananza sarà quasi nulla e la nave andrà a lo mio pianeta , ch’i’ me porto intra ‘l petto”.

 

Dopo qualche istante un fragor distinsi e un lampo vidi serpeggiar intra lo specchio.

La nave tremò e ondeggiò no poco, ma poi se stabilizzò.

Mirabil cose vid’io che lo maestro mio additò e votò lo secchio

de sua tanta sapienza, che mente mia elevò e l’orecchie mie drizzò.

 

Nun te maravigliar, lettor, s’io stupito ero pe’ tutte le maraviglio ch’io vidi intra lo specchio,

che raccogliea tutti li rai de’ l’universo e pingea tutto come gran maestro.

Se potea veder tutte le cose che passavan luntan da nui e dal mio occhio,

e li color che dal rosso e vermiglio, andea al giallo al verde e dal bianco al cilestro.



“Or guarda” disse” laggiù que’ due punti, che di color violetto sono cotali,

che pulsan e giran si ratti attorno a se stessi come amorose sore;

este son stelle de neutroni e mandan fora rai si forti e letali

che distruggon ogne cosa che trovasi nelle vicinanze del loro core.

 

Una d’este stelle, più grande dell’altra è ed è si feroce e ria,

che se magna l’altra sora a poco a poco ne’ millenni o più avante,

finchè resterà lei sola e serà più forte e potente che pria.

Serà più luminosa de’ l’altre stelle, che lontan brillan si belle e si tante.

 

I’ dissi che la gran stella  che illumina questo angolo d’universo è malvagia e ria,

ma leggi d’universo son si precise, ferree e forti che al fin tutta la discolpa,

poiché la sua massa è si grande e complessa che spande intorno tanta d’energia

che verso se attira l’altra, e mentre una se dismagra, l’altra cresce e s’impolpa”

 

I’ vidi ancor de’ mondi trasparenti come li puri diamanti

che scomponean la luce de lor soli formando arcobaleni

come prismi in terra che di color ne spandon tanti,

e che apparian e scomparian a secondo de lor ratazion  etterna e sanza freni.

 

E galassie con tante stelle, nubi de matera scagliate da supernove esplose millenni pria,

buchi neri che traevan ver lor le vicine stelle, che mai più venian fora.

Anco la luce lì intrava, ma da quell’immensi buchi più n’uscìa,

come n’enorme mostro con fauci sempre aperte, e mirandoli mia mente salì ancora.

 

Ognun di questi immensi buchi dal color nero, nero, per l’universo ratti ognun s’en giva,

o rotavan intra ‘na galassia con miliardi de stelle intorno ad essi e che nulla uscia fora,

e avean ‘na forza immensa, che quel che incuntrava sanza nessun sforzo tutto inghiottiva,

Ond’io “maestro, d’este cose parlerò ne lo mio mondo, si che mente umana salirà ancora”.

 

L’uom con pelle rossa disse: “quelli che tu credi enormi oscuri buchi

nun son tali come  tu li vedi, ma è la matera che per sua immensa forza

de gravità è collassata su se stessa, ed è si spessa e calda, anco se par non luchi,

che lo lume fuor nun esce, che con esta gravità non può trapassar la sua dura scorza.

 

Le galassie son piene di codesti grandi mostri nascosti tra le tante numerose stelle,

e mandan fora forti onde  gravitazional che trapassano l’universo intero per miliardi d’anni,

e se fondono anche tra lor stessi formando tempeste gravitazionali tra quelle le luci belle,

curvando lo spazio e lo tempo in tal modo da provocare enormi e infiniti danni.

 

Ve son ammassi de diverse forme, a spirali, convesse, lineari e tonde,

soli piccioli, immensi  e de tanti color; bianchi, gialli rossi e vermigli,

che girano lenti e veloci intorno al centro de lor galassie vagabonde,

ma or che tutto ciò sai, tanta maraviglia e ammirazion vo’ che ancor te pigli.



Al di là dell’universo nostro ve son altri universi che colman l’infinito vòto,

con diverse leggi e dimensioni, che nostra mente non potrà mai andar fin suso.

Nui li miriam da assai lontano, li studiam, ma mai il tutto ci sarà noto,

che grande è lor lontananza, anco per le nostre navi che non son fatte per si alto uso.”

 

“Nun te meravigliar, lettor, se mia commozion fu si grande, che mi bagnò le ciglia il pianto,

mirando si gran meraviglie che s’estedevan all’infinito e in ogni diverso lato,

ma pensa quanto grande sia Colui che l’ha concepite  e  l’ha create  in ogni remoto canto,

e lo ringraziai per tanta beltà, potenza  e immensità che a tutti l’esseri ha donato.”

 

“Segnor mio, cos’è quel forte lume, che abbaglia l’occhi miei più che grande stella,

appresso a quel gran buco nero che sen và solo per l’universo, te priego fammi dotto,

che mia voglia de saver è si grande che tutto lo corpo mio brama e sfavilla?”

E lui a me: “le luci tue son si accorte che ti narrerò ciò che sta nascoso là de sotto.

 

Ciò che tu vedi vicino al grande mostro nun è ‘na stella come tutte quelle c’hai vedute

ma è ‘na sorgente che qualcun, nella tua terra, chiama “Quasar. E’ il lume che più brilla

in tutto l’universo ed è ‘na nube de matera ch’è succhiata da forze si forti e argute,

che con l’attrito se trasforma in plasma e manda rai si potenti. che per ogni dove scintilla.”

 

I’ guardava quel gran lume che fregiava si il mio volto che l’occhio mio più nol sostenne

e chinai giuso la mia fronte e ‘na man spostai al sommo del casco e del mio viso,

come fa l’uom che per guardar lontano scherma con mano le sue lucerne

per schiarir l’occhi da li rai del sol c’abbaglia, e ingraziai lo duca mio con un sorriso

 

“Tua intelligenza è grande assai, che hai capito ciò ch’i’ dissi e capirai quel che dirò ancora;

ora puoi mirar lo mio pianeta ch’è laggiù ov’è quell’emisferio tondo.

Come tu vedi ha due color, l’una parte è chiara e l’altra è nera come mora;

tra  poco tempo scenderem giuso in lo suol de lo mio amato mondo.”

 

Lo gran vasello toccò lo suol sanza gran rumor, ma l’aere non era proprio scuro,

che tanti fochi rosso bruno uscìan dal suol e l’orizzon era un cerchio chiaro e supremo,

per li rai de lo gran sol che a’ limiti de’ pianeta passavan per l’aere puro.

E lo duca mio disse: “l’emozion mia è si grande che a guardar giuso, tutto fremo”.

 

Quando fummo scesi in la nera crosta, gran folla s’era adunata con tutti li parenti suoi,

che s’accalcavan intorno a lo gran vasello, gridando la lor gioia,

osannando e onorando co’ lor capi chini, li lor grandi eroi;

finchè s’accorser de la mia persona e zittiron tutti e guardaron me con ‘n pò de noia.

 

Lo mio dottor parlò a tutti nella sua strana lingua e poi se rivolse ver me con reverenza

e disse: “ho detto lor che tu si l’amico mio e che vuoi conoscer lo nostro mondo

e di accoglier te come fan con nui”. Tutti chinar lor capo e ricominciò lor gran accoglienza.

I’ fei altrettanto chinando lo capo mio e rigirandomi tutto in tondo.



Così conobbi esta strana gente co’ lor gran capoccia e la pelle come sangue rossa

co’ lor lunghi e magri visi, la picciola bocca e lor lunghi bargigli in punta come goccia tondi,

estasiata da lor conquistata libertade e non più dal grand’ imperador percossa,

co’ lor larghi piedi nudi su lor pianeta mezzo scuro che non rotava come l’altri mondi.

 

Li lor vestimenti eran leggieri co’ scarso lume proprio e de diversi color,

che vibravan ne’ la leggiera brezza che filtrava tra le torri e che li fea respirar.

“Or è giunta l’ora d’andar tra questa brava gente, che m’apron lo loro cor,”

disse la mia fida scorta “vien retro a me e segui le mie piante si che sicuro sia l’andar.”

 

Come l’acqua se sparte presta quando la prua che avanza e in due la taglia

si che l’una massa va da ‘na parte a dritta e se gira a manca l’altra,

per poi richiudersi tutta, quando l’ampia prora lascia la scia che poi l’attanaglia

e la unisce com’era pria e chiudendosi per turbolenza se fa scaltra:

 

tal se fece quella turba de gente strana co’ lor bargigli lunghi, tondi, rossa e spessa,

quando c’inoltrammo tra essa per raggiungere le nostre stanze e per fuggir la calca,

che dalla nave astrale s’allargava nella gran pianura e che al nostro passar divenia fessa,

sempre co’ lor capi chini per reverenza ver lor eroi e me, per lor accoglienza.

 

Passando tra quella fiumana qualcun me guardava fiso dal basso verso l’alto,

toccavano co’ la punta de lor dita rosse lo corpo mio per sentir s’ero ombra o saldo,

se la mia carne era fredda o calda e qualcun, pe’ passà devante, facea ‘l salto;

così, avanzando, della mia terrena specie, me fea orgogliosamente araldo.

 

I’ me girava a dritta e a manca movendo lo capo mio a spessi tratti,

in suso e in giuso sanza posa alcuna per ricambiar li lor gran saluti,

come in una real corte quando ‘na gran persona sfilava per salutar tutti,

co’ lo collo che me dolea per lo veloce moto, finchè tutti se n’andaron muti.

 

Finiti li festeggiamenti ognun se ritirò ne’ loro ambienti,

ch’eran torri alte e strette che saettavan verso lo ciel pien de stelle,

ond’io: “ora che facciam e in che loco vado a loggiar e a mover li miei denti”?

“Vieni meco” disse lo rosso uom, “che ho due stanze assai alte e belle”.

 

Salimmo s’un stran congegno, ch’i’ non vedea bene ne suo color ne sua forma,

che ratto se mosse  volando e scansando le torri con gran destrezza,

finchè  rallentò sopra un tetto tutto tondo e lo trapassò, come norma,

fermando in un alto pian con stanze e letto e con finestra che fea passar piacevol brezza.

 

Ei me diè del cibo ch’era in un loco dentro a lo spesso muro.

Eran fior rossi con frutta e ‘na bevanda d’un color nero, la qual me mise un po’ d’impaccio.

Li fior avean un buon sapor, tanto che li mangiai tutti, anche se lo stel era piuttosto duro.

Bevvi e me setii sazio, tanto che lo ringraziai e dissi “ed or che faccio”?



“Or da quivi mira lo mio mondo che all’occhi tui sarebbe grande, nero e fondo

sanza lo casco che, ne la caverna de lo tuo mondo, indossasti tosto.

Le città nostre son costruite tra il centro  e lo limite del pianeta ch’è rotondo,

poi che lo clima è per nui giusto, ne molto caldo ne freddo e al giusto posto.

 

Al centro d’esta faccia scura nun v’è vita alcuna per le ghiacce chè han si tanto fredde ali

da congelar qualsiasi cosa che li se posa, e de vulcani è sparso che gittan fuor lave infocate

con li minerali che nui usiam per nostre tante necessitade e le nostre navi astrali,

le nostre alte dimore, le macchine volanti che tu vedi volteggiar tra le lor ampie arcate.

 

Lo cibo vien dal limite de lo pianeta dove lo suol co’ l’acque creano il molle limo,

ove li rai del nostro sol dan lo giusto calor che fa surgere e prosperar l’erbe e le fronde,

con l’animal de tante specie, ove nessuno è preda o predator, poichè son tutte allo stato primo

e vivono in gran concordia dai monti fino al gran mar che mai mostra le grandi onde.

 

Come dissi, quivi e sempre notte e mai vien, come da te, lo novo giorno,

ma la piova, li fulmini, li tuoni e le gran tempeste son come al mondo tuo

e girano vorticosi i venti, che movon le nubi e fan lo ciel piovorno.

Anco lo suol a volte trema e s’apron voragini che anco ‘n monte se fanno suo. 

 

Or sdraiati sul letto e dormi, che devi guardar oltre la realtà, perchè

sempre occorre creder alla maraviglia de’ nostri grandi sogni.

Nui intanto ce prepariam a ritornar, per portar te nel tuo mondo, poiché

quivi non fa per te, che no ve son ne forme ne color che tu, terrestre, agogni”.

 

Come quanno l’uman, che lo sonno le virtù assopisce e lo avvolge,

dentro in una stanza nuda che solo il letto c’è e non altre cose,

vassene il tempo così veloce che l’uom, anco se attento, nun se n’accorge,

e che solo i sogni aleggiano in sua mente e non l’altre materiali cose;

 

così i’ me sdrai sul letto e per la seconda volta lo son me vinse

e me risvegliai dentro lo gran vasello nel sedil ov’ero seduto pria.

“Svegliati ben che hai già dormito assai” lo mio duca disse e lo corpo mio cinse.

“Or partiam per lo tuo pianeta, ma per diversa e più corta via,

 

si che potrai veder la tua galassia e l’altri pianeti che ancor non hai veduto

e tua mente salirà ancor e diverrai più colto dopo aver veduto tutte quelle cose belle.”

Così ce alzam dal suol e salimmo in quel gran mar che parea velluto,

che s’estendea sovra lo pianeta e ch’era carco di brillanti stelle.

 

Ei disse: “ora puntuam dritti alla galassia tua, si che tu la potrai mirar sol con l’occhi tui”.

I’ sentii la nave tremar ancor sotto li piedi e lo specchio divenne chiaro sol per un momento.

“Vedi quel piatto tondo che brilla più al centro che de fora? Là v’è lo tuo sol co’ li mondi sui.

Miliardi di stelle là ce stanno co’ lor pianeti”. I’ gurdai maravigliato e con lo cor contento.



Dopo qualche tempo vidi ‘na stella che lucea più dell’altre e dissi: “quello è forse lo mio lume”?

“Si, disse, “ma occor restar lontano, che li rai son si forti che bruciano la nave se gli stiam appresso,

e or vedrai l’altri due pianeti che prima della terra tua galleggian come piume.

Ecco Mercurio ch’è si caldo che vita lì non v’è e lì è Venere, che luce come stella anco adesso”.

 

Quest’ultim è simil a la tua terra, ma è si caldo per l’atmosfera densa ch’intorno v’è.

Ivi le nubi, d’acido solforico son formate e fan si ch’esso luca più all’alba e alla sera,

tanto che le antiche genti tue lo veneravano come un Dio, poiché nessun pianeta così’ lucente c’è.

Nel passato tempo lo chiamavano stella del mattin e della sera, quand’era opposto alla focosa sfera.

 

Guardali ben che più li rivedrai, scolpisci in tua mente e sarai sapiente più di quando son te vinse”.

La gran nave veleggiò e trapassò Vallorca roccia sin nella caverna da dov’eravam partiti pria.

Lo mio dottor era ancora meco e si compiacque di me tanto, che al petto suo me strinse.

I’ fei altrettanto e anco lo baciai con affetto, e m’accinsi ad andar via.

 

“Questo però nun è n’addio” me disse guardando dentro l’occhi miei,

“se ben rimembri tu m’hai veduto ancora nel passato tempo, quande

nel tuo letto ben dormivi e, dormendo, sognavi li tui grandi dei,

e anco se lo mio mondo è si lontan, ben posso entrar ne’sogni tui e risponder a le tue dimande.

 

Se tua vita sarà si lunga così da superar esto secolo e andar oltre il duemila

vedrai e conoscerai grandi cose che ora sono celate dal vel dell’ignoranza,

poiché la vostra mente s’evolverà,  si che la conuscenza serà la sola vera pila

che v’illuminerà la strada, che dritta và all’universo e in tutta la sua possanza.

 

Vedrai lo tuo globo cambiar la sua antica usanza con tecnologie che or nessun se sogna;

conquisterete lo spazio e con l’energia che avrete calcherete presto il suol della vostra luna.

Li pianeti saranno si vicini come non lo sun stati mai e lo volar serà com’ognun de voi agogna.   

Occor però che mente ben ragioni per non ritornar a lo tempo che a scimmie l’uom accomuna.

 

Marte poi serà la seconda meta, anco se de vita ormai più non ve ne regna,

e l’altri pianeti saran li pronti a ricever le vostre  tecnologie novelle;

passerete dall’un all’altro globo e no ve serà niuno tanto stolto che ve tegna,

e passato lo vostro solar sistema, pronti sarete a navigar tra le lontane stelle.

 

Or va ei disse “che l’ora sè fatta tarda, che lo sol già in mezzo a lo ciel è arrivato.

Trapassa la roccia da cui se’entrato e che serrerò quando te ne sarai ito”.

Quel che disse feci e giù discesi giuso dal sinistro lato

e arrivai all’acque del torrente che forte scorrea nel suo sito.

 

Guardai in alto e vidi lo strano uccel che forò Vallorca roccia

e si spinse tanto in alto che l’occhio mio lo perse

e sparì nel ciel tra le tante stelle, tanto che non lassò più niuna traccia.

e verso lo scuro e luntan pianeta suo, veloce verse.

 

I’ pensai un po’ e ricordai d’aver sognato lo rosso uom, addietro assai presto,

e dissi ”I’ son sicuro che te rivedrò ancor e te penserò di tanto in tanto,

infin a quando mia mente serà in grado de sognar, quando dormo e anco quando i’ son desto,

poiché sempre occor sognar ne la vita se vuoi goder e aver vanto”.  

 

Poi all’orecchio m’arrivò ‘na voce che pronunciò lo mio nome “Luigi”.

I’ mi svegliai un po’ affreddato per la neve ch’era suso in sul tetto bianca e bella.

Era lo mio genitor che non savea dov’ero e dove la neve lo mio piede pigi.

Me tirai su seduto, me stroppicciai l’occhi e rividi ancor la mia lucente e amata stella.

 

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Commenti  

Silvana Montarello*
# Silvana Montarello* 30-10-2016 13:37
Troppo lungo come poesia, ci deve essere qualche errore sull'argomento ! ! ! per me è un RACCONTO, ma forse mi sbaglio io.

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