Sempre mi riede il pensier di te,
sempre le tue parole,
solo conforto in quelle notti
di dolore e di sconquassi colme,
di tremore vago, ond’io,
nell’inferma e buia stanza,
ove anche il pugnar m’era vano
già ch’io stesso fui l’avverso,
un lume andavo cercando, invano,
onde poi, tardo a venir,
il mattino sospiravo
e la luce del giorno.
Ti fui grato, e ancor,
pensando a te e a quelle parole,
mi giova, se pur vacua, la ricordanza,
non il fato, ch’avverso mi fu, e m’è,
perché a te la vita tolse, e a me
anche quella speranza.
Ma non per ciò ti canto,
e spero ti giunga questo mio verso
umile, s’annoverar si può tale,
per quanto mi manchi;
ho male e son perso, adorato mio,
amico dei giorni passati, e padre.
Se più non ti vede la terra natale,
se più i tuoi cari,
se come un sogno la tua vita fu,
ed è per tutti, se trascorsi gli anni
ogni cosa cadrà nell’oblio,
nell’oblio non cadrai tu,
almeno fin quando son vivo io.
Forse non ho nel cuore
scolpiti i tuoi accenti?
Forse non rimembro la tua mano,
delicata e greve,
che l’affanno della vita mi fece più lieve?
Intanto, mentre attendo l’umana sorte,
ti vengo a salutare,
non dove freddo giaci, al mare,
e ove si presta al guardo l’orizzonte
e par ch’a noi si volga l’immenso cielo
mi soffermerò, perché in quell’infinito
si dilegua ogni tristezza,
si dilegua ogni dolore,
si dilegua pur la morte;
così più vicino ti sento,
e quando su la guazza marina
verrà a soffiare il vento,
con esso tornerà il tempo che fu,
ne tornerà l’odore,
ne tornerà un sentore,
e forse, sorridendo, tornerai anche tu.

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