Ero stanca e volevo solo dormire con la mia bambola. Ricordi? Tu me l'avevi regalata! Mi avevi detto, prendendomi in braccio come fanno tutti i papà, che volevi donare una figlioletta alla tua bambina. Io ero felice e stringevo forte al petto la mia piccola creatura, che aveva gli occhi grandi come i miei. Quegli occhi enormi che spiccano sui volti paffuti dei bambini.I piccoli hanno gli occhi così immensi...! Si spalancano meravigliati sul mondo come fiammelle accese nel desiderio di immagazzinare mille e più emozioni. Col passare degli anni, gli occhi si rimpiccioliscono e si allarga il cuore, sede di ricordi e sentimenti. Il mio cuore è già enorme e gonfio, ma non per amore. I miei occhi sono gonfi di pianto e allargati, ma non di gioia e conoscenza. Sono a letto nella mia stanzetta e non riesco a dormire. Tu, mamma, non sei qui. Sei innamorata del tuo compagno e della tua camera dipinta di rosa. E' tutto troppo rosa dentro e fuori di te e tu non riesci a vedere le oscure ombre che stanno oltraggiando il tuo mondo fatto di tinte tenui e teneri colori. Io ho iniziato a piangere. Non verso lacrime capricciose; semplici e innocenti lacrime di bambini. Piango di paura e perplessità. Sono troppo piccola per capire un'infinità di cose. Dov'eri mamma, mentre il lupo cattivo era intento a cogliere un frutto troppo acerbo. Il sole era occupato a riscaldare la mela sul ramo che emozioni e calore avrebbero maturato. Col tempo sarebbe divenuta una frutta gustosa, e avrebbe perso quel sapore, agre e pungente, che solo le cose raccolte troppo in fretta hanno. Mamma tu non sai che, mentre sei fuori per lavoro, lui mi tocca e mi dice di stare buona e tranquilla, di non parlarne con te. Io voglio parlarti. Devo raccontarti che la mia amichetta di banco mi ha rubato il disegno che avevo fatto per la maestra. Devo farmi spiegare un'infinità di cose da te. Lo fanno sempre le bambine con le loro mamme. Perché non posso dirti che quando sei fuori, lui mi tocca e poi si fa accarezzare il sedere e in mezzo alle gambe. Perché non posso parlarti di quando lo sento arrivare e il cuore mi batte forte e la mia piccola bambola, mi scivola dalle mani. Lo sai mamma che, appena tu esci, lui è già lì? Viene da me, ma non mi rimbocca le coperte e non mi porge la bambola per farmi dormire tranquilla. Non mi bacia sulla fronte come solitamente fanno i papà. Voglio dirti, mamma, che quando mi ritraggo, lui mi sorride promettendomi in regalo una bambola più bella. Improvvisamente si apre la porta d'ingresso. Sta accadendo ora. Mi hai ascoltato mamma. Mi divincolo dalla sua morsa e a piedi nudi percorro il corridoio per venirti incontro. "Mamma!" è l' unica parola che riesco a pronunciare, e intanto tremo. Forse ho freddo, oppure ho paura. Non lo so. Capisco solo che ti ringrazio per essere lì con me e in quel momento. Il tuo volto, interdetto e stanco, coniuga mille espressioni e intanto un uomo, il tuo uomo, appare come un orco uscito da un incubo. Improvvisamente, tutto il rosa di cui andavi fiera si tinge di tinte scure. Osservi stupita, colui che amavi definire il tuo leale compagno. Dinanzi a te, un essere spregevole e disgustoso si espande miseramente, fino ad esplodere in un mare di infinito e miserabile sudiciume.
Sono trascorsi diversi anni da allora, ma ancora rammento la faccia del mostro, quando con i suoi bagagli, si allontanava da noi, portando con sé le nostre speranze calpestate e i tuoi sogni, andati miseramente in frantumi. Un pesante macigno. Ricordo di un passato da cancellare. Basterà seppellire stupore, paura e tanto infinito disgusto? Non lo sappiamo. Intanto seguitiamo a camminare...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Una volta a casa dello zio, approfittando del fatto che la zia era fuori per compere, Ignazio affrontò subito l'argomento, dandogli del vigliacco e accusandolo della misera fine della madre, nonché di non aver mai avuto il coraggio di far uscir fuori la verità.

Lo zio Piero, impressionato dalla rabbia del nipote/figlio, lo lasciò parlare e riversargli addosso tutto il rancore, poi lentamente gli disse:

-  Ignazio, potrai mai perdonarmi? Quello che ho fatto non si può riparare purtroppo...

 I miei errori ti hanno privato della tua vera madre, hai avuto un buco nero riguardante le  tue origini, io non so perché ti ho fatto questo, ma so che non volevo fare del male a  nessuno. Volevo bene a tua madre, lei era fresca come la rugiada nel bosco al mattino.

Con lei, ho colto il più bel fiore che potessi avere tra le mani in tutta la mia vita!

Le cose non dovevano andare così, io volevo lasciare mia moglie ma non ne ebbi il coraggio, Angela non insistette, disse che avrebbe tenuto il bambino e avrebbe aspettato che io potessi sistemare la faccenda con mia moglie... Tutto però andò diversamente.    

Inaspettatamente morì poco dopo averti dato alla luce. Avrei voluto prenderti con me. Mio fratello, che non poteva avere figli, ti volle a tutti i costi, facendomi giurare di rinunciare per sempre a te. Io ho promesso...

Ecco, questo è stato il mio inferno, il rimorso per la morte di tua madre, non poterti dare la buonanotte tutte le sere, non poterti chiamare mai una volta: figlio mio! 

Lo zio Piero smise di parlare ed iniziò a piangere. Vedere un uomo di quasi ottant'anni piangere, non fa di certo bene al cuore. Si sciolse ad un tratto, tutto l'odio che si era gonfiato nell'animo di Ignazio, guardò con occhi compassionevoli lo zio e lo abbracciò.

Non poteva ancora perdonarlo, ma ci avrebbe lavorato sopra in futuro; ora però, la sua priorità, era quella di andare a trovare sua madre al cimitero.

Andò a casa, sconvolto, trovò la moglie intenta a preparare il pranzo; le spiegò a grandi linee ciò che era venuto a sapere, le raccontò del sogno, di Floriana, di tutta la storia.

La povera donna restò sbigottita, incredula a tratti, per quella scottante verità, prendendo anche un pò per matto il marito, che credeva fermamente d'aver fatto un tuffo nel passato, e che ciò che aveva vissuto nel sogno, fosse invece assolutamente reale.

Accettò di buon grado di andare a cercare quella fantomatica Floriana, all'indirizzo che il marito ricordava perfettamente..

Una volta arrivati, bussarono alla porta, aprì una donna anziana e sovrappeso, alla quale Ignazio chiese di Floriana Monticelli. La donna, diffidente, gli chiese cosa volesse da lei, quando lui le spiegò che aveva un credito in denaro verso una certa Angela, la cugina, la donna trasalì. Cosa mai poteva sapere lui di Angela, che era morta oltre 40 anni fa?

Tuttavia, capì che non c'era nulla da temere e li fece entrare nel salotto.

Una volta seduti tutti comodamente su divano e poltrone, la donna disse di essere Floriana, "quella" Floriana, proprio la cugina di Angela. Ma Ignazio non l'aveva potuta riconoscere di certo! A quel tempo,quello del sogno, lei di anni ne aveva meno di trenta, ed ora mostrava di averne oltre settanta.Lui con prontezza disse che una sua zia suora, che stava in un convento in collina, tanti anni prima aveva prestato del denaro ad una ragazza che aspettava un bambino, e si chiamava Angela. Floriana allora disse che non ne sapeva nulla e che comunque sia, la sua cara cugina non era più su questa terra da oltre quarant'anni.

Lui allora le fece capire che non l'importava tanto dei soldi, ma di sapere quanto più possibile su quella donna che era... sua madre. L'anziana signora si commosse, e raccontò di quanto Angela fosse dispiaciuta, di non poter allattare il suo bambino, per via degli antibiotici che prendeva... Ne ricordava ancora l'espressione triste. Ora riposava per sempre, nel freddo abbraccio d'una lastra di marmo.

Ignazio la volle andare a trovare al cimitero; prima però passò in campagna e raccolse un mazzo di fiori di campo. Fiordalisi, margherite, papaveri, denti di leone...

Arrivò al camposanto e la trovò; la riconobbe, era proprio lei , Angela, quella ragazza che aveva visto in sogno, la sua mamma. Gli vennero in mente tutte le volte che aveva pensato d'essere stato abbandonato da sua madre, del rancore che aveva provato, dei pensieri cattivi che aveva fatto.

Quella piccola foto sembrava parlargli; l'espressione semplice e allegra di quel viso, era ciò che voleva vedere da tutta una vita. Finalmente aveva ritrovato le sue radici, era ciò che sperava da sempre, anche se aveva trovato dei risvolti amari.

E tutto ciò grazie ad un sogno. Già, un sogno improbabile, che lo aveva spinto a scavare...

Anche il lunedì mattina, mentre si preparava per andare al lavoro, ripensava a quel sogno.

Si ripeteva che era stato solo un sogno, uno struggente e magnifico sogno...

Accadde però, che mentre preparava la sua solita borsa da lavoro, ebbe l'idea di svuotarla del tutto; non lo faceva da molto tempo. Tirò fuori vecchi scontrini, carte di caramelle, graffette di varie misure, tappi ormai dimenticati di penne esaurite...inaspettatamente si trovò tra le dita un piccolo pezzettino di stoffa,lo portò allo sguardo distrattamente, poi sgranò gli occhi, era bianco con pezzi di una stampa fucsia e verde smeraldo.

Si ricordò del vestito di Angela, aveva proprio quei colori! Si ricordò anche che le si era impigliato il vestito nella chiusura lampo della sua borsa. No, non era possibile, quello era accaduto in un sogno, non era la realtà, non poteva essere cosí...

Perplesso, rimise nella borsa il pezzetto di stoffa, sorrise tra sé e sé e si avviò alla stazione.

Mentre il treno viaggiava verso Firenze, Ignazio ripensando a tutta la storia, a tratti sorrideva, e capì che il tempo è fatto di piani sovrapposti, ordinati in stretta sequenza matematica, ma a volte questo ordine si sovverte...



(Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale). 
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Passò tempo, tanto tempo. Le stagioni si avvicendavano ed Ignazio di quella ragazza non seppe più nulla. Era davvero desideroso di sapere come le erano andate le cose, se stavano bene lei e il bambino, dove si trovavano... Tutte domande alle quali non avrebbe mai avuto risposta. A meno che, le risposte, non se le fosse andato a trovare da solo.

Lei per lui non era davvero nulla, ma c'era in lui una curiosità quasi morbosa che doveva essere soddisfatta...
Decise che era venuto il momento di conoscere la sorte di Angela. Un giorno, anziché recarsi al lavoro, prese un permesso, e andò nella località di campagna che lei gli aveva indicato, quindi, cercò della famiglia Monticelli. Non fu facile individuare la casa di Angela, anche se lei gliel'aveva descritta, a lui quelle case coloniche sembravano tutte uguali.
Finalmente arrivò a quella che doveva essere la casa di Angela, ma era disabitata. Non era in decadenza. Era vuota e chiusa. Allora chiese in giro là vicino; si ricordò di Floriana, la cara cugina di Angela che lei nominava sempre. Cercò di lei e le indicarono dove trovarla, proprio l'ultima fattoria, al confine della strada con i campi coltivati.
Andò quindi in quella direzione a passo svelto e dopo poco arrivò alla meta. C'erano delle donne nello spiazzo davanti alla casa e chiese a loro di Floriana.
Lei abitava lì, ma al momento era in città per commissioni, decise di aspettare il suo rientro.
Arrivò la sera, Ignazio sconsolato stava per andarsene, ma proprio allora Floriana arrivò.
Vide una macchina avanzare verso la casa, immaginò che fosse lei, infatti lo era, in compagnia del fidanzato stava rientrando per la cena.
Allora le andò incontro, deciso ad avere notizie di Angela. Non si conoscevano, ma lui affrontò l'argomento con la scusa che cercava la cugina per farsi restituire il denaro che le aveva prestato. Floriana ammutolì e rabbuiò lo sguardo, poi, piano piano, prese a raccontare...
Angela era morta pochi giorni dopo il parto e il bambino era stato dato in adozione.
Inutile chiedere dove fosse, o quale famiglia lo avesse adottato, Floriana non ne sapeva nulla, sapeva solo che era un maschietto. Gli disse anche che lei si stava per sposare, e dopo il matrimonio sarebbe andata a vivere in città, la casa era già quasi pronta. Gli diede l'indirizzo e gli assicurò che se avesse avuto notizie del bambino, quando lui la sarebbe andata a trovare, glie le avrebbe date.
Firenze! Firenze! La prossima stazione! - Il capotreno urlava nell'altoparlante.
Ignazio si svegliò appena in tempo per prendere la borsa e scendere al volo!
Che sogno... Non gli capitava spesso di addormentarsi in treno, mentre andava al lavoro, ma stavolta era stato un sonno profondo, accompagnato da quel sogno cosí strano...
Mentre percorreva a piedi, il tragitto dalla stazione all'azienda dove lavorava, ripensò ai personaggi che aveva visto in sogno, alla storia che aveva vissuto, a quella ragazza...

Come si chiamava? Ah già Angela. E c'era anche... Si, sua cugina, una certa... Floriana!
Ignazio era impressionato di come quel sogno gli sembrasse vero, e le persone fossero familiari, come averle conosciute davvero...
Trascorse la sua giornata di lavoro rimuginando di come sia strano ciò che passa per la testa ad un uomo quando dorme, e quanto possa sembrare vero un sogno. Durante il viaggio di ritorno, il pensiero del sogno era svanito, lasciando il posto al suo solito cruccio: le sue radici.
Non era sereno, e non lo sarebbe mai stato, senza sapere la sua storia.
Finí la settimana e la domenica pensò di andare a trovare il padre, che dopo la morte della moglie, era rimasto solo. Ignazio era deciso a mettere alle strette il suo papà adottivo, per tirargli fuori qualche notizia sulle sue origini e sulla sua vera madre.
Una volta tirato in ballo l'argomento, il padre cercò di tirarsi indietro e di non parlare di nulla, ma Ignazio era determinato a non desistere, e cosí fece.
Il padre allora capitolò e gli disse tutta la verità.
Il suo fratello maggiore, il medico, lo zio Piero adorato da Ignazio, in gioventù aveva una segretaria, così semplice che veniva dalla campagna, quanto bella e sincera.
Lui era sposato da poco, un matrimonio riparatore, la moglie infatti aspettava un figlio suo... Si invaghì della bella segretaria campagnola, ma non poté fare nulla se non tirarsi indietro, quando seppe che anche lei aspettava un figlio da lui. La ragazza continuò a lavorare un altro poco allo studio medico e poi sparì. Fu la cugina, che otto mesi dopo, si recò da lui per informarlo che la povera ragazza era morta pochi giorni dopo il parto, che aveva avuto un bel maschietto, e che qualcuno lo avrebbe adottato. Visto che la famiglia per evitare scandali non ne voleva sapere, e anzi l'aveva confinata in un convento a trascorrere gli ultimi mesi di gravidanza. Per questo era morta, il parto era stato difficile e là non aveva avuto l'assistenza necessaria, un'infezione la portò via al suo bambino in appena una decina di giorni.
Era lá in convento che aveva visto Ignazio per la prima volta, accompagnando suo fratello a vederlo. Lui non lo poteva adottare, aveva già un figlio suo nato da appena un mese e non poteva certo raccontare tutta la storia alla moglie.
Cosí ti presi io, mia moglie non poteva avere figli, ci sembrò la soluzione migliore per tutti.
Lui, lo zio Piero ti ha sempre seguito, si era pentito di come erano andate le cose, ma ormai gli restava solo di poterti veder crescere, starti vicino come zio... È stato lui a sostenere le spese per la tua universitá, lo sai?
Ed è stato lui, per suo volere, l'unico presente quando hai discusso la tesi di laurea, ed è stato sempre lui a proporsi ed imporsi, come padrino per i tuoi figli, lo rammenti?
Solo lui ed io siamo a conoscenza di tutta la storia, e la cugina...

- Aspetta papà, non continuare... come si chiamava mia madre?-
- Angela -
- E la cugina? Aspetta, credo di saperlo, Floriana vero? -
Il padre si sentiva più leggero nell'anima, ora che aveva raccontato al figlio tutta la storia.
Ignazio si sentiva sospeso tra la realtà e la fantasia, decise comunque di andare dallo zio e fargli delle domande. Perché aveva lasciato che suo figlio, venisse cresciuto da altri?
E soprattutto perché era stato così vigliacco con quella povera ragazza abbandonandola? Già, quella ragazza, sua madre... che per dargli la vita aveva perso la sua. Voleva anche cercare la cugina, Floriana, lei gli avrebbe detto com'era sua madre, dove si trovava sepolta, se avesse sofferto...
Salutò il padre e andò incontro al suo passato, a prendersi finalmente tutte le risposte che aspettava da tutta una vita. Si recò per prima cosa dallo zio Piero, pensando a come avrebbe dovuto chiamarlo, da ora in poi... Ripensò anche, ora, con occhi nuovi, al rapporto stretto che c'era sempre stato con suo cugino Arnaldo, sempre incoraggiato dallo stesso padre Piero... Ora quadrava davvero tutto, ora vedeva tutta la sua vita passata sotto un'altra luce.

(Il racconto è frutto della fantasia dell'autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale).




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Che sole stamane! Questo è il primo pensiero che gli veniva in mente quella mattina, mentre il treno correva via veloce. Nulla di nuovo si diceva, come al solito, c'era un tarlo nella sua mente che non smetteva mai di scavare...

Ignazio era un impiegato di una grossa azienda che produceva profilati in metallo, destinati all'industria edile. Lui era la punta di diamante dell'ufficio sviluppo, le sue capacità di disegnatore industriale, erano indispensabili per la messa in produzione di intere nuove linee di prodotti, via via sempre più ergonomici e competitivi sul mercato.
Lui abitava a Napoli, e tutte le mattine all'alba, prendeva il treno per recarsi al lavoro in un'altra città.
Era un uomo sulla quarantina, con i capelli scuri appena spruzzati di grigio, non molto alto ma asciutto nel fisico. Una famigliola affiatata, la moglie insegnante di Scuola Elementare, due bambini e... la sua famiglia adottiva.
Già, Ignazio era stato adottato da piccolino. La mamma adottiva non parlava volentieri di questo argomento, e tantomeno il padre.
Per lui però, scoprire di più sul suo passato era importante, un tarlo appunto.
Desiderava tanto conoscere la sua storia, sapere se la sua madre naturale fosse ancora viva...
Le avrebbe fatto tante domande, chiesto quale segreto nascondeva quell'abbandono, perché l'aveva fatto.
Ma le sue domande sembravano essere destinate a restare senza risposte; intanto la vita scorreva comunque.
Ora però, che la mamma adottiva era morta, la voglia di conoscere il suo passato era più prepotente che mai.
Fuori dal finestrino la solita campagna, dentro la sua testa i soliti pensieri.
E cosí, mentre rimuginava, si aprí la porta dello scompartimento ed entrò una ragazza sulla ventina. Gentile ma affannata, chiese se poteva sedersi ai presenti.
Tutti risposero di si ovviamente, c'erano due posti ancora liberi, ma la sua entrata lí, rischiò di far scoppiare tutti a ridere. Aveva un vestito a fiori, come non se ne vedevano da anni ormai, rose di uno sgargiante fucsia e foglie verde smeraldo. I sandali rasoterra e una piccola borsa che era decisamente fuori moda, che lei stringeva come se contenesse un tesoro.
Si era seduta proprio di fronte ad Ignazio e poco dopo iniziarono a parlare. Si presentarono, lei si chiamava Angela. Era una ragazza della campagna intorno a Napoli, e stava andando anche lei verso il nord. Non aveva avuto la possibilità di studiare, ma sperava di poterlo fare una volta avviata al lavoro, tramite le scuole serali. Per il momento si diceva felice di aver trovato un impiego che le avrebbe consentito di uscire dalla miseria dell'entroterra rurale.
Andava a prendere il posto di un'amica che si sposava, e doveva lasciare il lavoro di segretaria in uno studio medico. Per il momento solo tre giorni a settimana, ma era meglio di niente, quindi partiva da Napoli il lunedí mattina e rientrava il giovedí sera. 
Questa volta il tempo ad Ignazio era passato in un lampo, la voce del capotreno annunciava che era prossima la stazione di Firenze, scese anche la ragazza dal vestito a fiori, lui la voleva salutare, ma lei appena scesa si dileguò.
Quel giorno al lavoro, Ignazio stranamente di sentí sereno e meno nervoso del solito, pensava a quella ragazza, ai suoi sogni, a quanto poco aveva avuto dalla vita, alla sua allegria.
Passò tempo e il pensiero di quella ragazza lo aveva già lasciato, quando un lunedí mattina...La rivide, con il solito vestito a fiori e la sua aria semplice e felice.
Lui salí insieme a lei e si mise nello stesso scompartimento e di nuovo iniziarono a parlare come se il tempo non fosse passato. Lei gli raccontò dei suoi dubbi circa quel lavoro, si doveva fermare a dormire nello studio medico, e il dottore la insidiava, non le dava pace.
Mentre lei parlava, Ignazio si accorse che il vestito di Angela era rimasto impigliato nella chiusura lampo della sua borsa da lavoro. Ci volle un pò ma riuscí a disincastrare il vestito della ragazza.
Arrivati a Firenze, si salutarono e andarono ognuno per la propria strada.
Si incontrarono tante altre volte, ed ogni volta si raccontavano qualcosa di più e si conoscevano sempre meglio. Si erano conosciuti in primavera, era ormai arrivata l'estate, e Ignazio andò in ferie con la famiglia in agosto.
Al rientro a settembre, sperava di rivedere quella ragazza, sapere che vita facesse, se si fosse sbrogliata la faccenda delle attenzioni del dottore...
Finalmente un lunedí mattina...
La vide alla stazione di Napoli, seduta su una panca di marmo, con le mani in grembo e lo sguardo fisso a terra. Gli sembrò alquanto strano quell'atteggiamento mesto, non era da Angela...Lei era sempre allegra e fiduciosa nel futuro. Si, doveva essere successo qualcosa di sicuro. La vedeva come una figlia e sentiva verso di lei un senso di protezione. Si avvicinò a lei a passo svelto, quindi le si sedette accanto.
- Buongiorno. Come stai Angela?
Lei sobbalzò, non si aspettava di sentire una voce amica, lo guardò negli occhi e gli si gettò al collo piangendo a dirotto.
Cosa poteva mai essere successo? La ragazza tra le lacrime gli confidò di aspettare un bambino...del dottore dello studio medico di Firenze.
- Brutta faccenda...- Disse Ignazio, e poi ancora : - E lui lo sa? 
- E incalzò : - Ha intenzioni serie vero? Ti ha chiesto di sposarlo, non è cosí? - 
Ma Angela non rispondeva affatto, anzi continuava a tenere gli occhi bassi e lacrimosi.
Allora lui le prese il viso delicatamente con la mano e la tirò su per vederla in faccia, a quel punto le disse: - Non ne vuole sapere vero? - A quel punto Angela iniziò a parlare, raccontò di come erano man mano aumentate le insistenze del dottore nei suoi confronti. Di quanto fosse gentile con lei, le faceva regalini, le diceva che lei gli faceva girare la testa, le promise mari e monti... Angela, che veniva da una realtà contadina, povera e arretrata, fu affascinata da quell'uomo che non solo era medico, ma mostrava d'essere molto colto, serio, e innamorato di lei.
Ma la realtà era ben diversa... Il dottore la sedusse e iniziò una relazione con lei, ma di lì a poco la ragazza, scoprí che lui era sposato e non solo, la moglie aspettava un figlio.
Una volta venuta a conoscenza di tante bugie, lei mise il dottore di fronte ad un bivio: o lei o la moglie. Lui, da buon vigliacco, scelse la moglie; tra l'altro le disse che poteva restare a lavorare nello studio se voleva. Cosa che Angela fece, avendo un grande bisogno di lavorare. Disperata disse ad Ignazio: - Ecco dove mi hanno portato la mia miseria e la mia ingenuitá.- E poi ancora: - Ma non è tutto, quando ho scoperto proprio in questo ultimo mese, di aspettare un bambino anche io, lui se ne è lavato le mani, non si vuole assumere alcuna responsabilità, tantomeno la paternità.-
Ignazio non aveva più parole, non sapeva come poter aiutare quella povera ragazza, tuttavia, preso dall'istinto paterno, tirò fuori il portafoglio e diede alla ragazza tutto quello che aveva. Non era molto, ma era comunque un aiuto, lo fece cosí, di getto, perché non sapeva se e quando l'avrebbe rivista. Lei dal canto suo, di fronte a quel gesto, rimase colpita e disse che un giorno avrebbe restituito il favore, anzi a tale proposito gli disse il suo cognome, Monticelli, gli disse anche dove abitava, parlandogli di una cugina, Floriana, che era la sua più cara amica e confidente, che abitava vicina a lei. In questo modo lui l'avrebbe anche potuta far ricercare in un futuro, per farsi restituire quel denaro. Lui sorrise, per niente convinto che mai avrebbe voluto indietro quei soldi, erano stati dati a lei per una buona causa, e a lei dovevano restare...
Rivide Angela un altro paio di volte, la pancia cresceva, lei continuava a lavorare e confidò ad Ignazio che la famiglia tra poco tempo, quando la gravidanza sarebbe divenuta troppo evidente, l'avrebbe confinata in un convento in collina, per evitare lo scandalo.(Il racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti e persone è da ritenersi puramente casuale).
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Profilo Autore: Maria Rosa Schiano  

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ACCENDO IL TELEVISORE

 

Programma demenziale interrotto con notevole frequenza da pubblicità idiota, falsa e

diseducativa. Passo ad altro canale; Film poliziesco (in genere americano), sparatorie

violenza inaudita , inseguimenti su strade trafficate , assolutamente improbabili, esplosioni.

Questi gli ingredienti principali, visto uno, visti tutti. Pubblicità.

Cambio canale; la TV del dolore imperversa , protagonisti presi dalla strada ma debitamente

istruiti, raccontano la loro storia lacrimosa, le conduttrici consapevoli della loro

notorietà, fingono di commuoversi. Pubblicità.

Cambio canale; TELEGIORNALE , conduttori prezzolati a seconda della collocazione

politica del network, sciorinano notizie più o meno attendibili, (a volte non attendibili)

e comunque approssimate, riservandosi le più importanti e credibili, per la fine del

telegiornale. Pubblicità.

Cambio canale; dibattiti politici, praticamente un pollaio, dove chi ha la voce più forte

e più stridente, impone il proprio punto di vista. Pubblicità

Cambio canale; come sopra. Pubblicità

Cambio canale; programma culturale relegato ad ore antelucane o di scarsissimo ascolto.

Poca pubblicità.

Cambio canale; concorso per nuovi artisti, seduti nei loro scanni le vecchie glorie dello

spettacolo giudicano severi le performance di giovani aspiranti artisti, una buona parte

di costoro scomparirà nel nulla, qualcuno arriverà al successo, allo stesso livello di coloro

che l'hanno giudicati, cioè mediocre.

 

SPENGO IL TELEVISORE, mi avvicino alla finestra e.......................

 

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Profilo Autore: Vittorio  

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                                                        Ricordi sparsi e divagazioni.
                                  
   
    Pietraperzia fu il paesino dove nacqui e dove trascorsi pienamente la mia infanzia, nonché parte delle altre fasi evolutive della mia vita.
    Adagiato su un letto collinare, in provincia di Enna, il predetto piccolo paese è situato al centro della Sicilia o Cicilia, come la ricorda Dante nelle sue tre bellissime e profondissime cantiche. La Trinacria, altro appellativo della Sicilia, si dice che fu la prima provincia di Roma e, come ci tramanda la storia, anche teatro di tante guerre e di molteplici dominazioni: romane, ostrogote, bizantine, saracene, normanne, sveve, angioine, aragonesi, spagnole, austriache ed altre, che nel bene e nel male hanno lasciato le loro vestigia in tutta l’Isola.
    Per la sua posizione geografica la Sicilia potrebbe essere un giardino di olezzanti fiori, se la stessa natura estinguesse le poche cattive piante dai fiori velenosi, che, fiorendo, poi i semi all’aere espandono col vento, mentre la terra se ne impregna, partorendone altri ancora più malvagi.
    Oh natura inconsapevole, prendi coscienza e non far fiorire più le piante venefiche, rendendo sterili i loro semi! E voi, piante dai fiori profumati, svegliatevi e producete semi più potenti, tanto potenti e forti da rendere sempre più esiguo lo spazio alle predette piante, perché i loro semi si annientino per sempre sotterra per non vedere più la luce.
    La Sicilia potrebbe essere, invece che il sud dell’Italia, il nord dell’Africa; potrebbe essere una nazione civile come la Svizzera, ma più bella e più completa, perché, oltre alle bellezze naturali che possiede la predetta nazione, vi è anche il mare.  
    La Sicilia potrebbe essere per la sua bellissima posizione geografica un sito veramente ameno, se si debellasse, però, come ho già detto, la distruttiva feccia, se si risanassero le menti malate e, rimboschendo tutto il territorio, si dotasse quindi di strade bene asfaltate, di strutture alberghiere, d’infrastrutture e di quant’altro per renderla tutta un perfetto paradiso del turismo.
    Il popolo siciliano, forse, starebbe così bene fisicamente, spiritualmente ed economicamente da non dovere, forse, più strisciare ai piedi dei “potenti”, da non doversi più inchinare a nessuno per sottomissione, ma solo per salutare il suo simile per apprezzarlo ed essere apprezzato solo perché uomo; per il benessere che si verrebbe a creare la gente non solo non avrebbe più motivo di emigrare per cercare altrove un lavoro, ma lavorerebbe proficuamente e con gioia nel sito dove nacque e vivrebbe soprattutto nella serenità e nel calore familiare.
    Qualche asservito lettore sapiente ed istruito, di quelli a cui la scienza gli cola fino alle ginocchia dirà: “Quanta utopia! Dove vive questo sognatore e misero scribacchino?”. Mentre il solito leccaculo politicante o mafioso dal cervello arido ed ignorante nella maniera più rozza aggiungerà: “Chissu pazzu è! Chi voli cangiari lu munnu stu minchiuni?”. Ma qui mi fermo, con la speranza che i benpensanti e ce ne sono tanti, ma non escono allo scoperto per paura, possano dare una giusta risposta, in quanto io non sarei in grado.
    Chissà perché, quando affiorano i miei ricordi sugli eventi del passato o del presente, io, riflettendo, divago?  Me ne accorgo, però, in certi momenti mi piace così: ricordare un fatto, esporlo, accennandolo, divagare sullo stesso per un po’ e poi rientrare di nuovo in argomento. Questo mio modo di scrivere non so a quanti piacerà, ma io, poiché in questo momento mi viene spontaneo scrivere così, lo ritengo valido: non essendo monotono, terrà forse più attenta la mente del lettore.
    Ritorno quindi a ricordare il mio paese, dove mio padre possedeva una modesta casa in campagna, non molto lontano dal centro abitato, che si raggiungeva, infatti, con una giumenta, mezzo di trasporto della nostra famiglia, ma quasi tutte le famiglie allora possedevano un equino o più di uno come mezzo di trasporto non solo, ma anche e soprattutto per i ricorrenti lavori della terra, essendo in quel tempo gli abitanti del predetto paesino, come tanti altri, prevalentemente dediti all’agricoltura e in minor misura alla pastorizia.
     In quegli anni quasi tutte le case di campagna erano regolarmente abitate dagli stessi contadini, veri coltivatori diretti della terra, che purtroppo col cosiddetto “padrone”, proprietario dei terreni concessi agli stessi a mezzadria, dovevano dividere a metà i prodotti del suolo e degli alberi o quant’altro si ricavava dalla coltivazione del terreno ed anche dall’allevamento del bestiame.
    Allora era questa la prassi, ma, come sempre, le concessioni a mezzadria, enfiteusi, colonia, soccida ed altre forme di contratto si concludevano a discapito del più debole, del misero contadino, che non poteva lamentarsi e sopportava spesso in silenzio e in modo dimesso le angherie del padrone in aggiunta alle pesanti fatiche quotidiane per potere sfamare sé stesso ed i suoi familiari.
    I cosiddetti padroni, proprietari terrieri, chiamati anche “nobili”, si riunivano in Pietraperzia in un locale chiamato Casino o Circolo dei nobili, dove, per averlo frequentato nella mia giovanissima età, avendo qualche amico “nobile”, notai che più che nobili, in relazione al loro comportamento gli stessi erano uomini triviali e sboccati, dei disonesti bighelloni, che s’impinguavano, facendo sudare i sottomessi contadini, che erano sempre pronti a riverirli, salutandoli così: “Voscienza benedica”. Con qualche riserva, talvolta il loro sudiciume morale, rivestiva anche il loro corpo. Erano dei prepotenti e più volte mi accorsi che erano pronti, anche senza nessun motivo, seduti in estate su uno spiazzo davanti all'ingresso del circolo, a mortificare la dignità di qualche donna, che di là passava, o di investire ad alta voce i loro contadini, che magari chiedevano loro di differire la data di qualche cambiale o quant’altro.
    Questi cosiddetti “nobili” erano quelli che, approfittando della povertà e delle difficoltà dei loro sudditi, pur non praticando ius primae noctis, soddisfacevano i loro piaceri con le mogli o con le figlie dei predetti contadini, che abitavano in campagna nei tuguri da loro concessi. I poveri contadini, pur essendo, talvolta, a conoscenza di tali angherie, dovevano starsene zitti per non perdere quell’occasione di lavoro, unica fonte di sostentamento della famiglia.
    Avevo compassione di questa gente debole che, tante volte offesa, taceva, s’inchinava e sottomessa se ne andava. Questi erano i nobili del mio paese, che io conobbi. Nelle loro case qualsiasi occasione era buona per festeggiare, mentre nelle case o meglio nei tuguri e nelle catapecchie dei poveri si accumulava la miseria su miseria con tutte le conseguenze che ne scaturivano. 
    In maniera diversa con sistemi apparentemente civili, diplomatici, quindi ipocriti, e con violenza psicologica anche oggi, purtroppo, nei vari settori delle attività e nei rapporti tra gli uomini prevale la legge del più forte, la legge della giungla e non il diritto o meglio l’humanitas.
   Oggi, pur sporcandoci la bocca di termini civili come fratellanza, uguaglianza, libertà, pace ed altri valori, i cui significati rimangono solamente descritti sulle pagine dei vocabolari o sopra nel rigo dove io li ho testé elencati, come sempre, è purtroppo valido il detto di Plauto: “ Homo, homini lupus ”.
   Ma tutto ciò in altre remote epoche, forse, poteva anche essere accettato, poiché quei tempi erano in fase di civilizzazione, non vi era tutto ciò che la scienza e la tecnica hanno prodotto e poi hanno messo a nostra disposizione; quei tempi noi li dovremmo considerare propedeutici, preparatori di una società migliore.
    Letto quanto ci tramanda la storia, noi avremmo dovuto con intelligenza far tesoro delle poliedriche fatiche di tutti i nostri predecessori e mettere in pratica un altro detto, homo homini deus, si diligit proximum suum sicut se ipsum, che ci avvicinerebbe veramente al Quid superiore, cui da sempre qualsiasi uomo, di qualsiasi razza vivente sulla terra, crede in un modo o in un altro, perché sa che in lui e nei suoi simili non si concentra il tutto; sa di non essere completo e vuole appoggiarsi, trovare conforto, sicurezza. Il tutto, infatti, ognuno di noi lo cerca al di fuori di sé stesso; in alto, nello spazio, l’uomo, drizza gli occhi quando la sua mente avverte in relazione agli imprevedibili accidenti della vita la sua totale terrena impotenza.
    Vorrei, comunque, a questo punto, absit iniuria verbis, esprimere un mio pensiero e vorrei anche che nessuno si scandalizzasse, anzi ne potesse trarre beneficio o sollecitazione ad approfondire l’argomento e dare più giuste spiegazioni a chi come me è poco convinto a causa delle limitatezze del proprio intelletto, per stanchezza o per varie altre difficoltà. Infatti, quando si è stanchi o in difficoltà ci si rivolge a Dio, perché così ci hanno insegnato i nostri avi e poi ognuno di noi ha fatto propria questa genetica abitudine.
    La debolezza umana, la mancanza di solidarietà tra gli uomini e l’impotenza di fronte alle alterne vicende che la sorte ci oppone, fanno sì che l’uomo creda in un essere superiore a lui. Il Dio o gli Dei, a seconda di come s’ immagina ed a seconda di come si crede, in maniera monoteistica o politeistica, sono solo fantasmi, inventati dalla nostra mente debole ed ignorante a causa delle limitatezze sotto tutti gli aspetti del nostro quotidiano vivere.
    Se noi vivessimo con solidarietà, se fossimo veramente fratelli, l’uno all’altro, e se avessimo la sicurezza che, riponendo tutta la nostra fiducia nel nostro simile, lo stesso poi desse a noi la prova esemplare di continuo metabolismo affettivo in tutte le sfaccettate sfere della vita, ritengo, con qualche riserva certamente, che nessun uomo nei momenti di sconforto o di qualsiasi difficoltà alzerebbe le mani al cielo per chiedere aiuto, ma si rivolgerebbe immediatamente al suo simile più vicino, al primo passante, pur non conoscendolo, perché convinto che nell’altro può contare.
    Gesù in croce chiamava Dio, perché in terra sapeva che non ci sarebbe stato nessuno che l’avrebbe potuto salvare. Il sacrificio sulla croce, truce olocausto come tanti altri che la storia tramanda fino ai nostri giorni, sarà vero o falso, ma il messaggio, “ama il prossimo tuo come te stesso”, che il racconto ha diffuso nei secoli è fortemente esemplare, talmente importante che noi uomini avremmo dovuto metterlo intelligentemente subito in pratica, perché, tra l’altro, ci conviene per vivere senza disperazione, senza doverci difendere continuamente dalle azioni malefiche del nostro simile, al quale soprattutto oggi non si crede più, anzi si presume sempre che simuli e pertanto bisogna stare attenti. Cave canem!
    E’ un vero peccato originale non avere inteso il messaggio di Gesù; è proprio questo, ritengo, il peccato originale che alberga in ogni uomo dalla nascita al morire; è proprio questa la pesante zavorra, di cui subito dovremmo liberarci per sempre.
    Gli uomini, se intendessero ed applicassero il predetto insegnamento di Gesù Cristo, vivrebbero veramente in pace tra loro, poiché questo è l’unico pilastro attorno al quale dovrebbe ruotare ogni essere vivente. Invece c’è chi specula e trae ingenti risorse di varia natura, avendo trovato nei secoli un buon pretesto per costruire fantasmi sul sacrificio di Gesù Cristo.
    Tali sono, infatti, gli amministratori della chiesa cosiddetta cattolica e per altre credenze gli amministratori di tutte le varie chiese. Questi sono gli unici che se ne giovano; come i maghi, imbrogliano i deboli, i derelitti, gli ignoranti e quanti si trovano in difficoltà; questi vivono bene a discapito di quanti nei momenti più difficili della vita ricorrono a Dio o agli Dei o ai maghi, ritenendo i sacerdoti diretti mediatori o sensali che intercedono presso Dio per avere le sue elargizioni e i maghi uomini potenti che detengono forze misteriose per debellare le negatività di qualsiasi natura e far sentire bene il malcapitato.
     Adolescente e fino alla maggiore età seguivo la religione cattolica e sentivo che Dio, che è la Verità e l’Amore, si poteva raggiungere solo attraverso quel cammino, ma a poco a poco cominciai ad essere più osservatore e mi accorsi che gli amministratori della predetta chiesa più che apostoli erano, come sono, amministratori di denaro e di servizi a pagamento.
    Non ebbi più quindi una buona impressione, soprattutto perché le loro prediche molto piatte erano anche ipocrite e notavo soprattutto che i cosiddetti fedeli, osservando il loro comportamento dentro e fuori della chiesa, che per me non era più affatto un’assemblea di anime pie, non erano particolarmente devoti e che andavano in chiesa più per distrarsi che per stare in raccoglimento, per rispettare le tradizioni, magari per occhieggiare un uomo o una donna, per esibirsi, per fare un defilè di moda, offrendosi così alla vendita in senso lato, per fare, come si dice, falsa politica o carriera politica, per ostentare la fede o il pentimento per poi commettere clandestinamente efferati delitti e quant’altro di non religioso e disumano.      
    Mi vergognavo davanti a Dio di un simile spettacolo e di non avere quel raccoglimento, che desideravo, perché distratto da quanto avveniva, nonché dai miei relativi pensieri.
    Compresi che dovevo abbandonare quel luogo di falso culto della preghiera e del non raccoglimento; lì, infatti, non tolleravo che si potesse conciliare quanto, a cui ho testé accennato, insomma che Dio e Satana  convivessero sotto lo stesso tetto. Non potevo andare avanti così.
    Così ben presto cessai di andare a quelle funzioni teatrali religiose, che si tenevano in ore prestabilite dai vari preti sul palcoscenico della chiesa tra l’altare e la platea. Interruppi definitivamente i miei rapporti con la struttura chiesa ed eressi un mio tabernacolo nel mio cuore, avendo filo diretto con Dio, attraverso la preghiera che genuina mi usciva dalla mente e con qualche buona azione compiuta nel silenzio durante le diverse attività, a cui ero preposto ad attendere durante il giorno.
    Mi riaccostai alla chiesa verso i cinquantacinque anni con tanta speranza, la seguii per un po’, ma a distanza di molti anni la ritrovai, ahimè, peggiorata alquanto. Oggi con risentimento e rabbia verso coloro che gestiscono male un bene prezioso per la vita umana e di conseguenza per tutti gli esseri e per tutto ciò che esiste sulla terra mi ritrovo a scrivere quello che il lettore legge.
    Qui vorrei fermarmi, con la speranza che chi leggerà, potrà trarre le conclusioni più intelligenti. Dire di più sarebbe inutile, è la storia che ci racconta nei secoli i fatti e il cattivo comportamento degli amministratori della chiesa; fatti, che si perpetuano nel tempo e cui quotidianamente assistiamo.
    Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. La storia - diceva Gramsci – insegna, ma non ha scolari ed io vorrei aggiungere, aggiornando quella frase ai nostri tempi, che oggi la storia ha molti scolari e molti docenti, ma, purtroppo, pochi discenti e pochissimi maestri.
    I cosiddetti sacerdoti hanno veramente capito da secoli il vero messaggio di quell’olocausto avvenuto duemila anni fa sul Calvario e così l’hanno scrupolosamente messo in pratica, tramandandolo nel tempo in lingua latina, greca o in altre lingue in senso lato, insomma con tutte le loro invenzioni artificiose per imbrogliare i loro proseliti, che avrebbero prodotto poi sempre più proseliti.
    Così sono venuti fuori anche i Santi, altri semidei, che, come gli Dei che abitavano l’Olimpo, proteggono i calzolai, gli automobilisti , gli avvocati, i cacciatori, insomma sbizzarritevi voi miei cari lettori. I veri santi sono gli uomini che amano il prossimo ed operano nel silenzio, aborrendo il clamore di ciò che fanno.
    Le beatificazioni e le santificazioni sono farse. Non è necessario fare queste cose, tributare questi cosiddetti onori, in quanto questi uomini hanno fatto il loro dovere da uomini, mentre chi sta a guardare il loro comportamento è solo capace poi di elogiare con le parole ed incoerentemente agire peggio di prima.
     Poi chi sono costoro che, giudicando, beatificano o santificano? Magari, come ripeto, sono dei mascalzoni della chiesa. Lasciamo che sia Dio a giudicare, a premiare o a castigare; sostituirsi allo stesso, significa peccare di presunzione.
     L’uomo non può arrogarsi questo potere, essendo fallibile, e chi a qualsiasi livello e nei diversi settori delle attività abusa, è un pazzo o un imbroglione o attenta alla grandezza della divinità, come, si dice, fece quel bellissimo angelo, chiamato Lucifero. Sostituendosi a Lui, l’uomo diventa un altro Satana e tali sono coloro che praticano codeste celebrazioni di beatificazione e santificazione, cui ho sopra accennato.
    Questi imbroglioni hanno una perfetta organizzazione centrale e periferica veramente capillare dei loro vari ministeri e delle loro gerarchie ecclesiali in tutto il mondo. Anche se non è veramente cattolica in senso greco, la chiesa “cattolica” conta moltissimi esseri, credenti, meno credenti ed altri che fanno finta, che, come si nota, vanno dietro ad essa. Quindi, vista la sua organizzazione, ritengo che, soprattutto, si tratta di organizzazione politica, più che religiosa; anzi la religione per la predetta chiesa è il pretesto principe per adescare e reclutare nuovi adepti.
    Penso che alberghi in quel monte Vaticano il covo della cattiva politica, da cui vengono fuori poi le diverse teste dell’Idra o i tentacoli della piovra. Vi sono, infatti, in gran parte della terra direzioni, ispettorati, agenzie, sub agenzie e collaboratori con a capo vari monsignori. La chiesa “cattolica”, nella persona dei suoi amministratori, per assolvere al suo giusto ruolo dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti.
     La chiesa non dovrebbe avere diritto di voto; essendo cattolica, come si definisce in senso classico, quindi universale, dovrebbe provvedere solamente alla cura delle anime che popolano la terra con i mezzi che Dio prescrive.
    Il contrario di quanto sopra ho scritto produce, come ognuno di noi sa, effetti sempre più deleteri. Il compito dei preti è quello descritto dal Vangelo e non altro; chi lo sente per vocazione lo metta in maniera esemplare in pratica, chi non lo sente non sporchi l’abito talare, ma si arruoli apertamente e senza ipocrisia nella schiera dei masnadieri.
     Gesù non fu un monsignore, né un pluralis maiestatis, fu un semplice uomo, un povero missionario che fu crocifisso, come si legge, perché uomo e non monsignore.
     L’uomo, infatti, dice il messaggio cristiano, deve comportarsi da malfattore o da monsignore, se no finirà sulla croce.
    Con qualche eccezione, molti amministratori della chiesa, cosiddetta cattolica, in pectore così nei secoli l’hanno inteso e l’intendono e di conseguenza così si sono comportati e si comportano.
     Il termine o appellativo “sacerdote”, sacer = sacro e dos = dote, qualità, pregio, non lo meritano, in quanto per le loro delittuose azioni commesse nei secoli e che si perpetuano ancora oggi, come la storia ci narra e la cronaca oggi, è meglio chiamarli sacrileghi; la loro dote, infatti, è quella di far dote, arricchirsi in mille modi col pretesto di trattare il sacro, il divino.
    Imbroglioni! Voi siete la zavorra più pesante, di cui gli Stati dovrebbero liberarsi. Vergognatevi, individui ipocriti, di fare scempio ed asservire i vostri simili.
    Voi siete dei sepolcri imbiancati e delle madonnine infilzate. Siete proprio voi ad allontanare l’uomo dal suo simile.
    Voi siete quelli che volete che gli altri facciano quello che voi dite e che voi stessi non fate, pesando gravemente sul bilancio umano.
    E’ anche inutile dire di quanti privilegi godete voi e tutti i vostri addentellati.
    Il cosiddetto Papa va al Gemelli per un’influenza e si mobilitano i tanti pecoroni, la stampa e quanti altri, insomma è un affronto fatto all’uomo, al povero cittadino, al lavoratore, all’anziano pensionato, a chi non ha e per questo motivo non è, a chiunque paga le tasse e non vive disonestamente o da parassita.
    Ma, ahimè, possedendo quest’essere infelice solo la sua dignità di uomo, quando ha bisogno di un ospedale per malattie ben più gravi spesse volte trova tutte le difficoltà, di cui ognuno di noi sa e, non potendosi appoggiare al suo simile, che fa? Alza le braccia al cielo e prega Dio, ma la risposta è quella che ognuno conosce e quindi va dal monsignore o dal politico di turno; se non ha nessun protettore, deve pagare la tangente al personale medico o paramedico per avere qualche attenzione, che dall’altro viene erogata sempre falsamente in relazione e in proporzione all’obolo incassato; se, infine, il malcapitato non ha nessuno e non ha denaro, diventa solo un numero.
    L’uomo, talvolta o spesso, si pente di essere nato e si sente colpevole di vivere, perché la società lo emargina e talvolta lo esclude, in quanto non ha e per questo motivo non è.
    Insomma questa è la dura realtà, che tutti conosciamo per averla vissuto, purtroppo, in maniera epidermica più o meno.
   Quindi sappiamo quali sono le disoneste procedure, cui ci si sottomette spesse volte per ricevere un servizio umano, che dovrebbe essere erogato a qualsiasi uomo, vivente sulla terra, non solo per diritto, ma soprattutto per dovere, senza ferire la sua dignità, specialmente in quei momenti, in cui è più debole, perché malato.      
   E’ indegno quello che avviene e cui assiste l’uomo, inerte spettatore, che a forza subisce e sommessamente tace.
   Gli uomini vengono sulla terra non per loro gradimento, ma perché qualcuno, magari spesso senza amore li mette al mondo; pertanto, non hanno nessuna colpa di esistere.
   Anzi coloro che già sono sulla terra e sanno già cos’è la sofferenza non dovrebbero fare altro che accoglierli e fare in modo che gli stessi si possano sentire durante la loro vita vicendevolmente ospiti l’uno dell’altro.
   Se così non sarà, il contrario del mio ragionamento, che purtroppo viviamo quotidianamente, produce e produrrà sempre gli effetti deleteri, di cui siamo dolosamente coscienti.
   Mi dolgo che l’uomo Wojtyla soffra tanto e che nei momenti della sua agonia quindi riceva tutto il conforto e la solidarietà, di cui ha bisogno, ma non condivido le discriminazioni tra gli uomini, in quanto ogni uomo che su questa terra soffre deve ricevere, non mi stancherò di ripeterlo, tutte le umane attenzioni e le doverose cure, così come vengono erogate all’uomo-papa, all’uomo-presidente, all’uomo che detiene il sudicio potere.
  Tutti sanno e quindi taccio sul chiasso che si è fatto alla morte dell’uomo-papa, preferisco non ampliare oltre l’argomento. Quante speculazioni sul morto! Quante parole, che restano tali! Quante false e teatrali celebrazioni.
  Non abbiate paura! Fratelli, cui do voce, toglietevi una buona volta il bavaglio! Ribellatevi e debellate i fautori di questo malcostume!
  L’uomo è grande di per sé ed ha dignità solo perché uomo e come tale dev’essere rispettato ed amato dal suo simile; chi in qualsiasi modo e con qualunque mezzo lo rende servo e sottomesso al proprio volere dev’essere curato, perché di malato di mente si tratta.
  L’uomo, purtroppo, nei momenti di debolezza, per via del bisogno, indifeso, ritorna bambino, perché bambino rimane; da piccolo chiama la madre e da adulto invoca e volge gli occhi al cielo, ma il cielo appartiene alle eminenze, ai monsignori ed ai loro addentellati e per ricevere grazie, le stesse devono essere pagate lautamente dai deboli ai predetti mediatori del Dio o degli Dei che stanno in terra, insomma ai vari feticci della chiesa cattolica, della politica e della delinquenza.
   Ma se rimarrà bambino, l’uomo, e vorrà continuare ad esserlo, la sua sorte è segnata, sarà un eterno schiavo, mentre altri vivranno da forti sulla sua debolezza e da ricchi sulla sua miseria.
   Sarebbe meraviglioso, se l’uomo restasse bambino, visto quello che succede quando presume di fare l’adulto.
   Ma io stesso che ho espresso il mio pensiero sono il primo a sollevare le mani e gli occhi al cielo, poiché, debole ed indifeso come tanti, ho talmente radicato nel mio DNA il gene che ha nome Dio, da non potermene liberare e penso che non ci riuscirebbe neanche il migliore esorcista a debellarlo.
   Dio, un piccolo nome, ma d’immensa illusione, un grande fantasma, di cui non si potrà fare a meno, finché l’uomo non rispetterà ed amerà il suo prossimo come fece Gesù.
   Uomini di chiesa, in nome di Gesù vi prego di vestire un solo abito, bruciate tutti gli altri, onorate l’abito talare, dedicandovi solo alle missioni, come gli apostoli, ed a non altro che vi allontani e vi distragga dallo scopo principe, cui vi sentite chiamati e cui per vostra scelta e predisposizione dell’anima vi siete votati.
   Allontanatevi dalla politica, dagli sfarzi, dai commerci; amate solo Dio e con le opere esemplari, come fanno pochi tra voi, siate forieri di amore e di pace tra gli uomini.
   Lasciate aperte tutte le chiese, perché i fedeli possano entrarvi in qualsiasi ora del giorno e della notte per il loro spontaneo raccoglimento.
   Aborrite tutti gli ori e gli argenti e tutti gli effimeri tesori, di cui sono pregne le vostre sontuose chiese e le annesse sacrestie, a causa dei quali fate commercio a livello centrale e periferico.
   Bruciate gli sfarzosi paramenti, che, tra l’altro, vi fanno sembrare dei manichini, che stanno per rappresentare in maniera ridicola scene teatrali di bassa interpretazione.
   Preti, suore ed addentellati, è chiaro che mi riferisco a tutti dal papa ai sacrestani, voi, se vocati all’ordine per vostra libera scelta, dovreste essere ritualmente castrati, onde evitare gli scandali, cui assistiamo, pedofilia, congiunzioni sessuali con suore etc…, dovreste sentire la castrazione come voto per una totale dedizione a Dio. Certamente la chiesa perderebbe molti proseliti, forse il 90%, ma la restante parte sarebbe sicuramente sana. Voi, che, si presume, ne abbiate più titolo e, soprattutto, predisposizione dell’animo, dovreste accudire proprio voi in tutti gli ospedali gli ammalati; per questo nobile servizio siete i più idonei come barellieri, inservienti, infermieri, medici, insomma come personale paramedico e medico. Lo stesso dovreste fare nelle carceri: dovreste affiancare in maggior numero le guardie carcerarie e sulle strade cittadine, nei diversi quartieri, dovreste vigilare le anime ed intervenire in pronto soccorso, se vi è bisogno, così come i poliziotti vigilano per la sicurezza dei cittadini ed al bisogno poi intervengono. Insomma uscite fuori dai vostri covi e proiettatevi con amore a rendere più cristiana la società.
   Non fate più commercio d’icone, di corone e di quant’altro, non fate speculazione disonesta sull’uomo dalla nascita alla sua morte, come fate adesso con le varie tangenti applicate sui battesimi, cresime, matrimoni, funerali, messe semplici e cantate per vivi e per morti (chissà quale differenza c’è tra semplice e cantata?), sacre ruote.
    Insomma, che finiscano tutti i privilegi e le immondezze da voi inventati per estorcere denaro, perché d’estorsione si tratta ed anche di evasione fiscale; reati che dovrebbero essere perseguiti d’ufficio e condannati dalla magistratura. I maghi vengono perseguiti, ma gli amministratori della chiesa no; anzi agli stessi, dulcis in fundo, oltre agli altri privilegi è concesso per legge di ricevere un piccolo regalo annuale: il cosiddetto “otto per mille”, al quale, per la sua destinazione da parte di chi presenta la dichiarazione annuale dei redditi, viene fatta martellante pubblicità alla televisione come ad un detersivo, all’acqua minerale o a quant’ altro: la religione è diventata un business per la chiesa cattolica.
   Quanto detto sopra per codesti amministratori, in relazione alla solidarietà ospedaliera, carceraria et cetera, certamente è implicito che vale per tutti gli altri amministratori di tutte le istituzioni pubbliche e private, nonché per tutti i cittadini, che intelligentemente dovranno adoperarsi alla buona riuscita di questo magnifico progetto, cui sto facendo cenno, con tanta solidarietà religiosa con i novelli sacerdoti, non più elettori di feticci per loro scelta umana e cristiana, ma apostoli e missionari senza frontiere.
   Non se ne può più. Aborriamo la guerra tra gli uomini e seguiamo i sentieri della pace. Vogliamoci bene, non ci costa niente, anzi assaporeremo la vita e sentiremo il suo buon gusto dall’alba al tramonto.  
   Homo homini deus et toto pectore amare e non più homo homini lupus, questo dovrebbe essere il motto che dovrebbe guidare gli uomini, poiché sappiamo tutti quanti gravi conflitti ed orrendi, deleteri atti terroristici, come ci tramanda la storia, produce l’applicazione della dannosa frase di Plauto, sopra riportata.
   L’indignazione, talvolta, mi spinge a ripetere cose che tutti sanno, soprattutto moltissimi intellettuali che conoscono profondamente i fatti storici a menadito; ma anche senza essere un intellettuale, quindi un normale cittadino come me, ci si accorge dell’amara realtà e non si può continuare a vegetare passivamente, si sente proprio il bisogno umano di spronarsi e spronare i propri simili a cambiare rotta nella direzione sopra descritta per il bene personale e di tutta la collettività.
   Qualcuno, con cui ho dialogato, magari in maniera sommaria, su questi argomenti, mi ha risposto che sarebbe giusto che le cose cambiassero ed anche gli uomini, ma aggiungeva anche che sarebbe stato meglio se ognuno di noi, senza affannarsi tanto a pensare a trasformare gli altri, migliorasse se stesso.
   Ma io ritengo che le mie sollecitazioni a chi certamente non è sordo naturalmente, ma ha solo gli orecchi otturati e non la mente, possano suonare echi armoniosi per poter distrarre la sua attenzione nella giusta direzione.
   Adesso, però, vorrei ritornare a ricordarmi dei miei anni infantili, perché alla mia età è piacevole qualche volta ricordarsi del tempo passato; sembra quasi di avere qualche anno in meno e, se si va un po’ sovrappensiero, proiettandosi nella realtà di allora con la fantasia, si riesce a rivivere quella stessa età, in cui avvennero quei remoti fatti.
    Ritorna di nuovo alla mia memoria quella casa di campagna, ma soprattutto la vegetazione di allora di quel sito e la vista panoramica. Si andava lì di solito nei mesi estivi e durante tutto quel periodo mio padre, mia madre ed io ci alzavamo all’alba ed al suo chiarore, seduto a terra o appoggiato al tronco del carrubo, io aspettavo, aspettavo per mirare l’aurora, che mi offriva i primi raggi del sole, che risvegliano dolcemente la natura.
   Era bello stare immerso nella natura; mio padre e mia madre m’insegnavano sempre più ad amarla, standole spesso vicino, passeggiando e mirando, ascoltando i suoni e i silenzi magari seduti su un greppo.
Quante volte, appoggiata la mia testa sulle ginocchia di mia madre, seduta su un muretto antistante la casa, in silenzio ascoltavo dei grilli i loro striduli suoni, il garrire delle rondini, il chiù dell’assiuolo. “La natura - mi diceva mia madre - è anch’essa una dolcissima madre, che comprende i bisogni dei suoi figli ed a loro si dona, sempre incline a concedere i frutti e l’oblio necessario alla vita”.
   Sin da piccolo io ero vicino alla natura, che spesso suscitava in me sensazioni infinite ed indefinite: suoni, richiami, ricordi; i miei compagni durante la mia permanenza in campagna erano sempre gli uccelli, le piante, i fiori, gli insetti etc…
    I palpiti della natura li sentivo dentro di me e volentieri mi abbandonavo ad essa in contemplazione, confondendomi nel verde e respirando l’aria balsamica che oggi non è conosciuta ai più; godere del suo contatto, della sua pace e dei suoi paesaggi campestri significava vivere ed ammirare i quadri più belli in un loro continuo rinnovarsi. Quanti aspetti lieti o melanconici si colgono nella natura immersa nel silenzio arcano, rotto soltanto da qualche isolato rumore.
   Incantato, io ti ho cantato, natura, alla luce del sole ed a quella delle candele; tu mi hai ispirato sentimenti ed hai prolungato nel mio animo le sensazioni più forti, che poi sono sfumate in un alone di spiritualità indeterminata.                                         
   L’aria fresca e pura del mattino, passeggiando con mia madre, ossigenava la mia mente e, aspirandola, sentivo che si espandeva nel mio petto, dando vita al mio spirito ed al mio corpo. Nell’ora lunare scendeva balsamico il silenzio ed i pensieri sfumavano nell'oblio del sonno. Era bello vivere, ero felice e tra gli alberi correvo spensierato, rincorrendo farfalle, grilli, lucertole ed uccelli; mi arrampicavo sugli alberi e, gridando la mia gioia al silenzio, rotto soltanto da quegli esseri armoniosi che io prima mentovai, assaporavo la vita e ritornavo, poi, nella mia vecchia casa di paese, ritemprato.
   Questo rimpianto della vita in campagna, da dove a forza le migliori e giovani braccia si allontanarono per cercare altrove il sudato pane, c’è ancora e soprattutto oggi.
   La vita per me era luce e speranza. Non mi mancava niente, ma non avevo niente. La mia infanzia come quella di tanti ragazzi non fu da me vissuta negli agi, ma anche la mia giovinezza e la mia maturità ebbero la stessa sorte. I miei giocattoli me li costruivo con materiali di risulta: cerchi di biciclette, pezzi di stoffa, scatole di cartone, stecche di parapioggia e tanti altri materiali che è inutile elencare; da questi prendevano forma palle da gioco, carri, case, archi etc. Ero contento ed anche soddisfatto di costruire i miei giocattoli, anzi i nostri giocattoli, poiché a quel lavoro partecipavano con tanta inventiva e perizia molti miei compagni di strada.
   La strada ci vedeva crescere e ci forgiava alla vita. Si giocava quindi sulla strada o meglio sulle strade, dove s’impara a vivere, a socializzare, a costruire, ad inventare, ad immunizzarsi, a soffrire, a gioire, a conoscere la generosità, l’amore, la cattiveria, l’odio e tutto ciò che di positivo e di negativo offre all’uomo il quotidiano vivere. La strada è, come ho già detto, l’officina dove gli uomini plasmano le loro menti e il loro corpo. Gli sforzi per superare le difficoltà della vita e le sofferenze temprano la mente dell’adolescente, che divenuto uomo, poi non sarà mai nel bene o nel male “ una canna che si piega al primo soffio di vento ”.
    La sofferenza certamente sulla terra regna sovrana dall’alba al tramonto della vita, ma l’uomo, che la conosce sin dai suoi albori, poco dopo la sua nascita, avendola incontrata più volte ovunque, credo che potrà sicuramente fregiarsi del predetto appellativo e sentirsi veramente uomo solo se accetterà la sofferenza medesima come ingrediente del suo quotidiano vivere e dominerà la stessa, traendo il bene e il bello che essa produce all’animo umano.
   Bisogna guardare all’orizzonte, i monti e le valli non dovranno mai ostruire il nostro occhio, ma intrepidi bisogna valicare gli stessi, che s’interpongono tra la nostra mente e l’orizzonte. I monti e le valli, che non sono altro che i falsi piaceri, le menzogne, le cattive persone, i facili guadagni, le illusioni, le mollezze, le compagnie di falsi amici.
   Durante questo viaggio forzato sulla strada ho incontrato, ho conosciuto e quindi ho abbandonato le predette zavorre, inutili pesi, che fanno arrancare e talvolta fanno segnare il passo, impedendoci spesso di arrivare in tempi brevi all’orizzonte del bene o di farci perdere completamente durante il cammino.
   Certamente il cammino è lungo ed impervio, s’incontrano tempeste e tenebre; all’orizzonte, però, svaniscono le stesse per lasciare poi libero il passo alla luce, che lo spirito risveglia.                                                                           
   All’orizzonte l’incubo s’annienta ed io sono rinato più temprato e pronto a rivivere e a donarmi per il bene  della collettività, credendo nell’amore e nella libertà, che sono i motori che sollecitano alla solidarietà umana ed alla naturale conservazione di tutte le specie esistenti sulla terra.
     Niente di nuovo, perché tutti sappiamo che è così per aver letto tanto e dialogato a lungo su questi argomenti, su cui di solito siamo d’accordo solo quando si disserta sugli stessi; ma se ci sarà un eventuale lettore di questo mio modestissimo scritto, spero che per lo stesso queste mie parole possano avere l’effetto martellante della buona pubblicità e si renda conto che è tempo di mettere in pratica per il bene comune ciò che è oggetto di mera dissertazione.
     La strada m’insegnò ad amare e ad odiare. Io, crescendo, scelsi l’amore e con esso la libertà. Amore, significa rinunziare al benessere personale, sublimarsi attraverso di esso.
     L’amore ha le più spiccate risorse per guarire qualsiasi ferita e, quando s’impossessa del cuore dell’uomo, lo trasforma e gli dà una forza che lo rende invincibile a qualsiasi attacco.
     L’amore nutre l’uomo e lo nobilita, è la vera ragione del nostro quotidiano vivere e del nostro sereno morire.
     Queste parole, mentre scrivo, mi fanno ricordare i miei primi elementari, ma vitali educatori: mio padre e mia madre, scomparsa da poco, il 13 dicembre 2004, la quale qualche giorno prima di morire, conversando con me su diversi argomenti, infatti, fece riferimento ai predetti valori, ai quali ho testé accennato. Ella fu per mio padre la sua collaboratrice ed il suo appoggio, sempre al suo fianco nelle poche gioie e nei tanti dolori. Io non vi dimenticherò, finché vivrò, o miei amati maestri! Ho legato i vostri due cognomi per onorarvi anche così. Dall’età della ragione ho sempre creduto nella parità tra uomo e donna e nel loro reciproco rispetto tanto, da capire che é giusta cosa che il cognome della donna-madre non rimanga ignoto dopo il suo matrimonio; anzi, sia di prestigio ai figli potersene fregiare. Non mi soffermo su questo argomento, poiché, a prescindere dal pensiero di qualche imbecille, è lapalissiano quanto ho già testé scritto. Quindi pari diritti, pari doveri e pari dignità in tutte le direzioni e in tutte le espressioni del quotidiano vivere. Le leggi dello Stato possono sancire tanti comportamenti, ma sono delle imposizioni; quindi, se non ci sarà coscienza, l’annosa lacuna nei confronti della donna non sarà mai colmata e l’uomo sarà monco.   
    Dianzi accennavo alla libertà, che non è libertinaggio, ma la spinta più forte che sollecita l’uomo ad agire con consapevolezza sempre per il bene del prossimo.
    L’uomo, infatti, perché possa compiere le sue buone azioni ha bisogno di sentirsi libero di agire e di adoperarsi senza nessuna costrizione, in quanto è di sua natura aspirare alla libertà.
    Io sentii forte questo bisogno nella mia adolescenza, che più intenso divenne poi in tutte le prossime fasi evolutive della mia vita. Così vissi non da liberto, ma da uomo libero.
   Tutti gli esseri della terra vorrebbero vivere in libertà la propria vita, ma soprattutto l’essere umano sente questo bisogno innato di vivere liberamente, soffrendo o gioiendo; però, è giusto che l’uomo, agendo sempre per il bene collettivo, non rifiuti l’esperienza altrui o il buon consiglio.
   La libertà, infatti, come ho già detto, non è libertinaggio, ma giusto discernimento dei fatti, dei sentimenti, premio e castigo, equilibrio della mente nei confronti di tutto.
   L’uomo libero non vive con ipocrisia, nella menzogna, anzi è sempre alla ricerca della verità, che rende sempre luminoso il suo sentiero, come individuo, come persona e come membro della società mondiale.
   Io ho sempre amato la verità, mi sono sentito più forte nel ricercarla e nel diffonderla unitamente agli ideali di libertà, che danno coraggio di lottare contro il male e riescono sempre a ristabilire in noi l’equilibrio, che talvolta si perde a causa delle pressioni esterne o degli istinti.
   Io ho avuto dell’amore, della libertà e della verità una grande attrazione. So anche che la gioia si conquista giorno per giorno col sacrificio e col sapersi accontentare e che rispondere al male con il bene è la più grande “vendetta” e il più alto riconoscimento che l’uomo può elargire a sé stesso, facendo un sommo bene alla collettività.
   Qualcuno però potrebbe dire che non è bene dire tutto ciò che si sente nella propria mente, anche se fosse bene tutto quello che si sente, in quanto è bene anche frenarsi nel dire liberamente ciò che si sente, soprattutto quando non si vive liberamente. Simulare e dissimulare è oggi condizione del cosiddetto vivere civile e poiché alla natura umana non è data la possibilità di vivere nella luce della verità, chi vuol vivere da uomo libero è ritenuto un Don Chisciotte, che non conoscendo la dissimulazione e volendo vivere nella verità, è un visionario, un pazzo.
    La simulazione e la dissimulazione qualcuno dice che è un’arte, un’arte indispensabile per l’uomo ed anche legge di vita perché non viva la stessa in maniera miseranda, scegliendo un inutile sacrificio, vista la brevità della vita.
    Io credo però che chi vive nella verità o alla ricerca della stessa assolve al compito umano pienamente, chi vive con ipocrisia e nell’ipocrisia vive in uno stato di difesa e di offesa; poi quali sono i confini che dividono la difesa dall’offesa? Non si conoscono mai, perché non è possibile stabilirli e pertanto dilagano i conflitti a qualsiasi livello, che distruggono la serenità del quotidiano vivere umano.
   L’uomo non può vivere oggi come viveva nei tempi remoti o come vivono gli animali della foresta, sempre attenti a difendersi, perché c’è sempre in agguato un altro animale che li sovrasterà prima o poi per la sua stessa sopravvivenza. Ma tutti sappiamo che gli animali prendono quanto basta e non di più ed aggrediscono solo per i suddetti motivi.
   L’uomo non può stare sempre attento in uno stato di continua difesa, non può stare sempre attento a scoprire il suo simile se quando parla, quando si atteggia, quando agisce è alla ricerca della verità per il bene comune o simula.
   Uno scrittore, di cui non ricordo il nome, scrisse: “Tra le cime dei monti c’è tanta distanza, ma tutti poggiano sulla stessa terra. Gli uomini sono distanti tra loro, come le cime dei monti, ma non dovrebbero mai dimenticare di stare vicino, tanto vicino tra loro, poiché poggiano sulla stessa terra, su cui si ergono”.
   Un giorno, dialogando con un uomo “politico”, a cui avevo fatto omaggio di un mio libro di poesie, lo stesso mi disse, dopo averlo letto, che condivideva il mio pensiero, ma aggiungeva anche che “carmina non dant panem” e chi scrive versi perde il suo tempo, in quanto per contribuire al progresso di una società ci vogliono programmi, idee concrete e non sogni.
    Siate voi, lettori, a dare la risposta. Io dico soltanto che l’uomo cesserà di esistere come tale dal giorno in cui non leggerà più una poesia o non sentirà più il bisogno di scrivere qualche verso dettato dal cuore per descrivere un’emozione di gioia o di dolore. Per poesia intendo il termine greco “poieo”, che significa creo, creazione in senso lato: musica, pittura, scultura etc.   
    Noi, dominati dal vuoto spirituale, avendo eclissato molti valori stiamo creando il presupposto per annientare l’uomo, cioè la sua humanitas,  che è proprio la morte del silenzio, cibo di cui si nutre la poesia. Oggi le masse senza cervello si entusiasmano e delirano per calciatori o per cantanti e questa è una realtà squallida e demenziale; è così, perché manca un’educazione all’ascolto della voce interiore dello spirito.
   Oggi, più che in altri tempi avremmo bisogno di mettere in pratica il detto “in te ipsum redi”, per poter vivere nel rispetto dei valori, di cui il più importante è la pace tra gli uomini.
   Si sono costituiti e si costituiscono tanti Ministeri, talvolta o spesso inutili, in tutti gli Stati, cosiddetti civili ed avanzati, ma i politicanti, operanti negli stessi, non hanno mai pensato dolosamente alla costituzione perpetua del Dicastero della Pace, come organismo di tutela preventiva e permanente della stessa.
   Il Ministero della Pace dovrebbe sovrastare tutti i Ministeri, che allo stesso dovrebbero far capo e riferire prima di procedere su qualsiasi cosa, che verrebbe disapprovata, se fosse più o meno in contrasto con i principi di amore e di pacifica convivenza della collettività mondiale o che potesse minimamente sconvolgere l’equilibrio della terra.
   Le istituzioni devono cambiare rotta e coloro che le gestiscono devono prendere coscienza e far prendere coscienza con tutti i mezzi, che sono tanti oggi quelli di cui disponiamo.
   Agire quotidianamente senza frodare il proprio simile produce ricchezza a tutti gli uomini della terra, nonché all’ambiente in cui viviamo.
   E’ inutile cercare fuori, cercare altri pianeti, se ancora non conosciamo il nostro e non amiamo quelli che ci stanno intorno.
   Come possiamo amare o aiutare la sorte di altre popolazioni meno fortunate di noi che abitano altri luoghi, ma sul nostro stesso pianeta, se neghiamo il saluto al nostro vicino? Come possiamo vivere in pace, se costruiamo la stessa non sull’amore, ma sul timore? L’equilibrio del terrore non potrà mai essere approvato in una società umana.
   E’ tempo che i cosiddetti potenti della terra si rendano conto, prima che sia troppo tardi, che di questo passo porteranno i popoli in continuo conflitto tra loro ad un definitivo eccidio cosmico.
   E’ tempo di prevenire questo male, di cui conosciamo la causa, perché quando si userà il bisturi per estirparlo, lo stesso avrà ramificato nel corpo e nell’anima troppe metastasi.
   E’ tempo di abbandonare, mi riferisco a coloro che detengono il potere a qualsiasi livello nei vari settori di tutte le istituzioni pubbliche e private, il falso concetto, dietro al quale ci si maschera, che è il popolo che fa l’uomo politico; infatti, il politico, se onesto, non scende a patti con chi attenta al benessere della collettività, ma fa in modo nella stesura delle leggi e nel suo quotidiano agire di non perdere mai di vista il compito che il popolo gli ha affidato e cioè la gestione della vita umana in tutte le sue sfaccettature.
   Quindi, non assolvendo a tale compito, ma anzi provocando dolosamente gravi danni alla collettività, dovrebbe essere per le sue devianze mentali curato e rieducato poi al vivere sociale, perché di malato di mente si tratta e non d’altro.
   Chi non aiuta, infatti, il proprio simile o non lo compensa, se non è all’altezza di certe situazioni, senza farlo sentire minimamente inferiore, attenta alla vita dello stesso.
   Altri malati di mente sono i cosiddetti sedicenti nobili titolati e non: re, principi, duchi, conti, marchesi, baroni, cavalieri, papi, cardinali, vescovi, monsignori, presidenti, eccellenze, eminenze ed altre lordure inventate in altri tempi, oggi anacronistiche, dai nostri antenati pecorai e contadini, che asservirono allora i loro simili più deboli e cominciarono ad inventarsi i vari titoli, di cui per diversi secoli si sono fregiati ed oggi si fregiano con tutti i relativi privilegi a discapito dei sudditi.
   Ecco, questi uomini sono altri malati di mente, come ho detto, che potrebbero essere curati, pagando con le loro stesse ricchezze, accumulate e distorte ai loro sudditi con varie magagne, il personale addetto a tale scopo, non gravando così sul bilancio della collettività; così come avviene per le ricchezze accumulate illegittimamente da altri malati di mente, che chiamiamo “mafiosi”. Questo sarebbe un grande esempio di giustizia sociale, che avrebbe una lunga risonanza, facendo sentire tutti gli uomini uguali durante la vita, così come avviene alla loro morte.
   Nessuno dovrebbe essere proprietario di terreni, di case, di gioielli e quant’altro, ma solo gestore, ripeto gestore, che con il buon senso del padre di famiglia dovrebbe gestire non più di quanto gli è necessario per vivere dignitosamente, sic utere suo ut alienum non laedas, cioè usare ciò che gestisce in modo tale da non danneggiare mai l’altro, e non per sopravvivere in maniera asservita e miserrima, con sottomissione e con paura.
   Qualsiasi professione dovrebbe essere esercitata con dedizione, con passione e missione senza scopo di trarne maggior lucro, ma solo espletata esclusivamente per il bene collettivo.
   Nobile è colui che con le azioni compiute a favore del suo simile migliora le condizioni di vita di tutti gli esseri esistenti sulla terra, avendo un solo scopo, quello di vivere e far vivere bene durante la sua  breve esistenza i coevi e in prospettiva le generazioni future.
   Prendete coscienza voi che vi dite nobili, eccellenze, eminenze, dottori; solo così da malati di mente, riacquisterete la salute e tutta la collettività da questa azione ne trarrà esempio e nel prossimo avrà sempre più fiducia.
   Nessuno dovrebbe mai sentirsi migliore o superiore all’altro, perché tutti abbiamo gli stessi bisogni, le stesse necessità: convivere vuol dire condividere il tutto, dialogare in maniera costruttiva, operare tutti insieme, aiutarsi reciprocamente e quant’altro di bello e di buono, perché la collettività ne tragga beneficio, mentre sopraffare l’altro vuol dire sopravvivere con sofferenza e morire e far morire a poco a poco, senza mai poter gustare le gioie che la breve vita ci offre.
   Si dice che i forti desideri, più puri e più veri, ai quali tanto si anela, si realizzino sempre. Io voglio a tal proposito testimoniare che questo è vero, perché mi viene confermato dalla mia esperienza: mio desiderio era di servire la gente più debole e tutte le mie attività nei diversi settori del lavoro mi hanno messo in contatto con gran parte di essa ed io spesso mi sono identificato con quella gente quasi sempre a me ignota, con cui ho dialogato in maniera solidale, dando e ricevendo reciproco benessere e gratitudine. Così ritornando a casa mi sentivo gratificato di aver dato pace, seppure momentanea ad un mio simile, che avevo cordialmente ascoltato.
   La pace si costruisce così, con la vera fratellanza, con il sereno vivere, con la fiducia tra i popoli; solo così si potrà definitivamente porre fine a qualsiasi conflitto. La pace non può nascere da intese diplomatiche tra potenti, ma dallo scambio culturale tra gli uomini, che deve basarsi sulla verità, sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, superando le false ideologie, gli interessi personali e qualsiasi forma di egoismo.
   E’ tempo non più di combattere, ma di costruire i presupposti di pace, eliminando gli squilibri economici e sociali esistenti sulla terra. E’ tempo di educarsi all’ordine, serva ordinem et ordo servabit te; l’ordine, infatti, aborre la violenza.
   E’ tempo di educare alla pace con l’esempio e la primaria officina è proprio la famiglia e la scuola, se le stesse insegnano a vivere la libertà con la convinzione che ogni essere vivente è un tassello importante come tutti gli altri che compongono il cosmico mosaico.
   E’ tempo che i re e le regine, i papi e le papesse abbandonino lo scanno, i pulpiti, le cattedre, gli sfarzi e seguano l’esempio di San Francesco d’Assisi. Ed aggiungo ancora che conviene agire in tale direzione, in quanto annienteremmo l’invidia, l’orgoglio, la superbia ed altri bassi sentimenti, che velano gli occhi e non fanno focalizzare all’orizzonte i sentimenti del bene: la fratellanza, l’uguaglianza, la libertà, che, come dicevo, sono i sentimenti di quello che io definisco “egoismo buono”, che sicuramente è quello che dà dignità all’uomo, in quanto essere razionale.
    Politici o meglio politicanti, amministratori di Chiese, di Tribunali, di Scuole, di Ospedali, di Carceri, Scienziati, Istituzioni pubbliche e private, nonché altri addentellati a qualsiasi livello, applicate la vera democrazia, servite il popolo, dategli la migliore sedia e i migliori consigli, quando si presenta al vostro cospetto nei vari dislocati uffici, quando chiede notizie o quant’altro a voi impiegati, talvolta parassiti esuberanti ed impreparati.
    Cambiate rotta, siate onesti e preparati a servire il vostro simile, che vi paga per rendergli utili servizi e non per poltrire nell’ignoranza, rubando il cosiddetto “27 ” ed altre indennità dirette a seconda del livello di appartenenza ed indirette a seconda dell’illecito camuffato.
    Chi fa politica e poi è eletto ad amministrare la cosa pubblica dovrebbe percepire un giusto stipendio e, se già fruisce di una retribuzione, dovrebbe solo cambiare lavoro e scegliere uno dei due stipendi, versando l’altro in un fondo di garanzia per lavoratori disoccupati o in altri fondi di pubblico bene.
      Ritengo anche che per il periodo, in cui svolge attività politica, lo stesso dovrebbe lasciare il lavoro, cui è  adibito, e dedicarsi solo ed esclusivamente alla politica, percependo la stessa retribuzione mensile, già percepita.
      Il cittadino eletto, se è disoccupato, dovrebbe percepire lo stipendio per il tempo in cui svolge il suo  mandato politico e poi , terminato il mandato, se non più eletto, dovrebbe percepire l’indennità di disoccupazione dignitosa come un normale cittadino, che ritorna ad essere disoccupato.
      Chi poi avesse redditi alti e proprietà immobiliari, sicuramente accumulati a danno del prossimo, dovrebbe restituire tutto all’erario in maniera di compensare coloro che non hanno. In questo modo, forse, non avremmo tanta povertà e ci sentiremmo politicamente in senso classico più vicini l’uno all’altro.
      Tutto ciò che io in questo momento sto pensando e scrivo chiaramente dovrà essere oggetto di attento esame per trovare la giusta soluzione, sempre avendo riguardo alla collettività.
      Giusto sarebbe, in ogni caso, che, a prescindere dall’attività svolta, a qualsiasi livello il lavoro fosse distribuito e retribuito in maniera paritaria per tutti i lavoratori, certamente avendo riguardo alla predisposizione ed alla preparazione di ognuno di noi, in maniera di poter rendere di più e far meglio ciò, di cui ci si occupa.
    Tanti in questo momento sicuramente hanno avuto uno scatto e si sono alzati dalla loro sedia, leggendo queste parole, che per loro sono spine che pungono il sedere.
Vergognatevi di far sentire “nessuno” il popolo, d’imbrogliarlo, e a suo discapito arricchirvi.     
    Rivolgete l’orecchio nella giusta direzione e sentirete un suono armonico levarsi e non i quotidiani rumori dissonanti della guerra tra gli uomini, che tutti i mezzi di comunicazione ci propinano pur di dare notizie, non curandosi del grave danno che arrecano alle menti, soprattutto alle deboli menti.
    Anche questi avvoltoi, però, da questo danno ne traggono profitto, mettendo in pratica un antico detto: “il fine giustifica i mezzi” e il “buono pasto”, io aggiungo, giustifica la notizia, anche falsa, (non già che il fine giustifichi i mezzi, come spesso balordamente  ripetono cattivi e goffi studenti; la frase, infatti, non è del Machiavelli, ma fu coniata  nel periodo della controriforma ed è proprio il contrario del suo pensiero che, purtroppo, corre sulla bocca di tanti. Sono i mezzi adeguati, infatti, che finiscono invece col giustificare i fini; soltanto la sapiente scelta dei mezzi può dare nobiltà all’azione che si compie. Questa è la giusta interpretazione del pensiero del Machiavelli).
    Ritornando ai mezzi di comunicazione, si può affermare, infatti, con cognizione di causa che nessuno di questi è indipendente, libero di poter dire, ma al servizio esclusivo di partiti o di gruppi di pressione ed anche per quei pochi che volessero uscire dai binari esistono condizionamenti indiretti d’imposizione tali, da renderli, in qualche modo, dipendenti.
    Una volta si diceva che la stampa fosse il quarto potere dello Stato, forse lo era, chissà, ma penso che da molti anni tutti i mezzi di comunicazione non lo siano più, in quanto non svolgono più la loro libera funzione d’informazione e di critica.
    La libertà del dire viene repressa e difficilmente ciò che gli addetti ai lavori scrivono o dicono è vera espressione di ciò che sentono, ma, da asserviti, per il “buono pasto”, propinano “notizie” a fiumana e, noncuranti del danno arrecato alla collettività, danno “libero” sfogo alla libertà o meglio al libertinaggio di chi ha abbastanza denaro e potere per comprare la loro lingua e la loro penna, quindi il loro cervello. Ma ad un uomo, cui è asservito il cervello, cosa resta?  Chi è? Non è forse uno schiavo?
   La tratta, dunque, esiste ancora ed è reclutata con i sistemi nepotistici approvati dai politicanti o dai monsignori disonesti, che fanno proliferare sempre di più la sicura tratta, asservita da anni al loro volere, che avrà per sempre gli occhi al fatto, ma la mente criticamente rivolta, spesso a suo malgrado, solamente al bene del feticcio, da cui dipende. Ahimè, che amara realtà!
   Durante la mia adolescenza, durante la giovinezza e poi durante la maturità anch’io, come tanti incontrai molte difficoltà, ma non mi sottomisi a nessuno, non fuggii in maniera codarda, anzi cercai di valicare il muro che ostacolava il mio passaggio e questo ho fatto spesso con maggior lena, perché questo m’insegnò la strada e l’esempio dei miei genitori che, pilastri del nucleo familiare, mi allevarono con amore, dandomi sempre col dialogo lezioni di vita.
    Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con coraggio ho ripreso più volte la mia lotta per non essere asservito, usando le sole armi, di cui dispongo: la parola e la penna, avendo orrore delle altre armi e della violenza. Io ho stima di quei giovani e poi di quegli uomini dignitosi che, non si arrendono di fronte alle avversità della vita, che non si sottomettono a nessuno, che non strisciano ai piedi dei propri simili divenuti “potenti”. Così agendo, si è d’esempio ai propri simili e l’amore, la libertà e la verità rimangono sempre i cardini del vivere da uomini liberi e non da schiavi. Vale la pena sacrificarsi e soffrire un po’ per mantenere vivi i valori, cui testé ho accennato. Credetemi!  
    Siate puliti dentro e fuori, siate forti e lottate, o uomini, contro tutte le negatività che vi circondano, opponendo alle stesse pensieri positivi, atti di bontà, di generosità, di coraggio, da cui trarrete nuovo slancio e darete sicuramente nuovo equilibrio all’anima, che sollecita la mente ed il corpo a vivere in simbiosi e in sintonia. Lo squilibrio, infatti, regna sovrano solo se in un corpo cresciuto alberga una mente debole ed un’anima infantile.
    Si dice, infatti, mens sana in corpore sano, perché fra i due ci dev’essere, come ho già detto, simbiosi, sinergia, perfetta sintonia tra le loro attività; perché questo avvenga è necessario fare riferimento alle parole scritte sul tempio di Delfo: “conosci te stesso”; tale formula indica e l’interesse per l’uomo e il proposito di ricercare una dottrina-norma sull’uomo che valga per tutti. Grande adagio dell’antichità, che vale perché intimamente legato a conoscere gli altri; infatti, l’uomo solo non esiste. 
    L’uomo è soltanto apparenza, sono gli altri che gli daranno il suo volto, perché attraverso la conoscenza di sé e degli altri, in un rapporto continuo, egli può agire in maniera benefica sugli altri e per gli altri.
    Conoscere se stessi, tra le altre interpretazioni, in senso lato, per chi sta bene, significa star meglio e per chi è malato essere per metà guarito.
    La mente dà ordini al corpo e, talvolta o spesso, lo condiziona con le sue immaginazioni, spesso false, e con le sue emozioni. L’angoscia, gli scrupoli, le nevrosi sono atti della mente che prima influenzano il corpo e poi gli fanno rivivere fenomeni d’origine psichica in maniera negativa.
    Adesso vorrei ricordarmi dei tempi della mia giovinezza, di quel tempo in cui crebbi e diventai adulto, raggiungendo la maggiore età, ventuno anni, cui tanto aspiravo, come molti giovani, che l’attendono con ansia. Chissà, perché; ma così è.
    Questo periodo di grandi possibilità è però anche una fase della vita, come dice uno psicologo, durante la quale la maggior parte dei giovani deve pagare uno scotto per il privilegio di crescere. Questo è il periodo in cui si sentono forti contraddizioni; da un lato si desiderano fare grandi cose e dall’altro ci si sente insicuri. Si cerca di scoprire il mondo esterno nella sua realtà, di comunicare con gli altri, ma si soffre, purtroppo, contemporaneamente nella maniera più irrazionale di solitudine e di paure.
    Un vecchio saggio mi disse: “ Diventare adulto, però, significa raggiungere l’equilibrio tra la mente ed il corpo. Diventare adulto è il sogno d’ogni adolescente, che attende con impazienza talvolta il momento della sua indipendenza, della sua autonomia e della gestione della sua totale libertà. Ma diventare adulto spesso significa raggiungere il libertinaggio, non la vera libertà, che è conoscenza di sé, saggezza, discernimento e non mistificazione dei propri sensi e dei sentimenti verso gli altri. Diventare adulto significa saper ragionare ed agire costruttivamente verso sé stessi e verso gli altri, di modo che le azioni compiute da noi possano migliorare noi stessi ed essere poi d’esempio ai nostri simili, che, se vogliono, possono imitarci. L’uomo, infatti, è il più grande imitatore e molte azioni le compie così, che magari, talvolta, sfociano in competizioni costruttive o distruttive; costruttivamente trova benessere, distruttivamente la competizione devìa in sopraffazione di sé stesso o degli altri. E’ necessario avere padronanza di sé in tutti gli atti quotidiani per vivere, come mangiare e bere nella giusta misura e quindi favorire la digestione; non avrebbe senso, infatti, compiere i predetti atti, ingoiando grandi quantità di qualsiasi cibo per distruggersi. Quanto già detto, vale anche per la mente; infatti, assumere moltissimi concetti, significa confondere la stessa, se non si dà ai concetti medesimi un giusto ordine, cancellando ciò che non è buono e conservando l’essenza dei migliori ”.                                                 
    Incisi nella mia mente quanto il vecchio disse, ma la padronanza di sé chiaramente si acquisisce nel tempo e si consolida progressivamente, facendo così maturare il giovane e rendendolo sempre più equilibrato.
    Divenni adulto, ma mi sentii anche sperduto, privo di appoggio spirituale-ideale; sorse così la coscienza del franare di ogni punto fermo, del perire di ogni speranza e di ogni illusione.
    Diventare adulto fu anche insoddisfazione del presente e della realtà. Mi pervase un sentimento di sproporzione tra la realtà che mi circondava e l’ideale, mi avvolse una profonda tristezza, una tristezza romantica, un’inquietudine profonda, che però attraverso interiori tempeste, riuscii a superare e ad acquistare una nuova fede e viverla. Ma prima di superarla, mi sembrò essere una malattia, una brutta malattia e così, ancora poco temprato, io ero spadroneggiato da questa “malattia”, ero stato fatto schiavo del sentimento. Mi abbandonavo spesso agli eccessi della mia immaginazione e crollavo quindi inesorabilmente nello scontro con il reale con dolore e pianto.
   Credo che anche spiriti forti in questa fase evolutiva della vita soffrano invero di più o di meno, ma se si è avuta una buona e forte educazione dalla famiglia e dalla strada, penso che ci si risani, come avvenne a me, e si possono poi anche trarre dei benefici ed acquisire delle capacità di più larga comprensione umana.
   Questo è un momento delicato della vita, durante il quale per superare lo stato d’infelicità del presente e la cruda realtà che ci circonda, si cerca di evadere dalla stessa realtà con ogni sorta di fuga: nella natura, nell’amore, nell’arte, nello spazio, nel tempo etc.
    Così facendo, con riferimento a ciò che avevo studiato, sentivo un ritorno nostalgico al passato, al mio passato, che mi sembrava bello nella lontananza, perché irrevocabile, ma anche speranza nel futuro; vagheggiavo lontani paesi, isole deserte. Immaginavo di vivere una vita misteriosa, piena di avventure, di fantasia. La mia fuga, però, si diresse soprattutto verso l’amore, a cercare l’amore come piena espressione della vita, della mia vita. I sensi si affinarono a mano a mano, fino alla sublimazione.
   Adorai la donna come creatura umana, ma anche come un idolo, capace di emanare tanto fascino da dare colore e significato alla vita umana. Indi mi rivolsi all’arte per trarre dal mio intimo tutto ciò che sentivo, poiché ritengo che essa dia libertà assoluta: sollevandosi, infatti, sulla materia, avendola prima conosciuta, dischiude, poi, la mente dell’uomo all’espressione più alta dei sensi verso tutto ciò che lo circonda, senza limitazione alcuna di tempo e di spazio. 
    I tentativi di evadere, però, nonostante i miei sforzi, di uscire dal finito, dal reale si concludevano sempre in una sconfitta ed era sconfitta anche ciò che sembrava più certo: l’evasione attraverso l’arte; infatti, l’artista, sebbene sogni, è sempre legato alle cose ed il trionfo della fantasia è sempre adombrato dal disagio dell’attuale.
   Nulla, purtroppo, è sufficiente ad appagare pienamente il desiderio di libertà assoluta, da cui sono stato sempre tormentato. Da ciò malinconia, dolore; l’insoddisfazione mi avvolgeva l’anima e spesso mi balenava in mente un’altra fuga, la fuga nella morte: speravo di trovare in essa la pace e il riposo ai miei affanni; ma talvolta la vedevo anche come ribellione contro il destino avverso o contro la società ostile, come affermazione di libertà spirituale o come sublimazione dell’amore o forse come principio della vita, lontano da tutti i limiti e da tutti i vincoli che incombono sulla natura umana.
   Sognavo emozioni ed azioni, nonché modi di vivere diversi da quelli degli altri uomini comuni e propri della natura umana; intensamente sognavo, ma la realtà fatalmente era spesso diversa. Allora accusavo il destino e lo sfidavo sempre di più, quando ero più vicino alla mia sconfitta.
   Ero pronto ad uccidermi, poiché vedevo nel suicidio non il più alto atto di viltà e di debolezza, ma la più strenua sfida contro il destino. Ma anche qui sentii che con la morte avrei annientato un corpo; infatti, sarebbe rimasto vivo solo un disvalore, un atto di mera viltà e di conclamata debolezza, che non dovrebbero mai identificarsi con la natura umana. Con quell’atto insano quali insegnamenti avrei tramandato?
   La vita umana ha uno scopo ed è degna di essere vissuta. Chi dolosamente agisce per modificare il suo normale iter, sconvolge il sistema e tutta la collettività ne paga il fio.
   Questa è la mia esperienza. In ogni caso con molte rinunzie, con tanti sacrifici, con intense introspezioni e continue ricerche, dopo tante incertezze e dopo dolorose ricadute questo travaglio mi ricompensò e, pur se fragile, ripresi lena, opponendomi con più vigore alle alterne vicende dell’umana sorte.
   Così ritrovai finalmente la serenità perduta, a cui tanto anelavo, e quella certezza di sentirmi fratello degli altri uomini, con cui  dialogare e costruire sempre meglio e nella giusta direzione la pace per la salvaguardia di tutti gli esseri della terra e dell’ambiente in cui vivono.
   La pace, la tanto agognata pace, che tutti cercano, ma pochi, purtroppo, ne creano i presupposti perché la stessa regni sovrana sulla terra.
   La pace costruita sul dialogo e sullo scambio continuo di atti di bontà e di solidarietà, costruita sulla forza di vincere i turbamenti, sulla padronanza di certe insicurezze, che danno vita alla pace interiore, che è l’espressione dell’equilibrio delle forze che presiedono allo svolgersi della vita quotidiana: il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il lavoro e il riposo, la mente e il corpo.
   Come si nota l’uomo si trova ad affrontare questa condizione dualistica e, se queste condizioni si alternano in maniera equilibrata, l’uomo vive, viceversa si ammala.
   La mente e il corpo, come si è più volte ripetuto, devono vivere in accordo tra loro; nessuno dei due può essere l’una nemica dell’altro, devono per forza vivere in simbiosi per istinto di conservazione dell’umana specie; la mente, infatti, ha il compito di rendere vivo il corpo, inviando impulsi ai suoi organi. Così l’uomo è spinto a nutrirsi per vivere, ad usare gli organi sessuali per riprodursi e così via. La mente dà vita al corpo, senza di essa lo stesso sarebbe solamente un cadavere.     
   La mente è preposta, come si nota, alla crescita morale e spirituale dell’uomo, ma quando essa per qualsiasi devianza coltiva il proprio orgoglio, l’avarizia, la lussuria, l’invidia, insomma tutti gli interessi personali e i bassi sentimenti essa fallisce il segno, l’obiettivo si svia e non assolve più al compito, cui è preposta. Vengono fuori così la desolazione e il turbamento, situazioni morbose, malumori, ingordigia, pigrizia et cetera e, finché la mente rimane attaccata ai suoi errori, i predetti malesseri non cessano e l’ansia del domani rovina l’oggi e il domani.
    Credo che la mancanza d’equilibrio fra la mente ed il corpo provenga dall’ignoranza dei legami profondi che li uniscono. La mente ed il corpo non sono mai in conflitto tra loro, perché sono fatti per intendersi e completarsi. Il corpo e la mente sono due compagni che viaggiano insieme per tutta la vita ed insieme cercano la serenità e la pace, che se posta su basi materiali o desiderata al di fuori delle difficoltà della vita di ogni giorno, non è la vera pace, ma la fuga e quindi la guerra con sé stesso e con gli altri.
   La salute è in stretto rapporto con la serenità dello spirito e la tranquillità del cuore. I conflitti segreti della personalità turbano profondamente le funzioni organiche e si sa che c’è un legame tra certi stati psichici e manifestazioni patologiche.
   Per essere in pace l’uomo deve essere d’accordo con la natura, perché è proprio essa che produce ed elargisce gli elementi da cui egli stesso trae vita. Perché ciò avvenga, bisogna cancellare dalla mente in maniera critica tutti i falsi feticci, che i mezzi di comunicazione ci presentano, inculcando falsi sensi di colpa ed altri gravi danni a tutte le popolazioni della terra. 
   Qualsiasi senso di colpa compromette l’equilibrio psichico e semina disordine nell’anima e nel corpo. Le colpe sono morali; infatti, il corpo non può agire da solo, essendo strumento dell’anima.
    L’anima dà gli ordini e il corpo li esegue, ma se gli ordini sono sbagliati la conseguenza materiale di questi comportamenti la degrada. Non vi è dunque colpa materiale, perché la materia non ha in sé alcun carattere morale.
    La pace si acquisisce man mano che si allontana l’agitazione dei pensieri, il tumulto dei sentimenti, i capricci della volontà e l’orgoglio.
    L’orgoglio è il padre di tutti i vizi; dove c’è orgoglio vi è posto per tutte le devianze che ne derivano. La scomparsa dell’orgoglio e dell’egoismo suo cliente è sufficiente per risanare l’atmosfera morale e per costruire i pilastri della pace, della pace duratura. La pace ha bisogno di controllo dei pensieri, di dominio dei sentimenti e di libertà di ciò che si vuole.
    L’uomo equilibrato, la cui anima è gioiosa, la cui esistenza si svolge sanamente, che pensa agli altri più che a sé stesso e si rallegra della loro felicità, possiede la pace e la diffonde intorno a sé. La pace è uno stato di benessere mentale che, in simbiosi col normale funzionamento degli organi del corpo, produce un benessere generale.
    Un medico mi disse una volta che la salute è la pace nel silenzio degli organi. La pace interiore si vive nel silenzio. Quando i nostri organi tacciono, il nostro corpo vive senza difficoltà. La pace è la salute dell’uomo e sta nella concordia con sé stessi e con gli altri.
    L’uomo, che si smarrisce, che fugge, che cerca all’esterno, nei falsi idoli le ragioni del suo comportamento non troverà mai pace. Bisogna imparare a vivere secondo le regole della salute e le regole derivano dalla natura stessa del corpo.
    Per vivere l’uomo necessita di molte cose e fra queste le più importanti, anzi le primarie sono il cibo, l’acqua, i vestiti ed una casa. Nutrirsi e coprirsi, vuol dire conservare la vita del corpo, captando gli elementi del mondo materiale, ivi compresa l’atmosfera dalla quale il nostro organismo trae sostanze indispensabili, che conferiscono all’individuo, attraverso processi di trasformazione chimica, benessere mentale e resistenza fisica.
    Il nutrimento è necessario allo spirito e agli organi del corpo, che sono legati tra loro in perfetto ed ordinato funzionamento; la sua mancanza o il suo eccesso, infatti, provocano nell’organismo quei disordini, che sono le malattie, talvolta letali, alle quali non accenno, essendo le stesse oggi note a chiunque.
   Vivere è un’arte e l’artista è l’uomo. L’uomo crea la sua vita, usando le parole, i colori, le linee e i toni a lui più confacenti per procurare a sé ed alla collettività gioie, sollecitando le illimitate ricchezze nascoste della sua anima per migliorarsi continuamente, per crescere spiritualmente e sviluppare il coraggio e la fiducia, qualità indispensabili che si sostengono reciprocamente, se si conduce una vita regolata. Solo così i dolori, le sofferenze, le difficoltà che incontriamo sul nostro cammino non sono causa di disordine fisico, mentale e spirituale, ma anzi stimoli per l’anima in armonia con la vita.
   Questo controllo richiede senza dubbio grande sforzo, ma ne vale la pena; infatti, svaniscono le paure e la fiaccola della pace brilla sul nostro volto.
   Oltre al cibo, l’uomo deve lavorare e riposare, allo stato di veglia deve alternare lo stato di quiete. Ma in uno Stato senza diritto, anticostituzionale, senza quiete, fraudolento, che dà solo incertezze, come può l’uomo riposare e ritrovare sé stesso?
   In che modo l’uomo può alternare allo stato di veglia lo stato di quiete, se è costretto a convivere con tante quotidiane preoccupazioni e col dubbio. Come possono i cittadini essere sollecitati all’humanitas, se l’esempio e il comportamento dei politicanti e dei governanti, fatta eccezione per una sparuta minoranza, è proprio in antitesi con i precetti di fratellanza: leggi, decreti, privilegi, immunità, impunità, tutto a discapito della sicurezza e dell’educazione dell’infanzia, del sereno vivere delle famiglie, della protezione degli anziani etc…
    Il popolo, che dovrebbe essere sovrano, in fatto è asservito dai suoi deputati, che già solo per questo commettono un delitto contro la Costituzione e pertanto dovrebbero essere immediatamente incriminati. Ma non è così; infatti, il popolo rimane schiavo dei suoi deputati e solo se si prostituisce agli onorevoli feticci al massimo diviene liberto, come avveniva nell’antica Roma: quello schiavo, divenuto liberto, acquistava solo alcuni diritti, ma non tutti i diritti che avevano i liberi cittadini.
    In che modo l’uomo può svolgere il suo lavoro serenamente e poi, soddisfatto, riposare, se mancano le condizioni?
    I cittadini come possono cautelarsi col risparmio, sottratto a rinunzie d’ogni sorta, se in combutta si fa in modo di truffarli, eludendo la loro fiducia con false promesse ed occhiolini?
    Se le autorità, preposte al controllo preventivo e successivo della gestione del denaro presso società, sono presenti solo per percepire gli emolumenti derivanti dalla loro carica ed assenti nel giusto espletamento delle loro funzioni, il cittadino onesto come può difendersi?
    In che modo può difendersi l’umile ed onesto cittadino, se le predette società di comodo, che nascono come funghi, vivono e s’ingrassano al servizio dei delinquenti di qualsiasi livello amministrativo, politico ed ecclesiastico?
    A chi può rivolgersi, se le onorate società hanno il monopolio dell’illecita gestione del privato e del pubblico denaro, che talvolta arriva sporco, perché distorto da uomini sporchi ad onesti cittadini lavoratori ed a poveri risparmiatori?
    A chi può rivolgersi l’onesto lavoratore, se l’onorevole lordume, fatta salva una sparuta minoranza, in combutta poi si accorda e fa le leggi a suo piacimento e a discapito del popolo, godendo di assurdi ed iperbolici privilegi, indennità, pensioni d’oro in poco tempo ed altro, che non vale la pena elencare, perché tutti sanno? E chi non lo sa può erudirsi in merito, leggendo il settimanale l’Espresso del 1 dicembre 2006, che ha riportato l’elenco di tutti i privilegi.
    A chi può rivolgersi, se sulla passerella delle comunicazioni la relazione audio-ottica che ne deriva è la sfilata delle false immagini dei feticci, dai linguaggi politichesi o altre porcherie di loro invenzione?
    A chi può rivolgersi, se la strada del potere è tutta disseminata d’inganni e di dissimulazioni, di astuzie e di fraudolenti sottigliezze mentali? E’ indegno sapere che un tale chiamato Berlusconi, che ha rappresentato l’Italia come Presidente del Consiglio, per farsi imbottire la testa di peli è andato incoerentemente in Svizzera e per un intervento non difficile al cuore si sia fatto ricoverare in America, denigrando così la Sanità italiana.
    Ma a chi giova tutto questo, se si guarda un po’ più lontano dal proprio naso?
    A chi giova il motto divide et impera, se la morte ci segue a gran giornate, dando a tutti lo stesso sito e pure la medesima forma?
   Scellerati, siete degli scellerati voi che la fate da padroni in una repubblica democratica, che ha la fortuna di conoscere, purtroppo, solo il significato del termine d’etimologia greca. Siete degli scellerati, di un’avidità insaziabile, che, compatti, bramate le stesse cose, odiate e temete le medesime cose, il che tra furfanti si chiama connivenza e che tra gli uomini probi si chiama amicizia.
   Io non mi sono mai sentito a mio agio con gli uomini politici, anzi mi sono sempre estraniato per i motivi predetti, poiché non ho mai condiviso che la gestione della cosa pubblica si fondi sulla connivenza dei potenti, ma, com’è giusto, su un bene comune. A fondamento di una buona gestione devono essere posti valori come virtus e probitas, nonché uomini di specchiata onestà, di specchiata moralità deontologica, forze di coesione che abbiano rapporti di sincerità col popolo, che siano alieni dal vortice delle convenienze personali, dai compromessi, dai compari, dai ricatti, che siano semplici e schietti, esenti da doppiezze, simulazioni ed occhiolini. Questi sono i requisiti essenziali per rigenerare la nostra società.
   Bisogna prendere coscienza che il conflitto di fazioni in lotta tra loro per il predominio, che le cricche contrapposte, che in maniera alternata governano, abusando delle cariche e favorendo i propri sostenitori, prima o poi sfociano in delinquenza sociale.
   Uomini intelligenti voi sapete già che cos’è la politica, ma non volete applicare la giusta interpretazione, che è il naturale sentimento che unisce le anime degli uomini nobili ed onesti per gestire il popolo.
   La politica è un sentimento forte che vincola gli uomini onesti in legami di sangue; la politica è condivisione di gioie e di affanni in una comune tensione verso il bene e il giusto; la politica è armonia e comunione d’intenti nel superiore interesse della collettività, del demos.
   Gli elettori onesti vogliono che gli uomini politici onesti, cui accordano la loro fiducia, siano migliori di loro stessi, sia intellettualmente, che di capacità; vogliono che gli uomini politici, cui onestamente si appoggiano, restino sempre coerenti all’onesto mandato ricevuto.
   Gli uomini politici dovrebbero essere dei buoni filosofi; infatti, cos’è la filosofia se non l’amore e la continua ricerca del vero, che, se non trova la sua applicazione nel giusto, non ottiene certamente lo scopo, che si è prefisso.
   La politica, quindi, deve essere aliena dal calcolo o dalle necessità personali, non dev’essere connivenza o complicità nelle azioni disonorevoli. Il governo dello Stato comporta la stessa diligenza, lo stesso impegno di governare la piccola società, che si chiama famiglia; infatti, il buon padre di famiglia guida la stessa con amore ed è proprio l’amore che lo sprona a spendere tutte le sue forze onestamente per migliorare la sopravvivenza del suo nucleo familiare.
   Non ricordo dove ho letto del grande filosofo greco, Socrate, una frase, con la quale rispose ironicamente al suo interlocutore, a proposito di un suo conoscente che era ritornato dopo tanto tempo da un lungo viaggio, che non lo aveva per nulla migliorato: “Sai perché è sempre lo stesso? Perché si è portato dietro sé stesso”. Ascoltate gli insegnamenti di chi ha tanto pensato per il bene comune, anche se poi, calunniato come corruttore dei giovani, come di solito succede, il suo premio fu la cicuta. Leggete di Socrate, maestro nel pensiero e nella parola, ribelle ma tranquillo, rinnovatore ma sereno, filosofo ma fanciullo nello spirito, insomma uomo di grande personalità morale, leggete anche una sola volta Fedone di Platone, ne trarrete beneficio, arricchirete il vostro spirito.
   A che serve all’uomo il potere, la gloria e quant’altro di effimero, se gli stessi, come diceva uno scrittore, sono il sole dei morti: il sole acceca chi lo guarda e i morti non possono guardare il sole, quindi i predetti disvalori sono solo devianze, che, usandole o meglio abusandole a scopi personali o di partito, come abitualmente succede, portano alle discriminazioni ed ai perenni conflitti.
   A proposito di conflitti sarebbe giusto che i capi delle varie Nazioni, esistenti sulla terra, per evitare stragi immense di cittadini, invece di assistere alla guerra in maniche di camicia o in altri modi e luoghi, combattessero l’uno di fronte all’altro con le armi a loro più idonee e chi poi restasse vivo avrebbe ragione sull’altro. Ma noi, che oggi riteniamo di essere civili, non violenti, come è giusto che sia, potremmo usare come armi gli scacchi. Che ve ne pare? Uomini d’ingegno, elaborate l’idea! Quanti affetti e quante cose non sarebbero distrutti?  Quanti soldi sperperati per le guerre potrebbero sfamare, istruire, bonificare, insomma migliorare la sorte degli uomini e dei luoghi in tutte le parti della terra? L’odio non si vince con l’odio e più si accentrano le ricchezze, a discapito del popolo, più si accentra la noia, più si è soli e delusi. Non bisogna mai distrarre la mira dall’obiettivo che è la vita e non altro: se vogliamo vivere e non sopravvivere in conflitto, è sacrosanto che dobbiamo far vivere gli altri alla stessa maniera. Solo così potremmo godere in parte i giorni della nostra vita; in parte, poiché l’altra parte è governata già dalle malattie e dalle catastrofi naturali.
   Un popolo progredisce e potrà dirsi civile quando compensa chi ha o è di meno. Noi, cosiddetti popoli progrediti, non siamo né civili, né umani, perché non ci adoperiamo nella direzione sopra descritta, in quanto invece di aiutare i popoli in difficoltà, andiamo a sperperare risorse economiche ingenti per stupide conquiste terrestri e spaziali, inquinando lo spazio e non garantendo attraverso studi e ricerche gli esseri viventi sulla terra da frane, terremoti e quant’altro, di cui siete a conoscenza.
   Un popolo progredisce se usa le energie terrestri con parsimonia, cura l’ambiente e non altera la natura, se non ricorre alle armi per risolvere le controversie, se lavora la terra e trae i frutti senza inquinare il sottosuolo, se lavora nelle fabbriche e le stesse non avvelenano l’aria e le acque, se gli agglomerati urbani sono a misura d’uomo valido o invalido, se la burocrazia in applicazione delle leggi oneste risponde con dovuta preparazione alle domande ed ai bisogni della collettività, se i giovani a massa non si trasferiranno dal sud al nord, se non s’investiranno miliardi di euro per uno stadio, mentre si obbligano migliaia di lavoratori a mendicare una modesta abitazione per la quale devono pagare un esoso canone mensile, se la scuola non rilascerà diplomi e lauree a chiunque, a discapito dei migliori, avendo talvolta i peggiori a causa della raccomandazione le porte più aperte rispetto agli altri testé menzionati, se non ci sarà più nepotismo, se la sanità funzionerà con umanità e con preparazione, se la stampa darà notizie utili e costruttive in piena libertà, se i cittadini si sentiranno e vivranno veramente la libertà e la fratellanza. Credo che ciò possa bastare per avere un po’ di sicurezza ed un po’ di tranquillità.
   Ma si può essere così ignoranti, imbecilli, disonesti o folli da non capire che se ognuno di noi gode del tutto un po’, quanto basta per il sereno vivere quotidiano, annienterà l’invidia, la delinquenza, il dissapore e quant’altro di nocivo esiste? Dicevo gode, per significare che l’uomo deve beneficiare gratuitamente, deve usufruire di ciò che gestisce con diligenza solo temporaneamente, perché di gestione si tratta, come ho spesso ripetuto.  Nessuno possiede niente o peggio ancora è proprietario in perpetuo, essendo breve la vita ed incerto il domani.
   La proprietà, infatti, è un’illusione molto negativa che comprime e distrugge la vita propria e della collettività.
   Oggi si parla tanto di “globalizzazione”, ma bisogna creare i presupposti, che sono morali, umani. Nessuno dovrebbe essere proprietario, come ho già detto, ma solo gestire e percepire un salario, uguale per tutti a prescindere dal lavoro svolto, per il dignitoso vivere della famiglia; nessuno dovrebbe mettere soldi in banca, poiché proprio questo tipo di falsa ricchezza è la causa prima di discriminazione civile; non ci sarebbe più motivo di praticare questo falso discriminatorio risparmio, creando sicurezza nel quotidiano vivere dei cittadini del mondo, dando loro dignità morale e parità economica al lavoro sotto l’egida della giustizia distributiva.
   Chiudete le banche, covi di strozzini autorizzati all’usura e a quant’altro d’illecito, al servizio dei potenti di tutte le caste mafiose, politiche e religiose, ed istituite sani enti di studio economico e politico formati da probi viri per lo sviluppo e il benessere mondiale, rendendo sempre più moderni i servizi utili a tutta la collettività.
   Se gli uomini non inculcheranno nella loro mente la predetta coscienza sociale, penso che si può solamente affermare che in terra all’onesto cittadino non resta altro che subire, oltre che l’ingiuria, anche la beffa e nel continuo divenire dei tempi tra gli uomini ci sarà un’alternata metabolica vendetta tra il vinto ed il vincitore sempre alla riscossa.
   Non si può amare i cani, i gatti, insomma gli animali, se non amiamo il vicino di casa, se non curiamo con amore e rispettiamo i nostri simili. Come si può pensare che ai nostri animali diamo cibi con vitamine, proteine, grassi, scegliendo così migliaia di quintali, anzi di tonnellate di scatolette più idonee al nostro animale e non pensiamo che in varie parti del mondo, quindi dei nostri vicini di casa soffrono e muoiono per mancanza di medici, di igiene, di acqua, di cibo e di tante altre cose, mentre noi portiamo dal veterinario anche per farli castrare, o per far togliere le unghie o per intervenire sulle corde vocali, perché non diano noie, il cane o il gatto o tanti altri animali, che potrebbero vivere liberi nel loro ambiente, come sarebbe giusto, ed autonomamente come fanno tutti gli animali nella foresta.
   Sono un pazzo, se, riflettendo, noto e biasimo il comportamento umano, che da una parte è prodigo e dona a piene mani e dall’altra nega il tutto al suo simile? Niente da eccepire, anzi è encomiabile il comportamento dell’uomo verso gli animali quando li cura, ma lo stesso dovrebbe fare nei confronti del prossimo, suo simile; non certamente quando li sottomette ai suoi delittuosi bisogni.
   Credo che chi si comporta così sia veramente affetto da debolezza mentale o d’incapacità logica, a causa delle quali succedono le disastrose vicende, cui poi col dito in bocca o a bocca aperta assistiamo, senza accorgerci che le mosche entrano ed escono dalla stessa. Poveri imbecilli!  
   Un attento lettore sicuramente dirà: “Che pazzo, questo inutile scrittore!”. Forse è vero, ma è l’unica strada da intraprendere, uomo assennato. Oggi sembra utopia ciò che penso, ma come sempre il senno del tempo tradurrà in realtà le odierne utopie. Solo che non si potrà attendere tanto.
   L’uomo è meglio che prenda coscienza al più presto, si adoperi, perché ciò avvenga in tempi brevi e possa essere fiero di non avere causato ancora una volta catastrofi irreversibili sia ambientali che terroristiche. Si dice che è pazzo l’uomo che ha torto ed ha ragione chi invece esprime il pensiero della classe dominante.
   Se non vuoi passare per pazzo domani, ascolta, uomo politico sapiente, il presunto pazzo di oggi.
   Una volta ebbi la fortuna di dialogare con un saggio uomo politico sull’argomento testé descritto e lui così mi rispose: “ Sai, amico, la politica è una scienza, che durante la ricerca dovrebbe solo tendere a migliorare i rapporti tra gli uomini ed a salvaguardare l’ambiente, nonché le risorse, di cui si dispone, distribuendo il tutto a tutti, per evitare i dissapori e le discriminazioni tra i popoli, che aprono poi le vie al terrorismo; ma, purtroppo, chi detiene il potere esclude la ricerca e mira alla conquista. La politica, quindi, non è più una scienza, ma solo conquista del potere a discapito dell’umile, dell’ignorante, del debole; insomma, a discapito di tre quarti del popolo mondiale, che sopporta e si astiene: classico esempio di totale debolezza e classico esempio di morale da schiavi, rifiuto d’ogni scelta e d’ogni azione”.
   Ma io ho fiducia e penso che i tempi e le menti siano maturi per svegliarci dal lungo letargo e finalmente  prendere coscienza di tutto ciò che ha prodotto e produce effetti deleteri.
   Il popolo, che sopporta e si astiene, è un corpo sociale malato e se non prende coscienza, attuando la massima “nosce te ipsum”, non guarirà mai e i politicanti, detentori del potere, faranno della sua malattia la propria salute.
    Oltre al cibo, come ho detto sopra, l’uomo deve lavorare e riposare; allo stato di veglia, deve alternare lo stato di quiete.
    Il sonno è una necessità primaria e insostituibile. Ma se si è travagliati da molteplici preoccupazioni, da tante agitazioni e da ogni sorta di sollecitazioni il sonno non è più sufficiente a ritemprare la mente e le membra; l’ansia e la depressione prendono il sopravvento, causando gravi danni a chi soffre ed a tutta la collettività, essendo queste patologie naturalmente di pregiudizio alla sicurezza, ma anche di dispendio.
    Così ci si trova nei luoghi di lavoro stanchi, poco produttivi e poco vigili, predisposti all’infortunio e a quant’altro, perché il decadimento fisico e mentale non è sincrono col ritmo della vita, che più che far vivere porta inesorabilmente ad una continua e progressiva distruzione.
    Anche i conflitti che insorgono a causa delle difficoltà e delle preoccupazioni, oltre che inasprire i rapporti tra gli uomini, si ripercuotono in maniera disastrosa sull’educazione; infatti, la vita di un uomo, dissestata, produce effetti non sani nelle sue molteplici manifestazioni affettive nei confronti degli altri, ma soprattutto nei confronti della sua famiglia; se poi ha anche dei figli, gli stessi subiranno l’influsso negativo sul modo di valutare e di vivere la loro vita affettiva e sentimentale.
    Ma allora, se l’evidenza è questa e tutti, credo, ne siamo coscienti, qual è la società che noi vogliamo costruire? Tutti sappiamo che le difficoltà insolute fuori, ce le portiamo a casa ed anche quando cerchiamo di nascondere ai nostri figli i nostri contrasti, le nostre difficoltà, loro hanno capacità intuitive che, pur se piccoli, si accorgono delle tensioni affettive, più di quanto non pensino gli adulti.
    Si può senza dubbio affermare che tutte le predette condizioni, aggiunte anche a quelle economiche, purtroppo, compromettono la serenità familiare e l’educazione dei figli, che divenuti adulti, pur di non vivere in quell’atmosfera  di opprimente preoccupazione in cui crebbero, deviano nell’aggressione, quindi nella delinquenza in senso lato, o nell’autodistruzione, rifugiandosi nelle varie devianze, che conosciamo tutti, ma sulle quali, pur avendo tutti i mezzi per annientarle subito, stiamo a dialogare sul da farsi, mentre l’epidemia si diffonde incontrastata.     
   Ahimè!                                                                                                                
   La nostra civiltà c’inganna, perché ci fa credere che lo scopo principale per vivere sia quello di approvvigionarsi di denaro a qualsiasi costo e in qualunque modo, a discapito di chiunque, purché si soddisfino poi esclusivamente gli interessi personali. Allora tutto si fa in competizione, in lotta con gli altri ed, infine, la sopraffazione sovrasta i più deboli, che perdono, ma che si preparano di nuovo, come ho già detto, alla riscossa.
    Così la nostra mente e il nostro organismo soffrono e, poiché sono spinti a funzionare oltre le loro normali possibilità, si esauriscono e vengono attaccati da malattie degenerative.
    Questo stato di sofferenza si potrebbe evitare e si potrebbe conservare intatto il proprio equilibrio, se ci si fermasse, dando forza al corpo ed alla mente raccoglimento per recuperare ciò che pensiamo di avere perduto, di perdere o di non riuscire a possedere.
    Mentre le membra sono nello stato di quiete, la mente si acquieta con la riflessione, si rasserena con i ricordi, con le immaginazioni, che danno alla stessa e di riflesso al corpo tanta nuova vitalità, una nuova concezione di relazionarsi col mondo e col vivere di ogni giorno.   
    L’equilibrio si raggiunge con l’introspezione e la volontà, nonché con la continua ricerca della verità.
     L’uomo, così agendo, stigmatizzato il suo vecchio ed abominevole operato, ritrova sé stesso e con questo continuo esercizio sollecita il pensiero a rendere positivo ciò che negativo appare, fortifica la sua volontà ad agire ed affina la sensibilità ad operare per il bene, traendone così sempre vantaggi morali, che sono per sé medesimo immensa e duratura ricchezza.
    Se quanto ho scritto non riuscirà a scuotere la mente del lettore, anche di un solo lettore, perché arrivi a capire che l’unico obiettivo per l’uomo è la vita, che ha bisogno di pace per essere vissuta e che la pace si costruisce con la verità ( il racconto del sacrificio di Gesù sulla croce è l’esempio supremo, sublime, perché Gesù è la verità ), con la compensazione tra gli uomini e con l’amicizia (tra tanti esempi mi sovviene Damone e Pizia) come valori ideali e con le quotidiane esigenze umane per indirizzare la mente verso i predetti valori, che sono una casa dignitosa per tutti, un dignitoso lavoro svolto con dedizione e con passione e non a scopo di lucro, un salario dignitoso unico per tutti per qualsiasi attività svolta, onde evitare le discriminazioni che creano le disparità di trattamento e l’iniquo arricchimento, un premio, consistente in un viaggio o altro, mai in denaro e simili, a chi si è distinto nella ricerca di meglio servire la collettività, vuol dire che il mio scritto ha fallito l’obiettivo.
    Questo, infatti, è l’obiettivo che mi sono prefisso, scrivendo; ma se il mio sforzo nell’esprimere o nel rappresentare quanto penso dalla mia penna non fosse stato bene descritto ed il lettore non dovesse incontrare l’interesse che io volevo suscitare, il medesimo lettore, che certamente è acuto più di me, capirà che se anche il mio mezzo non funziona, chiaramente il grande fine che mi sono prefisso sostanzialmente non è sbagliato affatto. I miei tentativi, scrivendo e divagando, sono forse inadeguati, talvolta possono magari esasperare, rendere male la mia idea, ma il mio fine, ripeto, è uno solo: tendere al benessere del vivere sulla terra, amando il prossimo.
   Solo chi nutre amore per il prossimo può dirsi uomo ed è degno di tale appellativo, se comprende profondamente il significato della vita ed il significato della verità e come tale poi, se vorrà, potrà anche interessarsi di politica in maniera umana e religiosa, applicando il detto religa et impera e non più divide et impera. Io, infatti, identifico i due termini politica e religione, sempre autonomi e dipendenti tra loro nell’espletamento del loro sublime compito.
   So benissimo che il sentiero da percorrere per raggiungere i predetti umani obiettivi, cui anelo ed ai quali anelano tanti miei simili, è lungo ed impervio; ma se ognuno di noi si scrollerà dalla mente a poco a poco la zavorra che la ingombra e l’appesantisce e poi la inonda d’amore, credo che il mio pensiero, qui descritto, raggiungerà lo scopo ed io, che in vita non ho avuto lodi, premi, poteri, perché a questi non ho mai aspirato, avrò la desiata ricompensa, anche tra tanti secoli, di non esser vissuto invano o da ignavo, di essere stato presente ed attivo, sensibile ai bisogni altrui e di avere dato con orgoglio e senza bavaglio attraverso il mio scritto il mio piccolo contributo ai miei posteri, di aver sollecitato il mio simile a ricordarsi di non perdere mai la sua natura umana, quindi la sua humanitas, e di agire sempre onorando il suo appellativo.
    Questo è il mio desiderio e, credo, di tutti gli uomini, che magari vorrebbero agire, parlare o gridare, ma, purtroppo, per varie ragioni giuste o ingiuste tacciono.
    Credo anche che tra tanta folla di scrittori venali, il mio modesto pensiero, espresso in queste righe, non troverà, purtroppo, lo spazio per potersi diffondere. Ahimè! 
    Comunque queste sono le mie esperienze, che, non per vanagloria, ricordando e riflettendo con divagazione, ho voluto descrivere, perché il lettore, come ho già detto, possa trarne le sue conclusioni; se poi qualcuno ne avrà anche un piccolo beneficio per qualche sua introspezione, al fine di modificare in meglio il suo modus vitae  e quello dei suoi simili, ritengo di poter dire umilmente, ma con soddisfazione, di non aver perduto l’olio e la fatica, nonché di poter concludere questo mio scritto, aggiungendo con gioia : “finis coronat opus”.
10 febbraio 2007  
Tutti i miei scritti, inseriti in questo sito, sono stati pubblicati da vari Editori dal  1971 al 2014.                                               
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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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SENZA PAROLE
 
Vorrebbe essere come te,
avere una scuola
avere del cibo
e non rifiutarlo come fai tu
perché non ti piace,
o è scotto,manca il sale.
Essere perché no!
sovrappesso.
Vorrebbe avere
computer, giocattoli,
scarpe alla moda
e vestiti firmati.
Vorrebbe essere come te,
perchè è figlio di Dio
e non uno qualunque.
Non ci sono parole...
Basta solo guardare
senza chiudere gli occhi.




































































 
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Profilo Autore: RAFFAELLO CONCA  

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Mia nobile Sofia,
 
      il dialogo che con te condivisi qualche anno fa, riportato nel mio libro - Accenti d’amore e di sdegno - , avrei desiderato tanto oggi poterlo proseguire ancora, seduto di fronte a te, ma motivi di salute, purtroppo, mi impediscono il salutare incontro, che dà immediata vitalità alla mia mente, perché, fatta la domanda, la tua risposta è pronta. Non potendo fare altro, ti scrivo, esponendoti i miei pensieri e il mio progetto, nonché il mio patema a causa delle difficoltà, in tutti i settori della vita sociale, che tutti noi incontriamo quotidianamente per colpa di disonesti reggitori, che si arricchiscono da parassiti sulle sofferenze del debole popolo.
     Anelo ad annientare con i miei poveri mezzi, la disperazione, mia cara Sofia, e gli atti insani conseguenti che l’uomo a forza commette a causa dell’incertezza di potersi guadagnare con il lavoro onesto e produttivo e col sudore un pezzo di pane e una casa.
     Spero, inoltre, che l’uomo possa vivere in pace, con fratellanza, con onestà e con giustizia sociale nel rispetto di madre natura.
    Io abito, come sai, in questa parte della terra chiamata Italia, della quale uomini d’illustre pensiero hanno ben descritto tutte le bellezze naturali ed artistiche, che altri uomini di gran talento ci hanno nei secoli donato.
    Ma oggi, purtroppo, a parte una sparuta minoranza, non emergono più grandi geni in tutti i settori delle attività, ma, invece, prolifera già da molti anni il malcostume, l’idiozia, la depravazione in senso lato, la corruzione, la concussione, il latrocinio: il denaro innanzitutto, il denaro soprattutto;  la micro e la macro delinquenza, l’ignoranza, la sopraffazione, la prostituzione fisica e mentale, il nepotismo, la schiavitù etc.
    Chi vuole un posto di lavoro deve conquistarselo con la sottomissione e l’asservimento alla chiesa, al politicante o al mafioso, cioè alle tre istituzioni delinquenziali.       
    Dilaga la paidobìa, dal greco πἄις – παιδός che significa fanciullo e βία o βιάζω che rispettivamente significano violenza e far violenza, quindi far violenza ai bambini, ai fanciulli e agli adolescenti; infatti, quella che viene chiamata da tante persone istruite erroneamente pedofilia significa tutt’altro e precisamente amore verso i bambini, come filosofia: amore per la sapienza etc. φίλος = amico, cioè qualcosa di sublime, di spirituale. Ho voluto dare la spiegazione per coloro che non conoscono la lingua greca e sommessamente chiedo venia se sono stato cattedratico, ma ho ritenuto giusto farlo per far capire come tutto viene distorto a piacimento dai cosiddetti sapienti plutocrati e ierocrati in tutte le espressioni della vita umana a discapito del popolo debole ed ignorante. Parassiti! Voi siete quelli che traete salute dalla malattia degli altri. Non mi dispiace insistere in quanto in maniera umoristica voglio ricordare che  il termine spagnolo “pedo”  in italiano significa scoreggia, peto, e in siciliano “piditu”. Quindi, come si può essere pedofilo, cioè amico del peto? Anche voi, talenti della cattiva stampa, siete i peggiori divulgatori della scorretta lingua italiana.
     La lingua italiana non può sposare la lingua greca in maniera distorta per formare spesse volte anche vocaboli italiani di significato diverso e cacofonici.
    Voi, sapienti, che vigilate sulla purezza e sulla correttezza della lingua italiana, voi che nei vocabolari italiani ripetete gli errori e li perpetuate, dando l’imprimatur, non siete dei cultori del patrimonio linguistico italiano, ma della gente che “tira a campare”.   
    Un tempo, mia cara Sofia, scrittori, giornalisti et cetera, come ben m’insegni, scrivevano e parlavano correttamente e si sforzavano sempre di più a descrivere notizie vere e costruttive, a migliorare il lessico. Manzoni, il grande poeta e scrittore milanese, decise financo di “ lavare i panni in Arno”. Oggi vi è una completa degenerazione non solo del pensiero, ma anche del linguaggio scritto e parlato. Inoltre, dulcis in fundo,  molte penne asservite scrivono, infatti, il pensiero del plutocrate pagante ed anche la loro lingua rispecchia il disonesto cervello dello stesso.
    La maggior parte dei quotidiani, settimanali et cetera o trasmissioni televisive spesso non rispettano la corretta lingua italiana; anzi a correggere gli errori, si finisce per fare brutte figure.  “Arti, lettere, onor, tutto è stoltezza in quest’età dell’indorato sterco, che il subitaneo lucro unico apprezza. Tracce d’amor di gloria invan qui cerco”. Oggi, infatti,  purtroppo, è tutto giustificato nella forma e nella sostanza, come in materia ecclesiale, di giustizia, di politica e così via: gli orrori e gli errori più gravi si possono redimere e possono essere assolti.
    Così continuando, gli insegnamenti che si danno alle generazioni sono quelli che producono e produrranno i malesseri sociali più devastanti e degli stessi ne siamo tutti a conoscenza da gran tempo. Io penso che, pur vivendo in mezzo al fango, ognuno di noi deve sforzarsi a qualsiasi costo di scostarsi dalla massa. Chi ha una mente benpensante, ciò che dice o scrive è corretto nella lingua, nonché nella forma, nella sostanza e nell’operato quotidiano. Non ricordo chi disse che chi sa parlare bene e correttamente, sa pensare ed agire bene e correttamente, ma certamente aveva ragione.
    La lingua, come qualsiasi pensiero, idea ed altro è in continuo divenire e, pertanto, è giusto accettare le innovazioni e i neologismi, ma gli stessi prima di essere immessi nella lingua italiana devono essere accuratamente sottoposti ad uno studio etimologico con riguardo alla fonetica, alla morfologia e alla semantica; i neologismi non devono essere distorsioni linguistiche, come ho anzidetto, e neanche cacofonici, ma eufonici in senso lato.
    Alla stessa stregua si può dire anche dell’amministrazione della cosa pubblica: tutto si può e si deve  innovare, ma in meglio, adeguando il tutto ai tempi ed alle circostanze in cui si vive, ma soprattutto alle esigenze del popolo. Ho detto riformare in meglio e non in peggio come da molti anni, purtroppo, avviene in Italia per colpa della feccia della delinquenza politica ed ecclesiastica, che, a parte una piccola minoranza, governa dolosamente malissimo “ le genti del bel paese là dove il sì suona”, traendone vantaggi e privilegi a discapito del popolo, che per la sua passività ed indifferenza in maniera diretta o indiretta colposamente contribuisce negativamente alla buona riuscita di qualsiasi progetto amministrativo, anzi diventa, talvolta, il comburente o il combustibile, di cui si servono poi i feticci della pubblica delinquenza, sopra menzionata.
    Svegliati, popolo italiano! Sii cosciente e responsabile! Non strisciare mai ai piedi di coloro che tu hai reso potenti con la tua debolezza. Sii uomo e non un giullare. Non essere un numero di vile pecorame. Non abbassare mai la fronte, cammina eretto e non curvarti mai davanti a nessuno: chi ti sta di fronte è un tuo simile, che ha il tuo stesso sembiante, che sulla terra ha gli stessi bisogni, nonché gli stessi diritti e doveri. Rifletti! Applica il detto di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Sii resipiscente, popolo italiano!
     Mia nobile e saggia signora, mi piange il cuore, notando da tanti anni quanto è dannoso, infatti, per l’Italia e certamente per qualsiasi nazione candidare e poi eleggere individui indagati, condannati o anche  sospettati di avere amicizie losche ed altro di poco onesto e  poco dignitoso. Il candidato deve essere candido, pulito dentro e fuori ed anche i suoi parenti fino al terzo grado. Qualora non ci fossero i predetti presupposti, il candidato non è candido e quindi non è eleggibile per amministrare dignitosamente, onestamente, decorosamente e con onore la res publica a qualsiasi livello.
     Quanto sopra scritto vale per qualsiasi cittadino che volesse svolgere la sua attività alle dipendenze dello Stato.
     Oggi il popolo, ripeto, è completamente sottomesso, a parte una sparuta minoranza, al capitalismo clientelare, a coloro che io definisco criminalplutocrati e criminalierocrati, nepotisti, corrotti, concussi e collusi tra loro e con la mafia, che hanno accumulato ingenti ricchezze a discapito della collettività, impoverendola materialmente, moralmente, intellettualmente e socialmente, riducendola quindi psicologicamente alla schiavitù e spingendola alla distruttrice lotta civile.
     Al cittadino italiano, che oggi vuole far parte della pubblica amministrazione, dopo aver superato gli esami del concorso, vengono richiesti dei documenti, come si sa, attestanti lo stato di salute fisica e lo stato di salute morale: certificato medico, certificato penale, carichi pendenti ed altro; se non è in possesso dei predetti requisiti, anche se ha superato il concorso con ottimi voti e quindi è stato dichiarato vincitore, lo stesso viene escluso.
     Lo stesso procedimento dovrebbe essere adottato per coloro i quali aspirano a far parte della pubblica amministrazione in qualità di deputati, senatori et cetera, perché sempre di dipendenti pubblici si tratta, in quanto retribuiti, purtroppo, lautamente dal popolo, sovrano dello Stato, secondo il giusto dettato della Costituzione italiana. Infatti, sempre di concorso si tratta.
     Il cittadino che desidera espletare una mansione in qualsiasi settore delle attività dello Stato deve superare gli esami previsti dal bando di concorso (scritti, orali, quiz et cetera) ed è giudicato da una commissione esaminatrice ad hoc nominata, per non dire di comodo, quindi truccata, che in relazione alle prove svolte più o meno bene o male ( si fa per dire, perché è tutto pilotato, come già si è detto) dà un voto e, pertanto, il candidato (asservito e di parte) viene dichiarato vincitore del concorso o viene respinto (se è un libero cittadino senza padrino; inutile dire sulle assunzioni dirette).
     Alla stessa stregua il cittadino candidato al posto di deputato o senatore ( io, comunque, ritengo che venga eliminata la camera dei deputati: il senato sarebbe più che sufficiente per legiferare) dovrebbe superare la prova del concorso, che si configura nel comizio, (ma oggi neanche questo ed è inutile dire come avviene, perché tutti sappiamo che vergogna vi è nei partiti) cioè solamente nella prova orale e non è richiesto, a differenza del normale cittadino, che espleta un concorso per impiegato o dirigente, neanche il titolo di studio, che come dirò in seguito non dovrà più avere valore legale, soprattutto per le speculazioni a 360 gradi che si sono fatte su di esso; in questo caso la commissione esaminatrice è il popolo, che, asservito e ricattato, vota il candidato imposto a forza, perché se potesse non voterebbe quel delinquente, oggi sinonimo di candidato, il quale, dopo aver superato la prova, dovrebbe presentare i documenti, attestanti i requisiti, sopra elencati, come, ripeto, ogni altro cittadino candidato ai pubblici concorsi, e se non li ha, viene escluso e viene nominato chi in graduatoria lo segue, sempre che, è inutile ripetere, ne abbia i requisiti.
     Le candidature degli onesti cittadini dovrebbero essere poste in una graduatoria per tutte le attività dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Tutti i cittadini che  hanno  dimostrato capacità amministrative, relative al settore da amministrare, saranno inseriti a domanda nella predetta graduatoria e saranno, dopo l’elezione per votazione computerizzata, immessi a dirigere i vari dicasteri, comitati di studio e quant’altro, coordinamento delle Regioni, dei Comuni, che, autonomi e dipendenti dallo Stato, gestirebbero i loro territori per servire meglio e più da vicino il popolo in tutti i sensi. L’età dei candidati a svolgere qualsiasi attività pubblica dovrebbe essere di 35 anni per i dirigenti e per essere eletti senatori 45 anni, tenuto conto che abbiano dimostrato attivamente e in maniera esemplare le capacità. Solo così, quindi, si potrà fare pulizia morale e tutto il popolo ne avrebbe vantaggio.                                                                                                                                                                               
     Spero vivamente, gentile signora, che il nostro passato ed il nostro presente non siano il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.
     E’ veramente vergognoso che l’Italia, culla dell’arte, sia infangata da “personaggi” che si alternano da molti anni nella panoramica parlamentare solamente per soddisfare gli interessi personali e dei loro addentellati a discapito del popolo; ma oggi, credo che si è toccato oltre che il fondo anche il sottofondo della suburra. Non c’è giustizia sociale come in nessun tempo, ma oggi, però, potrebbe riaccendersi la fiamma della disastrosa rivolta.
     Il mio desiderio, Sofia, sarebbe quello di vedere applicato in toto il celeberrimo ed acrònico discorso di Pericle agli Ateniesi nel 461 ante Christum natum, scritto dal grande storico greco Tucidide nel periodo di permanenza ad Atene, che qui testualmente riporto:
Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
 Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
    E noi qui, in Italia, in barba alla storia ed ai buoni precetti, ci sciacquiamo la bocca di essere più civili rispetto a quei tempi, ma da perfetti incivili ci adoperiamo barbaricamente a fare il contrario. Sarebbe un grande beneficio leggere e mettere in pratica gli insegnamenti del grande Seneca nelle sue Lettere morali a Lucilio, che, scritte nell’ultimo periodo della sua vita, rappresentano in un certo senso il suo testamento spirituale. Infatti, in questa sublime opera filosofica Seneca raccomanda la supremazia della ragione sulle passioni e il sacrificio dell’individuo  a vantaggio della collettività, cioè del popolo. 
    Oggi, purtroppo al sostantivo democrazia, potere o governo del popolo, coniato con due termini greci, è stata definitivamente tolta la prima parte, cioè demos (δέμος) che in greco significa popolo, e la stessa è stata sostituita dal verbo clepto, (κλέπτω) che in greco significa rubo. Infatti questo fanno i predetti delinquenti cleptomani, che giorno e notte “sacrificano” al dio denaro. Così la democrazia, perdendo il suo classico e giusto significato, è diventata definitivamente cleptocrazia o governo dei ladri. Un filosofo, di cui non ricordo il nome, giustamente asseriva: “ Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere”.
      Reputo che la migliore forma di governo sarebbe l’anarchia, che io definisco filosofia della libertà e del cambiamento in meglio del vivere sociale, tentando di realizzare con ogni gesto, singolarmente e in comunione con gli altri, quel mondo più umano, più libero e più giusto. Infatti, anarchia non significa affatto disordine, caso mai il suo contrario, nel senso che l’anarchia tenta di ritrovare, di ricostituire l'ordine naturale delle cose e della vita, deformato e stravolto nel tempo dalle varie forme di sopraffazione, di disparità di trattamento, di dominio, di sfruttamento e di potere. In altre parole l’anarchia vuole frantumare il potere dei politicanti drogati di demagogia, nonché rifiuti tossici della società e ridistribuirlo in migliaia e migliaia di piccole unità, tante quanti sono gli esseri umani. I governi, perciò, di qualsiasi colore, hanno sempre dato la caccia agli anarchici, hanno cercato di metterli a tacere, hanno sempre tentato di accusarli di ogni atto di terrorismo o violenza e di ogni azione nei confronti della ricchezza e della proprietà privata, così come nei confronti del capitalismo di stato e della sua burocrazia tirannica: cose che l’ anarchia desidera fermamente abolire e che i delinquenti cleptocrati egoisticamente a discapito del debole popolo intendono invece difendere ad ogni costo. Ma perché si possa raggiungere un così alto livello di convivenza sociale, davvero sublime, dovremmo prima diventare persone civili, altruiste e solidali nelle idee e nei buoni comportamenti.  
     Adesso, mia attenta signora, non essendoci i presupposti perché si possa realizzare l’anarchia, cui sopra ho fatto cenno, vorrei esporti il mio pensiero in merito ad una giusta forma di amministrazione dello Stato, che potrebbe dare pace, fratellanza e giustizia sociale, se ci sarà la volontà di tutti i cittadini, che, presa coscienza del malessere sociale che li sovrasta, perché loro stessi l’hanno causato, votando, purtroppo, con  indifferenza e passività, anelano con cognizione di causa a costruirne le fondamenta. E’ ora di mettere in pratica subito le parole pronunciate da Charlie Chaplin, contenute nel Discorso all’Umanità, tratto dal film Il grande dittatore.
     Ritengo, infatti, che l’uguaglianza tra cittadini debba stare al primo posto, perché è il pilastro, l’albero di maestra su cui poggia il quotidiano vivere sociale e politico del popolo. Quindi si deve operare in modo che tutti i cittadini possano sentirsi uguali in tutte le espressioni della loro vita, non solo in ossequio verso la Costituzione italiana, ma soprattutto per amore verso il proprio simile, venuto a forza in questa terra non per suo gradimento, ma, talvolta o spesso, a causa di effimeri ed anche  irresponsabili incontri di piacere dei “procreanti”.
     I cittadini, ripeto, dovranno sentirsi uguali davanti alla legge, di fronte a loro stessi, nel lavoro e così via; pertanto, nessuno potrà godere di privilegi e, peggio ancora, dell’immunità o dell’impunità a qualsiasi livello. Nessuno in Italia e, speriamo, in qualsiasi parte del mondo, ripeto, potrà godere d’immunità o d’impunità (dal presidente della repubblica, figura inutile e spesso dannosa, all’operaio generico). Tutti siamo uguali, lo ripeterò fino alla nausea, di fronte alla legge e la legge è uguale per tutti. Anzi, chiunque commette reati durante il mandato dovrà avere le pene raddoppiate e, a seconda della gravità dei crimini compiuti a discapito del popolo, essere fucilato,  perché a lui fu data piena fiducia dal popolo, ritenendolo più capace ed onesto ad amministrare i beni della collettività. Tutti dovranno rispettare le regole scritte e quelle che, anche se non scritte, discendono dall’etica, dalla deontologia e dal buon senso umano. Chi contravviene, quindi, ai principi di etica, di onestà e di umanità nei confronti della collettività durante l’attività amministrativa nei diversi settori dovrà immediatamente essere estromesso per sempre dalla sua funzione e, dopo avere scontato la pena, assegnatagli dal giudice, dovrà lavorare per il resto della sua vita come operaio generico, svolgendo i lavori più faticosi. Ma in ogni caso il lavoratore sarà sempre rispettato e il lavoro avrà pari dignità.
     Gli studi compiuti, nonché i relativi titoli non avranno più valore legale: il lavoratore andrà avanti per merito e con passione ed umanità svolgerà la sua mansione per il bene della collettività.    Chi sa o può di più dovrà compensare chi sa di meno senza farlo sentire minimamente inferiore.   Sparirà il vecchio modo di pensare a piramide, ma si attuerà il salutare ragionamento a catena. C’è chi fa la colf, chi l’ispettore del lavoro, chi il medico, chi lo spazzino e così via; siamo tutti al servizio della collettività per percepire, secondo questo sistema, il corrispettivo, l’obolo per sopravvivere, ma nessuno è servo o si sentirà tale, se i suoi sentimenti sono da uomo libero, che con i suoi ottimi comportamenti agisce da padrone in tutte le espressioni della vita; da padrone, ripeto, non per asservire l’altro, ma per dominare sé stesso e svolgere con interesse e diligenza il suo lavoro per il bene comune.
     Molti saggi hanno trattato tanti temi, ma si sono soffermati poco sul tema della dignità del lavoro e del lavoratore, prima uomo e poi lavoratore; non si sono imposti, né s’impongono neanche i cosiddetti sindacati, anzi a mano a mano nel tempo gli stessi, a volte uniti ed altre volte divisi, spesso in conflitto tra loro, hanno mostrato la loro vera faccia o maschera e, facendo finta di interessarsi a quanto già scritto, hanno contribuito in combutta con i politicanti laici e clericali allo sfacelo sociale, traendo spesso, come tanti altri disonesti già menzionati, salute dalla malattia dei lavoratori.
     Dare dignità al lavoro, a qualsiasi tipo di lavoro, ed al lavoratore significa annientare le disuguaglianze sociali, tutte le sperequazioni e le discriminazioni, che stanno alla base di tutti i malesseri sociali. Si dia, come è sacrosanto, perennemente al popolo la certezza del diritto e si applichi la giustizia distributiva, presupposti pilastro del sereno vivere della collettività.
     Ho voluto essere ripetitivo, pur non essendo mio costume di scrittura, né eleganza nelle dissertazioni oratorie; ho voluto farlo con cognizione di causa: la martellante pubblicità, talvolta o spesso ingannevole, infatti,  penetra a forza nelle menti e le indirizza. Spero, invece, che la mia ripetitività non ingannevole porti benessere. Mi viene in mente una frase  del grande scrittore e poeta tedesco, Goethe: “ Tratta le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutale a convertirsi in ciò che sono capaci di essere”.
      L’uomo e la donna avranno veramente pari opportunità in tutte le espressioni della vita sociale; quindi, saranno rispettati al massimo, essendo le due parti della stessa medaglia della vita. Quindi pene severe a chi fa loro violenza per avere cagionato grande offesa ad una parte molto importante degli esseri della terra; se tale deplorevole comportamento dovesse essere praticato da  persona, che per il ruolo rivestito deve dare esempio di etica, la stessa, oltre ad essere immediatamente estromessa dall’incarico, sarà sottoposta a pene ancora più severe. Un esempio eclatante di malcostume potrebbe essere certo delinquente abituale Berlusconi, più volte presidente del consiglio dei ministri, ed altri, purtroppo molti, “cortigiani, vil razza dannata”, ricordando di Giuseppe Verdi  la bellissima e celebre aria di Rigoletto,  che da parecchi anni infangano l’Italia dalle Alpi alla bella Sicilia, tanto da farle perdere la dignità ed il prestigio internazionale, di cui aveva da tanti secoli goduto.  Comunque con l’individuo sopra menzionato e con i suoi addentellati, che ogni tanto da lui si separano per far capire che “lu pulici havi la tussi”, così si dice in siciliano, si è toccato veramente la parte infima del fango e della disonestà, mentre la cosiddetta opposizione, facente capo al partito democratico, anch’essa, in minor misura rispetto al cosiddetto partito del popolo della libertà, costellata di ladri, dolosamente e indirettamente col suo operato aiuta il feticcio, di cui sopra, che marcia con le leggi ad personam, senza etica né comandamenti, come scrissi in un mio componimento, contenuto nel mio libro “Patema” nel 1971, ingrassandosi sempre di più a discapito dell’estenuato popolo bue italiano, che con indifferenza vota, come ho già scritto, con ignoranza e con  irresponsabilità, non pensando al grave danno che commette in quel giorno di baldoria che gli sembra festa, ma prepara purtroppo un lungo periodo di tempesta, corrompendosi facilmente anche con una strizzatina d’occhio e calandosi  poi non solo i pantaloni, ma anche le mutande di fronte allo stesso feticcio che lui stesso ha eletto e che dallo stesso indi viene sottomesso.
     Le parole di Dante descritte nella sua Divina Commedia, Purgatorio, canto sesto, suonano oggi trionfalmente come un inno al delinquente feticcio Berlusconi ed ai suoi adepti: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”.
     Ti chiedo venia, Sofia, se qualche volta per rabbia il mio linguaggio non è garbato, come si conviene quando ci si rivolge ad una donna sublime, quale tu sei. Certamente so che mi assolverai, pur pensando che anche tu in maniera flemmatica, garbata  e saggia condividi la mia indignazione, pensando al popolo che soffre, mentre un Pulcinella imbroglione e delinquente abituale balla e si diverte, unitamente ai suoi scagnozzi, non curandosi del danno nazionale ed internazionale.
Continuo, intanto, mia signora, a sottoporre a te il mio progetto, sperando che, magari in parte, si possa attuare  perché la collettività ne possa trarre i migliori benefici, annientando i tanti tarli roditori che quotidianamente e da tanto tempo la corrodono, mettendo in ginocchio lavoratori e piccole/medie imprese, nonché recando un grave nocumento all’economia, già debole, del paese.
     L’avviamento al lavoro e la sua distribuzione, avverrà per tutti i cittadini e in tutti i settori delle attività a qualsiasi livello per il tramite dell’ufficio del lavoro, che avrà sede in ogni comune a prescindere dal numero degli abitanti. Tutte le offerte e le domande di lavoro pervenute al predetto ufficio da parte di tutte le amministrazioni saranno al solito pubblicizzate in internet e la stessa  procedura sarà eseguita per le graduatorie; gli avviamenti al lavoro si faranno con l’uso dei più moderni sistemi informatici, poiché tutte le famiglie saranno dotate di computer in modo che per tutto vi sia la massima trasparenza e la massima solerzia. Tutti gli altri privati intermediari del lavoro e di qualsiasi altra attività saranno aboliti.
     Non vi saranno più attività pubbliche e private, ma le attività, tutte gestite operosamente bene e con passione da chi le svolge.
     Quindi non più concorsi, ma avviamento al lavoro per tutti secondo le qualifiche e, se sarà possibile, secondo la predisposizione manifestata dal lavoratore, in quanto i titoli di studio di ogni ordine e grado, compresa la laurea, master o altre invenzioni non avranno più valore legale; pertanto, chi viene assunto con la qualifica di ragioniere e non è in grado di svolgere tali mansioni, svolgerà mansioni di apprendista ragioniere e, se al termine dei due anni non sarà in grado di svolgere i compiti inerenti alla sua qualifica, farà il commesso, il bidello, il manovale generico o altra mansione affine. Quanto sopra scritto vale per qualsiasi qualifica di ogni ordine e grado e per qualsiasi attività. Insomma il merito innanzitutto, il merito soprattutto.
      Tale comportamento, ripeto, sarà assunto nei confronti di tutti i lavoratori che non sapranno svolgere bene il loro lavoro, inerente alla qualifica conseguita attraverso gli studi o apprendistato. Se poi i cittadini non svolgessero bene neanche il lavoro loro assegnato, faranno gli operai generici, non per castigo, ma perché più idonei, avendo sempre il massimo rispetto del lavoratore, prima uomo e poi lavoratore.
      Quindi, si andrà avanti per merito, come è giusto, dimostrato attraverso lo svolgimento delle mansioni che il lavoratore dirigente affida al lavoratore esecutore. Chi sa ed opera bene avrà dei premi in viaggi o altro, ma non in denaro.  
      Il lavoro non avrà più figure piramidali, ripeto; infatti, nessuno potrebbe mai portare a termine un’opera, se non vi fosse chi guida e chi esegue. Quindi non può esistere nello svolgimento di qualsiasi attività una figura di lavoratore cosiddetta alta o bassa: in un mosaico tutti i tasselli sono necessari, se ne manca uno, il mosaico è monco e perde la sua bellezza. Sono volutamente ripetitivo ed insisto nel dire che chi ha più capacità fisiche o intellettive deve sempre compensare chi è di meno senza farglielo pesare. In tal modo il lavoro si esegue in maniera armonica e con minore fatica.
      L’obiettivo che dovrà animare il cittadino non sarà più il denaro, la ricchezza ed altro di negativo, ma la vita, cioè il vivere sociale solidale, la buona educazione, la serenità quotidiana, la certezza e l’immediata erogazione di ottimi servizi, la cultura e la continua erudizione a 360°.
     Tutte le istituzioni inutili saranno eliminate, mentre tutte le altre istituzioni saranno efficienti e dinamiche in maniera che la collettività ne possa trarre i migliori benefici. L’Italia dovrà essere il fiore all’occhiello e il termine di paragone positivo per le altre nazioni. L’Italia dovrà esportare libertà, educazione, uguaglianza, fratellanza ed istruzione, cioè i presupposti umani attorno ai quali ruota la globalizzazione della pace mondiale, di modo che anche gli altri popoli siano sollecitati ad emularci positivamente.
      Le ore di lavoro saranno sempre antimeridiane dalle ore 8,00 alle ore 14,00 di tutti i giorni della settimana, esclusa la domenica. Solo i lavoratori nelle fabbriche a lavorazione continua potranno lavorare, ruotando nei turni, come avviene. I predetti lavoratori turnisti avranno, come è giusto, più riposi settimanali.
      Il cosiddetto straordinario sarà abolito; se veramente il lavoro è in eccesso, dovranno essere assunti altri lavoratori. Così facendo, si eviterà di spendere di più e inutilmente nel pomeriggio milioni di euro per riscaldamento, raffreddamento, pulizia dei locali, corrente elettrica e quant’altro. 
      Tutti i lavoratori avranno diritto ad un mese di ferie e potranno andare al mare, in montagna, ovunque in Italia gratuitamente e, se andranno all’estero, potranno spendere una tredicesima mensilità per nucleo familiare. 
     Tutti dovranno lavorare ogni giorno della settimana, esclusa la domenica e i giorni festivi. I giorni festivi, che non saranno più ricorrenze di santificazioni o di altre inutili invenzioni a fine di lucro della chiesa cattolica o anniversari di vani ricordi di natura storica e che non hanno senso e non educano, non compariranno più come tali sul calendario. Bisogna dimenticare al più presto tutto il passato negativo e inneggiare a giorni festivi positivi, quali ad esempio la giornata della solidarietà, del lavoro, dell’amore, della fratellanza, del rispetto tra gli uomini, dell’uguaglianza, dell’alimentazione, della giustizia, della cultura, della ricerca etc. La domenica sarà il giorno festivo dei credenti, che potranno trascorrerlo come meglio piace a loro. Per quanto riguarda tutti gli altri giorni festivi, cui sopra ho fatto cenno, gli stessi saranno celebrati durante l’anno solare e saranno distribuiti nell’anno solare secondo il buon senso di chi si occuperà della loro immissione sul calendario. 
     La disoccupazione sarà un termine da dimenticare. La disoccupazione è il piedistallo su cui spesso si ergono i politicanti, traendone  profitto elettorale con false promesse di lavoro.
     Tutti i lavoratori saranno tutelati ed assistiti dalla sanità e, pertanto, tutti gli istituti assicuratori e previdenziali di qualsiasi genere non avranno più ragione di esistere, quindi, potranno essere aboliti immediatamente. Non ci saranno più pensioni di vecchiaia, di anzianità o altro, perché il lavoratore, se non potrà più lavorare per invalidità permanente, godrà sempre dell’assistenza sanitaria ed anche dell’importo mensile, più sotto descritto, erogato al nucleo familiare. 
     Ogni lavoratore lavorerà, perché si sentirà di farlo e, se non potesse attendere al suo lavoro, perché riconosciuto veramente malato e invalido a svolgere proficuamente la sua attività, avrà tutti i requisiti scientifici conosciuti ed umani per essere assistito a vivere dignitosamente.
    Tutti i mezzi di comunicazione saranno officine di onestà, di dignità, di capacità, di fratellanza e di veridicità.
      I notai, che mangiano a quattro palmenti, o, come dicono gli spagnoli, han comido a dos carrillos, non hanno più ragione di esistere, poiché non esisterà più la proprietà, ma solo la diligente gestione della stessa. Tutti gli altri servizi, resi dagli stessi a pagamento, qualora ce ne fosse bisogno, saranno gratuiti e saranno responsabili civilmente e penalmente per la mancata applicazione della legge e per qualsiasi errore doloso o colposo.
     Gli avvocati, a parte un’esigua minoranza, che fanno trionfare di più il loro portafoglio e meno o per niente la verità,  non hanno più ragione di esistere, in quanto non saranno chiamati a difendere o ad assistere più nessuno; tutti i cittadini, infatti, si difenderanno meglio personalmente, esponendo le loro memorie oralmente o scritte ad un collegio di arbitrato, formato da tre giudici, che nella maniera più onesta deciderà nel rispetto della legge scritta e dell’etica del buon senso; il presidente del collegio, che sarà eletto in seno ai tre giudici ogni volta durante la prima seduta, pronuncerà il lodo con efficacia di immediata sentenza, che sarà inappellabile. Quindi finalmente scompariranno tutti gli inutili gradi di appello, spesso in conflitto tra loro.
      I sindacati o parti sociali saranno aboliti; infatti, non ci sarà più ragione della loro ambigua ed inutile esistenza. In  una nazione onesta, come diventerà l’Italia, non saranno più necessari sensali tra gli amministratori e i cittadini.
      Non vi saranno più scuole pubbliche e private, ma ci sarà la scuola come istituzione unica per ogni ordine e grado dell’istruzione e  tutti gli insegnanti, oltre alla cultura eclettica da impartire ai discenti, dovranno possedere i requisiti sopra menzionati; qualora non ne avessero le capacità, faranno gli assistenti ai ragazzi o i bidelli.
      Si educherà alla pace, all’amore ed al benessere collettivo liberamente, ma  i docenti  attraverso  l’insegnamento delle varie discipline dovranno  raggiungere il predetto obiettivo. Chi si esime o non ne ha le capacità, non potrà insegnare.
      Si faranno sempre studi e ricerche in tutti i settori delle attività per migliorare la qualità della vita in modo naturale. Ai ricercatori saranno concessi gratuitamente per motivi di studio in Italia ed all’estero viaggi, vitto ed alloggio. Gli abusi, nonché il tempo trascorso nella ricerca senza un minimo risultato saranno colpiti da pene severe.
      Tutti potranno seguire qualsiasi corso di studi a qualsiasi livello culturale ed ottenere  la qualifica per poi esercitarla senza bisogno di essere sottoposti ad altri esami; chi non sarà capace, al solito, farà il manovale generico. Questo vale per tutti:  professori, ragionieri, muratori et cetera; soprattutto, se oltre ad essere impreparati, sono disonesti nell’operare.
      La scuola sarà provvista di ottimi edifici con apparecchiature tecniche e scientifiche moderne e l’insegnamento, come ho detto, sarà libero, ma ispirato ai principi di onestà, dignità, fratellanza ed uguaglianza.
      La scuola sarà obbligatoria e veramente formativa fino all’età di 15 anni; proseguire sarà facoltativo. Se dopo i 15 anni l’adolescente non vorrà proseguire gli studi, frequenterà per un biennio o triennio un corso di addestramento professionale per imparare un mestiere, finalizzato, alla sua scadenza, all’occupazione del giovane medesimo. Saranno aboliti tutti i corsi inutili, se non sono finalizzati all’occupazione; quindi, ci sarà in ogni settore delle attività una continua indagine di mercato. Tutti gli studenti avranno le risorse per studiare ed appassionarsi alle discipline a loro più confacenti. Non vi saranno voti, né giudizi: la prova del sapere sarà dimostrata nei vari settori delle attività lavorative.
     Tutti i musei saranno vigilati giorno e notte e potranno essere visitati in qualsiasi ora dai cittadini italiani gratuitamente.
     Tutti i lavoratori di tutti i settori delle attività, a prescindere da qualsiasi lavoro svolto, non potranno percepire altra retribuzione, se non quella del loro nucleo familiare, cui appartengono.                                                           
     Tutti avranno una casa dignitosa, un lavoro ed una retribuzione per nucleo familiare, come sotto descritto, in modo che tutta la collettività possa vivere nella certezza; vi sono già le malattie e i fenomeni naturali avversi, contro cui dobbiamo lottare quotidianamente, che ci danno già tanta difficoltà a sopravvivere.
     L’ambiente sarà rispettato;  pertanto, tutte le industrie ed i cittadini non avveleneranno più l’aria
l’acqua, il suolo, il sottosuolo e quant’altro. Si sfrutteranno solo energie pulite e naturali. L’agricoltura e il rimboschimento saranno di primaria importanza, nonché l’elettrificazione e l’irrigazione anche delle campagne; tutte le coltivazioni saranno fatte senza l’uso di prodotti chimici e non saranno alterati i prodotti che la natura offre.
     Tutti gli animali resteranno nel loro ambiente naturale, nessuno potrà possedere animali di qualsiasi razza. Gli animali, se malati, saranno curati nei loro ambienti naturali da veterinari addetti alle foreste. Chiunque contravverrà, sarà condannato a pene severe. Alle stesse pene soggiace chi pratica la caccia o di nascosto tiene animali a casa. I cani, ben trattati, potranno essere addestrati per aiutare le persone invalide e supportare validamente l’uomo in tutte le attività per le quali la loro opera è necessaria.
      Poiché l’uomo ancora non è in grado di nutrirsi senza la carne, è permesso ancora di allevare nel benessere e con la massima igiene bovini, ovini, polli e conigli per cibarsene con moderazione, ma gradualmente e in tempi brevi questo scempio dovrà scomparire.
      Nelle campagne non vi sarà più pascolo abusivo; gli allevamenti all’aperto di animali: mucche, pecore, cavalli etc. saranno fatti in un’estensione di terreni proporzionale al numero degli animali allevati in modo da permettere agli stessi un pascolo soddisfacente senza danneggiare altra flora e i loro ricoveri, nonché i luoghi delle lavorazioni dei loro prodotti altamente igienici dovranno essere vigilati costantemente da personale veterinario. Chi non ottempera ai predetti adempimenti sarà sottoposto a pene severissime.
     Tutti gli stabilimenti balneari, montani, termali et cetera saranno messi a disposizione della collettività senza scopo di lucro, in quanto come ho detto, qualsiasi attività non sarà svolta con lo scopo di lucrare, in quanto non ci sarà più motivo.
     E’ necessario far lucrare lo Stato, perché lo Stato poi possa distribuire in parti uguali tutte le risorse alla collettività, annientando definitivamente tutte le disparità di trattamento e le discriminazioni. Scompariranno così i vitalizi, le pensioni, gli stipendi, i trattamenti di fine rapporto aurei e di platino erogati ai traditori del popolo, ai ladri ed ai frodatori a qualsiasi livello e in tutti i settori delle attività, mentre al popolo si dà incertezza del diritto, del futuro, del lavoro e dei servizi, distribuendo allo stesso pensioni e salari da fame. Delinquenti! Siete voi che avete dissanguato l’Italia. A voi dovrebbe essere irrogata la condanna definitiva: la fucilazione, nonché la confisca di tutti i beni vostri e dei vostri discendenti fino al terzo grado. Spero che anche i cittadini siano più attivi, razionali, coerenti e possano sviluppare il senso della coscienza nazionale, in quanto, così operando, vivremmo tutti un po’ meglio. Dovremmo solo combattere contro le malattie e contro i fenomeni naturali, ma non tra di noi.
     Il dio denaro non avrà più valore, poiché è causa di tutte le difficoltà umane, di guerre tra popoli e di guerre civili, di odio, di vendetta, d’invidia ed è inutile continuare ad elencare tutti i sostantivi negativi che produce; anzi la sua assenza sarà un freno a che l’amore tra gli uomini prevalga. C’est l’argent qui produit toujours la guerre entre les hommes.
     Così facendo, si annienterà qualsiasi micro e macro delinquenza in tutti i settori delle attività e in tutte le istituzioni. Quindi tutte le attività saranno svolte con passione, con onestà, con fratellanza, con capacità e con tanti altri sostantivi positivi.
     Finalmente si annienteranno così le illecite speculazioni di tanti delinquenti della finanza, che spingono i prezzi dei prodotti alimentari, che fanno salire alle stelle le quotazioni del petrolio e contribuiscono alla ripresa dell’inflazione, impoverendo di più le piccole imprese e gli onesti lavoratori, che sono la spina dorsale della nazione.
     Delinquenti! Siete proprio voi che annientate il benessere delle nazioni e la globalizzazione mondiale, che dovrebbe fondarsi su altri presupposti costruttivi e non sull’indegno asservimento della collettività mondiale che produce, sudandosi l’incerto e travagliato pane quotidiano.
     Questo sarà il nuovo vivere civile, che spero si propaghi nel tempo in tutto il mondo. Questa sarebbe veramente la vera globalizzazione, a cui aspira l’uomo, degno di tale appellativo, che odia la guerra e predilige la pace.
     Le lavoratrici madri in servizio nei vari settori delle attività dovranno lasciare il posto di lavoro per dedicarsi alla cura e all’educazione del bambino fino all’età di anni otto ed assolveranno anche a tutti gli obblighi familiari. Scaduto il predetto periodo, potranno rientrare in servizio ovvero, a loro discrezione, dedicarsi sempre all’amministrazione della casa.
     Saranno aboliti gli asili nido, tristi luoghi di penitenza infantile, ed i ricoveri per gli anziani, talvolta anticamere di cimiteri. I bambini, come si è detto, saranno assistiti dalle madri e gli anziani saranno assistiti sempre nella loro casa dai figli; ove non ci fossero figli, da parenti o da veri e seri professionisti di spiccata umanità; qualora tali assistenti non si comportassero da professionisti e, soprattutto, con umanità, agli stessi dovranno essere inflitte pene severe.
      I medici dovranno seguire i seguenti studi: scuola dell’obbligo, tre anni come infermiere generico, due anni come infermiere professionale, tre anni di medicina generale e tre anni di specializzazione; non potranno svolgere altra attività se non quella di medico e dovranno aggiornarsi continuamente. Dovranno svolgere la loro professione solo negli ospedali, che avranno letti, apparecchiature e quant’altro, inerente ai degenti, sempre all’avanguardia e dovranno essere distanti tra loro non più di 30 Km; in ogni comune ci  sarà  un ottimo pronto soccorso per tutte le patologie, ma soprattutto per la cardiologia e per la traumatologia; tutti i medici addetti alla cura dei malati dovranno, inoltre, curare il malato a casa, se lo stesso non va in ospedale e può essere curato in casa.
      Il medico deve curare con diligenza e professionalità un numero minimo di malati; qualora non fosse all’altezza del suo compito, il medico impreparato farà l’infermiere generico e in caso di errore sarà responsabile civilmente e penalmente; se vi fosse stato dolo, le pene saranno duplicate. Lo stesso vale per tutti i lavoratori di qualsiasi settore delle attività, che commettono errori dolosamente.
     Tutti i farmaci e gli ospedali saranno a disposizione della collettività senza scopo di lucro. I farmacisti saranno dei veri professionisti del farmaco e non dei bottegai per la vendita dei medicinali. La ricerca scientifica specifica e in qualsiasi settore delle attività sarà eseguita con scrupolo, in maniera che le scoperte non siano poi di nocumento alla collettività.
     Fare uso di droghe e abuso di alcool sarà grave reato, ancora più grave se dall’abuso personale ne deriva danno alla collettività. Per tali reati si applicheranno pene severe per chi spaccia o ne fa uso, nonché per coloro che le droghe fanno entrare in Italia. Per quanto riguarda le sigarette si tenterà con ogni mezzo e progressivamente di eliminarle dal commercio, avendo riguardo in ogni caso di evitare il contrabbando a causa del proibizionismo.
     Tutti i locali pubblici, da ballo, ristoranti etc. a mezzanotte saranno chiusi e nessuno potrà bere alcol superiore alla dose idonea per poter guidare con vigilanza.
     Tutti i carcerati dovranno lavorare per tutto il tempo della loro detenzione, ma agli stessi sarà data la possibilità di rieducarsi attraverso seminari o quant’altro, che saranno svolti da personale educativo specializzato e quindi, scontata la pena, a cui furono sottoposti, sarà data loro la  possibilità di reinserirsi nella società civile, ma se gli stessi continueranno a delinquere e saranno di pregiudizio al quotidiano vivere sociale saranno definitivamente estromessi dal consorzio umano. 
     La stampa comunicherà con carta o con qualsiasi mezzo di comunicazione notizie interne ed estere vere e costruttive. La televisione e i cinematografi proietteranno film costruttivi. Saranno requisiti tutti i materiali pornografici, di istigazione alla violenza e diseducativi. Le notizie di cronaca importanti potranno essere comunicate a livello locale, solo nel Comune dove avvengono i fatti o, se di interesse regionale, solo nella Regione. Chi non ottempera a quanto sopra scritto o scrive con il cervello di altri sarà sottoposto a pene severe e non potrà più svolgere tale attività, ma di comune manovalanza.
     In città i vestiti dovranno coprire il corpo, che non dovrà essere mai troppo scoperto; solo al mare sarà permesso scoprirsi anche con costume a due pezzi.
     Le case di tolleranza saranno riaperte, ma saranno vigilate da medici a tempo pieno e dotate di apparecchiature per esami di sangue e quant’altro per la tutela della salute dei cittadini e delle stesse operatrici sessuali.
     Vi saranno telecamere in tutti i quartieri e vigilanti urbani e campestri; le intercettazioni  con qualsiasi mezzo saranno un’arma contro tutti coloro che compiono azioni delittuose nei confronti della collettività; in tutte le strade e in tutti i luoghi pubblici vi saranno telecamere, perché tutto sia sorvegliato: questo è un bene per il popolo, che, non avendo niente da nascondere, desidera vivere serenamente ed operare sempre alla luce del sole ed a quella delle candele. La magistratura ne farà uso, ma saranno colpiti gli abusi con pene severe.  
      Tutti i beni dei privati cittadini italiani, ricadenti nel territorio italiano, saranno di proprietà dello Stato. 
      Tutti i beni: tesori artistici, mobili, immobili, denaro e quant’altro oggi appartenente alla chiesa cristiana cattolica, alle chiese cristiane con vari altri appellativi, nonché alle chiese di altra religione, ricadenti  nell’ambito del territorio italiano, saranno di proprietà dello Stato, che ne disporrà per il bene della collettività. Infatti, gli amministratori delle predette chiese, non avendo pagato le relative tasse e imposte al fisco, hanno rubato e defraudato da secoli il popolo italiano.
      Sarà abolita la sacra rota e tutte le tangenti, chiamate offerte, che la chiesa cattolica richiede per le stupide ed estorsive prestazioni ai cittadini dalla nascita al morire; saranno aboliti tutti i commerci di icone o quant’altro che rappresenti divinità o altro, inerente alla religione praticata. 
      Non vi saranno più santificazioni ed altre bricconate lucrose inventate dagli amministratori della chiesa cosiddetta cattolica. A che serve essere spruzzati all’esterno di acqua santa se si è poi sudici all’interno? Non si costruiranno più chiese cattoliche, quelle che ci sono soddisfano abbondantemente alle esigenze del popolo e resteranno sempre aperte di notte e di giorno ai credenti. Qualsiasi rito ecclesiastico, a cui il cittadino volesse sottoporsi, sarà gratuito. Nessun minore potrà essere sottoposto a riti ecclesiali; ma se vorrà, potrà chiederli volontariamente alla sua maggiore età, se nel suo animo sente che qualcosa di sublime nasce senza seme e senza aratro.
       I preti, dal cosiddetto papa al sacrestano, saranno normali cittadini, che, dopo la loro castrazione, se si sentiranno vocati veramente da Dio, svolgeranno lavori per le anime fuori dalle sacrestie e le chiese, come ho già scritto, resteranno sempre aperte, essendo luoghi di culto del popolo, che segue la religione cattolica, nonché tutte le altre religioni. Non se ne può più di leggere nei libri di storia, nei giornali e nel loro operato quotidiano apprendere sempre tutte le nefandezze da loro commesse, trincerandosi dietro la parola di Gesù, che per loro, come ho in altro saggio scritto, è solo il pretesto per far potere, soldi, come lo IOR, APSA ed altro e poi asservire.
       Alcuni giorni fa, mia divina signora, mi è stato riferito dalla mia gentile consorte che il rivestimento marmoreo alto un metro dal pavimento che era stato offerto da me per voto verso la Madonna della Cava, in Pietraperzia, nel lontano 1976, cui era stata sovrapposta una targa recante la dicitura: “Rivestimento marmoreo dono di Gino Ragusa”, ancora in ottime condizioni è stato rimosso senza motivo e senza darmene preventiva notizia da certo prete Bongiovanni, chiamato monsignore. Inizialmente mi ha fatto un brutto effetto, ma, pensando alle lordure di tanti disonesti amministratori della chiesa nei vari secoli, la mia delusione è svanita quasi subito. Aggiungo che prima di donare quanto da me sopra descritto, essendoci in quella chiesa un cancello molto vecchio, avevo chiesto di donare un nuovo cancello, ma mi fu risposto illo tempore dal prete, certo don Siciliano, che la gestiva, che ciò che era dono dei fedeli per voto verso la Madonna non poteva essere spostato, né eliminato.
       Non mi dilungo su questo argomento perché tale disonesto operato è sotto gli occhi di tutti e chi non vuole vedere, non è cieco, ma asservito o addentellato ovvero ha paura. Soprattutto, non voglio dilungarmi per non essere ripetitivo su un argomento che mi fa schifo, di cui  ho già dissertato a lungo in “Ricordi e divagazioni”, descritti nel mio libro “Speranze e delusioni”. Vado avanti quindi nella descrizione del mio progetto.
       La chiesa in Italia non avrà più gerarchia: ogni “apostolo” dal cosiddetto papa al sacrestano sarà uguale all’altro e sarà, ripeto, considerato un comune cittadino. Anzi, se non vado errato, salesiani e gesuiti, che sono ritenuti i più istruiti, potrebbero essere ottimi insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado unitamente ai docenti laici e preti di altre religioni. L’ insegnamento di tutte le discipline impartite da qualsiasi docente ed a qualsiasi livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado non sarà mai di parte, ma dovrà tendere solo alla cultura, all’erudizione, alla solidarietà collettiva, alla politica in senso classico, insomma alla saggezza, all’onestà ed ai valori. Tutti gli altri preti, dal cosiddetto papa al sacrestano possono svolgere lavori nei luoghi di pena, nei luoghi di cura, perché si presume che siano più idonei alla solidarietà umana, essendo vocati da Dio. Tutti gli organi della chiesa non avranno titoli, ma avranno la loro casa e la loro retribuzione come tutti i cittadini singoli. Chiunque si fregiasse anche per scherzo di titoli avuti in qualsiasi settore pubblico o privato ed a qualsiasi livello, sarà obbligato a svolgere lavori a lui non confacenti.   
       Ogni cittadino è libero di praticare qualsiasi religione o di non praticarne alcuna e di radunarsi solo per pregare in tutte le chiese esistenti, che resteranno, ripeto, sempre aperte e vigilate e gestite dallo Stato.
       Nessuno potrà abitare in palazzi o castelli, ma la dimora sarà per tutti i cittadini ampia al massimo 150 metri quadrati e non meno di 60 metri quadrati, a seconda del nucleo familiare.
       Tutte le Regioni italiane avranno pari dignità e non avranno più statuti o regolamenti speciali o altri privilegi. Le leggi saranno solo nazionali e saranno osservate da tutti i cittadini italiani; quindi tutte le regioni d’Italia applicheranno le norme emanate dallo Stato, che saranno sempre a favore della collettività. Chiunque attenta in qualsiasi modo all’unità d’Italia o defrauda lo Stato sarà fucilato per alto tradimento.
       Non vi saranno più parate militari, inutili farse, che non ricordano niente, anzi ricordano solo violenza tra i popoli, e sono solo spreco di denaro. Niente corone al milite ignoto.
       Sarà istituito un consiglio di pace, composto da probi viri, cioè da uomini esemplari e saggi, che decide, dopo proficui tentativi costruttivi, se agire in maniera bellica. Lo stesso consiglio decide sulla produzione delle armi e sull’uso delle stesse.
       Coloro i quali con dolo si comporteranno male o non osserveranno i precetti di onestà, di dignità, uguaglianza e fratellanza commetteranno grave reato nei confronti della collettività; pertanto saranno condannati a scontare pene severe.
       Le banche, usurai autorizzati all’illecito, nonché le finanziarie saranno chiuse, in quanto nessuno dovrà più chiedere prestiti e nessuno avrà più motivo di risparmiare; infatti, tutti i cittadini, come ho già scritto, avranno assicurato per tutta la loro vita un alloggio dignitoso, un lavoro ed una dignitosa retribuzione uguale per tutti a prescindere dall’attività svolta. Sparirà così il signoraggio, la riserva frazionaria ed altre invenzioni distorte a discapito del popolo.
        Tutti gli addetti ai servizi di vigilanza e di ordine: polizia, finanza, carabinieri et cetera, che saranno unico corpo e non saranno chiamati più “forze”, ma vigilanti, per svolgere tale lavoro dovranno essere esenti da condanne penali e da carichi pendenti, non solo loro, ma anche i loro parenti fino al terzo grado; tali lavoratori dovranno operare con umanità; qualora non si comportassero umanamente, saranno destituiti dall’incarico e saranno sottoposti a pene severe. 
         I mezzi di trasporto pubblici: autobus, aerei, treni, navi, usati per mera utilità pubblica, saranno a carico dello Stato e saranno sempre controllati ed efficienti per la sicurezza dei passeggeri. I passeggeri, che si sposteranno per turismo o per lavoro pagheranno un giusto prezzo a seconda del mezzo di trasporto, del tipo si spostamento e della distanza.
         La magistratura, gli addetti alla vigilanza e all’ordine, preti et cetera non vestiranno più divise, che finora hanno indossato. Tutti coloro che svolgeranno i predetti lavori indosseranno divise semplici e con applicazioni distintive di poco costo sulle stesse.
         L’omosessualità, detta anche pederastia per gli uomini e lesbismo o tribadismo per le donne, svergogna il genere umano di sesso maschile e femminile, in quanto questi esseri sono costretti per fare all’amore ad usare organi del corpo che non sono idonei igienicamente e soprattutto non sono mai deputati al benefico atto sessuale, che, oltre a dare immenso piacere, serve precipuamente alla naturale procreazione del genere umano, quindi atto sublime.
         Se un uomo o una donna si comportano da omofili, perché sono nati naturalmente così e quindi si è sviluppato in loro quel gene, gli stessi dovranno essere rispettati sempre come esseri umani temporaneamente diversi. Quindi su tali omofili genetici intervenire subito mediante chirurgia o altro, di cui la scienza medica dispone, sarebbe salutare per la società e per gli stessi individui, che vivrebbero poi una normale vita sessuale e sociale. Invece gli omofili pervertiti, i deviati dovranno essere banditi con mezzi leciti dalla società per il danno provocato alla stessa in qualsiasi tempo.
         E’ naturale che gli omofili in generale non devono mai sposarsi o peggio ancora adottare o avere contatti con i bambini, fanciulli o giovani di sesso maschile e femminile.
           Bandire questi esseri umani deviati, vuol dire ridurre nel tempo le perversioni, in quanto verrebbe meno, per fortuna, alla società civile e normale la relazione ottica e verbale con i predetti sudici individui.
         Infine per quanto riguarda la paidobìa, lo stupro e qualsiasi altro atto di violenza, commessa a discapito degli esseri deboli in generale, l’unico rimedio di tutela della società è, come descrive il Vangelo, attaccare una grossa pietra al collo del deviato di paidobìa (e non pedofilo, che, come ho anzidetto, vuol dire il contrario) o di chi commette violenza e poi buttare lo stesso in fondo al mare, perché indegno di vivere in un contesto umano.
           Tutti i cittadini scelti per amministrare la collettività dovranno avere, se chiamati a svolgere la funzione di ministro, cioè di amministratore, le capacità politiche ed amministrative, nonché le competenze tecniche, inerenti ai dicasteri dagli stessi diretti.
         Tutti coloro che svolgeranno un’attività dovranno lavorare con interesse e passione per il bene della collettività. Il lavoro potrà essere scelto dal cittadino, se ciò non sarà possibile, sarà assegnato ad altra attività affine, sempre che ne abbia le capacità.
         Tutti i lavoratori a qualsiasi livello qualora sbagliassero dolosamente o rubassero, corrompessero o colludessero et cetera saranno condannati a venti anni di carcere e, dopo aver scontato la pena, potranno essere addetti ai lavori più faticosi di manovalanza generica.
         Le pene, inflitte dal giudice al colpevole, dopo un onesto processo, non potranno mai avere sconti di nessun genere.
         I ministeri, avendo già tutti i funzionari ed impiegati, esperti rispettivamente nelle varie discipline scientifiche, tecniche ed amministrative, non dovranno più affidare niente a consulenti esterni. I ministeri assolveranno al loro compito di coordinamento delle sedi decentrate nell’ambito del territorio italiano ed a capo degli stessi vi saranno uomini onesti e preparati tecnicamente alla giusta amministrazione del popolo.
         Tutti, a prescindere da qualsiasi mansione svolta, non avranno nessuna retribuzione extra, se non quella erogata al nucleo familiare, che potrebbe essere valutata in circa 5000,00 euro mensili, ma avranno viaggi, vitto ed alloggio gratuiti solo per lavoro effettivamente svolto con perizia ed onestà. La predetta retribuzione sarà uguale per tutte  le famiglie. Per famiglia s’intende padre, madre e figli. Chi non è sposato, come i preti, non costituisce famiglia, ma avrà assicurata la casa, il lavoro e  solo 1000,00 euro mensili. Le predette retribuzioni certamente potranno subire variazioni in meglio; comunque il tutto sarà oggetto di onesta valutazione da parte di esperti in materia economica ed amministrativa, avendo sempre cura affinché la collettività possa vivere nella certezza e con serenità. Caveant consules, ne quid respublica detrimenti capiat.
          Nessun  amministratore del popolo avrà diritti maggiori o privilegi rispetto a qualsiasi cittadino non solo, ma sarà chiamato per nome o cognome e sarà “onorevole o biasimevole”, a seconda di come svolgerà bene o male il compito affidatogli dal popolo.
          Nessuno pagherà tasse e imposte, nonché bollette per gas, luce, acqua et cetera, in quanto  tutti i servizi saranno erogati dallo Stato, che tratterrà mensilmente dalla carta di credito le somme inerenti sia alle tasse, che alle imposte, nonché ai consumi energetici e a quant’altro con la lettura diretta dei contatori. La famiglia avrà il buon senso di evitare qualsiasi spreco di energia fornita, perché lo Stato ne avrebbe nocumento; qualora ci fosse consumo non contenuto nei limiti, lo spreco farebbe abbassare la retribuzione mensile.  
          Non si faranno più dichiarazioni di reddito, perché, come ho scritto, non ci sarà motivo: il fisco erogherà ad ogni nucleo familiare la retribuzione prestabilita netta mensilmente.
          Tutte le spese mensili in entrata e in uscita dei cittadini saranno controllate; qualora il nucleo familiare o il singolo cittadino non spendesse tutta la retribuzione mensile ricevuta, la prossima retribuzione mensile sarebbe integrata dalla somma spesa, fino ad arrivare alla retribuzione prestabilita di 5000,00 euro mensili per nucleo familiare e 1000 euro mensili per singolo cittadino non sposato. Nessun nucleo familiare potrà spendere più di 5000,00 euro al mese. Questo si può fare facilmente, dando al cittadino una carta magnetica, che verrà mensilmente caricata. Il denaro non circolerà più attraverso moneta e cartamoneta, ma solo con carta magnetica, come già scritto.
           L’assegno mensile di 5000,00 euro, sarà erogato, come ho scritto, attraverso la carta magnetica ricaricabile, al capo-famiglia del nucleo familiare, composto di 4 persone; per ogni persona in più  500,00 euro, per ogni persona in meno 500 euro in meno. I soldi mensilmente saranno gestiti diligentemente di comune accordo col coniuge. Per quanto riguarda l’assegno mensile, di cui sopra, il modo di erogazione ad ogni nucleo familiare potrà essere elaborato in maniera diversa, sempre tenendo in gran conto che il cittadino dovrà vivere dignitosamente e paritariamente con i suoi simili.  Lascio fare agli onesti economisti, che sicuramente troveranno sistemi migliori rispetto a quanto da me esposto in maniera indicativa ed elementare, ma animato dal senso di humanitas. Questo vale anche per tutto ciò che ho scritto, sempre che l’elaborazione degli esperti miri al favor populi.
           Tutti i proventi derivanti dagli acquisti di alimenti abbigliamenti et cetera andranno nelle casse dello Stato; quindi anche chi fa il fruttivendolo o altro avrà sempre la predetta retribuzione mensile o come nucleo familiare o come singolo.
           Non vi saranno lavoratori autonomi, ma tutti dipendenti dallo Stato. Tutti i cittadini avranno un lavoro secondo la loro predisposizione e  le loro capacità.
           Ci saranno ricercatori in ogni settore delle attività per migliorare la vita degli esseri viventi sulla terra. 
           Tutte le condutture idriche, elettriche ed altre saranno efficienti, in modo che non vi siano più dispersioni; per il rifacimento delle stesse i lavori avranno inizio al più presto.
               Non si faranno più viaggi sulla luna o altri pianeti; il denaro impiegato per le predette iniziative dovrà essere speso per la ricerca a 360° e per migliorare sul pianeta Terra il vivere civile in tutti i sensi.
           Tutti gli alimenti dovranno essere prodotti e consumati dai cittadini, in modo da non importarli o importarne di meno. Lo stesso dicasi per l’abbigliamento, per le risorse energetiche et cetera.
           Lo Stato si sosterrà con l’esportazione di ciò che produce biologicamente in abbondanza, col turismo, con la cultura, con il lavoro dei cittadini, svolto con perizia, con la diligenza del buon padre di famiglia e con la confisca dei tesori mobili ed immobili accumulati anche disonestamente dai delinquenti di ogni ordine e grado. Anche qui lascio fare agli esperti di buon senso.  
           La convivenza sarà ammessa ed avrà validità giuridica, ma quando ci si sposa non ci si può divorziare.
           L’aborto sarà ammesso quando si avranno già due figli e per motivi salienti di forza maggiore. Le donne e gli uomini saranno liberi si usare con perizia i mezzi necessari alla non procreazione e le strutture preposte ne daranno la giusta consulenza.
            Tra cittadini non sarà permesso minacciarsi, ingiuriarsi e quant’altro di negativo anche lievemente, ma rispettarsi in qualsiasi occasione. A chi non lo facesse, verrebbero dimezzate le ferie: invece di 30 giorni, 15 giorni all’anno per 2 anni.
            Tutti, se vorranno, potranno avere in gestione una casa in campagna con 1000 mq di terreno o in montagna o al mare per passatempi nelle ore libere.   
            Le case automobilistiche produrranno autovetture di media cilindrata (fino a 1200) e con velocità massima di 80 km orari, superata la quale, il motore si autoregola; le autovetture saranno dotate di tutte le innovazioni tecnologiche per renderle più sicure ed economiche, meglio se elettriche o ad energia solare. Le autovetture degli altri paesi per turismo potranno entrare in Italia anche se di cilindrata superiore, ma dovranno avere dei riduttori di velocità ed adeguarsi alle norme italiane: 80 su autostrade, 50 su strade secondarie e 20 in città. Le case automobilistiche italiane potranno produrre autovetture di cilindrata superiore, ma le stesse saranno destinate al mercato estero, se le richiederà.
            Saranno aboliti gli autodromi per gare automobilistiche, ma solo per provare gli autoveicoli e i motoveicoli, onde evitare il macello di tanti giovani piloti, che per stupido agonismo, attratti dalla facile conquista della notorietà ( poi quale notorietà?) e dal denaro, perdono la loro vita e, dando il cattivo esempio, espongono anche quella di tanti altri giovani che cercano di emularli su strade non idonee a tale cruento “sport”. Tutte le discipline sportive saranno praticate senza aggressività o fanatismo e senza fine di lucro; quindi, saranno abolite tutte le scommesse.
            Tutte le strade dovranno essere sempre ben tenute. Tutte le trazzere saranno asfaltate e tenute bene. Tutti i servizi saranno perfettamente efficienti e tutti i cittadini saranno obbligati a non rovinare niente, perché, se scoperti, saranno puniti severamente.
            Il ponte sullo stretto di Messina, opera faraonica assurda, non avrà ragione di esistere, basterà migliorare il servizio dei traghetti;  infatti, l’area dove insisterebbe è ad alto rischio sismico. Le ferrovie saranno dotate di treni non ad alta velocità, ma comodi ed igienici, e di apparecchiature tecniche tali da rispondere alla massima sicurezza. 
            Tutta l’Italia dovrà passare nel più  breve tempo alle risorse energetiche naturali: eoliche, solari etc. sia per non danneggiare la natura, sia per acquisire una certa autonomia di energia pulita. Tutte le centrali nucleari dovranno essere smantellate, avendo cura si smaltire e neutralizzare i materiali nocivi con le più moderne tecniche sulla sicurezza, onde non arrecare danno agli esseri viventi sulla terra nel presente e nel futuro. Salus populi suprema lex esto.
            La produzione di qualsiasi cosa, dagli alimenti ai profumi et cetera sarà fatta pervenire direttamente ai pubblici supermercati, ma resteranno aperte le pubbliche piccole botteghe, dove la gente di quartiere, se in difficoltà fisica, potrà comprare più agevolmente. Su tutti gli alimenti, dalla produzione alla vendita, ci sarà assoluta vigilanza; anche i commessi alla vendita saranno vigilanti specializzati in merito, in modo che tutti i prodotti da loro siano preventivamente controllati; lo stesso dicasi per l’abbigliamento, in relazione ai tessuti impiegati si adopererà lana vera, vero cotone, vera seta e la confezione sarà fine ed anallergica.
            Nessuno indosserà capi di pelle di animali. Tutti vestiranno bene, con il corpo poco scoperto e dignitoso; al mare, come ho anzidetto, è permesso scoprirsi con il costume a due pezzi.  Chi no ottempererà verrà punito con pene severe.
            Tutto ciò che si romperà o andrà in avaria dovrà essere riparato immediatamente, gli addetti che non agiranno immediatamente saranno puniti e se verrà fuori altro danno  per negligenza la punizione sarà doppia.
            Qualsiasi opera sarà portata a termine nel più breve tempo da ottimi lavoratori specialisti dal progetto alla sua ultimazione e i materiali saranno sempre di ottima qualità. Qualora l’opera non risultasse eseguita ad arte e quindi dalla cattiva esecuzione derivassero danni, tutti i componenti in solido dall’ingegnere al manovale subiranno pene severe.
            Tutti i cittadini italiani avranno il dovere di mantenere bene qualsiasi cosa dagli stessi gestita e qualsiasi cosa che appartiene alla collettività.
            Tutti i cittadini italiani che hanno fabbriche e beni fuori dall’Italia saranno considerati stranieri e, pertanto, potranno stare in Italia da turisti e in relazione al reddito prodotto all’estero dovranno pagare all’Italia tasse di soggiorno, ma il loro comportamento sarà sorvegliato per il benessere sociale; se scoperti di malaffare, subiranno pene severissime.
             Nessun cittadino italiano possiederà beni all’estero e, se ne ha, per potere restare in Italia, li dovrà donare allo Stato italiano, che garantirà allo stesso il trattamento dei cittadini italiani; se, invece,  decidesse di tenersi i predetti beni all’estero, dovrà lasciare l’Italia, della quale perderà la cittadinanza, ma avrà la possibilità di ritornarci da turista.
             Qualsiasi cittadino immigrato in Italia, se onesto, potrà avere il suo domicilio in Italia e gli stessi diritti del cittadino italiano, ma sarà obbligato al rispetto dei canoni sopra descritti.
             Tutte le spese ordinarie e straordinarie, relative a ciò che si gestisce ( case, terreni, ed altro), saranno a totale carico dello Stato. Infatti nessuno sarà proprietario di niente, ma si avrà solo il possesso temporaneo: finché si vive, si gestirà il tutto con il comportamento del buon padre di famiglia e chi non gestirà bene le cose affidategli in gestione ne pagherà i danni, assottigliando così la retribuzione del  suo nucleo familiare.  
             Le leggi italiane saranno poche e chiare in maniera che tutti le comprendano e le applichino. Lo storico ed uomo politico latino, Publio Cornelio Tacito, ha ragione: “corruptissima republica plurimae leges”; infatti, solo uno Stato corrotto emana molte leggi, che poi non vengono rispettate non solo dal popolo, ma soprattutto da coloro che le fanno. Tutte le leggi in contrasto con il civile vivere, con l’uguaglianza, con la disparità di trattamento et cetera saranno abolite.
            Tutti saranno addestrati all’uso del computer ed avranno conoscenza di tutte le innovazioni tecniche e scientifiche in tutti i settori delle attività attraverso tutti i mezzi di comunicazione di guisa che tutta la vita sociale e del lavoro sia vissuta positivamente.
            Tutte le frontiere saranno vigilate sempre, 24 ore su 24, e nessuno potrà entrare ed uscire dall’Italia senza visto dei preposti alla vigilanza. Chi non dovesse rispettare la predetta legge, sarà sottoposto a pene severissime e le stesse pene saranno applicate ai vigilanti, che non svolgessero la loro funzione con efficacia.
            Chiunque portasse denaro o altro dall’Italia all’estero e viceversa sarà condannato, accertato il reato, alla fucilazione, come i traditori dello Stato, i mafiosi, gli stupratori, gli omicidi, i ladri, i deviati sessuali.
            Tutti i titoli cosiddetti nobiliari a qualsiasi livello e per qualsiasi istituzione saranno aboliti; tutti saranno chiamati per nome o per cognome. Ogni cittadino che vivrà, lavorerà e si comporterà da persona umana sarà un nobile uomo.  
            Verrà abolito il “Lei” e tutti i cittadini useranno il “Tu”. Non vi saranno più titoli, ripeto, come papa, professore, dottore et cetera, ma qualifiche per qualsiasi lavoro, come già scritto, e i nobili saranno coloro che si distingueranno durante la vita per le azioni nobili compiute nei confronti della collettività; questi come premio potranno viaggiare a spese dello Stato anche all’estero per un mese all’anno.
             In relazione al debito pubblico italiano, lo Stato certamente non pagherà più interessi ai risparmiatori italiani e tutti i loro capitali investiti in titoli di Stato saranno fiscalizzati. Solo così il predetto debito pubblico si potrà estinguere. Certamente si dovranno pagare solo gli interessi agli investitori stranieri che hanno speculato, acquistando i predetti  titoli italiani, ovvero, se si hanno o si avranno le risorse economiche, si restituirà direttamente o in maniera dilazionata il capitale. Tanto si farà, per dare dignità all’Italia, onorando gli impegni assunti in merito a quanto sopra scritto. E’ lapalissiano che non esisterà più la borsa, oggi e sempre al servizio di  tanti potenti delinquenti.
             L’essere umano e qualsiasi essere vivente sulla terra sarà patrimonio dell’umanità e chi attenterà  alla sua distruzione commetterà altissimo tradimento e, pertanto, verrà fucilato.
             La casa in rapporto al nucleo familiare dovrà essere spaziosa, come ho già scritto, igienica e munita di tutte le comodità: acqua, luce, riscaldamento, doppi servizi et cetera. Quindi non si costruiranno più edifici ad uso abitazione civile, i cui vani sembrano loculi di cimitero.
             L’Italia dovrà diventare un polmone di ossigeno, perciò sarà tutta rimboschita. Così facendo, vi sarà meno pericolo di frane o altro.
             Tutte le costruzioni dovranno essere fatte con progetti antisismici, utilizzando sempre materiali e risorse umane di provata preparazione ed esperienza in merito. Non si costruiranno paesi e città alle pendici dei vulcani o vicino al mare, ma in siti ritenuti geologicamente più sicuri.   
            Gli Stati della terra potranno, se lo vorranno, condividere questo progetto Italia. Lo Stato che non avrà le risorse per attuarlo, ma lo riterrà giusto, potrà essere aiutato da tutti gli altri Stati della terra, che avranno voglia di condividere il progetto: ecco la globalizzazione. Non più divide et impera, sed religa et vive in pace. Quanto da me non previsto e qui non descritto per il buon vivere civile, sarà oggetto di onesta e valida integrazione ai punti fin qui trattati da parte di validi e ben pensanti uomini, in maniera che la collettività ne tragga sempre più vantaggio.
             Tutto quanto da me elementarmente scritto potrebbe essere utopico, anzi oggi lo è, ma è proprio l’utopia, che ha spinto l’uomo ad evolversi in tutti i sensi. L’utopia è il motore della conoscenza, perché sollecita l’essere umano alla continua ricerca in tutti i campi. L’utopia spinge l’uomo a guardare all’orizzonte; se l’uomo, infatti, guarda la luna e non il dito che la indica spesso raggiunge le più alte mete, traendone grande benessere e l’utopia diviene realtà.
              L’utopia si può paragonare alle favole, ma le favole nel tempo si sono, talvolta o spesso, mutate in realtà. Ma quanto io propongo non è una favola, ma l’anelito di tutti i benpensanti, una supplica ai miei simili ed una continua richiesta di benessere collettivo, che, ripeto, non è una favola o un miraggio; infatti, se il popolo ne prenderà coscienza, in tempi brevi, spero, la favola si potrà trasformare veramente in benessere sociale.
              Ascolta, uomo, i buoni sentimenti del tuo cuore e non il rumore assordante del vile ed effimero denaro, che divide e distorce sempre di più la tua natura umana, creando le più ingiuste e drammatiche discriminazioni sociali, che spingono ai perenni conflitti e agli atti insani, a cui, impotenti, quotidianamente assistiamo.  
             Mia nobile e saggia signora, ho esposto forse molte riflessioni, che certamente dovrebbero essere meglio coordinate e soprattutto bene analizzate dagli onesti specialisti del mestiere, ma ho voluto esprimere in maniera sommaria la sostanza del mio pensiero di uomo civile, che, essendo stato a contatto con le quotidiane sofferenze altrui, ritiene giusto che l’uomo possa vivere e lavorare dignitosamente, senza discriminazione alcuna e col rispetto reciproco in tutte le espressioni della sua vita sociale.                 
              Sicuramente, mia attenta signora, come ti ho scritto all’inizio della lettera, se avessi potuto dialogare con te di presenza, avrei goduto della bellezza del bene del tuo intelletto ed avrei adesso la risposta certa ed immediata su tutto ciò che ho dianzi esposto.
              Credo che il mio pensiero sarà gemello al tuo e certamente la tua costruttiva analisi amplierà e darà più giusto ordine  alla sostanza di quanto sopra io, piccola mente, ho in parte compendiato.
              Se ciò che ho scritto e da te indi coordinato avrà fortuna e sarà applicato per il bene del prossimo nel tempo, io morirò soddisfatto, pensando che non vissi invano un solo giorno e non persi né l’olio, né la fatica. Quello che non ho potuto fare politicamente, infatti, e non da disonesto politicante, perché non mi sono mai voluto far trascinare dalla fiumana del fango che da anni scorre attraverso tutta l’Italia, l’ho fatto attraverso i miei comportamenti e in silenzio durante la mia attività lavorativa, che mi ha messo di fronte alla penosa realtà quotidiana dei miei simili.
             Il sogno, che da giovane io feci e che ancora oggi nello stesso ho fede, sono certo che si avvererà. So, però, che quando saluterò per sempre la mia vita, purtroppo, non avrò risveglio.
            Ahimè! Avrei tanto desiderato partecipare unitamente ai miei concittadini, almeno per un momento, alla nuova vita  nell’agognata pace.
            Adesso, mia cara e saggia Sofia, mi congedo, inchinandomi come sempre alla bellezza della tua sublime sapienza. 

Tutti i miei scritti, inseriti in questo sito, sono stati pubblicati da vari Editori dal 1971 al 2014.

 
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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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