Quando un pomeriggio d’autunno entrò in quel negozio, fu tanto sorpreso nel vedere che si può
vendere stupore con incanto da non cogliere che i fiori erano il primo indizio. Non erano coperti
di rugiada… anche i fiori piangono, pur se in silenzio.
Fino ad allora aveva sorvolato il mare padano nell’Astigiano dove si stendono le colline del vino,
morbido come la flanella, con una macchina da volo con le ali in ossa di balena e la copertura in
finissima cartamoneta. Lì per lì non intese subito che il martin pescatore può aspirare al krill tra
i fanoni di una badiale azzurra balena che inaspettatamente, saltando fuori da un’onda, investe gli
altri cetacei attorno. E nuota distante dall’ora di cena.
A cagionare un sorriso è quasi sempre un altro sorriso, e da quel primo suo sorriso si videro
tante altre volte di chiacchierate a tirar mattino.
Come quando lui le disse con gli occhiali appannati, in un mattino di freddo particolarmente
intenso, che la sola cosa che di lei non amava era la fede che portava al dito.
Quell’ultima sera lei aveva lasciato il marito sulla poltrona col giornale sulla pagina della borsa,
intento a controllare l’andamento delle azioni. Ma l’amore è un baratto imperfetto. Con la mano
nella borsa sulla foto che non gli aveva saputo mostrare, ora che tra loro l’attrazione era forte e si
sarebbero potuti pentire di ogni altro petalo colto, lui in un attimo capì che sarebbe stato meglio
che lei rincasasse con la pioggia che consente di camminare a testa alta con il viso velato di lacrime.
Per lui una buona dormita, ponte tra l’afflizione e la speranza. “Non piangere mai per un uomo
anima mia, ti si sbava il trucco… e il mascara che tanto ti dona vale più di questo stupido cuore.
Verosimilmente desto, arenata sulla spiaggia le siedo mesto accanto… alla balena che salmodia
anche parole antiche, e l’uomo non le ode perché sordo ormai al canto”. Scritto sul fazzoletto
ricamato di stoffa, lucente, nel lembo della manica. “Tornerò dalla cornice senza specchio, l’unica
amica che quando piango nel mio appartamento non ride mai. Lasciami sull’uscio insieme alle
scarpe. Asciuga gli occhi, sorridigli se è sveglio. E sdraiati nel letto insieme al tuo bambino”.
Lei senza un perché si stupirà… anche se non dovrebbe, non dovrebbero. Eppure l'emozione di
pensieri così profondi e dolcemente serviti sarà come un vassoio di mignon... troppo belli da vedere
per essere sprecati mordendoli. Ed allora guarderà l’inchiostro quasi cancellato e penserà, mentre
gli altri, in tutta fretta, persi nella loro ingordigia, lasciano soltanto la lucentezza del cabaret vuoto,
ormai… io continuerò a incantarmi.
Il r.i.s. toro muore
al ris torante a cielo aperto.
Spaghetti allo scoglio e linguine ai granchi.
«Guarda che hai preso un granchio»
I pescatori tornano dalla notte di caccia al polpo.
Uno di loro è sempre in pole position e frega i mitili ai militi.
Cozze e polpi come menù
e onestamente non si può di più.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.
«Bella la sinalefe nel precedente verso»
«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»
E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.
«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»
Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.
«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»
Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.
«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»
Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.
In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...
«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»
Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...
«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»iù.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.
«Bella la sinalefe nel precedente verso»
«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»
E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.
«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»
Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.
«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»
Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.
«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»
Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.
In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...
«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»
Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...
«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»
Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella meridiana
Di regola regolo la pendola
sicchè col regolare pendolare
penda a favor mio la regìa sulla
quale si regge ogni mia regola basilare.
Mi chiamo Regolo come la stella
della costellazione del leone, sire
che regna nella sua reggia e il regno
pende da quel regnante senza nulla dire.
Mentre regolarmente la regina alla regola
del regolo regola la règia regìa ancestrale,
in attesa che l’ombra dello gnomone
segni l’ora del suo regalo regale.
Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?
Quei mattacchioni del mattatoio
ammattiscono di risate un martedì
mattina al mese quando per la fiera
di San Matteo scende in paese
la famiglia matriarcale De Mattei.
La matrigna sottobraccio
al mattatore del settore del mattone,
la matrona blatera
col matusa e Matilde
con Mattia, i figli: in tutto sei.
Prendono posto sul matroneo a poche
spanne dalla maestra di matematica
che ha già iniziato a matteggiare,
seduta accanto a quel mattoide
del maitre della pizzeria “Scacco
Matto, pizza al metro e vino in botte.”
Ma al mattatoio questo martedì saranno
autori e non solo fautori nel mattare la
mattanza dei tori: niente più tauromachia,
toreri né tori sui torrioni; non appena avrò
regolato di buon mattino la pendola e sarà
giunto con l’arietta mattutina il metronotte.
Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari
Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,
quando ancora si chiamava “Dove le capre non
cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.
Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma
aveva anche le pigne in testa e il cervello come le
acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,
dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar
per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico
sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.
Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi
avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella
madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.
Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon
mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo
per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.
Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,
ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi
la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.
In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare
Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui
tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente
privo di faccia foderata di lamiera ma venuto
come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.
Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena
abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri
avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,
con un mozzorecchi col naso e il mento rostri
al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto
ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.
La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che
dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista
solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso
sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.
Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre
un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra
di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra cameriera.
Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile
ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito
a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.
Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.
E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.
Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte
de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.
Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella
Non appena seppi che quell’arpia della madre
di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante
una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,
credendosi figlio della gallina bianca, battesse
due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.
Chef de cuisine capì subito il mio intento di
benedirlo con la granata; mesto, riposto il
mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.
Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,
iniziò a battere il cane al posto del padrone.
Non volendo battere la grancassa, decisi di bere
d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto
di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca
con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.
Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca
del mozzorecchi, correre la cavallina per poi
cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino
nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.
Consigliai alla dettagliante non solo di non
comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra
di tutto di non consolarsi con l’aglietto per
non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.
Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava
citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che
gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava
alle confidenze dell’archivista, contando
i bocconi agli interessati; ma col leguleio…
Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.
Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era
il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.
Messere Primo
Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine
a separare il grano dal loglio nell’educaziome
dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.
Vinse facile contro Raniero che pensava di dar
da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar
casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,
separato e popolare per dar l’erba trastulla e
incapace di dividere il grano dalla zizzania.
Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare
il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.
Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero
tornato alla sua drogheria, per anni suo compare
dandogli la baia; diede persino lo sbruffo
all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse
pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.
Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far
dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:
si lamentò col chef de rang per due forfecchie
nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.
Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste
se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.
Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un
maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:
che un ristorante diventi un metrò non si è mai visto!
Interno rivestito di Pellet rossi e cotillons con le cotiche.
Scena prima.
Entra il Re Zaurro e la regina Citronella.
Alzatevi zotici e formaggiate la coppia reale.
Il regista da cenno di lanciare caciotte e caciocavalli.
Tutti si alzano dallo stallo e si mettono in piedi formando appunto un piedistallo
che sa di stalla.
“Via con lo stallattico essiccato prelevato dalle stelle delle farse”
Urla l'aiuto regista.
Deiezioni da comparse che hanno fatto colazione con i Pan di Stelle al cacao.
La scena pare buona.
Ciak 1 avanzi di galera il Re.
Zaurro avanza nel merdificio artificioso con regale snoccoleria,
la regina lo segue con scettro di Scottex Texano all'essenza di Assenza.
Discorso programmato come da copione incallito incarnito.
“IO, abbiamo venuto a voi in compagnia di IO, per dirvi miei cari sudici sudditi, che IO abbiamo deciso di regnare con il consenso di IO nonostante il vostro dissenso al mio assenso. Comprendo la gioia di IO e compiaccio IO di questa elevazione.
La sposa qui presente di IO sarà la vostra regina insieme a IO che sarò un re imparzialmente parzialmente diviso per cariche e gradi: quindi nomino IO nei seguenti nomi da eleggere senza elezione elettiva o consultiva.
Al ministero dei bagordi: Ertramvato 2.
Al ministero per i rapporti non protetti: Hosvald Junior Senior Mc Wolf.
Al ministero della pubblica distruzione: Edipolo Adiposo Chips.
Al ministero dei trasportati defunti: Giordano Maria Antonietto Pussy Pussy.
Al ministero delle fregature: Mastrologo Sperimentato Ammaliato.
Al ministero dell'ambiente saturo: Saturnino Giangiulio 2
Al ministero dell'esterno: Infrattato di Ripamerdosa
Al ministero della Salute Pubblica Mia: Ingegnoso Aliberto Andrea Giuseppe PierBelisario.
Al ministero delle infraditostrutturate: Pia Algisa Maregiatta Magda Borletti.
Al ministero dei misteri: Salamino Salamone Enrico Ulrico di Nostradamola.
Sottosegretario generale per il Parlacollo: Ladovia Lodofica
Sottosegretario dei sottosegretari: Mena Mona Pina Labona.
Portavoce del governo: Me Io Medesimo Stesso Immedesimato In Mestesso di Ntrama Corta.
“E ora dopo l'elencazione dell'elenco dei nomi sopra elencati dichiaro nominati ed eletto Io che sarei noi medesimo col nome di Zaurro Gran Zaurro del regno dei Zaurri”
Applausi finti registrati in playback
Clap... clap... clap... clap... clap...
“Benissimo possiamo alla scena successiva”
Ciak 2 buona si gira.
Interno rosa con patatine rosolate in olio di colza.
Palco degli osceni inquadrato.
Scena prima, atto primo senza profilAttico.
“Oh mia amata sposa ora siamo IO soli con noi e ti possiamo IO abbracciare. Finalmente IO abbiamo raggiunto il potere desolato ma non assolato, possiamo IO ritirarci nelle camere e copulare il binomio in atto unico di farsa salsata con viagrante antipesto di melma”
“Sì mio spusso mi addiverrò insieme a IO, sarò il tuo oliere di sfiducia,
sarò la tua ninfa sugli scoglioni degli Aculei, sarò una discarica fiume
nel suggere il tuo olezzo ribrezzo di merLuzzo. Amami ma Amami come sai amare IO e ti seguiterò come una rintintonita acronima della acronimo anonimo. Sarò brezza del cesso, sarò bitume del fango, sarò scarto industriale, sarò Sara l'amara come un'aranciandata mercanteggiata.
Insomma facendo la somma saremo un popollo unito e unico nella sua unicità con la sua disgiunta molteplicità univoca. Saremo tutto un tuttuno come la vecchia orchestra di Gino Patruno a Porcobello night.
Per farla lunga faremo quello che “cazzo” ci pare.
“Mia sgradita consorte di IO come sparlate bene insieme a IO, siete degna compare di IO che ho ancora bisogno di un sogno d'Edipo che è meglio che non dico. IO possiamo essere soddisfatti di come abbiamo trombamarinato tutti con i ciufoli zufoloni da IO inventati. Ora rechiamci orsa nella reggia
e reggiamo il moccolo del brutto anatroccolo e che si dia giro alla “Trozzola Reale”.
Nuovo applauso degli astanti compassati in comparse con grida di giubileo.
Esterno giorno.
Porcheggio esterno al teatro.
Un ausiliare del traffico multa le molte vipcar dei vip che se ne impipp.
“Astronzo, sono il regista della farsa e le auto sono di IO e dei miei amici, non puoi multarle (Astronzo è il nome dell'ausiliario non coadiuvato da alcuno)”.
“AnZaurro regista Re, tanto ho capito che sei solo te, levate de torno che IO lavoro e nun c'ho da perde tempo”
“Maleducato zoticone porta rispetto per IO, te faccio licenziare”
“A coso mo m'hai rotto veramente faffanculizzati un po' più in là che noi se semo rotti de sti registi de merda”
Pubblicità Regredita
“Per le pieghe indesiderate regalate “STIROTUTT” il sigillone adatto anche per un gran culone... lo troverete nelle migliori drogherie per astinenti”
Esterno notte
Cala il sipario: tutti sono andati via, le maestranze non hanno potuto dimostrare, la comparse non sono comparse e le farse non sono mai apparse.
“Dorme il mondo, dorme l'intelletto tutti in fila per andare a letto”
Grazie a non vederci più alla prossima rappresentazione.
Questa è una satira sociale sulla realtà...
Il campo dei miracoli mostrava segni di folla
Folle s'affollavano nella loro follia.
Il gatto e la volpe scavavano una fossa dopo essere fuggiti da Collodi.
Un sacchetto di monete avrebbe dovuto saldare i conti con l'assicuratore.
Ma la favola era sbagliata, il tempo era sbagliato l'ironia era morta. Un vociare da lontano portava dove il cielo si piega e il campo si trasformava lentamente in piazza.
La piazza compì il miracolo e nel cerchio del sacro divenne finto simulacro.
Una gita di liceali s'abbandonava alle foto classiche e una chitarra elettrica suonava dalla via.
Tutto voleva creare confusione e nella calca s'intravedeva il calco del bronzo fuggito da Riace.
Alcune ragazze innamorate passarono la notte accanto a lui.
L'intelligenza artificiale artificiosamente pensava al buio.
La presunzione della presa in giro presumendo che gli altri non presumessero s'era travestita con l'abito del ramo vita.
Nel tentativo di tentare, spesso s'affacciava al balcone facendo proclami di giustizia.
La giustizia incarcerata da tempo intanto piangeva nelle galere veneziane.
Un piccione viaggiatore recava messaggi in codice non codificati e i destinatari s'arrogavano il diritto di sentirsi di superiore natura rispetto alla massa dei massificati.
Un telefono d'una dimenticata cabina telefonica segnava l'ora con tre squilli e mandava contemporaneamente fax con elogi e congratulazioni pensando di passare inosservata a chi l'osservava con attenzione.
Un temporale correva a grandi passi sulla piazza mentre un'astronave aliena con a bordo il Gran Furbone dei Marziani distribuiva dotti epiteti a tutti.
L'acquazzone si trasferì di luogo trasformandosi in acqua a zone differenziate.
Furgoni con pompe sommerse provvidero alla disinfezione dalle pulci bagnate.
Il mondo sembrava una grande scacchiera dove il re mangiava tutti i pedoni e, dopo aver sodomizzato un fante, usciva insieme alla regina che lo aveva tradito con il cavallo.
Intanto il circo Barnum aveva contattato l'ufficio dei riassicuratori non assicurati che per consuetudine truffavano i truccatori dei dadi truccati.
Dal ristorante al Duomo un odore di brodo di colombo usciva a piedi non avendo più le ali.
Il tenente della serie televisiva indagava di nascosto sulla capacità cognitiva degli sconosciuti.
L'aperitivo dell'amico Sheridan era sbiadito dall'imbecillità della gang del limone meccanico.
Un noto regista registrava sulla torre il remake delle comiche di Stan e Oliver.
Sotto il popolo rideva a crepapelle non trattenendo i liquidi corporei.
L'enorme quantità d'umido unita alla tempesta fece inclinare gli animi e le riprese della fiction furono interrotte bruscamente.
Dal pianeta rosso si preparava l'invasione della terra e gli infami erano pronti con le loro soffiate.
Il sindaco dei sindacati autonomi smise la tuta da operaio e vestì il camice bianco di professore ad honorem dell'università normale.
Il peggio venne e le astronavi dei Marrani invasero tutti i bar della zona impadronendosi del potere.
I difensori che da sempre si spacciavano per difensori cercarono di difendersi.
Nulla fu possibile contro le preponderanti forze messe in campo dagli invasori invasati.
I prigionieri furono moltissimi e dopo aver subito il lavaggio del cervello furono cosparsi con il borotalco proveniente dal Bosforo.
Un manipolo di uomini però ancora resisteva asserragliato nel serraglio della serratura della pazzia. Al centro di igiene mentale, abolito oramai da tempo, il medico di turno provvide a provvedere alla fornitura di cervelli superiori per fini inferiori con obiettivi infimi. Ecco che ognuno aveva stabilito il proprio ruolo non sapendo esattamente cosa fare. Nel mezzo della generale confusione s'erse dal pulpito la voce della pura imbecillità che, con un gran discorso, convinse tutti a lasciar perdere le proprie attività e a seguirla nel mondo delle miniere di polpette fritte al petrolio che si trovava nell'animo degli eletti non eletti ma reietti. Dante, dal suo soggiorno infernale, percorse pochi chilometri e deviò per evitare la strada della torre ben sapendo che il vecchio palazzo non era gradito in quei luoghi.
Arrivò con non poca fatica alla fonte della vita eterna e, con l'ausilio d'un dirigibile non dirigibile a comando, sparse sul campo dei miracoli l'aura di Virgilio.
Una mail inviata per errore al capo dei pirati scatenò l'inferno, causando le ire del Sommo Poeta che s'arrogava il copyright sul regno dei morti.
Un clan combinò un clan clan sul pulmino dei beati ignoranti della santa ignoranza devota ma ignota. Nel frattempo dal mare s'avvicinava minaccioso, a bordo della sua pentola a pressione, capitan Bifidus, un vecchio serpente di mare che non mostrava certo segni di pentimento.
Nel caos iniziale della creazione le forze dei cavalieri Jedi si concentrarono tutte sul centro della piazza, creando un campo magnetico che dotò i pensieri di naturale magnetismo negativo.
Il gran gran Kan Kublai Ndo Vai non volle fare una figura da cani e si presentò vestito da classico Verme in verde facendo lo spaccone e proferendo frasi improferibili.
Strana storia questa cari lettori disattenti, però il Kan disse veramente così “Vi prenderò tutti in giro perché la mia intelligenza superiore è talmente superiore che non farete in tempo a pensare che v'avrò fregato pure il portafoglio di tasca senza che ve rendiate conto. Io sono così ironico e presuntuoso che faccio ridere solo me stesso. Vi chiamerò tutti maestri e gran poeti così mentre vi rimirate allo specchio vi fregherò pure tutta l'argenteria di casa e a nulla serviranno le polizze contro furto e incendio...” Mi fermo qua, avendo ovviamente edulcorato con parole semplici quelle vere pronunciate dal tal individuo.
Il tempo va così dove i miracoli si fanno ogni giorno e la narrata vicenda vuol dimostrare che, nella folla che s'accalca ogni giorno nella calca, emerge sempre la figura del gran “intelligentone” che tutto sa, vede, prevede e presume di sapere.
Quanti di questi individui popolano i popoli della terra e del cielo.
Come stelle e pianeti girano fra le forze gravitazionali: essi fan girare le sfere in terra agli uomini di buona volontà che per buona volontà lasciano che essi girino nella loro pazza ruota.
Lasciamo allora che la giostra finisca il giro e che l'uomo prenda in giro ciò che non gira secondo dettati canoni.
La serietà della chiusa non chiude ma apre la porta al teatro delle gran magie dove troverete tutto quello che vi serve e anche quello che non serve.
Caro Uomo che di te pensi in alto, scendi dal palco dell'imbecillità e beccati in faccia
pomodori in quantità... che altro non aspettano gli spettatori di qualità.
Meglio morire!
Specialisti del linguaggio
A confondere le carte e ogni poesia.
Adesso, si!
Ogni statua brucia,
nel disastro feroce
Nel lutto che non piange

Tornare al lavoro avrebbe significato dover lasciare la piccola in un asilo per molte ore ed era palese che nessuna scuola materna, comunale o statale, avrebbe accolto Stella oltre le sedici e tu col tuo pazzo orario di lavoro dovevi poter contare su ben altro. E quella mattina l’ avreste dedicata alla ricerca del posto perfetto. Con questo pensiero ti sei avviata verso l’ automobile, la bambina in braccio e la borsa piena di documenti e certificati. Chissà, forse sareste riuscite al primo colpo! Stella seduta sul suo seggiolino ti guardava impaziente di capire dove sarebbe andata. Le hai lanciato uno sguardo pieno di speranza ed hai avviato il motore. Gemma, la tua più cara collega di lavoro, ti aveva consigliato una scuola privata, un istituto religioso tenuto da suore. Lei portava lì il suo bambino e ne era molto soddisfatta. Arrivata davanti al cancello hai suonato il campanello, appena sotto la grande targa sulla quale si leggeva la dicitura “ ANCELLE DEL SACRO CUORE“. Hai guardato tua figlia e le hai sussurrato << speriamo bene....>>.
Dopo qualche minuto il pesante cancello si spalancò e vi trovaste davanti una piccola suora, forse filippina, che indossava sopra la tonaca un grande grembiule grigio pieno di tasche dalle quali facevano capolino vari utensili da giardino, un paio di guanti gialli e neri, una piccola zappa e delle cesoie. Vi accolse sorridente e con parole affettuose per Stella, che nel frattempo si stava dirigendo col suo passo incerto verso la grande fontana al centro del piccolo parco pieno di fiori e giochi colorati. La tua bambina era raggiante: quello le doveva sembrare un luogo incantato. I suoi capelli brillavano al sole e le sue manine toccavano quei giochi così belli e nuovi. Avrebbe voluto certamente restare lì a giocare ma la madre superiora avvisata dalla suora vi stava aspettando nel suo ufficio. Così, presa in braccio Stella, vi siete avviate verso una possibile soluzione.
L’ interno dell’ istituto era piacevole, le grandi finestre in legno scuro abbellivano i corridoi così come le aule che erano spaziose e colorate, il pavimento di marmo chiaro rendeva ancor più luminoso l’ ambiente. In cuor tuo, guardandoti intorno, speravi che la tua piccola potesse vivere lì le sue ore lontano da te. Certo la retta era alta! Ma c’ era lo stipendio di tuo marito al quale a breve si sarebbe aggiunto il tuo, anche se poco consistente, e poi dovevi assolutamente tornare a lavorare.
La madre superiora vi aspettava, seduta nella sua comoda poltrona nera, una di quelle ergonomiche... Certo doveva essere una suora attenta alla salute o comunque moderna, oltre che ricca, per potersi permettere un simile lusso. Il suo volto era serio e ti mise in allarme, anche perchè avevi notato che il suo sguardo si era posato più volte sulla tua bambina che cercava invano di portarsi il biberon pieno di acqua alla bocca. “ Forse la sua bambina e’ stanca?”, ti chiese, aggiungendo che aveva notato il suo andare ciondolante e lento dalla finestra dell’ ufficio che affacciava proprio sul parco. Un sospiro profondo uscì dalla tua bocca: ora iniziava la battaglia. Dopo esserti accomodata sulla sedia accanto alla scrivania hai iniziato a raccontare di Stella, della sua malattia e di quanto lei nonostante tutto fosse piena di voglia di vivere, di fare e conoscere. La superiora ti guardava, il viso piegato da un lato un sopracciglio alzato e un sorriso stupido che ti fece sentire un idiota... Dalla sua bocca uscirono una quantità infinita di luoghi comuni e di prevedibili banalità <<..non abbiamo personale specializzato, né abbiamo mai accolto bambini con problemi.. forse gli altri bambini non si sentirebbero a loro agio.. la nostra struttura non e’ preparata..>> e così via! Le sue parole ormai non erano altro che un indefinito rumore per le tue orecchie. Senza parlare ti sei girata verso la bambina, ti sei alzata e con una calma che non conoscevi hai preso in braccio la piccola e te ne sei andata, mentre quell’ ancella di non so che cosa continuava a parlare. Mentre ti avviavi verso il cancello cercavi di mandare indietro le lacrime e di reprimere la rabbia che montava e spingeva per uscire. Avresti gridato e imprecato, ma dovevi pensare. Non potevi e non dovevi fare altro.
Dove potevi andare ora? Da chi? L’ automobile correva senza meta e tu ripensavi a quanto tempo avevi perso quella mattina per preparare Stella e per rendere te presentabile. Tutto quel tempo davanti allo specchio per scegliere un vestito adatto, il più bello, per te e per la bimba, così da non sfigurare troppo davanti alle altre mamme ovviamente ricche, con figli sicuramente alla moda.
La bimba sonnecchiava sul suo seggiolino, ignara di essere stata etichettata e rifiutata, mentre tu continuavi a guidare vagabondando tra le vie del tuo quartiere, non riuscivi proprio a tornare a casa, il semaforo davanti a te non accennava a dare il via, e mentre tamburellavi con le dita sul volante, la soluzione tanto agognata si materializzò lì davanti a te e camminava tranquillamente sulle strisce bianche del passaggio pedonale. << Francesca! >> gridasti a gran voce dal finestrino aperto, mentre la tua mano continuava a spingere sul claxon velocemente.
Continuasti a chiamare fino a quando la donna si voltò, accostasti rapida accanto al marciapiede proprio accanto a Francesca, la tua amica d’ infanzia con la quale avevi condiviso giochi, sogni, merende. Francesca che si era laureata in pedagogia ed aveva aperto un kinderheim, quella donna minuta e sorridente che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ora ti stringeva tra le braccia. E in quell’ abbraccio finì il tuo affannoso cercare, in quegli occhi neri e profondi finì la tua rabbia, mentre senza rendertene conto le stavi raccontando il tuo problema, Francesca ti guardò in silenzio. Poi sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e disse << dov’è il problema? Stella può iniziare già domani a frequentare il mio asilo e con me sarà come a casa. Tutto lì e’ a misura di bambino, lento o veloce, che differenza fa? In piedi o seduto, dov’è il problema? >> Dov’è il problema, continuasti a pensare mentre felice accompagnavi la tua bimba per il suo primo giorno di asilo.
Vivo in un mondo dove scruto la luna dalla scrivania
Vivo in un mondo dove basta aprire un rubinetto per dissetarsi,
Vivo in un mondo che non comprende mondi diversi
Vivo in un mondo dove un malato viene curato,
Vivo in un mondo dove si viaggia per piacere e non per sofferenza,
Vivo in un mondo dove l’istruzione è alla portata di tutti
Vivo in un mondo fatto di valori
Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
Vivo in un mondo dove altre persone vivono un mondo diverso dal mio.





