- E’ la nostra ultima volta?

-   Si, ho deciso così, non ho più voglia di discuterne.

-   Può darsi, ma è successo lo stesso, una decina di volte. Hai sempre cambiato idea, cosa ti fa pensare che questa volta sarà diverso?

-   Lo sarà credimi, ormai ho superato il limite della sopportazione, non riesco più a guardarmi allo specchio, a sostenere lo sguardo di mio marito e dei ragazzi. Ti amo, lo sai, ma questa è l’ultima volta che c’incontriamo.

-   La speranza è l’ultima a morire e ad essa mi aggrappo con tutte le forze, ma ora voglio ricordare questo incontro come il più felice degli addii. Ho prenotato al solito posto, è ora di raggiungerlo, andiamo con una sola auto?

-   Si andiamo con la mia.

 
Diedi un ultimo sguardo al luogo del nostro incontro: davanti a me c’era la distesa infinita del mare, l’agitarsi delle onde sulla spiaggia, il suono della risacca, il sole di un tiepido mattino di primavera. Immagini felici attraversarono veloci la mente: con quei ricordi, avrei dovuto convivere per chissà quanto tempo ancora. La stanza del motel prenotata distava pochi chilometri, con l’auto d’Ilaria e il suo stile di guida sportivo, bastarono pochi minuti per raggiungerla.

La stanza era la stessa della prima volta, per mia esplicita richiesta: la speranza era che almeno nella memoria, l’inizio e la fine della mia storia con Ilaria potessero confondersi, che il distacco fosse temperato dal ricordo dell’emozione dell’amore che sta per sbocciare. Guardai fuori dalla finestra: davanti agli occhi c’era una distesa di asfalto, auto che sfrecciavano veloci, solo qualche radura di verde in lontananza. Il cielo terso, era l’unica concessione all’ottimismo.

Non riuscivo a liberare il cuore dall’ansia: l’idea che quello fosse l’ultimo incontro, mi toglieva il respiro. Ilaria era seduta sul letto, con lo sguardo fisso nel vuoto:la raggiunsi e l’abbracciai lungamente con dolcezza. Nella stanza regnava il silenzio o forse ero io a non percepire alcun rumore dall’esterno: all’abbraccio seguì un lungo bacio, sembrava che quel giorno potesse durare all’infinito, che l’addio potesse essere rimandato in eterno grazie alla sospensione del tempo. La passione repressa dalla tristezza sbocciò improvvisa: i baci divennero frementi, i vestiti furono sparpagliati per la stanza, con lanci da provetti discoboli. Tornò il vigore perduto, lo stesso che trent’anni prima aveva fatto da spettatore interessato alla nostra prima volta.

-   Andiamo a mangiare fuori a mezzogiorno? C’è un ristorante non lontano da qui.

Le parole d’Ilaria mi sorpresero: sino a quel giorno non avevamo mai pranzato insieme. Il suo primo pensiero, quando il sole culminava, era per la famiglia; il pranzo da preparare per i figli che tornavano da scuola e per il marito. Ilaria era una maestra delle elementari, per incontrarmi doveva chiedere un giorno di permesso a scuola: di sicuro non poteva tornare a casa dopo le quattordici.

  -   Per me va bene, ma cosa racconti a casa? Sinora, nonostante le mie insistenze, non hai mai voluto stare insieme dopo una certa ora.

-   E’ la nostra ultima volta, voglio che sia qualcosa di speciale. A casa inventerò l’ennesima balla, sono e nessuno lo sa meglio di te, una vera specialista nel settore bugie e invenzioni.

-   Paghiamo ora il motel o torniamo qui dopo essere stati al ristorante?

-   No paghiamo dopo: alla fine del pranzo, voglio darti un altro “strappo in Paradiso”.

-   Allora è meglio che ordino il “tiramisu” per dolce: mi servirà.

 
Il ristorante era a un paio di chilometri dal motel: mezzogiorno era passato da poco, eravamo i primi avventori della giornata. Presi la mano d’Ilaria e la fissai negli occhi a lungo: aspettai discutendo del più o del meno che la cameriera ci portasse il menù del giorno. Non avevo alcuna fretta a quel punto: dalla macchina avevo chiamato in ufficio per annunciare che per quel giorno non mi sarei recato al lavoro. Mia moglie, per fortuna, non aveva l’abitudine di chiamarmi al telefono quando non ero a casa. Lo faceva solo in caso di vera urgenza. Volevo godermi sino in fondo la giornata: per le lacrime, i rimpianti, avrei avuto parecchio tempo, dall’indomani. Ordinammo un paio di bistecche con contorno d’insalata per secondo e, ovviamente, il “tiramisù” per dolce.

Dopo pranzo decidemmo di fare una passeggiata mano nella mano, alla luce del sole: un altro dei tanti tabù infranti, di quella giornata.

 
Il battito del cuore era frenetico: non stavo correndo i cento metri, solo passeggiando mano nella mano con Ilaria. Eppure erano già passati più di trent’anni dal nostro primo incontro su un banco di scuola. Forse è meglio parlare di scontro, a giudicare dai toni convulsi della discussione, delle accuse che ci scambiammo. Gli snodi della passione sono strani, come le alchimie del cuore: tra di noi, forse non poteva funzionare, fare gli amanti era l’unica strada che potevamo percorrere insieme. Il litigio, il primo di una lunga serie, invece di allontanarci ci avvicinò: bastarono pochi giorni per capire che le nostre strade stavano per incrociarsi.

Non fu mai vera gloria: tu avevi già qualcuno, anch’io non avevo la totale padronanza del mio tempo. Niente mariti, impegni a lunga scadenza: ma anche a diciotto anni, non è facile dire a chi ti sta accanto “arrivederci e grazie” Allora, almeno era così. Fui il tuo amante anche quando non eri sposata e non lo ero nemmeno io: a ripensarci oggi, mi rendo conto di quanto sono stato idiota, di come mi sono rovinato con le mie stesse mani. Ci siamo presto persi di vista, con la fine della scuola: abitavo in una città diversa dalla tua. Cento chilometri non sono una distanza infinita, ma qualche complicazione possono crearla, a chi deve colmarli per amore. Ciascuno ha seguito la propria rotta, nell’ignoranza di quella dell’altro: il destino, però, quando ci si mette può essere beffardo.

 
Un nuovo incontro, anzi un altro scontro, dieci anni dopo: un banale tamponamento. Ti eri distratta un attimo alla guida della tua auto ed eri finita addosso alla mia: gli spettatori di quell’incidente si staranno ancora chiedendo per quale motivo ridevamo a crepapelle dinanzi alle nostre auto ammaccate. Forse avrei persino pagato di tasca mia, per trovarmi in quella situazione! Era la prima volta che tornavo sul luogo del delitto, nella città in cui ci eravamo incontrati, tanti anni prima. Il primo impulso fu quello di baciarti: eri persino più bella di quanto ricordassi nei miei sogni. Mi trattenni dal farlo, ma non dal telefonarti appena possibile: ti ho solo preceduta di qualche minuto, di questo sono più che certo. L’escalation della passione fu irresistibile: bastarono pochi giorni per recuperare al cuore le emozioni interrotte in un torrido giorno di luglio.

  “Non era destino”, mi hai ripetuto fino allo sfinimento: ogni volta che ti opponevi alla mia richiesta di andare a vivere insieme. I figli, i rispettivi coniugi: tutto ci era contro, ma forse con un po’ più di coraggio, i conti sarebbero potuti tornare. Se così non è stato, però, non è colpa del fato, ma dei rimorsi, dei sensi di colpa che a turno ci hanno fermato.

  I pregi del “tiramisù” non sono immeritati: se dell’ultima volta con te ho un ricordo speciale, è anche per questo. I miei ricordi da quel punto in poi sono sfocati: una delle immagini che ho impresso nella mente è il bicchiere di whisky che sorseggio in tua compagnia. Sei ancora nuda, non sembri avere fretta di tornare a casa. Mi sorridi, mi saluti con la mano: forse avrei potuto intuire cosa sarebbe successo da lì a breve.

  Mi svegliò il trillo del cellulare: a casa c’era qualcuno che era preoccupato della mia assenza ingiustificata. L’orologio segnava le diciannove, la mia scatola cranica era tutto un dolore. Dovetti sforzarmi per fare il punto della situazione: Ilaria era ancora nuda, distesa acconto a me, immobile. La chiamai a voce alta dopo aver chiuso la comunicazione: nessuna risposta. Riprovai più volte, senza nessun risultato. Le diedi uno schiaffo per vedere se reagiva: non mosse un muscolo. Solo allora notai le due lettere sul comodino: una era indirizzata a me.

  I miei sospetti si rivelarono fondati: era una lettera d’addio, non solo a me, ma anche alla vita. Non poteva più sopportare la mia assenza, non aveva il coraggio di cambiare vita: mi chiedeva scusa, per il dolore che mi stava procurando. L’ultima riga l’aveva aggiunta prima di passare a miglior vita: quella giornata, era stata la più bella della sua esistenza. Lo era stata anche per me. Sino a quando non mi aveva versato del sonnifero nel whisky, per poter mettere in atto il suo piano di morte. Forse prima di esalare l’ultimo respiro, mi ha parlato, mi ha baciato. Non potrò mai saperlo.

  Sono trascorsi degli anni da quel giorno: ogni tre maggio, però, torno in quel motel, per ricordarla, per inchinarmi alla sua memoria. La mia vita ha preso un’altra direzione: non solo per il gesto estremo di Ilaria, ma anche per le conseguenze sulla mia vita. Un matrimonio finito da un giorno all’altro, una carriera spezzata sul più bello. La mia menzogna non era sfuggita all’attenzione dell’azienda per cui lavoravo.

Non so dove sia Ilaria in questo momento: se può vedermi, spero che abbia pietà di me, che chieda a chi di dovere un rapido ricongiungimento. Su questa terra senza di lei, nulla è più uguale, nemmeno nella stanza del motel, in cui mi ha dato l’ultimo “strappo verso il Paradiso”.





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Commenti  

Antonia Vono
+1 # Antonia Vono 27-01-2017 08:55
L'amore che dà e toglie. Descritto in maniera scorrevole, pare di scorrere le immagini vive. Le atmosfere create sono palpabili e questo porta il lettore a voler finire il racconto. Ho trovato un epilogo triste, ma tant'è la vita.
Grazie.
Un saluto in poesia
Anto
mybackpages
+1 # mybackpages 27-01-2017 09:06
Grazie Antonia. In realtà questo è l'unico racconto a tinte drammatiche che ho scritto, tutti gli altri sono caratterizzati dall'ironia o
dalla satira. Chi scrive, però, dovrebbe essere in grado, a mio parere, di utilizzare tutti i timbri di voce. E' quello che mi sforzo di fare.
Ciao
Davide Bergamin
+1 # Davide Bergamin 27-01-2017 19:34
Leggendola ho la sensazione di trovarmi in bolla che mi rende invisibile e che mi permette di muovermi tra gli scenari del racconto, raggiunto dal rumore filtrato dalla sostanza della bolla stessa.

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