Nel corridoio profondo
una voragine si spalanca,
il vento scalpita tra i vetri rotti,
la lupa ulula, tra le fronde dei pini, stanca.
Nella corsia del tempo
i feriti giacciono su barelle putride,
i mocciosi piangono
tra i banchi caduti a pezzi;
mentre il mondo, là fuori, lotta,
mentre il custode impreca su una cassa rotta.
I fantasmi dei vivi fuggono tra un piano e l’atro,
inondando di pensieri il nuovo arrivato,
tartassando la mente del vecchio disadattato.
La luce si spegne
dietro l’angolo scultoreo del muro sgargiante,
tra le socchiuse finestre di un legno alettante;
si espande la notte col suo chiarore assassino.
Ogni pensiero soggiace appassito,
la vita per molti trasale e favilla.
Ma tu, ancestrale cittadina,
spietata, lurida, perversa assassina;
dai tuoi palazzi di gas fumanti,
dalle tue siepi morenti,
dai tuoi scaffali pressappoco calanti;
ti incupisci di rado mostrando il cielo
e la tua stupida sostanza
impregnata di un insipido veleno.
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