Così rivede il profilo, la bocca -5
sensuale, l’oblungo, tenero lobo,
l’orecchino ove la luna scocca
un raggio inargentato. Sul globo
splende la notte, avvolge Cartagine.
Immersi nel silenzïo i templi,
le strade. Nella trepida immagine
del ricordo sembra ella contempli
l’eterno oltre il secolo umano,
il fato di là dalle umili vite,
mentre il mare immemore, lontano,
riflette ombre di onde infinite.
Nell’oblio giace ormai l’alcova,
il godimento di inesausti sensi.
Era magnifica la Città Nuova
ove esalavano sentori intensi.
Sull’acropoli il sole un rubino,
nel porto le vele, bianchi opali,
l’orizzonte luceva adamantino,
adorno di nuvole in girali.
Matho ammira il viso, il mistero
degli occhi profondi. Sulla pelle
avverte ancora il respiro leggero,
il profumo radioso delle stelle.
Nel tiepido alone delle faci,
su soffici guanciali si consuma
il piacere, fra voluttuosi baci.
Infine, quando la tenebra sfuma,
si bruciano gli incensi per la dea.
Salammbô, velato il candido volto,
lenta e altera ascende la scalea
del santuario. Egli, ormai sciolto
dal sonno, la pensa a sé a fianco.
Bramerebbe eternare l’amplesso.
Ma ora è infelice e stanco,
del tempo lieto neppure un riflesso.
Dove sono le eroiche imprese,
le schiere fitte di lance e scudi?
Dove le terre e le rocche contese
da generali valorosi, rudi?
Il gelo della lama sulla gola:
gli ultimi istanti… Riluce Venere
nel cielo terso; ella triste, sola,
figge un luogo di sale, pietre, cenere.
sensuale, l’oblungo, tenero lobo,
l’orecchino ove la luna scocca
un raggio inargentato. Sul globo
splende la notte, avvolge Cartagine.
Immersi nel silenzïo i templi,
le strade. Nella trepida immagine
del ricordo sembra ella contempli
l’eterno oltre il secolo umano,
il fato di là dalle umili vite,
mentre il mare immemore, lontano,
riflette ombre di onde infinite.
Nell’oblio giace ormai l’alcova,
il godimento di inesausti sensi.
Era magnifica la Città Nuova
ove esalavano sentori intensi.
Sull’acropoli il sole un rubino,
nel porto le vele, bianchi opali,
l’orizzonte luceva adamantino,
adorno di nuvole in girali.
Matho ammira il viso, il mistero
degli occhi profondi. Sulla pelle
avverte ancora il respiro leggero,
il profumo radioso delle stelle.
Nel tiepido alone delle faci,
su soffici guanciali si consuma
il piacere, fra voluttuosi baci.
Infine, quando la tenebra sfuma,
si bruciano gli incensi per la dea.
Salammbô, velato il candido volto,
lenta e altera ascende la scalea
del santuario. Egli, ormai sciolto
dal sonno, la pensa a sé a fianco.
Bramerebbe eternare l’amplesso.
Ma ora è infelice e stanco,
del tempo lieto neppure un riflesso.
Dove sono le eroiche imprese,
le schiere fitte di lance e scudi?
Dove le terre e le rocche contese
da generali valorosi, rudi?
Il gelo della lama sulla gola:
gli ultimi istanti… Riluce Venere
nel cielo terso; ella triste, sola,
figge un luogo di sale, pietre, cenere.
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