« La cometa sta per catturare la Terra, annientare il mondo, e distruggere tutte le conseguenze materiali della mia attività e delle attività di tutti. Ciò prova che tutte le attività materiali, e le loro presunte conseguenze materiali, sono prive di senso. Solo ha un senso l'attività spirituale...» Cit Lev Tolstoj
Era la sera del 23 dicembre 1984,
-le diciannove circa- e faceva davvero tanto freddo,
quando tu ed io, accoccolati sul divano di casa
come fosse il centro del nostro convoglio,
sognavamo Mosca, Vladivostok,
e la lontanissima Pechino.
Fuori, attraverso la cortina della mia fantasia,
oltre quel finestrino immaginario,
c’era il mondo come io non lo sapevo:
e solo tu non ti annoiavi,
solo tu non spaurivi
nel vedere le scie degli alberi;
nell’osservare il mio riflesso
che si abbandonava all’inafferrabilità
di tutte quelle sagome cupe,
di quei viaggiatori stanchi:
come me persi, nella magnificenza
e nella solennità del pensiero.
Io sentivo l’occhio divorare il nuovo
e la mia matita tracciare
milioni di linee:
come dolci traiettorie sperabili,
come un ricordo in divenire,
come i tanti percorsi e le parabole
che prima ci allontanavano
ed ora ci avvicinano.
Volevo guardare la coda gassosa di Halley
passar lenta e sfilare maestosa
fra la volta giallo biancastra di Venere
e la Fascia di Kuiper,
e rinsaldare così il tuo stupore
con il mio dubbio:
intrappolati come siamo
nel trito di un vano ciclo biologico,
nello scorrere della vita.
Ci voleva proprio un viaggio in treno,
avevi ragione amore mio,
ma non verso la strage di Natale,
non sul rapido Napoli-Milano:
non con 17 morti
e 250 feriti
da guardare, da contare,
da toccare.
Se fossi morto io, su quel treno,
le mie memorie sarebbero state il tuo ricordo:
e non si dica che avrei vissuto invano.

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