in mezzo al deserto
un altro pomeriggio
giù nell'orto
occhieggia l'amica
dal muretto
all'arco di cicale distesa
crogiolando le stesse attese
m'addormento
alla graticola
cotto d'afa
zanzare e canicola
una sera più stanca arriva
guizzando via la lucertola
come un riflesso ai vetri
e il gatto al cancello
con le voci che tornano
dal vicolo
la vecchia tra i vasi
curva al tramonto
m'alzo alla fine
per una doccia
se a cena
avrò certi ospiti
la solita compagnia
d'ombre a tavola
poi un solitario a carte
chiusa l'osteria
di medesima sorte
ma non aver paura
tanto c'è luna
sui tetti
altri sogni dunque
stanotte
sul cuscino di piume
materasso a molle
ancora versi di musa
che palle
Che cos’è? Né speranza né attesa.
Solo il fuoco che gela il cuore,
l’agone di una vita già arresa
all’assurdo, a un cieco dolore.
Guardi il cielo, cristallo rovente,
sogni la fresca pioggia, un Suo cenno,
raggio in un mondo indifferente,
ma ignora il caso direzione e senno.
Se inaridiscono le tamerici,
la morte giace nei cespugli storpi,
in lievi crepe sulle superfici,
tra file di salme simili a corpi.
Che cos’è? Né anelito né slancio.
Il dardo nero di un rondone, secchi
rintocchi amplificati dallo sguancio.
Barbagli tra i rami, schegge di specchi.
l'astro maggiore
irraggia
Il contrasto maleficato
di quarte dilette
Concepite
da poli traversi
transitano
algide eclissi
Rimate a stento.
le troppe lune ancor non sa scordare,
che la trattengono al fosco marito,
lontana dalle terre a lei più care.
E adesso che ogni tempio va in rovina,
un abito odoroso s'è creato,
per danzar nella terra a lei vicina,
sotto lo sguardo materno e beato.
Ma dopo tanto ballare contento,
le spighe or son colonne, fili in rame;
la calce cade giù sul pavimento,
e madre non s'accorge del catrame.
O Persèfone mia, fammi l'incanto:
torna ragazza e sfuggi alle pretese,
lascia Demetra immersa nel suo pianto,
sposa alla Morte, solo per un mese.
dove perdersi,
quando, il sole brucia i muri,
e, la gente, si nasconde, dietro tende, e tapparelle,
quando, rondini, volano alto,
quando, nelle valige, traslocano, cassetti, ed armadi,
per scappare,
verso monti, e mare,
è estate,
vietato, stare in città.
Un sorriso,
è, sempre condiviso,
e, i bar, chiudono presto, alla sera,
cambia l'atmosfera,
le cicale, sugli alberi,
cantano, a squarciagola, le loro canzoni, mono note,
è tempo, di angurie, e gelati,
dietro ai monumenti, ragazzi, miagolano amore, come gatti,
è, un'estate,
che ogni notte, apre vetri, e finestre, in ogni città.
Si cerca fresco, sotto alle stelle,
nei pub, all'aperto, in collina,
dove, si aspetta, la prima luce, della mattina,
con un caffè freddo, ed amaro,
scrivendo in fretta, una riga, di poesia,
per questa stagione, che mette allegria,
e, che, fa dimenticare, il freddo inverno,
pieno di malinconia,
è estate,
ancora, per un istante, lasciamola qua.
Ogni anno, la aspettiamo,
e, quando c'è, la odiamo,
quei giorni di sabbia, e sole,
che da bambino, mi venivano regalati,
in un attimo, sono passati,
e, ancora sento, sulla pelle, quel calore,
che, mi incendiava, il cuore!
Ma a chi fa ombra il ciliegio?



