avvelenato da chissà quale mano infame;
a stento sembrava continuar,
con la sua tinta giallognola e stelo debole,
quasi da far parere che aspettasse
solo la fredda stagione.
Ma quella corolla con il color morente,
mi rimembrava la mia dolce figlia malata
dal carnato simile,
ormai addormentata.
Così decisi di sanare
l' suo dolore invece di coglierlo,
così da farlo essere anche per gli altri freddi,
e sentir lei più vicina
e più lontano l'Padre Solitudo.
Il giorno è figlio delle apparenze
Io nel buio ho trovato le maschere d'oro
fabbricate dalla luce, ed ho compreso
che l'evidenza non è sempre sincera
Ma io sono una creatura della luna
e appartengo a un mondo di sogno
(essendone perfettamente cosciente)
mentre tu credi alle bugie dell'illusione.
prendi per vere costruzioni oniriche
Cosa pensi siano i castelli in aria?
La tua mente architetta trappole
immergendoti nel sole, e ti basta
Io non credo una finta chiarezza illumini
più di una candela in uno sgabuzzino
I miei occhi felini setacciano l'oscurità
e non si fanno ingannare dai fuochi
che catturano ottuse falene
è nell'ombra che devi indagare
per riconoscere una forma ridotta
alla sua nuda essenza...
È così che ho scoperto la pienezza del vuoto
La notte è madre dei sortilegi
puoi darle il mio nome: Ecate
in questo giardino
dimenticato dal tempo,
le orchidee che amavi tanto
non ci sono più
ma un antico profumo
conservato inspiegabilmente
invade il viale
dove camminavamo
spiati da alberi maestosi
Ricordi, raccoglievamo
all'inizio dell'autunno
i petali morti ma ancora odorosi
mossi a pietà dalla fine dei fiori,
li avremmo voluti immuni
dal floscio appassire
Sognavamo una perenne primavera,
ignari stesse per arrivare
il giorno del tuo addio
Non volevi invecchiare...
Tutti bramiamo quel calice,
l'elisir dell'eterna giovinezza
ma ora rimpiango
di non avere visto
l'imbiancare dei tuoi capelli
il loro divenire neve
o il tuo indossare qualche ruga
sul tessuto un po' sgualcito
della pelle...
Canto in solitudine quel ritornello
che tu amavi ascoltare
chiedo alla mia stessa voce
di darmi una nota di allegria
ma questo è ormai soltanto
un sussurro nel tramonto,
la canzone di un fantasma
intonerai il tuo struggente canto
il tuo sguardo scuro e tagliente
scioglierà il ghiaccio
il tuo labbro sollevato ti porterà a nuove battaglie
ed il tuo manto si confonderà nella notte
poi solleverai gli occhi e la vedrai
planando in giri concentrici cercherà la preda
i suoi artigli e le tue zanne
che sanno di lotte e scontri violenti
non proveranno a combattere
e i vostri occhi parleranno per voi
volando e correndo
tra gli alberi
vi siete trovati nel freddo
della buia sera.
All’inizio le cose erano un po’ complicate
Lei vegana io onnivoro.
Ma il sesso era fantastico.
Così arrivammo al primo anniversario.
La portai in Italia
L’Africa è bellissima ma troppi pericoli
Il leone e gli altri maschi di gazzella con cui lottare.
Lei si adattò immediatamente, cibo abbondante tutti i giorni
Nessun pericolo, niente più corse per fuggire.
Ingrassò
Una notte tornando a casa all’improvviso
La trovai a letto con tale Leone Batticarne, il macellaio.
Fu la fine, e per colpa del Leone,
non come immaginavo,
i casi della vita.
Lei disse che la colpa era mia e che il macellaio le dava quel brivido
Necessario per la felicità di una gazzella.
Mi diedi nell’ordine:
All’ alcool, a 12 puttane, a un corista della chiesa di Bergamo Alta,
al banghi giamping, al biliardo, alla corsa, alla frusta, alle barzellette
e a una nuova fidanzata.
Tutto in una settimana.
Andai in Africa
Lei si adattò immediatamente
Vivevamo in una grotta difesa dal fuoco.
Io andavo a caccia, stavamo bene.
Poi un giorno, nella savana, per caso la rivedo.
Lei la MIA gazzella.
Dimagrita era bellissima.
Non mi avvicinai, non mi feci vedere non ne ebbi il coraggio.
Morì sbranata da un leopardo,
non un leone,
i casi della vita.
Vai a capirli.
Io e la mia fidanzata
La stessa notte ci addormentammo
E uscimmo dai nostri corpi
Consapevoli – noi non i corpi-
Che non saremmo più tornati.
Ci disperdemmo diventando universo.
Pensare che ero un ragioniere di Voghera
Prima del viaggio in Africa.
Inaspettati squarci di vita.
Vivete la vostra
ci vediamo a parte, in parte, a parti nell’universo.
M’inchinai
con la discrezione
da bon ton dovuto,
deferente le pigliai la mano
lentamente la portai alla bocca,
la sfiorai soltanto
come da galateo non baciai,
semplicemente rasentai il guanto;
ma non comprese nulla,
la nobile fanciulla si ritrasse,
arrossì, mi guardò stupita e disse:
“Perché, cos’è?”
“Un gesto di galanteria,
di cortesia un segno doveroso”
“Non lo sapevo!”, e come sbigottita
voltò le spalle e insospettita
rintracciò lo sposo.
Colpa del progresso
o il galateo ha detto balle?
Pensai e ci ripenso adesso.
TU
"Dai'! Dagli un nome, un aggettivo, un nomignolo se vuoi ma, il suo nome è sempre cancro
Forza! Trova un nome, un cognome o flambè ma, sempre cancro è il suo nome".
Ti vedo titubante.
Non guardarmi con quegl'occhi, impauriti e spaventati.
Non è un indovinello!
Dai'! Dagli nome, è semplice il giochetto ma
ricorda che, sempre cancro è il suo nome.
Ti scruto e ti sento
nel silenzio impaurito mi domandi:
IO
“Ma che dici? Torturarmi e schiacciarmi!
Tu vuoi farmi solo male, malandrino mi fai' male!”
Silenzio, quell'eterno silenzio
sottile e lugrube che devasta
infuocata è la lingua
incendiarla è la rabbia
sconcertata e impaurita
rilascio le arrendevoli mie braccia
Eppure ho ancora tante cose da sbrigare
Non è tempo ne il momento
E' certo il recapito ha sbagliato
Guardi bene la commessa!
Sarà forse una scommessa?
Tontolando cado dentro
è un tranello mi ripeto
Ti guardo e già ti sento
una fame smisurata ti ossessa
mordi e mastichi la mia carne
tra lo scricchiolio e lo spezzar delle mie ossa
"Quanti anni ho spalmato profumando la mia pelle
se una ruga s'affacciava ...".
Do' un nome a questa cosa
Do' il nome a questa cosa
E' il suo nome che spaventata
proverò far ammenda
dei peccati smisurati
che godendo sciallacquai
Scorre il tempo
e se va' sarà un bene
Forse il tempo si è allentato
oppur si è fermato
E sì certo del tempo mi è rimasto
grazie a Dio o a qualche Santo.
adagiata su un prato
Non e' stato amore a prima vista.
In verita' mi chiedevo
ancora?....
ma non potevo non guardarti,
e quando i nostri sguardi si sono incrociati,
tremavi....
non ho resistito
.....lo so' eri piena di pulci,
bruttina,
ma come potevo non infonderti un po' di calore.
E' passato qualche anno,
stiamo sempre insieme:
non sei tu a poter fare a meno di me,
sei il sorriso che incontro al mio rientro,
sei la mia amica silenziosa.
Sono io che non posso fare a meno di te
dall’uscita d’emergenza di Equitalia
il tempo per capire di aver sbagliato
e mi sono ritrovato in mano un numerino
cazzo, mi sentivo osservato
soprattutto dagli occhi punitivi dell’usciere
ed io quasi a giustificarmi così esclamai:
“Scusi ma son nuovo di queste democratiche beghe,
cerchi almeno di scusarmi, in seguito ci proverò a non far danni”
Ma lui facendo finta di non sentire
s’infilò un dito in una narice scaccolandosi fino all’osso, alla radice;
chissà il poveretto quanti piagnistei ogni giorno ha da patire
non sarà certo la mia entrata “trionfale” a farlo impallidire.
Intanto mentre aspetto il mio turno diligente
una voce rimbomba dal vicino corridoio,
un alto dirigente, vestito elegante
richiama l’attenzione in una sala traboccante
l’urlo si stampò sopra i vetri e le pareti
facendo tremar la gente, me e tutti gli impiegati;
capii in seguito che il funzionario par cercasse
un tizio che non ha mai pagato tasse
un riccone, così circolava voce
che chiedeva patteggiamento o quanto meno una rateizzazione.
Noi tutti nella stanza ci guardammo sbalorditi
chi teneva in mano qualche rata comunale non pagata
chi una multa dimenticata e il tempo l’ha lievitata
e chi per dare da mangiare ai propri figli , non ha potuto il debito pagare.
Finalmente il Tizio “ricercato” si fa avanti con il suo avvocato
mentre da quest’altra parte un pensionato bisbigliava parole all’impiegato
ma l’addetto allo sportello senza cuore e senza peli sulla lingua urla:
“che fa, paga o la pignoriamo?”
E’ stato a quel punto che io sono uscito dall’Entrata principale
sfidando il muro umano e gli occhi atterriti dei presenti
promettendo a me stesso di non mettere più piede
in quel posto costruito da insane menti
per succhiare il sangue a chi il sangue l’ha investito nel futuro
chi l’ha impastato tra il cemento e i mattoni
per dare una dignità alla propria vita.
Giuro che non metterò più piede in un posto di falsa democrazia
che aiuta i potenti e sotterra gli uomini già perdenti
e così che va il mondo, così vanno le cose in questa Patria mia.
intendo quei poeti che girano indisturbati
nella rete e nei siti specializzati
dove si aprono anima e cuore
e in cambio ricevono falso stupore.
I poeti sono dei pazzi
vedono quello che io non riesco a vedere
il bello è che mi sforzo
ma niente, davanti a me c’è solo il buio.
I poeti sono dei pazzi
pensano in versi e parlano strano
appena aprono gli occhi scrivono e scrivono
scrivono sempre
parole prestate, parole inventate
parole senza nessun fine o intenzione.
I poeti sono dei pazzi
leggendoli a volte sembrano fatti
e quando cerco di seguire le loro parabole
mi ritrovo impigliato nell’iperbole
tra l’illusione e una realtà disarmante.
I poeti sono de pazzi
ed io sono un indegno lettore
a dire il vero anch’io qualche volta sono stato poeta
e calamitato dal niente
mi drogavo di riflessi di luna
sniffavo gli odori come un cane sbandato
mi arrampicavo nel cielo
cercando risposte al mio desiderio.
Per fortuna il delirio è durato ben poco
e sono rientrato in questo corpo di sangue e di mente
uso parole per raccontare alla gente
quello che vedo con occhi prestati.
Mentre la luna ramata sorveglia
Sogni fra le stelle, macchiati da
Spruzzi liquidi in caduta libera
Dalla fontana che nella bocca
Balbetta tremolante:
Singhiozzo di fuoco che corrode,
Il miraggio di un letto e di un po' d'acqua
Diventano l'unica ragione di vita.
Su un marciapiede scomodo
Disteso, clichè di poeta ubriaco decadente
C'è una chitarra che si scorda facilmente
ma per fortuna il pubblico s'è scordato
di venire a sentirla suonare in mezzo al prato
Qui le vecchie radure fanno brutti scherzi
nascondono bisce dietro scheletri d'acacia
Mi ritrovo a ridere del mio mondo, è buio pesto
mi ritrovo per un bosco a ridere di me stesso
potrei ammiccare l'alba, invece è troppo presto
Intorno a un rogo streghe col violino
senza fare apposta schiacciano formicai
tutti i mostri aspettano il mattino
ma la luce poi non la vedon mai
Rido ancora del mio mondo rimbecillito
rido ancora del mio film horror preferito
Dietro i cespugli faine si scrollano l'acqua di dosso
anche se poi sono giorni che non piove
Negli antri dietro qualche nuova brughiera
gli orchi piangono feriti nell'orgoglio
perché i folletti li hanno presi in giro
qualche scemo pensa che finirà in meglio
ma dalle strade di città lo divide un muro
Mi piace ridere di tutto quel che sono
e la chitarra mi si scorda in mano
tanto qui non mi sentirà nessuno!
Notte d'amarezza e fiamme d'allegria
tre vascelli e qualche storia al fuoco
qualche cassa di legno l'han buttata via
tutto non è scritto eppure manca poco
L'innocenza sopra l'inno americano
per la festa travestiti e male non farà
Qualcuno è con le torce in mano
e qualche altro coi figli della libertà
E ti ho vista ballare con gli inglesi
e mi hai buttato via senza un perché
tutti a ballare, tutti ubriachi
tutti ubriachi di oceano e tè
Ma si respira un'aria nuova
da giorni ormai non ti penso più
ma chi se lo immaginava:
tu in Europa ed io quaggiù
Ma chi l'avrebbe detto
vola un'aquila innevata
nessuno che va ancora a letto
per vivere la sorpresa inaspettata!
Ormai mi sto abituando
il tuo posto è in Inghilterra
qui tutti stanno cantando
che potrei giocarmela a morra
Ho visto il porto e l'ho salutato
ho salutato una nave che non c'è
per dieci giorni c'ho ballato
e mi sentivo in una scatola di tè
Parlandole al buio la notte non ragiona
c'ho provato tante volte
ma va presa un po' alla buona
Le vendono occhi aperti
ma non si vuol far vedere
e copre i passi incerti
di una donna lungo il viale
Raccontandole una storia
lei fa finta di ascoltare
con la testa sopra un braccio
e una mano fredda da coprire
Non piove ancora ma già tuona
un lampo la prende alla sprovvista
serenata e troppa luna
ma alla finestra non si è vista
Notte, notte, notte, notte,
è un peccato non vederti
le mie coperte troppo corte
e gli occhi ancora aperti
Notte, notte, non andare
accarezzami la schiena
se proprio non vuoi far l'amore
lascia accesa la lucina
Notte vedi che ho ragione
quando dico che sei sola
fra milioni di persone
che se avvicini uccidi ancora
A volte sputi accenni
di alcune storie millenarie
poi infastidita copri i segni
di strade con le luminarie
L'ho sognata o conosciuta
non fa alcuna differenza
l'ho fermata e poi lasciata
in fondo al letto di una stanza
Ma verso una certa ora
che ancora non chiamerò mattina
quella voce strana da signora
lascia una faccia un po' bruttina
E la abbandono come un cane
con gli occhi già un po' più distesi
non vedo quel che ne rimane
ne rimangono lampioni ancora accesi
Notte dimmi che farai
finché non tornano le sei
Notte dimmi dove vai
ti volevo presentare i miei
Notte che una volta hai fuso
pioggia e canti in un perigonio
e che una volta mi hai confuso
con l'odore di stramonio
Notte sento che già suona
il bus vuoto nella via
Non parla con la bocca piena
o forse la notte è una bugia
Se vi dice che può risorgere,
assicuratevi che non vi siano né polso né respiro.
Se non vi è respiro è vivo.
E' proprio qui. Sul fiume su cui galleggiano stelle di carta.
E' malsanamente iracondo; è tornato,
ma non sa da dove ripartire.
Gli do una facinorosa dritta:
dal valore più alto col segno negativo,
e da lì finisca il diabolico infinito che sa.








