Il mio luglio è cittadino
e qui suda la cucina,
apro lesto il mio frigo
e poi vedo Copacabana:
il mare è più tranquillo
ed il sole ancora giallo
nei disegni dei bambini,
veri artisti di talento.
Io lo dipingo rosso,
stendo un velo di gravità
con pennello implacabile
nel ricordo di un ricordo.
Vieni e cerca il mio pensiero
malinconico e lontano,
nel suo vasto campo arido
ferito dal vomere crudele.
L’infante estate urbana
scioglieva la periferia
e saliva aria tremante,
come mare che non c’era.
Mi tuffavo con coraggio,
arrossavo le ginocchia
e le mani erano tinte
dai colori della strada.
Stavo lì ad esplorare
la serenità di bimbi
giocosi, madidi e gridanti
così ignari del domani.
Resto qui a ricordare
quella pura, vita vera:
biciclette, bambole,
palloni vaganti
e materne vedette
alle vecchie finestre.
Ho righe lucide
sul viso, corrono
guidate da
rughe sottili.
Chiudo il frigo
fa molto caldo,
sono solo
gocce di sudore.

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