Rido,
poi si piange...
Miserie della condizione incutono,
riducono.
Sembrerebbe un simpatico teatrino
di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.
“Guardate le tette di quella bionda niente male”
E Socrate beve ancora la cicuta,
dall'isola di Montecristo intanto i conti non tornano più.
Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo maldestro.
Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro
un'essenza d'un corpo in affitto.
La maschera offre patate fritte
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.
Nascosti nel retro due figuranti compiono l'atto.
Ansima il gobbo da Notre Dame e tutti sentono.
Il palco osceno non va in scena.
Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.
Vai con la farsa mio caro alter ego,
mio stimato water senza eco.
Tiro lo scarico e inizia la programmazione alle otto in punto.
Applausi filosofici e cor compunto.
Non sono sofista degli stucchi
magari mago con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.
La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi,
poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione.
“Come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... la nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi”
poi si piange...
Miserie della condizione incutono,
riducono.
Sembrerebbe un simpatico teatrino
di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.
“Guardate le tette di quella bionda niente male”
E Socrate beve ancora la cicuta,
dall'isola di Montecristo intanto i conti non tornano più.
Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo maldestro.
Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro
un'essenza d'un corpo in affitto.
La maschera offre patate fritte
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.
Nascosti nel retro due figuranti compiono l'atto.
Ansima il gobbo da Notre Dame e tutti sentono.
Il palco osceno non va in scena.
Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.
Vai con la farsa mio caro alter ego,
mio stimato water senza eco.
Tiro lo scarico e inizia la programmazione alle otto in punto.
Applausi filosofici e cor compunto.
Non sono sofista degli stucchi
magari mago con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.
La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi,
poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione.
“Come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... la nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi”

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