«Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.» cit. Divina Commedia vv. 1-3
Ci sono cirri rosa nel cielo, che oggi non vogliono parlare,
e che nella paralisi ipnagogica della siesta sul mare
lasciano intravedere al cosmo la mia smorfia:
oltre il regno della percezione umana,
al di là delle illusioni del rapid eye movement,
sotto la spinta al principio del piacere allucinatorio.
Tutto è illusione: tu ed io, la nostra vita, e questa baia,
tutto ci riporta a mondi paralleli, ultraterreni,
a dimensioni istintuali indispensabili.
E nel sogno si realizza la fusione pulsionale,
fra la vita intelligente e una bolla di vento stellare;
attorno ai 4 gradi - come per le lacrime e l’acqua salata.
Ma ci vuole terra ferma, un mare denso e impenetrabile,
ci vogliono cambiamenti di stato, e ci vuole fede
per la crescita e l'economia della mente.
Così nelle profondità più recondite del pensiero umano,
il mondo si rovescia, e per circa undici volte
la nostra realtà si scinde in altri mondi.
Tanti universi che sono ugualmente veri,
tante possibili interpretazioni non interagibili
che coabitano nell’indeterminazione e nell’incertezza.
Ogni evento, conseguentemente, è come un crocevia,
come un punto di diramazione, di sincronismo,
in una relazione di complementarità.
Sono il macro-cosmo, i miei pensieri,
e laddove il tuo amore si insinua nello spazio,
il tempo si ferma per aprire un varco nell’incredulità.
Non c’è città dolente, eterno dolore o perduta gente,
ci sono tante menzogne quante domande,
e l’uomo che, spaventato, cerca Dio.
