All’ombra di quanto è rimasto intatto
una coscienza si racconta a sprazzi,
timidamente,
anelando alla fine della faida,
contemplando con un misto di odio e pena
le linee di confine che l’abbracciano.
Rinnegando e rigettando
ideologie e utopie,
per affrontare
malanni e cure,
frenetiche vendemmie,
potature,
innesti,
primeggiando
la lunga via per somigliare a un melo.
Lo so bene,
sono schiavo di me stesso,
ma non ho più paura
non ambisco più a un innesto.
Anche le mele
prima di essere mele
sono state fiore.
Io sono un fiore !!
anche se selvatico.
Io sono un minuto di gioia intensa,
la testimonianza vivente
dell’umana passionalità.
Non arriverò alla fine del ciclo,
non mi sacrificherò per trasformarmi in qualche frutto,
ma mi coglieranno associandomi a viso di donna.
Lascio la duplicità agli altri
la falsità al mondo,
e mi ubriaco di dialettica e nettari.
Perché una mattina,
improvvisamente,
sorprenderò il mondo attorno a me
e sarà una tempesta di colori e di odori,
una primavera impazzita
che renderà immortale,
anche solo per un giorno,
il romanticismo di un fiore
strappato all’asfalto,
sbocciato sul limitare del giorno
e appassito nella metropoli,
nella co2 newyorkese.
Sono selvatico,
perché nessuno mi potrà mangiare.
Sono inutile,
perché la poesia è morta.
Mi hanno cacciato
abbandonato e deriso,
ed io mi sono nascosto,
rifugiato
trapiantato.
Fiore pitosforo nato spontaneo
e cresciuto
nella terra dell’ignoranza,
orgoglioso e incurante,
all’ombra della grande mela
naturalmente.

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