non resta, ex juvantibus, che l'inquietudine, l'anarchico
malessere del cuore, comme une construction mallarméenne,
toute en octaves et sons cristallins:
resta la lunga eco
che ossessiona les reveurs de Rue des Hétéronomes,
l'anarchica inquietudine mentale, all'ora di scrivere
d'amore, per il mondo che muore sulle strade:
il tempo è afluente, invertebrato,
non lascia ore e minuti al giorno che si tinge
di colori, di tensioni e torsioni, come nei quadri
in cui gli spiriti più inquieti danzano, allungano
le braccia, il collo, senza fare rumore:
malessere del cuore, comme une construction mallarméenne,
toute en octaves et sons cristallins:
resta la lunga eco
che ossessiona les reveurs de Rue des Hétéronomes,
l'anarchica inquietudine mentale, all'ora di scrivere
d'amore, per il mondo che muore sulle strade:
il tempo è afluente, invertebrato,
non lascia ore e minuti al giorno che si tinge
di colori, di tensioni e torsioni, come nei quadri
in cui gli spiriti più inquieti danzano, allungano
le braccia, il collo, senza fare rumore:

Commenti
L'INQUIETO non è solamente inquieto. Vive e lavora in un "mondo" che ha bisogno della verità. Crede che (il) vivere abbia in sè il momento del vero. Essere INQUIETI non è uno stato o una condizione psichica, è soprattutto possesso del "sentimento del vero". Il rapporto tra l'INQUIETO e la vita, consiste nell'offrire la vita alla verità e trasformarla in esistenza corrente. Anche per questo l'INQUIETUDINE non può essere considerata "tedio cosmico" o "ansia frustrata" più che una sorta di "disagio spirituale".Né sembra agile la forzatura di associare questi testi ad alcuni autori di provenienza "romantica" o ad alcuni filosofi della "decadenza" .
La prefazione di Silvia Denti, ai fini della chiarificazione, è anch'essa illuminante quando scrive: "Egli stesso (l'autore) sottolinea, che "l’inquietezza prefigura l’esistenza": la capacità di raccogliere le parole giuste, assemblarle e motivarle e non so bene se con" l’essenza precede l’esistenza" (Kant) o "l'esistenza precede l'essenza" (Sartre) che entrambe sembrano ruotare attorno a tutta la poetica fittipaldiana. Ma non solo, persino quel disgusto, l’orrendo percepire degli assoli mai infrequenti, il contro tutto e tutti, politica compresa, definiscono l’uomo, la cui anima si interseca con quella altrui, per forza, ma in maniera ancora più insidiosa e sanguigna, con stille sofferte che pochi autori riescono davvero ad esprimere. Mi sovviene ancora Sartre, con la sua nausea, colui che rifugge da ogni ideologia, regola, copione. E per la modernità di matrice sanguinetiana, il Nostro non è secondo a nessuno. Conosciamo le sue letture predilette, le inclinazioni. La bella testa come un immenso contenitore in cui i pensieri lottano, ma non ne escono mai brutture, bensì intuizioni e illuminazioni che conquistano. Ma il Fittipaldi di questo libro è anche" fratello" di Sartre ,"cugino" di Blanchot,e "figlio di Sanguineti" laddove il conflitto tra il vivere e l’essere libero non cessa mai e finisce per rimanergli dentro fino alla fine del suo percorso".
In sostanza ,come un poster dell'inquietudine diurna dell'uomo moderno,questi testi si fanno paradigma di una umanità privata di speranza, che brancola nell'incertezza (metafisica?) di una "verità non verità", che tenta di pensare ad una speranza di salvezza.
Il libro è in ogni caso meno "autobiografico" e più "politico" rispetto a LA MUSA DI BLANCHOT...un libro che, a detta dell'autore, ha a che fare più con l' Odio di classe di Benjamin che con Pessoa.
(Irene Fittipaldi)