Se devo pensare a lei,
la sua vera lei,
la preferisco così,
finalmente domata,
per stanchezza, più che altro.
Per prima cosa
le caddero i denti.
Quella bocca vuota
non la vidi mai
riapparvero più splendidi di prima:da invidia.
Ma a tavola faceva impressione
vedere all’improvviso
un cambiamento sul suo viso,
come un impercettibile stravolgimento
che la rendeva,
per quell’attimo, mostruosa.
Era il terremoto dell’anima.
L’abisso che si apriva
e c’inghiottiva.
Ce lo leggevamo negli occhi:
eravamo a due passi dalla morte.
Non per negare l’evidenza,
ma siamo gente che non sa piangersi addosso:
lei, accorgendosi del mio disagio,
faceva una battuta,
e si rideva come pazzi!
Dopotutto era stata in bilico tutta la vita
e le era piaciuto.
Si era condannata deliberatamente,
pensando che a lei
non sarebbe toccato vedersi vecchia
e con quanta presunzione
aveva pensato di essere eterna,
o, se non proprio eterna,
invisibile,
ecco,
invisibile,
per passare attraverso alla vita,
come diceva,
poi risvegliarsi e stavolta fare sul serio.
Se devo pensare a lei, a quella lei che era,
non posso che odiarla un pochino
perché si meritava tutto,
e tutto aveva,
ma sul suo trono no,
non ci sapeva stare.

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