Propongo alcune liriche di Diego Valeri (Piove di Sacco, Padova 1887- Roma, 1986). Al centro della sua poesia è spesso la natura, percorsa da brividi di malinconia, tratteggiata con pennellate e campiture di grande effetto cromatico ed emotivo.
Batte il mattino…
Batte il mattino al ferrigno bastione
dei nuvoloni notturni: repente
s’apre una lunga fessura lucente,
scoppia uno squarcio di fiamma più su.
Un razzo d’oro; e un sussulto, un tremore
d’oro per l’ombre; oro a rivoli, a onde…
Più in alto: spiagge di nuvole bionde,
calme e profonde lagune di blu.
Riva di pena, canale d’oblio…
Ora è la grande ombra d’autunno:
la fredda sera improvvisa calata
da tutto il cielo fumido oscuro
su l’acqua spenta, la pietra malata.
Ora è l’angoscia dei lumi radi,
gialli, sperduti per il nebbione,
l’uno dall’altro staccati, lontani,
chiuso ciascuno nel proprio alone.
Riva di pena, canale d’oblio…
Non una voce dentro il cuor morto.
Solo quegli urli straziati d’addio
dei bastimenti che lasciano il porto.
Qui c’è sempre un poco di vento…
Qui c’è sempre un poco di vento,
a tutte l’ore, di ogni stagione:
un soffio almeno, un respiro.
Qui da tanti anni sto io, ci vivo.
E giorno dopo giorno scrivo
il mio nome sul vento.