Ciò che mi impressiona di questa poesia è quella domanda centrale che prelude ad un cambio nei tempi. La poeta si rivolge direttamente al lettore o a chi ascolta e osserva. È una domanda diretta però tutta da interpretare.
Secondo voi, perdo ancora sangue?
Poesie così lasciano all’immaginazione il campo aperto per poterci entrare, ma in punta di piedi com’è ovvio, a completare i pochi indizi e osare una interpretazione. Il titolo parla di un topo. Metafora di qualcosa da cui rifuggire, una presenza misteriosa e sgradita da combattere sempre. Almeno nell’immaginario e di riflesso nella nostra cultura, depositario com’è di tutto ciò che si accompagna alla sporcizia. Il topo ed il suo ospite pestifero sono l’emblema di tutto ciò che la nostra civiltà ha dovuto attraversare in campo salutistico per sopravvivere ed emanciparsi. Ma ha una sua innocenza, un diritto primordiale ad esistere come tutte le altre creature come tutti i diversi che siamo abituati a vedere perseguitati dal più forte, discriminato talvolta per razza (ma esistono razze tra gli uomini?), altre volte per censo, per lingua o cultura. Qui il topo o l’estraneo per lui, non ha voce e qualcosa è successo, forse la casa in cui abitava è crollata, tutto è sottosopra. Quella casa in cui era nato e vissuto adesso non esiste più, subentra lo sbigottimento e dentro di lui prende piede il vuoto, non sa se la sua lingua è parlata da altri, né comprende le voci di chi sopraggiunge
La porta tocca quasi il tetto. Il tetto è basso,
assorbe ogni cosa: non è più la mia casa.
Il pavimento è coperto di briciole
. L’esperienza ci conduce a scenari di guerra che si avvicendano sui nostri teleschermi, a chi dalla guerra ha subito l’onta della distruzione familiare, quel ritrovare il tetto sul pavimento e su quest’ultimo soltanto briciole mentre tutt’intorno è un divampare di fuoco che scioglie il metallo e fluidifica il catrame.
Ogni tanto percepisco una frase
che non collego alle altre. Divido
l’aria con le mani, il catrame si scioglie.
Tutto si riveste di ottone fuso.
E’ dunque un teatro di morte e distruzione il riferimento a cui rimanda la parola della poeta, dove l’uomo perde la sua immagine domestica, la lingua dei poveri e deboli diventa muta, inascoltata come tutte le ragioni per un convivere civile e fecondo tra genti diverse ma non per questo estranee nei bisogni elementari
Ho un corpo privo di membra.
Allungò il braccio per spegnere
l’unica luce rimasta accesa.
Nessuno protestò.
Che altro potrebbe perdere oltre la parola ed il sangue? Cos’altro rimarrebbe se le membra sparissero? Ciò che resta è una voce che osserva questo presente da lontano,
Gli alberi erano molto più grandi, i pali
si piegavano nel buio.
voce di qualcuno che spegne l’ultima luce in una rassegnazione cosmica, come se fosse conclusa l’esperienza umana e passasse nell’indifferenza generale, compresa quella della natura selvatica che così può far crescere a dismisura le sue creature ed occupare gli spazi sottratti alla civiltà come è già accaduto per le epoche che ci hanno preceduto.
ciao,così mi pare. un caro saluto.