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ARGOMENTO: Il topo senza voce

Il topo senza voce 8 Anni 3 Mesi fa #1

  • Antilirico
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La porta tocca quasi il tetto. Il tetto è basso,
assorbe ogni cosa: non è più la mia casa.
Il pavimento è coperto di briciole.
Ogni tanto percepisco una frase
che non collego alle altre. Divido
l’aria con le mani, il catrame si scioglie.
Tutto si riveste di ottone fuso.
Secondo voi, perdo ancora sangue?
Ho un corpo privo di membra.
Allungò il braccio per spegnere
l’unica luce rimasta accesa.
Nessuno protestò.
Gli alberi erano molto più grandi, i pali
si piegavano nel buio.

Testo contenuto in: Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda, Aragno, Torino, 2015.
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Il topo senza voce 8 Anni 3 Mesi fa #2

  • Aita Carla
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Mi fa pensare e amo i brani che riescono nell'intento.
Posso solo immaginare in che contesto ambientale politico sia stato scritto, visto la data da te riportata.
Credo sia uno dei più bei brani da me letti, con la giusta dose di modiche metafore e con un dolore in acquerello.
Grazie Anti per averci proposto questa chicca.


Carla
Ultima modifica: 8 Anni 3 Mesi fa da Aita Carla.
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Ringraziano per il messaggio: Antilirico

Il topo senza voce 8 Anni 3 Mesi fa #3

  • Aita Carla
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La porta tocca quasi il tetto

dal cedere di muri indeboliti all'urto d'una granata: l'aria è spessa nello spazio ridotto e la nostalgia dell'antico viverci ne aumenta lo spessore (tana mia, non ti riconosco).
Il pavimento è coperto di briciole
non di pane, quello fresco che profumava le mattine, in tozzi, inzuppati di latte nella scodella, a colazione (semplice e sostanzioso pasto di inizio giornata)
ma di crepe che tutto scoprono, senza colore, senza sapore.
La mia distrazione ora si scioglie in ascolto e scorgo fra i suoni le frasi di altri, con me, in queste mura disgiunte dove nemmeno le mani toccano qualcuno o qualcosa. Solo aria. Spessa.
Secondo voi, perdo ancora sangue?
Pare domandi la voce di una persona che condivide gli angusti spazi ove ogni cenno, ogni respiro é dolore -ditemi se ancora avrò un sangue nelle vene, che non lo vedo, che non mi vedo disteso su questo letto d'ore spente e accostato alla morte. Che dite...vivrò? Lo sguardo solo s'allunga ora a destra e ora a manca e non sono intero-
Allungò il braccio per spegnere la luce, l'unica accesa
che non fan luce speranze questa notte, ma solo granate.
Nessuno ebbe a ridire di quel buio che chiudeva gli occhi al giorno, un'altro senza gambe e braccia.
Gli alberi prima...prima erano molto più grandi,
ora, sfrangiati dalle schegge del giorno.
I pali
anche loro piegati alla terra.



L'ho letta così


Carla
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Ringraziano per il messaggio: Antilirico, fintipa2

Il topo senza voce 8 Anni 3 Mesi fa #4

  • fintipa2
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Ciò che mi impressiona di questa poesia è quella domanda centrale che prelude ad un cambio nei tempi. La poeta si rivolge direttamente al lettore o a chi ascolta e osserva. È una domanda diretta però tutta da interpretare.

Secondo voi, perdo ancora sangue?

Poesie così lasciano all’immaginazione il campo aperto per poterci entrare, ma in punta di piedi com’è ovvio, a completare i pochi indizi e osare una interpretazione. Il titolo parla di un topo. Metafora di qualcosa da cui rifuggire, una presenza misteriosa e sgradita da combattere sempre. Almeno nell’immaginario e di riflesso nella nostra cultura, depositario com’è di tutto ciò che si accompagna alla sporcizia. Il topo ed il suo ospite pestifero sono l’emblema di tutto ciò che la nostra civiltà ha dovuto attraversare in campo salutistico per sopravvivere ed emanciparsi. Ma ha una sua innocenza, un diritto primordiale ad esistere come tutte le altre creature come tutti i diversi che siamo abituati a vedere perseguitati dal più forte, discriminato talvolta per razza (ma esistono razze tra gli uomini?), altre volte per censo, per lingua o cultura. Qui il topo o l’estraneo per lui, non ha voce e qualcosa è successo, forse la casa in cui abitava è crollata, tutto è sottosopra. Quella casa in cui era nato e vissuto adesso non esiste più, subentra lo sbigottimento e dentro di lui prende piede il vuoto, non sa se la sua lingua è parlata da altri, né comprende le voci di chi sopraggiunge

La porta tocca quasi il tetto. Il tetto è basso,
assorbe ogni cosa: non è più la mia casa.
Il pavimento è coperto di briciole


. L’esperienza ci conduce a scenari di guerra che si avvicendano sui nostri teleschermi, a chi dalla guerra ha subito l’onta della distruzione familiare, quel ritrovare il tetto sul pavimento e su quest’ultimo soltanto briciole mentre tutt’intorno è un divampare di fuoco che scioglie il metallo e fluidifica il catrame.

Ogni tanto percepisco una frase
che non collego alle altre. Divido
l’aria con le mani, il catrame si scioglie.
Tutto si riveste di ottone fuso.

E’ dunque un teatro di morte e distruzione il riferimento a cui rimanda la parola della poeta, dove l’uomo perde la sua immagine domestica, la lingua dei poveri e deboli diventa muta, inascoltata come tutte le ragioni per un convivere civile e fecondo tra genti diverse ma non per questo estranee nei bisogni elementari

Ho un corpo privo di membra.
Allungò il braccio per spegnere
l’unica luce rimasta accesa.
Nessuno protestò.


Che altro potrebbe perdere oltre la parola ed il sangue? Cos’altro rimarrebbe se le membra sparissero? Ciò che resta è una voce che osserva questo presente da lontano,

Gli alberi erano molto più grandi, i pali
si piegavano nel buio.


voce di qualcuno che spegne l’ultima luce in una rassegnazione cosmica, come se fosse conclusa l’esperienza umana e passasse nell’indifferenza generale, compresa quella della natura selvatica che così può far crescere a dismisura le sue creature ed occupare gli spazi sottratti alla civiltà come è già accaduto per le epoche che ci hanno preceduto.
ciao,così mi pare. un caro saluto.
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Ringraziano per il messaggio: Silvana Montarello*, Antilirico, Aita Carla

Il topo senza voce 8 Anni 3 Mesi fa #5

  • Antilirico
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Condivido pienamente. Poesie del genere sono aperte a variegati ambiti interpretativi, da approcciare però con particolare sensibilità e moderazione. Mi sembra che nelle due ottime letture proposte affiori, pur nell'unità interpretativa, una diversificazione attributiva essenziale. Mentre Carla focalizza la sua analisi prevalentemente su uno scenario di devastazione, per Fintipa2 - come testimoniano già i suoi riferimenti iniziali al titolo del testo - questa stessa dimensione assume principalmente le sembianze di un contorno per rafforzare la descrizione metaforica di una condizione sostanzialmente interiore. Emblematica, in proposito, è la antitetica analisi dei versi conclusivi, in particolare l'immagine della distensione degli alberi che, mentre per Carla è ora ridotta, per Fintipa2, invece, si esprime adesso in una cosmica "crescita a dismisura". Del resto, mentre ieri chattavamo, Carla mi indicava come tutta la rappresentazione dei versi finali, le ispirasse una sorta di situazione clinico-ospedaliera successiva ad un ferimento o amputazione prodotta dalle esplosioni. Colpiscono e fanno riflettere, infine, le osservazioni di fintipa2 relative alla effettiva esistenza di diverse razze tra gli uomini. Rievocano, infatti, alla mia mente, il celebre episodio occorso ad Albert Einstein quando, in fuga dalla Germania per sfuggire alle persecuzioni antisemite, gli venne chiesto alla frontiera: "Razza?". E lui: "Umana!"...
Ultima modifica: 8 Anni 3 Mesi fa da Antilirico.
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