Amo Torino per la sua diffidenza.
Ebbene, in una palazzina ne La Crocetta (o Crösetta, come la chiamano con sommesso orgoglio) una signora con il cane mi guardava con estrema circospezione: dovevo salire in ascensore, così evitò per attendere di nuovo il cabinato. Nessuno sguardo dall'alto verso il basso, nessuno scrutare: ero uno sconosciuto, e tanto bastava. Di sotto, nelle stradine dritte e mai contorte, aperte e smussate, il Liberty si vedeva che nascondeva spigoli nascosti e cuori ardenti. Eppure, la gente era posatamente imbiancata, di una lentezza sadica e di una postura cadaverica. Era quello che volevo. Un'invisivibilità forzata, del saluti scarsamente veraci e caserecci. Quella gente divampava nelle ossa e moriva dalla voglia di tingersi d'un bianco che, pur diverso, fosse sempre bianco. Quegli spigoli dovevano essere progettati per non farsi male una volta sbattutaci la testa, come il neonato che non cammina e viene agevolato nell'intestazione dei no-self del mondo. Non poteva già nevicare, infatti era solo calcina, fine, ordinata, riservata e frettolosa di lasciare il palco senza posarsi mai. Torino era quest'ammasso di volti lugubri, lucido e contriti: non si sarebbero mai girati pur di non dare conferma ai sospetti dei loro orrori mentali più tremendi. Così le pagine bianche sono quelle che raccontano le vere storie, allarmando la mente e costringendola a congetturare. Torino faceva silenzio, ma senza quell'ansia di un botto all'improvviso.
Ebbene, in una palazzina ne La Crocetta (o Crösetta, come la chiamano con sommesso orgoglio) una signora con il cane mi guardava con estrema circospezione: dovevo salire in ascensore, così evitò per attendere di nuovo il cabinato. Nessuno sguardo dall'alto verso il basso, nessuno scrutare: ero uno sconosciuto, e tanto bastava. Di sotto, nelle stradine dritte e mai contorte, aperte e smussate, il Liberty si vedeva che nascondeva spigoli nascosti e cuori ardenti. Eppure, la gente era posatamente imbiancata, di una lentezza sadica e di una postura cadaverica. Era quello che volevo. Un'invisivibilità forzata, del saluti scarsamente veraci e caserecci. Quella gente divampava nelle ossa e moriva dalla voglia di tingersi d'un bianco che, pur diverso, fosse sempre bianco. Quegli spigoli dovevano essere progettati per non farsi male una volta sbattutaci la testa, come il neonato che non cammina e viene agevolato nell'intestazione dei no-self del mondo. Non poteva già nevicare, infatti era solo calcina, fine, ordinata, riservata e frettolosa di lasciare il palco senza posarsi mai. Torino era quest'ammasso di volti lugubri, lucido e contriti: non si sarebbero mai girati pur di non dare conferma ai sospetti dei loro orrori mentali più tremendi. Così le pagine bianche sono quelle che raccontano le vere storie, allarmando la mente e costringendola a congetturare. Torino faceva silenzio, ma senza quell'ansia di un botto all'improvviso.
