Il gran bazar della malinconia

«Il tempo non è mai quello che appare e ciò che appare non è il tempo»

Vecchie ciarpaglie accantonate alla rinfusa su scaffalature arrugginite e sgangherate si presentavano in bella mostra all’ingresso d’un enorme capanno…
Licia era sempre un passo dopo l’entrata, accoglieva con un sorriso il visitatore e indicava la direzione da seguire in quel dedalo di corridoi e scaffali, a volte dava l’impressione di essere lì per sostenere il vecchio portone in legno scuro che chiudeva quel luogo pieno di polvere e oggetti vecchi e inutili.
All’interno del capanno una serie innumerevole di vecchie cose se ne stava, sporca e piena di polvere nerastra, accatastata in modo disordinato dando l’impressione d’esser stata gettata sulle scansie con imprevedibile casualità da chissà quale mano.
L’ingresso al gran bazar della malinconia, questo recava scritto l’insegna sul portone, era contingentato a un massimo di tre persone per volta; il posto era veramente un labirinto di stanze e corridoi ma la sua grandezza era tale da non capire per quale motivo si potesse entrare in così poche persone. Il negozio era aperto tutto il giorno ventiquattro ore su ventiquattro.
Non esisteva campanello all’ingresso e quando il portone era chiuso non v’era alcun modo di bussare per farsi aprire, chiunque avesse tentato di dare dei colpi al legno non avrebbe ottenuto nessun suono, quel portone sembrava essere fatto di spugna eppure era durissimo al tocco…


Licia aveva uno sguardo molto dolce quando accoglieva la gente che immediatamente si sentiva a proprio agio. Il soffitto del capanno era poco illuminato e risultava un po’ complicato vedere bene gli oggetti e il percorso, stranamente però dopo un breve lasso di tempo, la vista s’abituava alla luce e tutto si mostrava nel suo polveroso stato.
Visto dall’esterno sembrava un comunissimo mercatino dell’usato e non era pensabile che in realtà in quello strano luogo sarebbero entrate solo tre persone in un intervallo temporale che non era classificabile.
Proprio così, s’entrava con un orario e…
In un giorno qualsiasi d’un anno qualsiasi tre persone incuriosite dalla scritta, mentre passavano in auto, si fermarono davanti al gran bazar della malinconia. La porta era aperta e Licia era appena un passo dentro.
Due donne e un uomo scesero dall’auto e s’avvicinarono all’ingresso.
«Avanti entrate pure, il bazar è aperto»
«Grazie, possiamo?»
«Un attimo che vi indico il percorso da seguire»
Licia con la mano sinistra accostò la porta e fece segno di guardare la direzione delle frecce che erano disegnate sul pavimento.
«Buona permanenza»
«Grazie» risposero i tre con aria divertita.
«Chissà perché ha chiuso la porta» disse Eleonora strabuzzando gli occhi.
«Forse stanno per chiudere» ribatté Giovanni.
«Beh, seguiamo le frecce come ha detto quella signora» incalzò Elena.
Un lungo corridoio, che diramava in lunghi transetti laterali, appariva loro di fronte e ogni cinque metri in lunghezza s’aprivano delle stanze quadrate d’eguali misure.
Percorsero i primi passi nell’incertezza e nello stato d’animo curioso come s’addice a dei bambini che per la prima volta entrano in un negozio di giocattoli.
La prima stanza a sinistra conteneva una quantità enorme di libri usati, essi non avevano una catalogazione precisa ed erano poggiati negli scaffali alla rinfusa.
«Guarda Elena» disse Giovanni con occhi che parevano stregati, «Guarda, “I viaggi di Gulliver”, accidenti quanto tempo è passato, l’ultima volta che lessi questo libro fu per gli esami di maturità,
avevo scelto inglese come seconda materia. Porca miseria, ma questo è il mio libro, c’è il cuoricino che avevo disegnato e... la mia firma, non è possibile!»
«Pensa te, si vede che tua madre l’ha venduto a qualche rigattiere e poi sarà finito qua per chissà quale coincidenza» rispose Elena quasi divertita.
«Ehi, indovinate cosa ho trovato?»
«Cosa Eleonora?» disse Giovanni distogliendo lo sguardo dal libro che aveva in mano con un’espressione tra il sorridente e un velato senso d’incertezza e paura.
«Questo è il compendio di storia dell’arte di Arnold Hauser, quello stronzo del prof. Guido ci impose di leggerlo in una settimana per poi affossarci tutti nell’interrogazione, pensa che per come ero incazzata d’aver beccato quattro scrissi dietro l’ultima pagina: “questa è una storia di merda”».
Eleonora cominciò a sfogliare le pagine di quel vecchio libro oramai ingiallito e con grande meraviglia scoprì che sull’ultima pagina vi era scritto: “questa è una storia di merda”
«Ma... non posso crederci e non voglio crederci, questo è il mio libro del liceo, si proprio lui»
«Ma dai, guarda tu che coincidenza, ma... portano tutti i libri in questo posto?» disse ridendo Giovanni.
Poi i due sembrarono attratti da quei libri e s’estraniarono dalla conversazione tra loro vendendo letteralmente rapiti in un spazio senza tempo.
«Porcaccia vaccaaaa! Urlò Elena questo libro di chimica è il mio, ho riconosciuto le linguette delle pagine tutte rosicchiate. Ogni volta che la professoressa Calci spiegava mordevo le punte della pagine nutrendomi di cellulosa per il nervoso»
Giovanni fu scosso come da una scintilla e lasciò cadere il terra il suo libro…
«Ragazze forse è meglio andar via, questo posto mi incute molto timore.»
Eleonora ed Elena annuirono con un cenno della testa e si presero per mano. Con una certa paura i tre uscirono da quella stanza, ma il corridoio non esisteva più, al suo posto una stanza piena di orpelli, ninnoli di creta e piatti di ceramica.
Giovanni cominciò a gridare «Signora! Signoraaaaaaa, dove s’è cacciata?»
«Sono qui all’ingresso! Non mi vedete? Sono proprio dietro di voi» La voce di Licia, forte e chiara, risuonò come una eco in tutto il capannone.
«Ma dov’è signora? Non vediamo un cavolo e dov’è il corridoio d’ingresso? Signoraaaaa! La voce di Elena pareva percorsa da mille vibrazioni»
«Calma, calma sono qui proprio dietro a voi, terminate pure il vostro giro, non chiudiamo mica ora»
«Ma quale giro e giro noi vogliamo uscire, da dove s’esce porca puttana?» Biascicò con la lingua irrigidita e priva di salivazione Giovanni.
«Tranquilli, da qui si va via solo dopo aver terminato il giro, procedete pure e vedrete che dopo uscirete» La voce di Licia rimbombava sempre di più nel capanno…
La paura scorreva come un fluido freddo nelle gambe e nelle braccia, irrigidendo gli arti e rizzando ogni peluncolo che vi dimorava sopra. Altro non potevano fare e, appoggiandosi l’un l’altra, cercarono di proseguire a tentoni nella stanza in cui si trovavano.
Per ogni cosa esposta e impolverata essi trovavano sempre qualche oggetto appartenente al proprio passato.
Lo sconforto durò a lungo anche se una certa meraviglia nello scoprire quegli oggetti non mancò nel visitare tutte quelle stanze.
La realtà temporale non aveva senso in quel posto incredibile e, trovandosi nel suo interno, nessuno aveva più la cognizione di dove fosse e quale fosse l’ora, tutto era fermo nella polvere.
Di stanza in stanza i tre ragazzi sbucarono in un androne enorme dove v’era un gabbiozzo di legno a mo’ d’edicola con due finestre e una porticina. I vetri erano appannati e davano l’impressione di essere lì da qualche secolo, s’intravedeva all’interno una luce traballante e delle ombre…
Giovanni si fece coraggio e per primo cercò di girare una manopola d’ottone, ma il sudore ghiacciato della mano gli fece perdere la presa più volte, poi senza nessun tocco la porta s’aprì consentendo ai tre di entrare dentro.
Licia era seduta dietro una scrivania col piano in pelle, aveva un paio d’occhiali calati leggermente sul naso, dalla forma tonda tagliati in alto da una linea curva erano d’un colore nero striati con delle venature color osso.
Alzò lo sguardo dal libro che stava leggendo e sorrise…
«Finalmente siete arrivati, ce ne avete messo del tempo! Ihihihihihi...»
«Ma dove siamo, vogliamo uscire, fateci uscire da qui, per favore» disse con voce flebile Elena.
«Non siate impauriti, siete nel gran bazar della malinconia, nessuno vi farà del male»
I volti tirati e tesi come corde di violino dei tre cominciarono a stendersi e il pallore biancastro che aveva colorato fino ad allora le gote cominciò a trasformarsi in una leggera pennellata di rosso.
Intanto all’interno di quella edicola, v’era a sua volta un altro gabbiozzo con una porta ancora più piccola.
«Cosa c’è di là?» Chiese Eleonora.
«Quella è la porta del Giocattolaio magico»
«Giocattolaio magico?» sussurrò Giovanni.
«Giocattolaio magico... sì, da tanto tempo raccoglie i ricordi delle persone e li stipa in questo bazar, nessuno lo ha mai visto nemmeno io ho varcato quella porta»
«E non possiamo parlarci almeno?» chiese Elena
«No ragazzi miei, ora è meglio che andiate, la vita vi aspetta la fuori e poi siamo in orario di chiusura»
«Ma un attimo vorremmo capire» Giovanni facendosi più forte nella voce, fece un balzo in avanti verso la porta.
«Siamo in chiusura ragazzi, mi dispiace»... la luce della candela che illuminava il volto di Licia si spense di colpo e…

«Ehi ragazze che ne dite se ci mangiamo un panino in qualche birreria, conosco un posto che si chiama il gran bazar della malinconia è molto vecchio, pare che facciano dei panini da Dio»
«Ma sai che questo nome non mi è nuovo Giovà»
«E dove sarebbe sto posto?»
«Proprio qui dietro, una svoltata d’auto Ele»
«Beh, allora sbrigati, ho una fame, non so voi»
«Mah, però sto nome mi dice qualcosa»

L’auto si fermò a ridosso del marciapiede e... di fronte dalla parte opposta della strada un vecchio capannone con la scritta “Il gran Bazar della Malinconia”.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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C'erano una volta tante persone distratte, sbadate e stressate. Ognuno pensava per sé e nessuno badava agli altri. Un bel giorno l'omino dell'arcobaleno, rinchiuse tutti i colori in un grosso sacco e cominciò a darsela a gambe. Sicuri di poterlo raggiungere, in tanti si misero ad inseguirlo e intanto gli domandavano: "perché ci hai rubato il rosso, il verde, l'azzurro e il giallo...perché?" Ma l'omino non rispondeva e intanto scappava e correva più veloce del vento. Mentre fuggiva, dal grosso sacco uscivano un po' di verde, uno sprazzo d'azzurro e tanti altri colori ancora. Uomini e donne litigando fra loro, cercavano invano di afferrare un pezzetto di giallo, un pizzico di arancione: ma non appena afferrato, il colore si scioglieva fra le mani e "puff" pian piano svaniva. Così gli uomini furono costretti a vivere in un mondo in bianco e nero. Annoiati cercavano di trovare nei grigi e nei bianchi tutte le sfumature possibili e col trascorrere del tempo cominciarono ad apprezzare il bianco dei gigli, il pallore della luna e compresero che il cuore, (seppure non si vedesse il colore) da come batteva...si capiva che fosse rosso. Tutti iniziarono ad apprezzare la notte, la luce delle stelle, le sfumature argentate del mare, il grigio dei capelli canuti e il luccichio del mare. Non si badava più al colore della pelle e nessuno aveva più paura della sua ombra. Siccome era un po' buio e non tutti avevano un'ottima vista, a volte qualcuno inciampava e di conseguenza ognuno doveva badare all'altro. Alcuni lo facevano per essere aiutati a loro volta; ma in linea di massima tutti gli uomini furono felici di darsi una mano. Così pian pianino, la solidarietà cominciò a fare capolino e gli orgogliosi e i superbi, misero da parte la loro alterigia e cominciarono ad avere cura l'uno dell'altro. Sempre a causa della scarsa luce e non più attratti dai vivaci colori dei cibo, tutti gli uomini dovettero cominciare a fidarsi del proprio gusto e compresero che per non inciampare dovevano affidarsi all'istinto. Così accadde che tutti divennero più attenti verso il prossimo, verso sé stessi...e ritornò finanche il rispetto. Un bel giorno, l'omino dell'arcobaleno improvvisamente ricomparve e nessuno lo rincorse, ma non appena aprì il sacco e da esso uscirono il blu, il giallo, il rosso e via via tutti i colori; ognuno guardò il cielo, la terra e tutto il circondario con altri occhi. Fu una rinascita del verde, un risveglio della speranza, un trionfo dello spirito. Fra giubili e gioie generali, ognuno fu felice di aver ritrovato i colori, gli odori e i vecchi sapori di un tempo; ma soprattutto non dimenticò di aver visto il mondo con gli occhi di dentro...quelli dell'anima: quei grandi occhi che ti fanno vedere ciò che nella fretta avevi a lungo trascurato. Ognuno cominciò a vedere ogni cosa con altri occhi: gli occhi grandi, curiosi, stupiti ed immensi dei bambini. Fu così, che da allora, tutti gli uomini del mondo...vissero felici, colorati e contenti.
FINE
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Visioni e realtà Di Genoveffa Frau & Giancarlo Gravili

Giunse alla cappella nella notte.
Due templari presidiavano l'altare e una bimba dai lunghi capelli giaceva supina tra le braccia
di un cavaliere d'acciaio vestito.
Quei fluenti e corvini capelli cadevano leggeri quasi a sfiorare la fiamma di un cero che ardeva
di vivida luce d'oro impregnata.
Fu cosi che la Dama comparve rivestita di morbido velluto nero col suo alone di luce e mistero a portar via inutili maschere che il male da tempo indossava simulando di essere un angelo sceso in terra per le anime pure.
«Vade retro» disse la Dama, nessuno scettro o altare t'appartiene.
Tu che sei fautore di guerre e torture torna agli inferi da cui provieni e brucia nel fuoco eterno della tua dannazione, queste anime sono libere dal tuo predominio.
E la luce della pace accese la notte e i giorni a venire.

«Un candelabro sembrava fare da guardiano alla porta d’ingresso e di riflesso appariva un grande cero che illuminava lo splendido viso della Dama.
Due figure velate da cappucci neri recavano la luce che illuminava tutta la scena.
La pura bellezza di quella figura femminile era nascosta nelle pieghe dell’oltre che ora appariva ora si mimetizzava nei riflessi della luce stessa.
Nessuno avrebbe mai potuto stabilire in realtà quale fosse l’apertura o il passaggio che conduceva a questa segreta stanza né era possibile stabilire una relazione con il senso delle cose esistenti.
Eppure la Dama esisteva con tutto il suo misterioso fascino e poi chi erano quelle figure che sembravano proteggerla in cerchio?
Forse quel luogo era il simbolo della chiusura al maligno, a quei moti sconvolgenti di vento maledetto che spesso sollevano le anime per sbatterle nelle affamate fauci del perverso.
Esso dava l’impressione d’essere un rifugio celato in chissà quale ripostiglio dell’oltre.
Era inutile cercare le chiavi del passaggio o dannarsi in eterno per carpire l’amore della Dama misteriosa e tutto ciò che la sua figura significasse.
Ella esisteva in quel luogo che non era un luogo e in quel tempo che appariva e avveniva solo quando la luce permetteva che filtrasse sino agli occhi non vedenti degli altri.
Sì, quel mondo poteva essere guardato solo attraverso la purezza dell’incanto, la semplicità dell’anima e non con la razionalità del peccato.
Intanto in quel tripudio di toni scuri il fumo della candela segnava il tempo e voci surreali riempivano di racconti l’etere.
Qualcuno ascoltava queste storie rimanendo da esse incantato.
E quando la luce spazzava via le immagini anche il leggero e balbettante fumo d’una candela svaniva e con esso la misteriosa Dama, padrona del mio esistere
»
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Profilo Autore: genoveffa frau  

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L'acciaio di Kromm


«Prendi questa spada, che a te porgo cavaliere»

Disse Aretusa nel sorger dall'acque chiare di sorgente.


«Impugna l'elsa, al sole mostra il lucente acciaio forgiato dal fuoco eterno di Kromm, a lui offri la vittoria e nel limpido mio specchio sposa l'onore d'armi con il tuo sangue, fa' giustizia, del maligno offusca il colore così che nei secoli a venire si canti delle gesta tue»

Dopo aver pronunciato queste parole ella svanì nei gorghi per non riapparire più.
Di quel cavaliere, che la spada del dio Kromm aveva brandito, si cantarono le gesta dovunque laghi e boschi vegliassero i sogni, dove il surreale era realtà e la realtà si trasformava in memoria.
Il cavaliere, dopo aver combattuto il male, rinchiuse la sua esistenza nelle caverne nascoste dalle viscere del mondo dell'impossibile.
Qui regnava la notte stellata della mente e i giorni erano scanditi dalla luce del pensiero che agli umani affanni donava la pace, qui l'essenza dell'uomo non era più tale e la simbiosi con il plasma
che percorreva il cuore della vita nutriva lo spirito dell'eterna giovinezza.
In questi luoghi viveva l'eco delle lontane battaglie.


«Antiche leggende narrate accanto ai fuochi dell'oblio dicevano che...
In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, vivevano in perfetta armonia con la natura del loro essere gli ultimi eroi d'una evanescente generazione d'illusioni.
Preclusi da ogni umana follia, oramai stanchi e vecchi, osservavano tristi i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure seduti accanto a un ancestrale fuoco»

Forse erano falsi profeti d'una religione intinta di rosse emozioni, oppure nocchieri di vascelli che per mari inesistenti avevano navigato.
Nessuno mai lo avrebbe saputo.
Così come, mai alcuno poteva sapere dell'esistenza di quelle anguste caverne né di loro che in esse avevano abitato.
Eppure nella memoria dei nostri stanchi dei erano rimasti i ritagli delle loro gesta.
Essi erano i simboli d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo, sepolte nello spirito
di ognuno di noi…

Ancor oggi passando vicino a quei rifugi s'avverte la loro presenza, s'intravedono, sbirciando nel cuore, gli antri che custodiscono i loro segreti.
Essi dormono d'un sonno leggero e profondo fin quando lo vorremo noi.
Si dice che durante la notte fuggevoli canti dimenticati galleggino nelle foreste che ricoprono quei luoghi e chiunque ascolti le loro melodie non torni più indietro.
Chissà forse tutto questo è vero, chissà forse quegli eroi siamo noi.
Così v'era scritto alla porta del cielo che custodiva l'accesso all'irreale mondo.

«Fra rocce e torrenti,
fra corsi d'acqua impetuosi,
fra muschi e foglie,
bagnata dal sangue,
tornò a svegliarsi una stirpe d' eroi.
Non più segreti imperscrutabili.
I sussulti d'una generazione
spazzò via il vento.
Antiche gesta svuotate dalla fantasia
si fusero con la realtà.
Cominciò così
un'esistenza nuova,
lontano da foreste secolari.
Venne per loro la certezza
d'essere soli nell'universo con le paure forgiate dal nulla.
Cosa restò del tempo dell'oblio?
Forse scoprirono d'essere eroi,
forse la risposta ancora una volta
rimase celata dalle notti stellate
che avevano regnato sui loro cuori
per lunghi anni»

I fuochi sono spenti, anche la fantasia lentamente muore e tutto il regno dell'impalpabile lentamente si addormenta in un sonno eterno.
Nell'eterno sonno dei ricordi dei figli del dio Kromm.

Dialogo d'un cavaliere con la sua spada.

Disse la spada al cavaliere «Ascolta, qualcuno grida il tuo nome»
Rispose egli impettito e fiero «Sarà il vento Queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare in queste notti»
«Eppure ho udito bene, seppure son solo umile spada, era proprio il tuo nome»
«Amica mia, sono secoli che non vediamo uomini e il sole non ci riscalda più, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Un tempo ascoltavi tosta il rumore di battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia»
«Ciò che rimane dello splendore che ci accompagnò in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente da non percepirlo»
«No, non posso crederlo è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia spada non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente perché noi non esistiamo, noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Ma allora tutte le terre che abbiamo conquistato, i tesori? Non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugni, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello, vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, come posso credere se noi non siamo veri? Come posso catalogare ciò che siamo se po noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna la tua affermazione è giusta ma lo è solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente... è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
«Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere, il domani ci attende lì sulla porta dell'incoscienza»
«O cavaliere, l'acqua che scorre lungo le fauci del passato non è più limpida però se vuoi puoi specchiarti ugualmente in quel lago laggiù, vedrai solo le immagini che dentro di te erano scomparse, noi non siamo altro che lo specchio della nostra fantasia, non riuscirai a vedere mai te stesso perché tu non esisti, quello che l'acqua rifletterà saranno solo i tuoi sogni»
«Mai compresi la connessione con la natura amica mia»
«Ma ora è tempo che il buio lasci il posto alla luce, che il verde delle foreste faccia sentire
il suo profumo dentro queste anguste caverne, non possiamo chiederci eternamente chi siamo,
perché noi non siamo eterni.
Tu che mi ascolti amico vento abbandona questi luoghi e abbraccia il sentiero della vita.
Oh cavaliere impugna l'elsa della tua spada e sconfiggi l'oscuro che è in te»

V'era un tempo,
un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda
e la leggenda divenne quello che ora noi siamo...

«Un cavaliere imprigionato nel tempo inesistente
narra alla sua spada d’amori, battaglie e perdute muse
e il vento del nord ascolta con loro
mentre le lacrime della notte
sbarrano l’ingresso alle grotte del mai…»

«Mia Iscandar non guardare al grigio delle rocce
che circonda i nostri cuori ma ascolta le mie storie
e sogna ancora una volta del nostro tempo»

Inebrianti profumi salirono da sperdute grotte.
Echi di silenti note invasero anfratti inesplorati.
Chiamai per nome il dolore,
attesi ninfee osservando acque di smeraldo.
Porsero a me dorati omaggi.
Schiusero mani per donare amore.
Nel fango morirono,
in attesa della passione.
Pianse il re Sole la perduta amante,
venne notte e i fiori di loto si schiusero,
senza essere visti.
Venne luce e corolle s'aprirono
a coprire segreti.
Mesto destino adornò bianche vesti
di fanciulle figlie della luna.
Nessuno ascoltò più i lamenti,
lamenti ascoltarono il canto del trapasso.
Dormirono ninfee nel profondo,
un sussurro alzò sabbiose dune.
Un vento lieve mosse trasparenze
e tutto s'acquietò in attesa del buio.

In attesa di lei...

«Dove sei mia Hydrusa,
di saggezza incontaminata fonte.
Di bellezza indomito corso.
Fa' che io veder possa gli occhi tuoi
per il trascorrere libero dell'anima tutta.»

Oh mio bosco di profumate tamerici,
lascia andare purezza.
Lascia immergere nei verdi flutti
la coppa delle meraviglie,
per dissetarmi dell’immagine sua
nel brindare con te all'eterna giovinezza.

Del tuo profondo in mistica posa
vanno di mimose gli arbusti
a perdersi in tormentato suo corso.
Tremule e pesanti le mani,
cedono i passi miei.

«Ma io verrò,
inseguendoti Hydrusa.»

Verrò verso il mare.
Senza concedere tregua
e dormirò nella grotta dei giganti
un immaginifico sonno.

Ascolterò l'inascoltato parlare
delle nebbie del mattino.
Sentirò risvegliarsi gli dei,
dall'alte rocce dei silenziosi dubbi.

Dai venti assaporerò
l'odor dell'isola di Zante.
Sarò tempesta e poi chete
donata alla tua sete d’amore.

Volerò nell'oscura danza delle falene.
Sarò Kalispera nel morire del giorno.

«Sagapò mia Hydrusa.»

Brezze fredde or portano lontano,
dal mio perduto sguardo.

E tu,
se ancora mi puoi sentire.
Dammi luce del tuo incanto
che calme brillino
le onde del mio pianto.

Vedo i bagliori del tempo
accarezzare le tue gote,
mentre l'oscurità scende
sull'inganno dell’esistenza.

Se questa è fine...
Sarò agognata fine,
tuffandomi dal promontorio
delle memorie impossibili.

«Sarò fine
in volo senza ali,
verso te
oh mia amata Hydrusa.»

«Mio signore ma dov’è Hydrusa ora»
«Fedele Iscandar ella è ovunque e in nessun luogo»

«Sorrise in silvestre luogo
il canto di lucenti raggi.
Mai trovò amore perso.
Mai il colore della passione
si svelò al crepuscolo della vita.
Tra ombra e chiarore
s'imprigionò l'essenza
e vite s'inseguirono
senza mai raggiungersi...
Nel comune destino
del non trovarsi.
E mai destino fu più crudele»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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E se tutto questo fosse finto?

Se scoprissimo che ogni atto, ogni parola ed ogni sentimento fossero frutto di formule complesse,

capire che tutto, compreso questo testo, è stato previsto, calcolato e premeditato, per propagare,

calibrare e sistemare questa umanità cosi,

esattamente cosi come siamo, senza scampo, senza scelta

se poi trovassimo invece una falla, un errore,

allora si, saremmo degli Dei,

controllare le anomalie, capire le imperfezioni sintattiche di un programma simulato

e se poi ci accorgessimo che la stessa anomalia, errore fosse già impostata, calcolate e previste

allora

alla fine

capiremmo che il destino è segnato

non c’è motivo di disperarsi non può andare altrimenti

procediamo tassello dopo tassello

stringa dopo stringa

fino alla fine

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Profilo Autore: Luto  

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Stavo camminando lungo una di quelle strade che usavo imboccare casualmente durante le mie evasive escursioni nella mia città; mi aggiravo a caso, forse in cerca di qualche misteriosa avventura, quasi che nella mia mente si potesse aprire uno squarcio tanto doloroso quanto improvviso ed illuminante. Ma l'unico beneficio cui esso apportava era la momentanea fuga dai miei pensieri che a tratti mi assillavano assai intensamente. Nonostante ciò, una volta incamminato, mi risultò molto difficile fermarmi, anche perché il tempo era poco e quello in realtà era solo tempo sprecato.
Fu proprio durante una di quelle volte rare ed inusuali che il mio sguardo si soffermò ad osservare tutte le comuni e misteriose cose che mi circondavano e quasi come a bloccare le mie gambe per uno scopo ben preciso, fu allora che vidi ciò che in precedenza non mi era stato permesso di vedere. Stavo salendo un ponte che occasionalmente mi ero trovato di fronte, quando dalla mia maggiore altezza, potei notare un cane che, con fare tranquillo e stanco, lo ascendeva nella parte che io avrei di lì a poco disceso. Giunti entrambi nel mezzo di quel piccolo ponte, ci trovammo l'uno di fronte all'altro ed io fui costretto a fermarmi per via dello strano fare dell'animale: esso non mi passò accanto indifferente come qualsiasi altro cane randagio nella sua vita di stenti, non si soffermò allegro e ridente, felice e scodinzolante come uno di quei cani soliti alla compagnia di qualche vecchietta alla sua fine, ma si fermò dinnanzi a me, chinò il capo verso i miei piedi, li guardò e alzando il muso fece languire i suoi occhi in direzione delle mie intorpidite pupille. Lo seguii giù dal ponte e proseguendo per un breve tratto sull'orlo della strada, mi accorsi che in realtà avrei preferito tornare alla mia abitazione, vista l'ora che si era fatta sicuramente assai tarda.
Tuttavia incuriosito dal comportamento dell'animale mi accinsi a seguirlo fino a quando, accortosi della mia presenza si arrestò, voltò i suoi occhi verso di me ed io al fine di interrompere quell'imbarazzante situazione, mi sentii quasi costretto ad accarezzarlo senza che però lui, il cane, smuovesse il suo sguardo e la sua posizione.
Sorrisi allora quasi impietosito, quando all'improvviso con una fulminea mossa che la mia ragione nemmeno fece in tempo a percepire, l'animale strinse il mio collo fra le sue mandibole fino a che non caddi a terra perdendo i sensi nonostante il mio tentativo di difendermi.
L'ultima immagine che vidi era lui, il cane, la bestia che priva di un occhio schizzato via dalla sua orbita durante la lotta ora languiva verso di me scodinzolando felice e disinteressato della sua grave menomazione.
Non ho mai capito se allora morii o sopravvissi, non so tuttora se vivo o se sono morto, una sola cosa so con certezza e cioè che sono e che continuo ad essere in un essendo che ancora non sono riuscito a spiegarmi.
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Profilo Autore: Giuseppe Trucchia  

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V'erano sere in cui il venire giù del Sole tingeva l'acqua d'una scia che pareva esser l'animo librarsi verso la genesi dell'essere.
Seduto su un nero scoglio trascorrevo il tempo nel tempo d'un tramonto.
Se l'alchimia umana avesse conoscenze tali da forgiare crepuscoli così unici fine avrebbe l'esistenza , non si può copiare ciò che è stato creato dal tal forza che l'intelletto fatica anche in sola parte a definire.
L’unicità non è replicabile seppur simile in ogni sua manifestazione.
Se ne andava così quella sera, voltando i colori su una tavolozza inclinata, tanto che essi si mescolavano donando sfumature inimmaginabili al volto del mare.
Sarebbe giunto il domani, nell'interrogarsi su quale via avrebbe percorso un raggio di luce,
eppur nel cangiar della meraviglia si rinnovava lo spirito.
Quale remota ipotesi potevo scrivere nella razionalità se poi venivo rapito dell'effimera breve illusione che spoglia la mente e innesca l'infinito?
Perso in tal visione aurea, può l'essenza voltare giudizio e scendere nel fondo? Cambiando umore e dirigendosi lesta in note scure che la giunta notte oramai dettava al cuore?
Ecco che dal morire nell'estasi s'impadronivano di me le incertezze che tutto governano, sono i “sentieri dell'anima” che verso un ignoto viaggio ci conducono.

Triste risuona
la tua voce e nel cuore
paure vecchie menziona.

Frasi d’un tempo odo
feriscono dentro,
ancestrali mali
chiudono con un nodo.

Offro il passato perdono
nel presente fuggi lo sguardo,
rimango in silenzio
da te non arriva neppure un suono.

Il manto spento delle stelle sollevava spruzzi luminosi fra la calma del mare.
La tarda ora induceva la quiete e nel ritirarsi mio dell'anima un bagliore
all'orizzonte, nato dalle bizze della luna, mi riportò indietro a un vecchio
romanzo che d'uomini coraggiosi parlava e di come essi nel peregrinare
fra gli oceani sfidarono l'immenso ignoto

Forte l’onda sbatte sulla prora di spume adornata,
solca il mare il veliero puntando verso sud.
Alla tempesta concedono il fianco bianche vele.
Il cielo di nero si veste e il vento fischia sotto l'albero maestro.
Sul ponte ritto gli ordini urla il capitano alla ciurma tutta,
«incrociate le lance, con il sangue forgeremo nuovi arpioni,
maledetta balena fino ai confini del mondo t'inseguirò.
Dal tuo grasso faremo olio per le lampe, dalla tua carne cibo,
dalle tue ossa stampelle per gli infermi, non mi sfuggirai mia sarà la vendetta.»

Nell'animo e nel corpo così ferito andò dritto verso un destino già segnato.
Non vi fu più ritorno per lui e per i suoi uomini...

È notte fonda vedo il veliero sulle onde
forse immagine anch’esso dell’immagine
fuoco su fuoco
visione su visione
Vivo dentro e fuori la tolda
comando la tempesta
straccio i velacci
e sono sull’albero di mezza.
Piange l’alba questo tempo infausto che travolge
piange senza lacrime l’anima violata
E sono lì a sorreggere le velature
e spiego ogni laccio
e solo comando il mio veliero
fino a scomparire fra i flutti irosi.
Sono Achab il maledetto
figlio della tempesta
figlio d’un destino ignoto.
Morirò nelle tue fauci Moby Dick
morirò senza appello
nel mio odio per te
nel mio amore per te.

Nel ricordare tale esempio d'umana scelleratezza dall'odio governata, sussultò la coscienza mia infondendo in essa tal convincimenti.

Trema il pensiero,
all'intelletto domanda pace,
ma nel torbido della mente tutto tace.
Trema la mano nei versi indugia,
nel profondo del cuore sopraffatta si rifugia.
Trema la terra,
sussulta il suolo,
grida oscure di uomini fan crogiolo.
Trema l'aria,
esplode con furore,
strazia vite senza alcun pudore.
E nello scrivere parallelo d'umane debolezze
e di quello che sono capaci nell'ordire nefandezze
la voce alzo
al Dio del creato,
che tutto spazzi via d'un sol fiato

Quando defessa e stanca fu l'anima, compagna mi fu la nostalgia d'un giaciglio dove trovar riposo.
Volsi allora le spalle alla scura anima d'un mare calmo e m’avviai verso casa.

“Nel condividere un pensiero mille ne abbracciamo”
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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L'interiorizzazione semantica
pseudolessicale avulsa dal contesto
grammaticale compenetra una
radicalizzazione ortografica
protocollare nel percorso mediano
nel girone di calcio della Serie B.
È oltremodo acclarato che lo
sforamento parametrale sinottico
dell'intercapedine interstiziale
genuflessa si esaspera in un
obnubilamento di tipo cirriforme
isobarico apportando argomentazioni biocompatibili nel costrutto palingenetico
dell'ortodossia islamistica, di tipo copto, producendo gravi ripercussioni nell'animo già esasperato dei "sorcini" di Renato Zero!
Dunque, la spettacolarizzazione
degli eventi televisivi presocratici,
estrapolati da un contesto cantieristico forense lenticolare, provoca uno scardinamento biologico molecolare nella schiusa primaverile delle uova
della tartaruga "Caretta-caretta" con
la più totale disperazione del figlio
di Piero Angela che, in un momento
di debolezza aveva addirittura
progettato, insieme a Licia Colo',
una sorta di suicidio in diretta
per sensibilizzare al problema
l'opinione pubblica, con il lieto
fine di una comparsata di entrambi
a "Porta a porta" da Bruno Vespa
con il plastico in scala ridotta della
"Fossa delle Marianne"!
Oh, cacchio !
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Nel tempo in cui non esisteva nemmeno il tempo si svolse questa storia che ora narreremo.

Quando gli universi nacquero, dal nulla del nulla, in uno di essi, fra miliardi di pianeti, si formò quello di Oblivion.

In questo pianeta, tutto ciò che era, viveva solo in funzione della non esistenza reale. Esso si trovava nell'universo dei sensi opposti.

Tanto tempo fa, o meglio tanto non tempo che fu e che sarà, su Oblivion, un uomo, che non aveva nome, viaggiava per le terre alla ricerca del monte Ignotus e delle grotte Oblite, custodite al suo interno.

Questo monte si trovava nella regione del Non Ora, per arrivarci bisognava superare un villaggio chiamato Sintempus.

L'uomo, che chiameremo lo straniero viaggiatore, vagava, senza riposo di regione in regione, alla ricerca di questo villaggio e del monte Ignotus.

La leggenda del “Sonosolosevuoi”, che tutti conoscevano su Oblivion, lo portava di villaggio in villaggio sin dal tempo del non tempo della nascita di Oblivion stesso.

Arrivò un istante oggettivo nel tempo di Oblivion in cui lo straniero entrò nella valle di Sintempus, dove sorgeva l'omonimo villaggio.

Egli portava con sé tutti i suoi pensieri senza realtà e domandava, a chiunque lo incontrasse, se conoscesse la leggenda del Sonosolosevuoi.

La valle era percorsa da una stretta strada, di ciottoli di fiume, che portava dritta al villaggio di Sintempus.

Rovi spinosi e piante di mirto la costeggiavano e strani suoni riecheggiavano per tutto il sentiero, facendo quasi da compagni di viaggio.

Il respiro dell'uomo s'interrompeva spesso, strozzandosi in gola, mentre alcuni ritmati colpi di tosse precedevano il rumore dei suoi passi.
Arrotolata in un vecchio panno e legata con un laccio, una spada, pendeva dalla sua cintura, ostacolando quasi il cammino.

L'uomo aveva anche un piccolo sacco in pelle legato sempre alla cintura ma dalla parte opposta alla spada.

La testa di questo straniero era costantemente piegata verso il basso e l'aspetto caracollante dell'andatura gli dava un sentore di vecchiaia inoltrata.

L'uomo lasciava intravedere degli occhi cerulei e lo sguardo pareva orientato solo verso i ciottoli del sentiero, forse a badar dove mettere i giusti passi per non cadere in terra.

L'aria gelida, che stagnava su tutta la valle, rendeva poi ancora più difficoltoso l'incedere e il respirare.

Ogni tanto il suo capo s'alzava a controllare l'orizzonte.

A metà del sentiero, l'uomo, cominciò a intravedere la capanne del villaggio di Sintempus.

L'odore di legna bruciata, che arrivava sino all'olfatto dello straniero, e l'idea di riscaldare le proprie membra al caldo, lo indussero ad allungare il passo.

Intanto, qualcuno aveva notato quella figura barcollante avvicinarsi alle casupole.

Un tale, che batteva un ferro di cavallo sull'incudine, posata su un piedistallo di legno, lasciò andare il martello dalla mano, e si diresse verso quel viandante sconosciuto.

Quando i due furono vicini il maniscalco si rivolse a quell'uomo.
«Da dove vieni straniero? E cosa ti porta in questo villaggio?»

Le sue domande ricevettero in risposta un sorriso accennato.

Lo straniero rizzando le spalle, alzò la testa, e lasciando andare un piccolo gemito di dolore, disse.

«Perdonami amico, se ancora non rispondo alle tue domande.

Sediamo prima qui, su questi tronchi tagliati, ed esaudirò i tuoi desideri di conoscenza»

Lo straniero cominciò così a parlare del concetto del tempo, del suo scorrere e dell'esistenza d'ognuno legata a esso in funzione qualitativa.

Il maniscalco, con sguardo impaurito, domandò così:

«Cos'è il tempo, straniero? Io so d'esistere e basta. Lavoro il ferro, faccio anche il taglialegna. Io sono questo e basta, te lo ripeto. Altro non so dirti.»

Lo straniero accolse questa spiegazione sfiorando delicatamente l'elsa della spada e sbirciando in quel sacchetto che pendeva dalla sua cintura.

«Ho notato che da quando mi trovo in questa valle la luce non è mai venuta meno. Esiste qui il buio? Quando andate a dormire?» Disse lo straniero rivolgendosi al maniscalco.

«Non comprendo il significato delle tue parole. Non so cosa sia il buio e poi che vuol dire dormire? Ti ripeto ancora: io faccio ferri per gli zoccoli dei cavalli e taglio la legna del bosco»

«Questo è il villaggio di Sintempus?»

«Sì, questo è Sintempus, ma non so perché esso è, lo so e basta»

«Dimmi amico maniscalco, narrano che oltre il villaggio vi sia una strada che porta al monte Ignotus. La conosci?»

«Hai un linguaggio difficile straniero, continuo a non capire ciò che dici. So solamente che quella là in fondo è l'ultima capanna del villaggio.»

«Non sei mai andato oltre?»

«Oltre? Cos'è l'oltre?»

«Uhm, m'avevano detto di non cercare Sintempus e il monte Ignotus, comincio a capire il perché, ma io devo trovarli, non posso tornare indietro.

Troppa fatica m'è costata questa ardua ricerca e ora...»

Sorrise nuovamente al maniscalco e fece per andar via.

«Aspetta, rimani a parlare con me straniero. Non ti comprendo ma ti ascolterò ancora»

«Metti la mano nel mio sacco, maniscalco, e dimmi cosa trovi dentro»

Con fare curioso allora il maniscalco infilò la mano nella custodia, non trovandovi nulla.

«Straniero, il tuo sacco non contiene nulla, perché lo porti con te?»

«Sai cos'è il nulla?»

«Il nulla è il nulla, ma non so cosa voglia dire»

«Solo chi sa cos'è il nulla può trovare e io cerco colui che ne ha conoscenza. Lascia che io vada ora per il mio tempo, addio maniscalco»

L'uomo tornò al proprio lavoro come se nulla fosse.

La leggenda, a conoscenza dello straniero, parlava di grotte segrete celate all'interno del monte Ignotus.

Monte che si trovava dopo il villaggio.

Lo straniero prese la direzione verso nord, dove s'intravedeva la cima del monte e un'unica stradina, all'uscita del villaggio, sembrava portare alla meta.

Dopo qualche passo, inoltratosi in un bosco, il villaggio sparì dietro di lui, e il buio comparve d'improvviso.

Lo straniero prese un ramo da terra, srotolò il panno che avvolgeva la spada e lo utilizzò per realizzare una torcia col legno raccolto.

Sfregò con le mani un bastoncino sopra una pietra e accese un piccolo fuoco. Ora aveva la sua luce per illuminare il cammino.

Lasciando Sintempus, egli era entrato nel luogo del Mai...

Proseguendo lentamente per lo stretto sentiero, tracciato all'interno del bosco, dopo un lungo percorso, arrivò ai piedi del monte Ignotus.

Il suo sguardo si posò su alcune rocce che parevano uomini pietrificati: essi davano l'impressione di formare una barriera.

Si avvicinò e notò un piccolo pertugio che consentiva il passaggio.

Oltrepassò le rocce e si ritrovò davanti all'entrata delle caverne del monte Ignotus.

S'udivano suoni simili a lamenti umani: il vento, infilandosi nei tortuosi percors, i che si snodavano all'interno delle grotte, emetteva incessanti sibili.

D'improvviso, una figura scura gli si parò fronte e lo interrogò con voce rude e ferma.

«Chi sei straniero? Cosa ti porta in questa terra fatta di ruvida e scura anima?»
«Ombra, io sono colui che cerca le grotte del monte Ignotus»

«E io sono colui che combatte: vivo in questo luogo dal tempo del mai; sei giunto a destinazione straniero»

«Allora tu sei il cavaliere che io cerco, dimmi, da quanto abiti qui?»

«Del mio vivere non saprei riconoscere l'alito vitale che sostiene le membra e di esse non so spiegare l'esistenza e del tempo conosco solo il mai»

Allora lo straniero disse.

«Prova a mettere la tua mano nella mia sacca, cavaliere»

Egli lo fece e di colpo dai suoi occhi cominciarono a sgorgare lacrime copiose.

Tutta la sua vita era per incanto ricomparsa nella mente e il mai non esisteva più.

«Chi sei straniero, tu che mi hai ridato la conoscenza, la mia coscienza, il mio passato?»

«Io sono il tuo sogno, cavaliere, da tempo immemore ti cerco. Solo nel sogno tu puoi ricongiungerti con la realtà e fare in modo che reale e irreale coincidano, superando la loro incomunicabile natura»

Il cavaliere si inginocchiò in terra e continuò a piangere copiosamente.

Battaglie, amori e ogni singolo momento della vita rivissero nel suo io...

E il sogno era realtà e la realtà sogno.

Lo straniero s'avvicinò e, con dolcezza, gli porse la spada che portava sempre con sé: la spada del cavaliere.

E la spada era una insieme al cavaliere e lo straniero ora esisteva in lui nel tempo del non tempo e tutto si compiva.

Il cavaliere rimase inginocchiato a lungo e fu così che l'ultimo dialogo con la sua spada, avuto nel luogo del mai, tornò alla ritrovata memoria.

Gli apparve anche l'immagine della ninfa dell'acqua, che un tempo gli aveva donato la spada.

Il cavaliere, allora, parlò all'immagine.

«Ninfa dell'acqua, mia ninfa, finalmente posso guardarti nuovamente e da te attingere la linfa del sapere. Ora posso ammirare bellezza infinita, tu che sei fonte di me, tu che doni lumi e ragione alla mia storia. Tu che nel sonno hai cullato i miei tormenti. Dolce ninfa, finalmente non ascolto più il canto che arriva dal monte Ignotus»

La reale immagine della ninfa rispose al cavaliere...


«Mio signore, ho atteso il sorgere del nuovo tempo.
Ho atteso che arrivasse lo straniero che porta i perché.
Ho atteso che la spada dell'eterna sapienza mandasse un messaggero dal profondo dell'universo.
E ora che non attendo più, ti vedo anch'io.
Prendi nuovamente l'elsa della spada.

Torna a essere vento e fuoco, vita e morte, calma e silenzio.
L'era del sapere della spada non finirà e nessuno potrà separarci dal nostro eterno sogno.»

Nel tempo e nel luogo del mai viveva un cavaliere e questo fu il principio della nostra storia.

In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, viveva in perfetta armonia con la natura del proprio essere l'ultimo eroe d'una generazione d'evanescenti illusioni.
Precluso da ogni umana follia, oramai stanco e vecchio, osservava triste
i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure passate nelle ventose notti, seduto accanto a un ancestrale fuoco.
Era profeta d'una religione intinta di rosse emozioni.
Nessuno mai seppe dell'esistenza di quelle anguste caverne, né di colui che in esse abitava.
Era simbolo d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo non tempo, sepolte nello spirito di ognuno di noi, che non vuol più saperne d'ascoltare se stesso.

La consuetudine del ricordo aveva estraniato il cavaliere da ciò che era e per il tempo che era divenuto non tempo del mai egli aveva continuato a vivere nell'oblio della non conoscenza, avvolto nel mondo di Oblivion.

Questo, invece, l'ultimo dialogo del cavaliere con la propria spada.

«Ascolta, mio padrone, qualcuno grida il tuo nome!»

«Sarà il vento, queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare nella notte»
«Eppure ho udito bene, era proprio il tuo nome»
«È tanto tempo che il sole non ci riscalda, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Eppure un tempo sapevi udire il rumore delle battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia» Ribatté la spada.
«Ciò che rimane dello splendore nostro in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente che...» Rispose il cavaliere.
«No, non posso crederlo: è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia eccelsa spada, non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente, perché noi non esistiamo, perché noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Allora tutte le terre che abbiamo conquistato? I tesori, non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugna, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello. Vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure, che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, mio cavaliere: come posso credere se noi non siamo veri; come posso catalogare ciò che siamo? Se poi noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna l'affermazione è giusta, ma solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente, è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere l'abisso che abbiamo in noi»

Con l'arrivo dello straniero, il cavaliere aveva raggiunto il tempo della risposta, s'era ricongiunto finalmente con se stesso.

Il sogno gli aveva consentito di comprendere il suo eterno dubbio.

Razionale e irrazionale erano finalmente unica vita nella vita del sogno di se stessi e, nella vita, bisogna molto sognare perché ciò accada.

«Dormi cavaliere, d'un sonno leggero e profondo, fin quando lo vorrai.
Narra un'antica leggenda che, durante le stellate notti, fuggevoli canti dimenticati s'odano nelle foreste che ricoprono i mondi di Oblivion.
Si dice che chiunque li ascolti non torni più indietro.
Chissà forse questa storia è solo un sogno.»

V'era un tempo... Un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda e uno straniero viaggiò attraverso il mondo di Oblivion in cerca di se stesso.






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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Ti osservo da un po’.
Seduto su quello sgabello al bancone del bar dell’Hotel.
Bevi svogliatamente un martini.
Passi un dito sul bicchiere e poi te lo succhi.
Guardi il liquido ondeggiante ,come a voler scrutare nel destino.
Boccia di cristallo colma di sogni infranti.
I tuoi.
Mi lecco le labbra.
Pregustandoti.
Tu.
Su quel trespolo.
Hai tutta l’aria di un uccellino.
Da far cadere tra le mie grinfie.
Mi avvicino.
Noncurante.
Ordino quello che bevi tu.
Non ti guardo.
Il mio fascino ti fa volgere il capo.
Conscia.
Ti sento.
Con gli occhi mi spogli.
So già cosa ti frulla in testa “donna sola, sembra facile da conquistare”.
Vorresti ti scaldassi il letto questa notte.
Con tutta calma bevo il mio martini.
Poi...
Ne ordino un altro.
Neanche un ciglio verso te.
Ormai sei mio.
Gorgheggi un salve.
Omiodio che scontato!
Però la preda è succulenta.
Ti lascio balbettare qualcosa di presentazione.
Commesso viaggiatore.
Senza tanti preamboli mi inviti ad unirmi a te.
Una cena.
Senza secondi fini.
Dici.
Per non lasciarmi mangiare da solo.
Mangiare...
Sì...
È quello che farò.
Sarai un dessert squisito.
Torno a leccarmi le labbra.
Mostrandoti la punta della lingua.
Tanto da farti desiderare di averla nella tua bocca.
Come la ciliegina del tuo martini, che succhi avidamente.
Non ho molto tempo.
La notte sta per finire fra una facezia e l’altra.
E io...
Ho fame.
Spavaldamente.
Inaspettatamente.
Ti invito a salire da me.
Ceneremo poi.
Magari ordinando in camera.
Dolcetto prelibato non sai cosa ti attende. La stanza è buia ma io ci vedo benissimo.
Il sangue pulsa nelle tempie.
Non resisto più.
Con un balzo sono sopra di te.
La tua gola mi sta chiamando.
Le tue urla raccapriccianti, fanno accorrere i dipendenti dell’hotel.
La porta si apre e...
Tu.
Mio canarino.
Sei lì a terra.
Esangue.
Io sono già al bar Aspetto.
Affilando i canini
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Profilo Autore: Maria Cristina Manfrè  

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