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Per non fare troppa confusione cerchiamo di aprire post settimanali, al massimo due a settimana.
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ARGOMENTO: Misurando le parole: accenni di metrica …
Misurando le parole: accenni di metrica … 10 Mesi 3 Settimane fa #11
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Le sillabe che seguono puramente il suono (fonetiche, propriamente) non sempre combaciano con quelle grammaticali (ortografiche propriamente); quali delle due possa chiamarsi "naturale" è da vedere, trattandosi comunque di linguaggi, regole, convenzioni, in senso filosoficamente molto lato di cultura/tecnologia; in più quelle metriche (poetiche propriamente) sono una specie di via di mezzo tra i due sistemi di sillabazione e per nostra fortuna consentono un po' di elasticità con le dieresi; ma le differenze tra le tre sillabazioni non sono poi esagerate e non sarei in grado di approfondirle; quella che mi vedete usare sempre è appunto la sillabazione "poetica" ed a quella ci atteniamo nella poesia italiana per gestirne metrica e rima. La sinafia (che a me non piace ma è una mia fisima personale) modernamente la chiamiamo enjambement ed è quella che, nel caso stiamo scrivendo in rima, può portare alle rime "in tmesi". Perfetta identità dall'ultima vocale tonica in poi "quasi" sempre, accenneremo la prossima volta se mi ricordo al perché di quel "quasi" dicendo cos'è una rima interna. Sostanzialmente ottima sintesi, da correggere solo quel "dalla sillaba tonica" con invece "dalla vocale tonica", perché di quella sillaba ci interessa l'uguaglianza solo della/e vocale/i ed eventualmente se c'è della consonante "di uscita" (a destra della vocale), mentre quella di ingresso (a sinistra della vocale) può essere quella che ci pare, uguale o diversa, senza compromettere la rima.
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Misurando le parole: accenni di metrica … 10 Mesi 3 Settimane fa #12
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Misurando le parole: accenni di metrica da/per dilettanti nella Poesia italiana.
7ª puntata Rieccoci, vediamo, visto l’accenno in risposta ad Oudeis quando scriveva “quasi sempre alla fine di due o più versi”, cos’è una “rima interna”: abbiamo detto che perché due o più versi rimino tra loro dobbiamo uguagliarne la parte finale, dalla vocale con l’accento principale in poi fino alla fine del verso; ma un verso può rimare anche con se stesso se al suo interno subito prima della “cesura” abbiamo un finale di parola, dalla vocale tonica in poi uguale al finale dell’ultima parola dell’intero verso; in questo caso si parla di “rima interna”, ma possiamo avere anche altre combinazioni, per esempio il finale prima della cesura non è uguale al finale del verso ma anche il verso successivo ha la cesura nella stessa posizione ed il finale prima della cesura è uguale al finale interno del verso precedente. Complicato ma lo capiremo appena mi invento un esempio, intanto… cos’è la “cesura”? È la pausa ritmica nel corso del verso, provocata dalla fine di una parola al suo interno… ok, serve l’esempio: Bambine scostumate sulla panca starnazzano sboccate… pace manca ma è presto per andare, la corriera debbo ancora aspettare fino a sera Vediamo che questi quattro endecasillabi (canonici a maiore, ma vedremo più avanti cosa vuol dire) possono essere letti spezzandoli tutti in settenari + quadrisillabi, qui abbiamo quindi cesura fissa tra 7ª e 8ª sillaba e rime interne baciate in -ate e -are. Oppure Occhi da gufo, capo canuto, resto seduto su questo tufo… son decasillabi, la cesura in due coppie di quinari ci consente di notare una rima interna in -ufo (in questo particolare caso si parla anche di “rimalmezzo” perché la cesura che ospita la rima divide il verso in due pezzi della stessa lunghezza); non debbono essere rimati per forza sia all’interno sia alla fine i versi, possono esserlo anche in una sola delle due posizioni ed anche diversa tra l’uno e l’altro, abbiamo comunque “rima interna”. La volta scorsa avevamo accennato all’esistenza della “rima eccedente”, vediamola, però non la creo io, che questi adolescenti che urlano col cazzo in bocca (nel senso che metà delle parole che pronunciano è quella) fumando come ciminiere (si è aggiunto anche un maschietto al branco e regge il confronto in volgarità e scurrilità) mi stanno annoiando e tra poco spengo il tablet ed abbandono il parco, vi riporto una strofa di “Non chiederci la parola” di Montale, dove il metro dei versi è variabile ma la strofa rispetta uno schema di rime perfette detto “incrociato” (vedremo la prossima volta cosa vuol dire): «Ah l'uomo che se ne va sicùro, agli altri ed a se stesso amìco, e l'ombra sua non cura che la canìcola stampa sopra uno scalcinato mùro!» Ecco, quel -ìco/-ìcola è la “rima eccedente” ed è l’unica scappatoia che ci consente di rimare un verso piano (il 2° di questa strofa) con uno sdrucciolo (il 3°), o analogamente uno tronco con uno piano. Notate che la parte esistente delle due parole dall’accento tonico in poi è uguale, entrambe -ìco, solo che la parola sdrucciola ha alla sua fine un -la in più. Alla prossima, che finalmente lasceremo perdere le rime perfette per vedere quelle imperfette e poi gli schemi con cui si combinano nelle strofe, prima di tornarcene alla metrica. |
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Misurando le parole: accenni di metrica … 10 Mesi 2 Settimane fa #13
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Misurando le parole: accenni di metrica da/per dilettanti nella Poesia italiana.
8ª puntata Rieccoci, finora in questa digressione ci siamo occupati delle rime “fatte bene”, classiche, che si chiamano “rime proprie”, “desinenziali”, “grammaticali”, ma insomma la denominazione più giusta è “rime perfette”; ma ovviamente se esistono le “perfette”, esisteranno anche le “imperfette”? Cioè, possono finire due versi in un modo che è “quasi rima”, anche se non “perfetta”? Ebbene sì: può capitare di imbatterci in una parola per la quale non c’è o non ci viene in mente un’altra parola da rimare bene; solitamente in questi casi mi intestardisco per trovare un sinonimo più facile da rimare o cambio l’ordine delle parole nel verso per farlo finire con sillabe più accondiscendenti alla rima, però in casi estremi, o se la perfezione della rima la riteniamo sacrificabile, abbiamo due scappatoie che insieme costituiscono la “rima imperfetta” o la “quasi rima” e sono: 1) assonanza; 2) consonanza. L’assonanza è quando le due parole hanno nella parte finale dall’accento tonico in poi le stesse identiche vocali (con gli accenti nella stessa posizione) ma le consonanti sono diverse, vediamo un esempio improvvisato al volo: Seduto al parco ancora sto scrivèndo ma della pioggia gocce adesso sènto; questa in -èndo/-ènto è una “assonanza” (ovviamente io se non avessi volutamente cercato l’assonanza, avrei cambiato il secondo verso in ma della pioggia gocce sto sentèndo. La consonanza invece è quando le due parole hanno nella parte finale dall’accento tonico in poi le stesse identiche consonanti ma le vocali (pur mantenendo gli accenti alle stesse posizioni) sono diverse, esempio: nel cielo sta passando scura nùvola ad interromper questa bella fàvola; questa in -ùvola/-àvola è una “consonanza”. Non mi dilungo sulle improprie perché non le amo molto, ma sono pur sempre una scappatoia che ci può salvare quando ci troviamo in difficoltà. Dedichiamoci adesso invece al modo in cui versi con rime diverse si agganciano tra loro in strutture (le strofe) che seguono schemi precisi importanti (ce ne sono tanti, noi vedremo quelli più ricorrenti e meno complessi). Partiamo dal più semplice: quando due versi consecutivi hanno la stessa rima, si parla di “rima baciata”: vorrei portarvi qualche bell’esempio sperando di non fare troppo scempio; concludo quindi timida quartina con la baciata rima più carina; questa è un quartina in cui i versi, a coppie, stanno in rima baciata, secondo lo schema AABB dove le A rappresentano -èmpio e le B rappresentano -ina. Oppure facciamo una quartina in cui tutti e 4 i versi hanno la stessa rima: vorrei portarvi qualche bell’esempio sperando di non fare troppo scempio; allora la quartina adesso riempio di questa rima come fosse un tempio; è una quartina in rima baciata secondo lo schema AAAA (dove le A rappresentano ovviamente -èmpio). Passiamo al 2° in ordine di semplicità, sfruttando nuovamente una quartina di endecasillabi: Nel caso che le rime lascio andare in alternate righe di perfette quello che sto scrivendo è da chiamare “schema alternato”, semplici staffette. Si tratta di uno schema ABAB, detto “a rime alternato” dove le A sono le -àre e le B sono le -ette; per evidenziare meglio e non confonderci col prossimo schema, facciamo una strofa di 6 versi a rima alternata; essa seguirà quindi lo schema ABABAB: adesso la strofetta un po’ s’allunga tanto da conteggiare ben sei versi senza che terza rima vi s’aggiunga, restiamo con finali due diversi ch’a tre a tre faranno un bunga bunga a costo di sembrare un po’ perversi! Quindi abbiamo le rime A in -ùnga e le rime B in -èrsi alternate tra loro. Diverso è il caso, restando in 6 strofe per l’esempio, delle “rime ripetute”, che invece seguiranno uno schema ABCABC, cioè rime diverse (qui 3) che poi si ripetono identicamente (anche più volte, non per forza solo due), esempio: se la strofetta versi n’ha già sei mettendo tre finali ben diversi grazie alla terza rima che s’aggiunge dice che ripetuta rima è lei come mi sembra facile a vedersi in questa che da esempio qui ci funge; quindi schema ABCABC dove le rime A in -èi, le rime B in -èrsi e le rime C in -ùnge, dopo esser apparse tutte, si ripetono nello stesso ordine. (Nota: nel caso si una singola quartina con schema ABAB abitualmente diciamo che è una quartina a rime alternate, ma altrettanto correttamente potremmo dire che è una quartina a rime ripetute). Tornando alle quartine, uno schema con cui spesso se ne gestiscono le rime è quello detto “a rime incrociate”, ABBA, quindi una rima per i versi centrali e l’altra per il primo e l’ultimo, esempio preso dal Petrarca: Erano i capei d'oro a l'aura sparsi che 'n mille dolci nodi gli avolgea, e 'l vago lume oltra misura ardea di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi quindi rime ABBA dove le A sono in -àrsi e le B in -èa. Con gli schemi visti finora possiamo creare alcuni dei lavori più tradizionali: le ottave ed i sonetti. Le ottave (chiamate anche “strofe in ottava rima”) sono, come suggerisce il nome, strofe di 8 versi (a rigore, dovrebbero essere sempre endecasillabi canonici, ma insomma, accontentiamoci di chiamarle ottave quando sono strutturate in 8 versi; i due schemi base partono dalle rime alternate e differiscono per la chiusura: sono “ottave siciliane” se restano con le due rime che si alternano fino alla fine, quindi ABABABAB (tanti esempi in Cecco Angiolieri o in Boccaccio), invece sono “ottave toscane” se si chiudono con due versi di una terza rima baciati tra loro, quindi ABABABCC (per esempio nell’ “Orlando furioso” di Ariosto). La prossima volta vediamo le simpatiche (e solo apparentemente rognose) rime incatenate, ora debbo prendere la corrieraccia che mi riporterà a casa. Bye bye. |
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Misurando le parole: accenni di metrica … 10 Mesi 2 Settimane fa #14
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Misurando le parole: accenni di metrica da/per dilettanti nella Poesia italiana.
9ª puntata Oggi concludiamo questa digressione nel mondo delle rime, prima di tornare ad occuparci di metrica, e lo facciamo con uno schema rimico particolare di assemblaggio dei versi, divertente ma apparentemente complicato: le “rime incatenate”. Le rime incatenate si chiamano anche “terza rima” o “terzina dantesca”, il che ci fa capire che è lo schema rimico preferito di Dante, tanto che è l’unico utilizzato per l’intera Divina Commedia. È uno schema in cui i versi rimano a 3 a 3, tranne la prima e l’ultima coppia, usando le lettere per rappresentare le rime, lo schema è ABA BCB CDC DED … … XYX YZY Z. Non c’è un numero predefinito di versi, posso avere una catena già con 7 (ABA BCB C), posso arrivare ai 14.233 della Divina Commedia e se sono particolarmente masochista posso dedicare la mia vita a tentare di battere Dante, l’importante è notare che il numero totale non è mai divisibile per 3, anzi, dividendo per 3 dà sempre resto 1. Perché si chiama “incatenata”? Perché è uno schema che per riuscire deve intrecciare le sue rime tipo gli anelli di una catena, quindi per non impazzire raggrupperemo sempre i versi a 3 a 3 (ecco perché “terzine”) e in ogni gruppo il 1° e il 3° verso rimeranno tra loro con la stessa identica rima che nel terzetto aveva il verso centrale (il 2°); quindi in ogni strofa introdurrò al centro una nuova rima a mia scelta (cercando di scegliere rime sempre diverse da quelle usate nelle strofe precedenti per quanto possibile e preoccupandomi di scegliere parole che da subito mi diano la possibilità di fare quella rima con almeno 3 parole diverse). Quindi il verso centrale è quasi libero come scelta di rima, il verso iniziale e quello finale sono invece conseguenza della rima scelta per il verso centrale nella terzina precedente, tranne ovviamente nella prima terzina in cui debbo battezzare le prime due rime a mia scelta mentre il terzo verso seguirà la rima del primo. Alla fine del lavoro, dopo tutte le terzine, aggiungerò un singolo verso che rimerà col verso centrale dell’ultima terzina. Graficamente è elegante evidenziare la separazione tra le terzine (il che ci aiuta a controllare velocemente se abbiamo fatto errori nelle rime, giacché guarderò i finali del verso iniziale e verso finale della strofa e li confronterò col finale del verso centrale della strofa precedente, nient’altro, rendendo quindi uno schema apparentemente complesso da gestire in realtà semplice da implementare e verificare; forse è anche per questo che è uno schema rimico adorato da Dante, Monti, Petrarca, Leopardi, Foscolo, eccetera, eccetera e pure eccetera: ci si son misurati tutti i poeti più grandi della Letteratura italiana. Nota: la terzina dantesca per antonomasia (come la maggior parte delle terzine) è costruita montando versi endecasillabi canonici, a maiore o a minore. Cosa vuol dire “endecasillabi canonici”? Cosa vuol dire “a maiore”? Cosa vuol dire “a minore”? Qui si torna a parlare di Metrica! Se vogliamo scrivere un’Ode o un Poema in terzine incatenate, o un Sonetto, che prevede due quartine (entrambe con le stesse rime incrociate ABBA ABBA oppure baciate AABB AABB o alternate ABAB ABAB) seguite da due terzine (entrambe con le stesse rime ripetute CDE CDE oppure speculari CDE EDC oppure alternate CDC DCD), è estremamente raccomandato di farlo con endecasillabi canonici. Endecasillabi abbiamo già imparato in un post precedente che vuol dire versi che, sillabandoli con la tecnica della Poesia e quindi con i vari distinguo tra dittonghi e iati, tra sinalefi e dialefi, hanno almeno 10 sillabe (solitamente 11, ma anche 12 o 13 si può arrivare complicandosi la vita per le rime) e l’ultimo accento tonico dell’intero verso, chiamato “accento principale”, sta sulla 10ª sillaba. Ma se un accento lo chiamiamo “principale”, vuol dire che non è unico… e infatti, nei versi le varie parole possono darmi altri punti in cui durante la lettura appoggio un ulteriore accento e proprio la posizione di questi accenti “secondari” mi definisce la “canonicità” del verso, che sostanzialmente è il ritmo da usare nella recitazione. Non tutte le combinazioni sono gradevoli, anche se talvolta qualche accentazione “non canonica” combinando più versi risulta meno sgradevole riproponendo un ritmo anomalo ma comunque costante; per esempio un endecasillabo è considerato non canonico se l’accento secondario cade sulla 5ª sillaba (tanto che si chiama “endecasillabo di quinta”, accento principale in 10ª sillaba e secondario in 5ª sillaba), ma se faccio una quartina in cui tutti i versi sono endecasillabi di 5ª, il risultato all’ascolto, pur non essendo canonico, è gradevole. Se vogliamo un effetto piacevole nella recitazione, rassicurante all’orecchio dell’ascoltatore perché ne riconosce subito il ritmo, l’endecasillabo deve avere un accento secondario in 4ª e/o in 6ª sillaba; questo tra l’altro consente di sposare bene gli endecasillabi con i quinari ed i settenari che infatti hanno il loro accento principale rispettivamente proprio in 4ª e in 6ª sillaba ed è per questo che quando scriviamo miscelando metri diversi le associazioni più belle si fanno tra endecasillabi e quinari o settenari, purché gli endecasillabi siano canonici. L’endecasillabo canonico con accento secondario in 4ª sillaba (che si sposa bene con i quinari) si chiama “endecasillabo a minore”, quello con l’accento secondario in 6ª sillaba (che si sposa bene con i settenari) si chiama “endecasillabo a maiore”. Se riesco a comporre un endecasillabo in cui due accenti secondari cadono esattamente in 4ª e 6ª sillaba… beh, raggiungo un orgasmo canonico! Alla prossima puntata per vedere qualche esempio. Bye bye. |
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Misurando le parole: accenni di metrica … 10 Mesi 2 Settimane fa #15
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Misurando le parole: accenni di metrica da/per dilettanti nella Poesia italiana.
10ª puntata Oggi facciamo qualche esempio per chiudere questo topic, augurandomi che possa aver suscitato qualche interesse per il vasto universo della metrica nella Poesia italiana e che qualche autore in più provi a sfruttarla nelle proprie creazioni. Ci concentreremo sugli endecasillabi, cercheremo di farne di canonici ed eventualmente decideremo se a minore o a maiore o misti e se mettere anche qualche rima. Anzi, facciamo un sonetto. Per non trovarsi male se si opta per un sonetto, è bene concentrarsi su pochissimi concetti, che abbiamo solo 14 versi a disposizione. Se poi il tema è scomponibile in 3 o 4 pensierini semplici semplici, ancora meglio, così tenteremo di svilupparne uno per strofa; in questo momento sono seduto su una panchina di un parco, come spesso in questi giorni, uscendo da un ospedale per terapie noiose e dovendo aspettare la corrieraccia che mi riporta al mio villaggio; le previsioni fino a ieri sera pronosticavano pioggia per questo pomeriggio, invece c’è il sole, sfruttiamo questa banalità per il sonetto: 1) prevista pioggia 2) il sole splende 3) ma il vento è forte 4) mi scompiglia i capelli Intanto essendo sonetto ci serviranno 2 rime per le due quartine e 2 o 3 rime per le due terzine, man mano che sviluppiamo sceglieremo lo schema tra baciate, alternate, incrociate, ripetute e invertite. Il meteo minacciava pioggia forte beh, -òrte non pare male, un po’ di rime le consente tra torte storte che bussano alle porte con gambe corte suonando un pianoforte fino alla morte a Francoforte… saranno facilmente estorte, ma cerchiamo anche la rima consorte: per cui nello zainetto c’ho l’ombrello e figuriamoci, di rime in -èllo ce n’è un bordello, mi tengo quello ch’è proprio bello, senza scalpello farò l’occhiello a Nello e Mariello… aggiudicata, le quartine avranno le rime in -òrte ed in -èllo! Vediamo di limare i versi acciocché siano endecasillabi: 1: Il 2: me 3: teo 4: mi 5: nac 6: cià 7: va 8: piog 9: gia 10: fòr 11: te … buoni, buoni, buoni… non serve nessun aggiustamento, è già un endecasillabo canonico a maiore (accenti in 6ª e 10ª sillaba)... è il mio problema, spesso penso già rispettando la metrica. Fa niente, è solo l’inizio, magari poi mi verrà qualche verso da dover aggiustare. Controlliamo il 2° verso: per cui nello zainetto c’ho l’ombrello 1: per 2: cui 3: nel 4: lo 5: zai 6: nèt 7: to 8: c’ho 9: l’om 10: brèl 11: lo Uffa, anche questo se ne è uscito già canonico a maiore da solo. Mah, sistemeremo i prossimi; intanto, il 3° verso lo rimiamo in -òrte o in -èllo? Vediamo, vorrei anticipare che è stato un peso in più ma inutile… peso… fardello! Le quartine le facciamo a rime incrociate (se poi con la seconda ci troveremo in difficoltà torneremo alla prima e cambieremo, tanto non ci insegue nessuno) che s’è mostrato un inutile fardello 1: che 2: s’è 3: mo 4: stra 5: toun 6: i 7: nù 8: ti 9: le 10: far 11: dèl 12: lo 12 in tutto con gli accenti in 7ª e 11ª, son troppe, bisogna accoppare una sillaba, ma notiamo che 7ª e 11ª possono diventare 6ª e 10ª facendomi fare tombola (cioè di nuovo endecasillabo a maiore) se la sillaba di troppo la distruggo nella parte sinistra del verso; vediamo, che si è mostrato un inutile… che me ne frega di quel “un”? Anche se lo tolgo il verso rimane perfettamente chiaro e non induco errori grammaticali ed ho la scalata che mi serve in 6ª e 10ª, quindi il terzo verso della prima quartina sarà: che s’è mostrato un inutile fardello 1: che 2: s’è 3: mo 4: stra 5: toi 6: nù 7: ti 8: le 9: far 10: dèl 11: lo Ed ora completiamo il primo concetto, che ho preso l’ombrello inutilmente per colpa del meteo, che sarà l’ultimo verso della prima quartina, a questo punto lo voglio endecasillabo canonico a maiore rimante in -òrte: che non ho avuto bisogno di tirare fuori dallo zaino… in -òrte… possiamo metaforizzare assimilando lo zaino ad una cassaforte cui lo zainetto continua a fare da cassaforte sono 15 nella sillabazione poetica, son troppe ma sì, il verso è questo, da accorciare e far apparire gli accenti nei punti giusti cui zaino continua a far cassaforte queste sono 11 ma il secondario è sulla 5, ancora non è ottimale cui-zai-no-con-tì-nuaa-far-cas-sa-fòr-te … mmmhhh … cui-lo-zai-nèt-toan-cò-raè-cas-sa-fòr-te Sì, scritto così me lo posso giocare sia a minore sia a maiore, perché è endecasillabo con accenti secondari in quarta e sesta sillaba, quindi la prima strofa è pronta: Il meteo minacciava pioggia forte per cui nello zainetto c’ho l’ombrello che s’è mostrato un inutile fardello cui lo zainetto ancora è cassaforte. La seconda strofa spiega perché è inutile: perché c’è il sole! Ma sono vincolato alle rime in -òrte ed -èllo, altrimenti dovrò tornare a modificare la prima; debbono essere incrociate ABBA come nella prima strofa o al limite incrociate invertite BAAB, gli endecasillabi ovviamente canonici, ma ancora potranno essere sia a maiore sia a minore; se riesco lo stesso ritmo in tutta la strofa, ancora meglio, e in questo caso, quale? In linea di massima a maiore si associa ad idee solenni, belle, forti, brillanti, pompose, invece a minore si addice ad atmosfere timide, tristi, grigie… allora se la prima che minacciava pioggia l’ho fatta a maiore, la seconda che svela un sole brillante a maggior ragione debbo cercare di farla ancora a maiore… vediamo che cavolo possiamo scrivere: La previsione è stata decisamente sbagliata… sbagliata… storta… rima in -òrte… Le previsioni sono state decisamente storte… troppo lunga, accorciamo Le previsioni furon così storte… va benissimo, 11 in tutto, accenti in 4ª, 6ª e 10ª, teniamola buona ma… si può enfatizzare? Sì! Mai previsioni furon così storte 1: Mai 2: pre 3: vi 4: siò 5: ni 6: fù 7: ron 8: co 9: sì 10: stòr 11: te perché quasi servirebbe un cappello rima in -èllo, che bello, (il prossimo lo finisco in “sole bello”, deciso) ma vediamo gli accenti; le sillabe sono in tutto 11, l’accento principale è sulla 10ª, però i secondari non filano lisci (in 3ª e 7ª, non è canonico, inciampa la recitazione) quindi scambiamo o sostituiamo qualche parola: che quasi servirebbe un bel cappello canonico a maiore grazie al secondario in 6ª, ci va bene così, anzi quel “che” lo accentiamo a rappresentare il “perché” di prima: 1: ché 2: qua 3: si 4: ser 5: vi 6: rèb 7: beun 8: bel 9: cap 10: pèl 11: lo Come 3° verso proviamo sotto questo sole che brilla bello sono 11 sillabe, accento principale in 10ª, ma i secondari non vanno per niente bene, li ritrovo in 3ª, 5ª o 8ª, vediamo coe spostare i pezzi per avere un secondario in 6ª posizione: sotto un sole che brilla così bello va benissimo, è di nuovo endecasillabo canonico a maiore: 1: sot 2: toun 3: so 4: le 5: che 6: brìl 7: la 8: co 9: sì 10: bèl 11: lo E andiamo a chiudere questa quartina con un endecasillabo rimante in -òrte, anche questo canonico a maiore (e che, spezziamo il ritmo mantenuto in entrambe le quartine? No!) Allora, la rima potrebbe essere sulla buona sorte… oppure sulle giornate che sono più corte (infatti tra un po’ già tramonterà, la corriera la prendo al buio, altro che quest’estate che arrivavo a casa col sole ancora alto!) Nonostante le giornate siano più corte 13 sillabe, va accorciata un po’, anche se le giornate son più corte va benissimo, accentata in 6ª e 10ª come volevamo, quindi 1: an 2: che 3: se 4: le 5: gior 6: nà 7: te 8: son 9: più 10: còr 11: te Quindi la nostra seconda quartina è: Mai previsioni furon così storte ché quasi servirebbe un bel cappello sotto un sole che brilla così bello anche se le giornate son più corte. La prima parte del sonetto quindi è pronta, ora abbiamo di nuovo libertà per fare le due terzine con le rime che ci pare, nello schema che ci pare, col metro nel canone che vogliamo, i concetti da veicolare, ricordiamo, avevamo detto 3) ma il vento è forte 4) mi scompiglia i capelli soffia però con troppa forza il vento e mi scompiglia il capo spettinato mentre l’effetto sulla gola sento … cavolo, la prima terzina m’è scivolata fuori così, come quando scappa la pipì e il bagno è occupato… verificato, risultano tutti e 3 endecasillabi, 11 sillabe a testa con accenti principali sulla 10ª e i secondari sulle 4ª e 6ª di ciascun verso, rime alternate CDC, quindi sono canonici che mi posso giocare nel recitarli sia a maiore sia a minore, a questo punto l’ultima terzina saranno endecasillabi canonici rimati DCD, cioè -àto / -ènto / -àto e debbono esprimere… cosa? Che mi scompiglia i capelli? No, è già espresso dalla prima terzina, quindi l’ultima terzina, fermi restando i vincoli rimici e metrici, ci dico quello che mi pare, ora me lo faccio venire in mente… non ho esplicitato che sono nel solito parco, quindi esprimerò questo e sposta foglie secche sopra il prato, comunque sono adesso ben contento perché il sonetto pare terminato! Proprio così, anche questi 3 versi sono usciti direttamente tutti e 3 endecasillabi, 11 sillabe a testa con accenti principali sulla 10ª e i secondari sulle 4ª e 6ª di ciascun verso, rime alternate DCD, quindi proprio come li volevamo, e nell’intento quel “prato” mi rappresenta il solito parco delle attese pomeridiane postospedaliere. Bene, la messa è finita, andate in pace, Amen. Spero che abbiate gradito. Non ho un sacrestano da far passare per raccogliere le offerte… sono il solito sconclusionato disorganizzato. Bye bye. |
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