Sonetto in endecasillabi a maiore di ritmo giambico (nel senso che li ho accentati in 3ª, 6ª e 10ª, forse sarebbe più corretto chiamarli “endecasillabi a maiore di terza” ma “giambici” suona più simpatico), rime ABBA ABBA CDC DCD con le B sdrucciole.
Le mie scelte m’han fatto tutt’intorno
quella che vien chiamata rasa tabula;
non vorrei si pensasse che son rabula¹
nel narrare che sono disadorno²:
son cosciente di non valere un corno,
la mia vita non è da bella fabula³
con il cuore che in petto mogio stabula⁴,
perde colpi attendendo fine giorno…
Mi ritengo sia marcio sia tarlato
ma non so quale sia quel cassonetto
per la mia consistenza più indicato.
Non so dove gettarmi, sì, l’ammetto;
forse perso in un campo abbandonato
o tirando sciacquone al gabinetto.
¹: avvocato da strapazzo;
²: non ho mezzi;
³: favola;
⁴: stalla, resta in un recinto.
02/04/2026

Commenti
rispondo essere amico di te stesso:
non si butta un amico giù nel cesso,
neppur se la sua vita è un insuccesso.
(elaborazione e volgarizzazione di uno spunto da Seneca)
che vivo al mare ma non so nuotare,
il salvagente vecchio s'è bucato
e senz'argento chiuso sta il mercato.
Non posso essermi amico per salvarmi…
del resto non ho neanche un porto d'armi
né munizioni, quindi per (s)fortuna
continuerò a guardare su la luna
sperando valga come distrazione
parlarle pur sapendo che è illusione.
Versificare non volevo adesso:
vado a dormir… ma prima vado al cesso!